Archive pour février, 2016

DIO NON È UN SOGNO MA FA SOGNARE

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DIO NON È UN SOGNO MA FA SOGNARE

Paolo Ricca – ‘Riforma’ del 25 feb 2011 (Chiesa Valdese)

L’altra notte ho sognato di pregare. Un sogno intenso e pure bello, tanto da spingermi ora a una riflessione: Dio si manifesta a noi anche in  sogno? Quella Parola del Signore che ascoltiamo di giorno, a mente desta, può raggiungere il nostro cuore di notte, nel pieno della vita onirica? Spontaneamente direi subito di sì: è impensabile che lo spirito di Dio si arresti sulla soglia del nostro sonno. La fede è dimensione onnipervasiva: non può svanire quando abbiamo gli occhi chiusi. E in effetti la Bibbia racconta spesso di sogni che Dio invia per rivelare la sua volontà: dal sogno della scala di Giacobbe ai sogni di Giuseppe narrati da Matteo. Ma che significa oggi sognare per coloro che hanno fede? Ecco un tema di cui mi pare non si parli proprio nelle nostre chiese. Omissione tanto più sorprendente se si pensa che la cultura contemporanea – dalla psicoanalisi di Freud e Jung fino alle ultime ricerche di neurobiologia – ha sempre considerato l’analisi del sogno come via imprescindibile per comprendere la mente umana. Come mai, invece, la predicazione delle nostre chiese sembra aver poco o nulla da dire sull’esperienza del sognare? Forse per paure di «derive misticheggianti »? O forse perché troppo concentrata sulle tematiche «diurne» dei problemi etici e sociali? Ma non rischiamo così di trascurare una dimensione interiore della vita che proprio il testo biblico invece non tralascia? Giampiero Comolli – Milano

Questa lettera sottopone alla nostra attenzione un tema insolito, mai affrontato in nessun’altra lettera pervenuta a questa  rubrica da quando esiste: il tema del sogno. Il nostro lettore constata che nella Bibbia il sogno come mezzo di  comunicazione di Dio e con Dio occupa un posto tutt’altro che secondario, mentre nelle chiese cristiane, compresa la  nostra, non occupa praticamente nessun posto; e ha ragione di porre, alla fine della lettera, una serie di interrogativi più  che legittimi. I punti da trattare mi sembra siano tre: il sogno; il sogno nella Bibbia; l’eclisse del sogno nella vita della  Chiesa e i modi possibili per superarla.

1. Il sogno. È un tema quanto mai vasto ed estremamente complesso. Interessa la religione, la filosofia, la psicologia, la psicoanalisi e altre discipline collaterali. È un fenomeno universale, di cui ogni persona umana fa l’esperienza, ma è  anche un fenomeno assolutamente personale, spesso difficile da decifrare anche per la persona che sogna: non  esistono, sembra, criteri generali, universalmente validi, per l’interpretazione dei sogni. Nell’antichità si pensava che il  sogno fosse un fatto soprannaturale e ci sono stati studiosi che hanno ravvisato nell’esperienza del sogno la nascita  della credenza in un Aldilà, in un «altro mondo» diverso da quello che sperimentiamo nello stato di veglia, e quindi  hanno visto nei sogni l’origine della religione. Nella modernità invece si pensa, in generale, che il sogno sia un fatto  naturale, la cui genesi viene spiegata in molti modi (stimoli fisici e psichici, incontri, ricordi, nodi irrisolti della vita,  desideri o impulsi repressi, rimozioni di varia natura), ma che resta in fin dei conti abbastanza misteriosa. I sogni  possono essere fausti e infausti; questi ultimi diventano facilmente incubi, come accadde alla moglie di Pilato che  consigliò (invano) al marito di non avere nulla a che fare con Gesù «perché oggi ho sofferto molto in sogno a cagione di  lui» (Matteo 27, 19). Ma già nell’antichità si levarono voci scettiche o critiche, come a esempio quella di Cicerone il  quale, nel De divinatione, vede nella divinazione (che era una specie di «religione dei sogni») nient’altro che  superstizione. Cicerone nega che «esista alcuna forza divina produttrice dei sogni» e sostiene che «nessuna visione  apparsa nel sonno proviene dalla volontà degli dèi» (2, 124). E aggiunge che, siccome sono più chiare e sicure le cose  viste da noi in stato di veglia che quelle che ci appaiono in sogno, «sarebbe stato più degno della bontà divina – se  davvero gli dèi intendessero con questo mezzo curarsi di noi – inviare visioni più chiare a chi è sveglio, non più oscure a  chi dorme» (2, 126). Così la pensava Cicerone sui sogni. Ma non così la pensa la Bibbia.

