SERENITÀ BRILLA ALL’ORIZZONTE (EFESO) – GIANFRANCO RAVASI

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SERENITÀ BRILLA ALL’ORIZZONTE (EFESO) – GIANFRANCO RAVASI

Gianfranco Ravasi (« Avvenire », 30/11/’06)

Efeso è un nome iscritto nella mente di tutti i cristiani, un nome che intreccia le vicende e le tradizioni di due apostoli, Paolo con la sua Lettera agli Efesini e Giovanni con l’altro breve e intenso scritto indirizzato all’ « angelo della Chiesa di Efeso » e incastonato nell’Apocalisse (2, 1-7). Efeso brilla nella storia dell’intera cristianità anche con quella basilica a tre navate a cielo aperto, accostata alle sontuose rovine della città ellenistico-romana, sede del Concilio di Efeso e della proclamazione della maternità divina di Maria. Efeso è cara alla cristianità anche per quel semplice e sereno santuario, collocato su un colle in mezzo ai boschi, denominato in turco Meryem Ana, « la casa di Maria », memoria popolare di un soggiorno mariano in questa terra. Lassù ieri è salito Benedetto XVI; attorno a lui si è raccolta la comunità cristiana di Turchia, simile al « piccolo gregge » evangelico, per ascoltare la sua parola. Un’omelia intessuta sui tre testi della liturgia eucaristica che si sono sostanzialmente aperti a tre vocaboli trasformati in segni di speranza. La prima parola è sbocciata dalla scena essenziale e grandiosa del Golgota, dipinta da Giovanni nel suo Vangelo e centrata su quell’estrema dichiarazione del Cristo morente – « Ecco tua madre » – destinata al figlio-discepolo. È, dunque, la maternità, che torna a fiorire proprio quando Maria perde il Figlio Gesù: « saldate in maniera indissolubile sono la maternità divina e la maternità ecclesiale ». Dalla croce di Cristo si dirama come una sorgente che feconda il deserto della storia, striato di sangue e di odio. Ecco, allora, la seconda parola, pace, racchiusa in una frase della Lettera agli Efesini assunta dal Papa a motto del suo viaggio: « Cristo è la nostra pace » (2, 4). Essa genera unità sia nella Chiesa sia tra le genti, secondo quella grandiosa visione messianica che Isaia aveva raffigurato come la sinfonia di un mondo nuovo, nel quale le spade diventano vomeri, le lance falci e le mani si stringono in armonia. La voce di Benedetto XVI si fa qui appassionata e cerca di raggiungere anche Gerusalemme e tutti i confini della terra, partendo proprio dall’Anatolia, « ponte naturale tra i continenti ». Ed è alla voce stessa di Maria che il Pontefice s’è affidato per la terza parola, la gioia: essa, infatti, è il filo della musica interiore del « Magnificat ». È un canto di felicità anche in mezzo all’oscurità delle prove, come è stato testimoniato dalla vicenda di don Andrea Santoro. Una serenità che brilla non solo nel cielo di Efeso ma anche all’orizzonte del dialogo tra fedi e culture, meta ultima di questo itinerario papale. C’erano bimbi turchi ieri lungo le strade a salutare il Papa. È significativo che, proprio in apertura alla sua omelia, Benedetto XVI abbia voluto citare un passo del Giornale dell’anima di Giovanni XXIII: « Io amo i turchi, apprezzo le qualità naturali di questo popolo che ha pure il suo posto preparato nel cammino della civilizzazione ». Ed è un finale suggestivo che l’invocazione a Maria, la Madre, tanto cara anche all’Islam, sia stata pronunziata dal Papa in turco: « Santa Maria Madre di Dio prega per noi

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