2. Il sogno nella Bibbia. La Bibbia è piena di sogni. Dio non è un sogno, ma fa sognare (Salmo 126, 1!). Fa sognare in  due sensi: anzitutto nel senso che comunica con gli uomini anche attraverso sogni; in secondo luogo nel senso che suscita in certe persone (profeti e altri) delle «visioni», che sono, per così dire, sogni a occhi aperti. L’elenco dei sogni  nella Bibbia sarebbe lungo. Il nostro lettore, a titolo di esempio, menziona quello bellissimo di Giacobbe (Genesi 28,  10-22), nel quale c’è la scala che unisce cielo e terra (Gesù, in Giovanni 1, 51, ha ripreso questo motivo: la «scala» è  lui!), ma soprattutto c’è la parola con la quale Dio stabilisce un patto con Giacobbe, decisivo per la sua vita; e ricorda i  sogni di Giuseppe, con i quali Dio lo informa sulla nascita miracolosa di Gesù, sulla necessita della fuga in Egitto per  salvare la vita del bambino e sulla possibilità di ritornare in patria dopo la morte di Erode. Si possono ricordare ancora,  sempre a titolo di esempio, i numerosi sogni di Giuseppe figlio di Giacobbe – e suoi (Genesi 37, 5-11) e quelli del  Faraone di cui Giuseppe svela il significato (Genesi 40 e 41), e, nella stessa linea, il sogno di Nebucadnetsar spiegato  da Daniele (Daniele 2). E ancora il sogno di Salomone nel corso del quale chiede a Dio di dargli «un cuore intelligente»  per essere in grado di «amministrare la giustizia e discernere il bene dal male» (I Re 3, 5-9).Sogno e  profezia erano all’inizio strettamente collegati tra loro (Numeri 12, 6) e, in genere, il sogno era considerato un mezzo  normale di comunicazione di Dio con l’uomo. Addirittura il profeta Gioele annuncia un tempo in cui lo Spirito di Dio sarà sparso «sopra ogni carne», cioè su ogni persona umana, e una delle sue manifestazione sarà che i vecchi avranno dei sogni e i giovani delle visioni (2, 28 s.) – testo che, com’è noto, Pietro cita nel suo sermone di Pentecoste (Atti 2, 17).  Dio dunque fa sognare e si serve del sogno per «parlare» all’uomo. Al tempo stesso però si manifesta già nell’Antico  Testamento una critica del sogno in rapporto alla polemica contro la falsa profezia: il falso profeta è «un sognatore»  (Deuteronomio 13, 1-5), che con i suoi sogni pensa di far dimenticare il nome di Dio al popolo d’Israele (Geremia 23,  25-28). I sogni di falsi profeti sono «paglia», mentre la parola di Dio recata da Geremia è «frumento». Anche  l’Ecclesiaste è critico nei confronti dei sogni (5, 2.6-7), e nella stessa linea il libro deuterocanonico del Siracide afferma  che «oracoli, auspici e sogni sono cose vane», perciò «non permettere che se ne occupi la tua mente» (34, 5-6). Rispetto all’Antico Testamento, nel Nuovo i sogni sono molto pochi. Oltre a quelli già citati di Giuseppe, ci sono i sogni  dell’apostolo Paolo in momenti cruciali del suo ministero (Atti 16, 9-10; 18, 9; 23, 11), ma più che di sogni si tratta di  «visioni» (che ricorrono anche in altre occasioni: Atti 9, 1-9; 27, 23 s.), nel corso delle quali viene impartito a Paolo un  ordine preciso, missionario o di altro genere: il contenuto del sogno o della visione è sempre una parola, che non è da  interpretare, ma semplicemente da ubbidire. Il sogno resta dunque anche nel Nuovo Testamento un mezzo con il quale  Dio, in certe circostanze, comunica la sua volontà. Non però in tutto il Nuovo Testamento: sogni e visioni non compaiono  er niente in Marco, negli scritti di Giovanni, nella maggioranza delle Lettere apostoliche e neppure nell’Apocalisse, che nasce non da un sogno, ma da una visione. Il sogno non è mai associato ai racconti della risurrezione e agli incontri con il Risorto: i discepoli, in quelle occasioni, non hanno sognato! Colpisce anche il fatto che   sogni e visioni non compaiano nelle liste dei carismi ((I Corinzi 12, 4-11; Romani 12, 6-8) e neppure nella descrizione  dei primi culti cristiani (I Corinzi 14, 26-33). Questo non significa che nel Nuovo Testamento ci sia una diffidenza nei  confronti di sogni e visioni: essi sono ancora visti come possibili mezzi di comunicazione tra Dio e l’uomo, ma sono  meno abituali e quindi meno frequenti che in altri momenti della storia della salvezza. Il mezzo di comunicazione  principale e normale tra Dio e l’uomo è la Parola, rivolta a persone sveglie. 3. L’eclisse del sogno. Il sogno ha  continuato a occupare un certo posto (marginale) nella vita di fede e nella storia della Chiesa antica e medievale, e  occasionalmente, anche in quella moderna, come dimostra, ad esempio, la celebre opera di John Bunyan (1628-1688)  Il viaggio del pellegrino [cristiano] verso l’altro mondo sotto forma di un sogno. È un fatto però che, soprattutto in tempi  più recenti, nella normale vita cristiana il sogno non è valorizzato come possibile esperienza religiosa e non occupa  alcun posto di rilievo nella predicazione, nella teologia, nella pratica pastorale e soprattutto nel culto comunitario. L’unica  ccezione sembra essere costituita oggi da certe chiese pentecostali, nelle quali il sogno svolge almeno  occasionalmente un qualche ruolo. A che cosa si deve attribuire questa eclisse del sogno nella vita della Chiesa? Al  timore di «derive misticheggianti», secondo una possibile ipotesi avanzata dal nostro lettore? Più probabilmente a una  certa atrofia della vita spirituale nelle nostre comunità e a un deficit di socializzazione delle esperienze di fede nel culto  pubblico. Ci teniamo tutto dentro, anche quello che potrebbe servire all’«utile comune» (I Corinzi 12, 7), cioè alla  edificazione della Chiesa. In compenso, la nostra generazione a beneficiato di alcuni sogni «a occhi aperti», come il  famoso I have a dream ( = «Ho un sogno») di Martin Luther King, che ha mobilitato e continua a mobilitare milioni di  persone in tutto il mondo. Un ricupero di familiarità con il sogno nella vita della Chiesa potrebbe partire da qui: sognare  (a occhi aperti, o anche chiusi, i sogni degli altri), in particolare dei poveri, degli ultimi in tutti i sensi, di quelli che  sognano ciò che dovrebbero avere, ma non hanno. E chiedere a Dio di darci una vita spirituale più ricca e più varia,  fatta non solo di pensiero e di morale, e di renderci capaci di condividerla con altri, liberandoci da una privatizzazione  estrema della vita di fede. Potrà allora accadere che si compia anche nelle nostre Chiese la promessa di Pentecoste:   vecchi che hanno dei sogni e giovani che hanno delle visioni.

 

Miniatura Cristiana, representa la crucifixión y resurrección de Jesucristo.

Miniatura Cristiana, representa la crucifixión y resurrección de Jesucristo.  dans immagini sacre 48-03-012

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«SE CRISTO NON È RISORTO, VUOTA È ANCHE LA VOSTRA FEDE» – Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti,

http://www.30giorni.it/articoli_id_78338_l1.htm

«SE CRISTO NON È RISORTO, VUOTA È ANCHE LA VOSTRA FEDE»

PASQUA 2012

Dal 14 al 16 settembre 2012 il Papa si recherà in Libano dove renderà pubblica l’esortazione postsinodale del Sinodo speciale dei patriarchi e dei vescovi del Medio Oriente, svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2010. Anche in vista di questo appuntamento, pubblichiamo l’omelia di sua beatitudine Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, in occasione della Pasqua del Signore

del patriarca di Antiochia dei Maroniti Béchara Boutros Raï   In occasione della festa di Pasqua, invio i miei migliori auguri alla direzione di 30Giorni e ai lettori della rivista. Ringrazio la direzione per aver voluto pubblicare questa omelia, che ho pronunciato in occasione della messa di Pasqua al patriarcato maronita di Bkerke. Mi auguro che possa fornire ai lettori un contributo di crescita spirituale.   «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (Mc 16, 6) La verità della morte di Cristo e della sua sepoltura, le sue apparizioni e il sepolcro vuoto, tutto ciò conferma la sua Risurrezione. Figlio di Dio fatto carne, Gesù è morto davvero sulla croce per la redenzione dei peccati di tutta l’umanità. Per mezzo del suo sangue, ha riconciliato Dio con ciascun uomo, affinché noi viviamo la riconciliazione con Dio e gli uni con gli altri. È risorto per la nostra giustificazione (Rm 4, 25) e per donarci la vita nuova, che è la vita divina in noi. È questa la portata dell’annuncio dell’angelo alle donne, all’alba della domenica della Risurrezione: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (Mc 16, 6). A nostra volta, noi annunciamo questa notizia al mondo intero: Cristo è risorto! È veramente risorto! Eccellenza, presidente Michel Suleiman, siamo lieti che lei sia in prima fila tra i fedeli in questa festa della Risurrezione dai morti del Signore Gesù. In mezzo a questi fedeli ci sono ministri, deputati, presidenti di municipalità, sindaci e altre personalità della vita pubblica e del settore privato. A lei, signor presidente, e a tutti i presenti vorremmo esprimere il nostro augurio più sincero che Cristo Signore, risuscitato dai morti, vi possa donare in abbondanza le sue grazie, la sua pace, la sua gioia, e che doni al Libano e ai Paesi arabi, oggi in crisi, di ritrovare l’unità, la stabilità e una pace giusta e generalizzata. La sua presenza in questa sede patriarcale aggiunge gioia e letizia al carattere sacro di questa festa. Siamo altrettanto felici del fatto che, in virtù della sua fede nella gloriosa Risurrezione di Cristo dai morti, sorgente della risurrezione dei cuori, lei possa operare, in quanto guida della Repubblica, per la risurrezione del Paese dalle rovine della guerra come dagli inciampi della vita politica, economica e sociale. Lei sta cercando inoltre di abbattere i muri della discordia e della divisione, ispirando uno spirito di fratellanza e di collaborazione fondato sulla cittadinanza e l’appartenenza a un Paese che ha bisogno del contributo di tutti i suoi figli e di tutte le sue componenti per rinascere al progresso e alla stabilità. In questo lei realizza ciò a cui Gesù Cristo ci invita con la sua morte e la sua Risurrezione, e ciò che esprime l’apostolo Paolo: «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo […] colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo […] per mezzo della sua carne […]. Per mezzo della croce, ha distrutto l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. […] Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2, 13-19). Insieme a lei, signor presidente, e insieme a tutti gli uomini di buona volontà, noi operiamo, come Chiesa, per l’unità del popolo libanese con tutte le sue confessioni e le sue componenti, lontani da qualunque divisione e inimicizia, lontani da qualsiasi posizione unilaterale e di parte. Il valore di questo Paese sta nella sua pluralità culturale, religiosa e politica, cuore della democrazia fondata sulla convivenza nell’eguaglianza dei diritti e dei doveri di fronte alla legge, sul rispetto della diversità a tutti i livelli, sulla promozione delle libertà civili, e in particolare quelle d’opinione, d’espressione e di fede, e sulla garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo. Insieme a lei noi operiamo per evitare il coinvolgimento del nostro Paese nella logica delle alleanze e dei patti regionali o internazionali su base politica, religiosa o confessionale. Il Libano, in ragione della sua conformazione geografica e politica, è chiamato a essere neutrale. In questo modo il Libano può essere un fattore di stabilità nella regione, e un’oasi di incontro e dialogo per le culture e le religioni, più impegnato nella difesa della causa [così in francese; in arabo “nelle questioni”, ndr] dei Paesi arabi e della comunità internazionale per stabilire pace e giustizia, affrontare la violenza e il terrorismo, promuovere i valori della modernità, giocando un ruolo di ponte tra Oriente e Occidente. Una delle miniature del Vangelo di Rabbula raffigurante la crocifissione e la risurrezione di Gesù Cristo, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze. Il testo dei Vangeli in lingua siriaca, compilato probabilmente nel 586, è l’unico codice miniato della Siria paleocristiana sopravvissuto fino ai giorni nostri. A partire dall’XI secolo il documento è stato custodito dai patriarchi maroniti di Antiochia, che alla fine del XV secolo lo donarono alla famiglia dei Medici di Firenze Una delle miniature del Vangelo di Rabbula raffigurante la crocifissione e la risurrezione di Gesù Cristo, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze. Il testo dei Vangeli in lingua siriaca, compilato probabilmente nel 586, è l’unico codice miniato della Siria paleocristiana sopravvissuto fino ai giorni nostri. A partire dall’XI secolo il documento è stato custodito dai patriarchi maroniti di Antiochia, che alla fine del XV secolo lo donarono alla famiglia dei Medici di Firenze Nell’esortazione apostolica Una nuova speranza per il Libano si legge: «La costruzione della società è un’opera comune a tutti i libanesi» (§ 1). Non bisogna allora escludere, dimenticare o eliminare nessuno. Le diverse scelte politiche devono rimanere una ricchezza e un mezzo per raggiungere il bene comune, da cui deriva il bene di ogni persona. Le scelte politiche non sono forse declinazioni diverse dell’arte del possibile? Nessuna scelta politica può venir presa per assoluta. Tutte le scelte sono relative, perché adottano i mezzi migliori per attuare dei principi generali e delle tradizioni nazionali, al servizio del bene comune, del cittadino libanese, della società e della nazione. Si chiede solo che le scelte rimangano fedeli ai principi generali e alle tradizioni nazionali, così come agli obiettivi delle scelte stesse. «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (Mc 16, 6). È questa la testimonianza dell’angelo alle donne. Ma la Risurrezione è, in origine, la testimonianza di Dio riguardo a Gesù Cristo, testimonianza confermata dall’apostolo Pietro: «Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno, noi tutti ne siamo testimoni» (At 2, 32; 10, 38-40); e da Paolo all’Areopago di Atene: «Dio ne ha dato a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (At 17, 31). Garanzia della nostra risurrezione spirituale – grazie alla penitenza – e fisica – grazie alla risurrezione della carne. Garanzia della verità di Cristo e dell’autenticità della sua persona e della sua missione. Questa garanzia si perpetua nel mondo per l’azione dello Spirito Santo che «convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato» (Gv 16, 8-11). Secondo Paolo, la Risurrezione di Cristo è la base su cui si edifica la fede cristiana: «Se Cristo non è risorto, vuota è anche la vostra fede […] noi siamo falsi testimoni […] siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15, 14-15 e 19). Per mezzo della sua Risurrezione Cristo è diventato la nostra pace (cfr. Ef 2, 14), il fondamento della nostra condizione di figli di Dio, e la fraternità tra gli uomini. Dopo la sua Risurrezione, Cristo ha usato spesso le parole “fraternità”, “pace” ed “essere figli di Dio”. A Maria Maddalena che piangeva davanti al sepolcro la mattina della domenica di Risurrezione, Cristo appare e le dice: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20, 17). Tramite Cristo tutti gli uomini sono divenuti fratelli, e tramite Cristo figlio del Dio eterno tutti i credenti sono divenuti figli di Dio. Noi crediamo a questa nuova identità, la insegniamo e operiamo per la sua realizzazione. Ogni volta che Cristo appariva ai suoi discepoli durante i quaranta giorni, li salutava dicendo: «La pace sia con voi!» (Gv 20, 19 e 26); con questo saluto donava loro sicurezza e pace interiore, cancellava la paura dai loro cuori, manifestava i segni e li confortava nella loro missione. La pace di Cristo è la cultura che predichiamo, la scelta che sempre manteniamo, perché la condizione di figli di Dio si traduce in azioni e iniziative di pace, secondo la parola di Cristo Signore: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9). La Risurrezione di Cristo dai morti è la garanzia della risurrezione dei cuori dalla morte del peccato e dal male. Cristo è vivo: è presente nella Chiesa e agisce nel mondo fino alla fine dei tempi (cfr. Mt 28, 20). Presente e attivo per mezzo della sua parola viva, del suo corpo e del suo sangue nel sacramento dell’Eucaristia, della grazia dei sacramenti, del suo Spirito vivo e santo che realizza tra i fedeli i frutti della Redenzione e della Salvezza. Cristo risuscitato dai morti è vicino a ogni uomo, contemporaneo a ogni uomo. È il Signore «che è, che era e che viene» (Ap 1, 4); è colui che la Chiesa, colui che tutti i credenti invocano ogni giorno: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22, 20). A Te lode e gloria nei secoli dei secoli. Amen. Cristo è risorto! È veramente risorto!

 

LA VIA DELLA LUCE (DALLA LETTERA DI BARNABA)

http://www.gliscritti.it/antologia/entry/817

LA VIA DELLA LUCE (DALLA LETTERA DI BARNABA)

dalla « Lettera », detta di Barnaba (Cap. 19, 1-3. 5-6. 8-12; Funk 1, 53-57)

C’è una via che è quella della luce. Se qualcuno desidera percorrerla e arrivare fino alla meta lo faccia operando attivamente. Le indicazioni per trovarla e seguire questa via sono le seguenti. Amerai colui che ti ha creato e temerai colui che ti ha plasmato. Glorificherai colui che ti ha redento dalla morte. Sarai semplice di cuore, ma ricco nello spirito. Non ti unirai a quelli che camminano nella via della morte. Odierai qualunque cosa dispiaccia a Dio. Disprezzerai ogni ipocrisia. Non abbandonerai i comandamenti del Signore. Non esalterai te stesso, ma sarai umile in tutte le cose. Non ti attribuirai gloria. Non tramerai contro il tuo prossimo. Non ammetterai sentimenti di orgoglio nel tuo cuore. Amerai il tuo prossimo più della tua vita. Non procurerai aborto e non ucciderai il bimbo dopo la sua nascita. Non ti disinteresserai di tuo figlio e di tua figlia, ma insegnerai loro il timore di Dio fin dalla fanciullezza. Non bramerai i beni del tuo prossimo, né sarai avaro. Non ti unirai ai superbi, ma frequenterai le persone umili e giuste. Qualunque cosa ti accada, la prenderai in bene, sapendo che nulla avviene che Dio non voglia. Non sarai volubile nel pensare né userai duplicità nel parlare; la lingua doppia infatti è un laccio di morte. Metterai in comune con il tuo prossimo tutto quello che hai e nulla chiamerai tua proprietà; infatti se siete compartecipi dei beni incorruttibili, quanto più dovete esserlo in ciò che si corrompe? Non sarai precipitoso nel parlare; la lingua infatti è un laccio di morte. Usa il massimo impegno per mantenerti casto. Lo esige il bene della tua anima. Non stendere la tua mano per prendere e non ritirarla invece nel dare. Amerai come la pupilla dei tuoi occhi chiunque ti dirà la parola del Signore. Giorno e notte richiamerai alla tua memoria il giudizio finale e ricercherai ogni giorno la compagnia dei santi, sia quando ti affanni a parlare e ti accingi a esortare e mediti come possa salvare un’anima per mezzo della parola, sia quando lavori con le tue mani per espiare i tuoi peccati. Non esiterai nel dare, né darai il tuo dono in modo offensivo. Sai bene chi è che retribuisce la giusta mercede. Custodirai intatto il deposito, che ti è stato affidato, senza sottrazioni o manipolazioni di sorta. Odierai sempre il male. Giudicherai con giustizia. Non farai nascere dissidi, ma piuttosto ricondurrai la pace, mettendo d’accordo i contendenti. Confesserai i tuoi peccati. Non ti accingerai alla preghiera con una coscienza cattiva. Ecco in che cosa consiste la via della luce.

Publié dans:PADRI APOSTOLICI |on 22 février, 2016 |Pas de commentaires »

The Transfiguration

The Transfiguration  dans immagini sacre transfiguration

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Publié dans:immagini sacre |on 19 février, 2016 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – FILIPPESI 3,17-4,1

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Filippesi%203,17-4,1

BRANO BIBLICO SCELTO – FILIPPESI 3,17-4,1

17 Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18 Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19 la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. 20 La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21 il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose. 4,1 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!

COMMENTO Filippesi 3,17-4,1 Il comportamento cristiano La lettera ai Filippesi è stata scritta probabilmente nel corso di una prigionia subita da Paolo a Efeso, durante il terzo viaggio missionario. La lettera, nella quale sono stati inseriti con ogni probabilità i frammenti di altre due missive inviate da lui ai cristiani di Filippi, inizia con il prescritto seguito dal ringraziamento (Fil 1,1-11); il corpo della lettera contiene confidenze di Paolo su se stesso (1,12-26) ed esortazioni ai filippesi (1,27-2,18), seguite da un intermezzo narrativo (2,19-30). A questo punto è inserita la prima aggiunta, che è un testo di carattere polemico nei confronti dei suoi avversari infiltratisi nella comunità (Fil 3,1b-4,1). Dopo di esso sono riportate alcune esortazioni finali (4,2-9). Viene poi inserita la seconda aggiunta, che è una breve missiva con cui Paolo ringrazia i filippesi per gli aiuti economici che gli hanno inviato (Fil 4,10-20). La lettera termina con il poscritto (4,21-23). Nel brano liturgico è riportata la seconda parte del brano polemico inserito nella lettera originaria. Precedentemente Paolo aveva affermato la sua rinunzia ai privilegi che gli competevano come giudeo in vista della giustizia derivante dalla fede in Cristo e il suo impegno per essere completamente assimilato a lui (Fil 3,1-16). Nel brano liturgico egli conclude la sua polemica esortando i filippesi a farsi suoi imitatori (v. 17), senza lasciarsi sedurre da diverse teorie (vv. 18-19) e a orientare tutti i loro desideri alla patria celeste (vv. 20-21); conclude il brano un invito a restare saldi nel Signore (4,1).

L’imitazione di Paolo (v. 17) Paolo inizia la sua esortazione invitando i filippesi a farsi suoi imitatori (synmimêtai) (v. 17a). Il tema dell’imitazione (mimêsis) è proprio di Paolo (cfr. 1Ts 1,6; 1Cor 4,16; 11,1) il quale se ne serve per rendere comprensibile a lettori greci il tema evangelico della sequela. Qui però l’Apostolo pone se stesso come mediatore della sequela Christi, in quanto i suoi lettori non hanno conosciuto direttamente Gesù e solo per mezzo del suo apostolo possono avere accesso alla sua persona e al suo insegnamento. Il termine synmimêtai (lett. con-imitatori) ha una valenza comunitaria, in quanto solo nel rapporto fraterno tra di loro i filippesi possono diventare imitatori di Paolo. Paolo li esorta anche a guardare (skopeite) a quelli che si comportano secondo l’esempio che hanno in lui (v. 17b). Questa precisazione si rende necessaria perché Paolo è lontano e i filippesi hanno bisogno ogni giorno di avere esempi concreti a cui ispirarsi. Egli si riferisce certamente a Timoteo, suo diretto collaboratore, ed Epafrodito, dei quale ha appena fatto l’elogio: ambedue stanno per essere inviati da lui a Filippi. Ma certamente allude anche ad altri membri della comunità che hanno più profondamente assimilato il suo messaggio. Tutti costoro si comportano (peripateo, camminare) secondo il suo esempio (typon). Si stabilisce così una catena di testimoni i quali, con il loro modo di essere, fanno da locomotiva per tutta la comunità aiutandola a crescere nella fede. 

Guardarsi dai comportamenti devianti (vv. 18-19) L’esortazione di Paolo è determinata dal fatto che nella comunità vi sono anche coloro che non seguono l’esempio dell’Apostolo. Riguardo a loro egli mette in guardia ancora una volta i filippesi come, sottolinea, aveva già fatto spesso in passato. E lo fa «con le lacrime agli occhi» (v. 18), come aveva fatto scrivendo ai corinzi dopo essere stato offeso da un suo anonimo avversario in occasione di una sua visita alla comunità (cfr. 2Cor 2,4). Queste lacrime sono segno non di stizza, ma di ansia e di preoccupazione per il rischio che la comunità possa prendere una via sbagliata. Come accade di solito Paolo non dice esplicitamente a chi si riferisce, ma designa i personaggi in questione come persone che «si comportano da nemici della croce di Cristo» (v. 18b). Egli aveva già usato un’espressione analoga in Gal 6,12 dove si era scagliato contro coloro che costringono i cristiani della Galazia a farsi circoncidere «per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo». In quel contesto sembra che Paolo volesse alludere ai giudaizzanti, i quali mettevano in primo piano la loro appartenenza al giudaismo per evitare le sanzioni riservate ai seguaci di un uomo crocifisso dall’autorità romana, quindi ritenuto come un ribelle conclamato. Si può pensare che anche in Fil 3,18b l’espressione «nemici della croce di Cristo» abbia un significato analogo. Essa indicherebbe coloro che, affermando la permanenza delle pratiche giudaiche all’interno della Chiesa, in pratica tolgono alla croce il suo significato di mezzo primario ed esclusivo di salvezza. Se si accetta questa interpretazione, Paolo si riferirebbe anche qui agli avversari nominati all’inizio del capitolo dove, per il loro attaccamento alla circoncisione, li aveva designati sarcasticamente come «mutilazione» (katatome), cioè coloro che si fanno mutilare (cfr. Fil 3,2). A proposito di questi nemici della croce di Cristo Paolo afferma che «la loro fine (sarà) la perdizione» (v. 19a): con queste parole egli preannunzia non tanto un castigo, in questa vita o alla fine dei tempi, ma semplicemente il fallimento del loro progetto. Poi rincara la dose, attribuendo loro tre qualifiche negative: «hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra» (v. 19b». La prima di esse non si riferisce all’eccessiva importanza data alla ricerca del cibo, perché Paolo non sta parlando del vizio della gola. Invece è probabile che si riferisca eufemisticamente alla circoncisione o alle norme alimentari della legge mosaica, alle quali i giudaizzanti davano un peso notevole. Così facendo essi, secondo l’Apostolo, mettono il loro vanto proprio in quelle cose che egli, in quanto discepolo di Cristo, ha considerato una perdita (cfr. Fil 3,3-8). Da ciò si deduce che i nemici della croce di Cristo non sono i giudei che non hanno aderito a Cristo e neppure i gentili di Filippi, ma i cristiani giudaizzanti che cercano di portare la comunità paolina di Filippi nell’alveo del giudaismo.

L’attesa del ritorno di Cristo (vv. 20-21) In contrasto con la perdizione minacciata a quanti hanno preso una direzione sbagliata, Paolo prospetta il destino riservato a coloro che seguono il suo esempio. Egli afferma che la loro patria è nei cieli e di là aspettano come salvatore il Signore Gesù Cristo (v. 20). La patria (politeuma) è il gruppo umano a cui uno appartiene e con il quale interagisce, trovando in esso la sua sicurezza e la sua realizzazione personale. Affermare che per i credenti la propria patria è nei cieli non significa che essi si devono separarsi dalla società a cui appartengono in attesa di poter entrare, alla fine della propria vita terrena, in un altro mondo, in cielo, ma che hanno il pensiero rivolto costantemente a quel Dio presso il quale si trova Cristo in forza della sua risurrezione, con la certezza che egli un giorno ritornerà come «salvatore»: questo appellativo, spesso attribuito a Dio nell’AT, non è mai applicato a Cristo nelle lettere autentiche di Paolo, ma solo nelle deuteropaoline (cfr. Ef 5,23; 2Tm 1,10; Tt 1,4; 2,13; 3,6). L’attesa della parusia di Gesù resta dunque l’articolo di fede fondamentale anche per la comunità di Filippi (cfr. 1Cor 1,7). Con la sua venuta il Signore Gesù «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose» (v. 21). Egli riprende qui quanto aveva già spiegato ai corinzi: «Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati… È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità» (1Cor 15,51.53). Ciò sarà necessario perché egli «ponga sotto i suoi piedi tutti i suoi nemici», l’ultimo dei quali a essere debellato è la morte (cfr. 1Cor 15,25-26).

Esortazione finale (4,1) A conclusione del brano Paolo fa ancora un’esortazione accorata: «Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!» (4,1). In questa frase si manifesta tutto l’affetto che Paolo nutre per i cristiani di Filippi, i quali sono da lui non solo amati ma anche desiderati, come avviene all’interno di un rapporto fortemente affettivo. Essi sono per lui motivo di «gioia» (chara), sono come la «corona» (stefanos) che l’atleta conquista con l’impegno agonistico (cfr. 1Ts 2,19-20; 1Cor 9,24-26), perché attestano che il suo lavoro apostolico non è stato vano. A essi raccomanda di restare saldi nel Signore, cioè di non deviare dal cammino che hanno intrapreso.

Linee interpretative Ad una comunità ancora giovane Paolo propone se stesso come modello di vita cristiana. Così facendo egli non vuole mettersi su un piedestallo, ma intende aiutare fraternamente i nuovi convertiti, provenienti da un ambiente religioso e culturale impregnato di valori diversi da quelli evangelici, a trovare la propria strada nella sequela di Cristo. Per questo sono necessari esempi concreti che indichino loro la strada da seguire. Che egli non voglia esaltare indebitamente la propria persona, appare dal fatto che propone come esempio anche il comportamento di altri cristiani la cui formazione è maggiormente approfondita. Paolo non si limita a indicare ai filippesi una direttiva di marcia, ma li esorta a non cadere in comportamenti devianti che li allontanerebbero da Cristo. Egli li mette in guardia nei confronti non tanto del mondo circostante, dal quale essi si sono separati, quanto piuttosto delle pressioni da parte di fratelli nella fede i quali si fanno promotori, teoricamente e praticamente, di comportamenti devianti. Egli si riferisce qui, come all’inizio del capitolo, ai missionari giudaizzanti i quali, pur annunziando Cristo, si dimostrano nemici della sua croce. In realtà essi non hanno obiezioni nei confronti del fatto storico della morte di Cristo in croce, ma mettono questo evento in secondo piano, in quanto tutta la loro preoccupazione è per l’osservanza della legge, che presentano come un mezzo essenziale per raggiungere la salvezza. In pratica essi vorrebbero portare le comunità paoline nell’alveo del giudaismo. Per Paolo, invece, il mezzo che porta alla salvezza è proprio l’adozione della logica della croce, in quanto espressione di un amore portato fino al limite estremo, e non l’osservanza della legge. Paolo infine mette al centro della vita cristiana l’attesa del ritorno di Gesù risorto, il quale verrà a compiere l’opera iniziata nella sua vita terrena, sottomettendo a sé tutte le cose. In quel momento egli trasformerà il corpo, cioè la persona, dei credenti in modo da renderli conformi al suo corpo glorioso. Quello che Paolo prospetta è il rinnovamento finale di tutte le cose, verso il quale i credenti in Cristo devono tendere, nell’attesa del ritorno di Gesù Cristo come salvatore. Cristo dunque, per coloro che credono in lui, rappresenta il maestro e la guida verso la salvezza. Ma anche per quelli che non hanno aderito a lui egli resta un modello a cui ispirarsi per raggiungere un’umanità piena.

 

21 FEBBRAIO 2016 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/03-Quaresima_C/Omelie/02a-Domenica-Quaresima-C/14-02a-Domenica-C_2016-SC.htm

21 FEBBRAIO 2016 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« Mentre egli pregava, il suo volto cambiò d’aspetto… »

In un clima così austero, come quello che la Quaresima vuol creare, sorprende un poco il trovarsi di fronte il racconto della Trasfigurazione del Signore che, in ognuno dei tre cicli, la Liturgia ci presenta sempre nella seconda Domenica di Quaresima: è una scena di gloria e di manifestazione di potenza, che a prima vista sembra stonare con l’itinerario « penitenziale » e di « conversione » caratteristico di questo ciclo liturgico. A ben leggere il racconto evangelico, però, soprattutto quello di Luca propostoci per oggi, la verità è ben altra: infatti, proprio questo racconto ci aiuta a penetrare meglio il senso vasto e profondo del ciclo quaresimale.

Mosè ed Elia « parlavano della sua dipartita » E incominciamo da due caratteristiche del racconto lucano (9,28-36), che subito ci riportano in pieno clima quaresimale. La prima è l’esplicito riferimento alla « preghiera », che costituisce come l’ambiente spirituale in cui si snoda quella meravigliosa e misteriosa manifestazione del divino in Cristo che avvenne sul « monte » (solo la tradizione posteriore parla del Tabor): « Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante » (vv. 28-29). Il testo sembra quasi suggerirci, con la ripetuta insistenza sul « pregare » di Gesù, che è proprio questa preghiera intensa, solitaria e profonda a provocare la « trasfigurazione » della sua persona: l’uomo che prega profondamente, come faceva Cristo, si immerge talmente in Dio che ne ghermisce quasi delle faville di luce, che trasformano addirittura la sua figura « fisica », oltre che la sua stessa vita. Sappiamo come il tema della preghiera sia caro all’evangelista Luca: ma il richiamarlo proprio in questo periodo liturgico sta a significare che la Quaresima assume il suo significato più vero sotto il segno della « preghiera ». Il cristiano, che intraprende l’itinerario quaresimale, deve sapere che la « trasfigurazione » della sua vita è possibile solo alla luce fiammante della preghiera: solo da Dio viene la forza per camminare verso la « novità » della Pasqua. E poi la seconda caratteristica del racconto lucano: mentre gli altri due Sinottici concordano nel riferirci la presenza di Mosè e di Elia che « parlavano » con Gesù sul monte della Trasfigurazione (v. 30), solo Luca ci dice qualcosa sul « contenuto » di quel misterioso dialogo di Gesù con i due più prestigiosi personaggi dell’A. Testamento: « Parlavano della sua dipartita, che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme » (v. 31). Il termine greco, corrispondente a « dipartita », è « éxodos », cioè « esodo »: è tutta la tematica dell’esodo perciò che viene qui riassunta, come tensione verso la liberazione definitiva e conquista della Terra promessa, la quale però giunge al termine di una infinita catena di sofferenza e di « tentazioni » nel deserto. Proprio per questo il racconto della Trasfigurazione ci inserisce di nuovo nel clima della Quaresima, intesa come ripetizione, quasi « concentrata », sia del faticoso viaggio dell’esodo d’Israele dalla schiavitù egiziana che del viaggio di Cristo verso Gerusalemme, dove egli consumerà il suo sacrificio. Quasi immediatamente dopo, infatti, Luca incomincerà a descriverci l’interminabile « viaggio » di Gesù verso la città santa: « Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme » (9,51). È la Quaresima che marcia verso la Pasqua!

« Pietro e i suoi compagni… videro la sua gloria » È proprio per questa « compenetrazione » dei due misteri liturgici che la Quaresima viene come bagnata dai fulgori della Pasqua. Oltre le particolarità specifiche del Vangelo di Luca, infatti, è lo stesso episodio della Trasfigurazione, nella sua globalità di significato, che ci introduce a penetrare più a fondo il senso della Quaresima. Al di là dell’inceppato linguaggio con cui gli Evangelisti, non concordando sempre fra di loro, ci descrivono quel « qualcosa » di prodigioso e divino che avvenne in quell’occasione in Cristo, essi convengono nell’affermare una cosa: agli occhi assonnati, ma pur tenuti faticosamente svegli, dei tre Apostoli, fortunati spettatori della scena, si manifestò la « gloria » (dóxa) di Dio rifulgente « sul volto di Cristo » (cf 2 Cor 4,6). Ecco infatti come si esprime Luca: « Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui » (v. 32). La stessa « nuvola », che li avvolge e che li intimidisce, rimanda a una particolare presenza del divino: si pensi alla « nube » che si posa sull’arca dell’alleanza (Es 40,35) e sul tempio di Salomone (1 Re 8,10). Cristo dunque dà ai suoi Apostoli una manifestazione visiva, e anche uditiva, della « gloria » e della potenza di Dio che lo avvolge. Il suo camminare verso la morte, di cui immediatamente prima e dopo la nostra scena egli dà l’amaro annuncio (cf 9,22; 9,43-44), non deve perciò velare agli occhi dei suoi Apostoli che egli, nonostante lo smacco della passione, è e rimarrà « il Figlio eletto » del Padre (v. 35). Questo dovranno ricordarselo soprattutto quei tre, che saranno egualmente testimoni della sua straziante agonia nell’orto (cf Mc 14,32-42): nel momento più buio dell’esistenza di Gesù dovranno ritornare allo splendore del Tabor per capire il « senso » di quelle sofferenze e di quello strazio! In tal modo la Trasfigurazione è come un « anticipo » della gloria della Risurrezione e tende a dare significato e sbocco positivo alla stessa morte di croce: Gesù muore per entrare nella luce della Risurrezione. È precisamente questo il significato della Quaresima cristiana: un camminare sulla via della rinuncia e dell’inchiodamento a tutte le esigenze della nostra professione di fede in Gesù, « Figlio eletto » del Padre, per partecipare infine alla sua Risurrezione gloriosa. Ma come avvenne per Gesù, così avviene anche per noi: nella intensità di adesione alla volontà del Padre c’è come un riflesso e un anticipo di quella trasformazione finale che ci collocherà totalmente nella luce di Dio. Per la fede, infatti, tutta la nostra vita viene come illuminata e « trasfigurata ». È significativo perciò il fatto che la « voce », che esplode dalla nube da cui furono avvolti gli Apostoli, alla quasi identica proclamazione che ebbe luogo in occasione del Battesimo di Gesù (cf Lc 3,22) aggiunga il comando di « ascoltarlo »: « Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo » (v. 35). Per la « fede » il cristiano, pur essendo ancora in cammino verso la Terra promessa, già è illuminato dai suoi fulgori e gode in qualche modo del suo possesso: la « parola » di Dio non può né illuderci né deluderci. Per questo il deserto, cioè la Quaresima, non ci fa paura; se mai, ci mette le ali per arrivare prima alla nostra destinazione!

« La nostra patria è nei cieli » Su questa linea mi sembra che si muova anche la seconda lettura, ripresa dalla lettera ai Filippesi (3,17-4,1). Prima di tutto S. Paolo si preoccupa di alcuni cristiani, che sembrano aver cancellato dalla loro vita il ricordo stesso della « croce », dalla quale soltanto viene la salvezza: « Molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come Dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra » (vv. 18-19). Probabilmente l’Apostolo parla dei « giudaizzanti », a cui aveva già fatto accenno in 3,2 della stessa lettera, oppure di alcuni cristiani moralmente rilassati; in ogni caso, si tratta di gente che ha perduto il senso « quaresimale » della vita, eliminando l’ombra « fastidiosa » della croce dalla loro esistenza. Come se ci potesse essere la gioia della Pasqua senza il viaggio verso il Calvario! In secondo luogo, S. Paolo fa vedere come la luce della « trasfigurazione » finale, che coinvolgerà il nostro stesso corpo, si riverbera sin da ora sulla nostra vita piegandola all’attesa di quello che avverrà: « La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose » (vv. 20-21). Pur adoperando un vocabolario diverso, il pensiero dell’Apostolo è assai vicino a quello espresso nel brano evangelico: nell’attesa della « trasfigurazione » finale, il cristiano « trasforma » giorno per giorno la sua vita, in modo da prepararsi alla « cittadinanza » futura vivendola già in anticipo alla luce della « fede ».

« Fede » e « promessa » Quella « fede » eroica, che ottenne ad Abramo la giustificazione, come ci dice la prima lettura: « Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia » (Gn 15,6). È noto come S. Paolo sfrutterà questo testo per dimostrare che Cristo ci salva solo in virtù della fede, « senza le opere della legge ». Ma a noi interessa qui rilevare che la fede di Abramo si basa esclusivamente sulla « promessa » di Dio di dargli una « discendenza », numerosa come le stelle del cielo (v. 5), e la terra di Palestina come permanente dimora: « Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate » (v. 18). « L’alleanza », contratta da Dio con Abramo in quel giorno e sancita con il tradizionale rito sacrificale (vv. 9-17), rimaneva appesa solo alla capacità di « credere » a quelle parole: tutto, infatti, sarebbe accaduto in secoli molto lontani! Come si vede, anche qui la fede ha capacità di anticipare i tempi e di « trasfigurare » l’esistenza in attesa che quei tempi maturino. A ben pensarci, anche l’Antico Testamento, come tutta la nostra vita sono un misterioso « intreccio » di attesa quaresimale e di anticipata luce di Pasqua!

Settimio CIPRIANI 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 février, 2016 |Pas de commentaires »
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