BRANO BIBLICO SCELTO – 1 CORINZI 10,1-6.10-12

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BRANO BIBLICO SCELTO – 1 CORINZI 10,1-6.10-12

1 Non voglio che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, 2 tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, 3 tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, 4 tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. 5 Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. 6 Ora ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. 10 Fratelli, non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. 11 Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. 12 Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

COMMENTO 1 Corinzi 10,1-6.10-12 Il pericolo dell’idolatria Uno dei problemi sottoposti a Paolo dai cristiani di Corinto era quello riguardante le carni sacrificate agli idoli (1Cor 8-10) Nella sua risposta l’apostolo, pur apprezzando la «conoscenza» di chi si ritiene libero di mangiare questo tipo di carne, sottolinea anzitutto l’esigenza di rispettare la coscienza dei fratelli più deboli, i quali credono che ciò non sia permesso (1Cor 8); come punto di riferimento presenta poi il suo esempio personale di dedizione totale ai fratelli (1Cor 9); ritornando al tema della sezione, egli mette in luce il pericolo dell’idolatria (1Cor 10,1-13) e infine viene alle direttive concrete (1Cor 10,14-33). La liturgia propone il testo in cui Paolo mette in luce il rischio di cadere nell’idolatria, sottolineando che esso può derivare anche da un comportamento troppo libero nel mangiare la carne sacrificata agli idoli, soprattutto quando questo gesto è collegato con il culto dei falsi dèi. Egli motiva questa affermazione con una riflessione sulla storia di Israele (vv. 1-6), ricavando poi da essa insegnamenti e ammonizioni (vv. 7-13). Il metodo a cui si ispira è quello giudaico del midrash, che gli permette di rileggere il passato in funzione della nuova situazione in cui si trovano i credenti in Cristo.

La storia di Israele (vv. 1-6). Al fine di mettere in guardia i corinzi, Paolo presenta anzitutto in sintesi l’esempio dei padri, mostrando che essi, pur avendo ricevuto notevoli grazie spirituali, non hanno saputo resistere all’attrattiva del peccato. Dopo la formula iniziale («Non voglio infatti che ignoriate, fratelli») con la quale sottolinea l’importanza di ciò che sta per dire e al tempo stesso indica l’inizio di una nuova riflessione, Paolo prosegue: «I nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare» (vv. 1-2). L’esperienza fatta dagli israeliti al tempo dell’esodo ha valore anche per i cristiani, i quali riconoscono in essi i loro progenitori nella fede. Ora tipico di questi progenitori è il fatto di essere stati sotto la nube e di aver attraversato il mare. Queste due esperienze vengono interpretate simbolicamente come un «essere battezzati» (baptisthênai, essere immersi) nella nube e nel mare. L’idea che gli israeliti fossero immersi nella nuvola non è attestata nel libro dell’Esodo, dove si dice semplicemente che la nube li precedeva e li seguiva (cfr. Es 13,21); essa viene però suggerita nel Sal 105,9 («Dio stese una nube per proteggerli»), e in Sap 19,7 («Si vide la nube coprire d’ombra l’accampamento»). Nessun accenno all’immersione nel mare si trova invece nell’AT, dove si parla soltanto di un passaggio degli israeliti all’asciutto, dopo che le acque si erano ritirate (cfr. Es 14,29): bisogna dunque pensare che Paolo ha dato una sua interpretazione personale dell’esodo, o che conosceva una tradizione popolare andata perduta che esprimeva in quel modo gli eventi allora capitati. Tuttavia è chiaro che se egli descrive in questo modo gli eventi dell’esodo, lo fa perché appaia che i doni ricevuti dai padri sono un’anticipazione del battesimo cristiano. Questo battesimo simbolico si è verificato «in rapporto a (eis, verso) Mosè»: ciò vuol dire che l’immersione nella nube e nel mare significa la solidarietà con il condottiero dell’esodo; ciò richiama naturalmente il battesimo cristiano, che appunto era amministrato «in (eis) Cristo Gesù» (cfr. Rm 6,3). Il rapporto degli ebrei con Mosè prefigurava dunque l’incorporazione a Cristo effettuata nel battesimo cristiano e ne anticipava la realtà salvifica. Dopo aver presentato la liberazione degli israeliti come un’esperienza battesimale Paolo prosegue: «Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (vv. 3-4). Il cibo spirituale, dato cioè dallo Spirito di Dio e quindi apportatore di un dono salvifico, non è altro che la manna, chiamata anche «pane del cielo» (Sal 78,24; cfr. Sap 16,20), nella quale i primi cristiani vedevano la prefigurazione del pane moltiplicato da Gesù durante il suo ministero, simbolo a sua volta del pane distribuito nell’ultima cena (Gv 6,31-33) e consumato dai corinzi nella celebrazione della cena del Signore (cfr. 1Cor 11,17-34). La bevanda spirituale è l’acqua scaturita dalla roccia (Es 17,6). Riprendendo una leggenda rabbinica (Tosefta Sukka 3,11), Paolo dice che questa roccia seguiva gli israeliti nel deserto. Inoltre, ispirandosi forse al fatto che essa era stata identificata da Filone di Alessandria con la Sapienza (Allegorie delle leggi 2,86), afferma che la roccia era il Cristo, da lui stesso già precedentemente designato come Sapienza di Dio (cfr. 1Cor 1,24.30): lo stesso Cristo dunque era già presente nell’esodo come fonte di salvezza per gli israeliti. L’esperienza della salvezza fatta da Israele non ha dunque nulla da invidiare a quella dei cristiani. «Ma, soggiunge Paolo, la maggior parte di loro non fu gradita a Dio, e perciò furono sterminati nel deserto» (v. 5). Se essi sono stati rifiutati da Dio, ciò non è dovuto a un venir meno della grazia divina, ma alla mancanza di collaborazione da parte loro. L’apostolo vuole dunque insinuare che i sacramenti non operano in modo automatico, come i corinzi potevano pensare (cfr. 11,17-34), ma richiedono la fede viva e operosa di chi li riceve. Dopo aver descritto l’esperienza degli ebrei, Paolo soggiunge: «Ora ciò avvenne come esempio (typos) per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono» (v. 6). Il termine greco typos significa impronta, e di conseguenza segno, figura, esempio. La continuità della storia della salvezza fa sì che gli errori del passato divengano esempio e figura di quanto può capitare anche ai credenti in Cristo, se non si dissociano dalla mentalità da cui Israele si è lasciato dominare. Il peccato da evitare è il desiderio egoistico proibito dal decalogo (Es 20,17), che ha spinto gli israeliti nel deserto a chiedere carne di cui sfamarsi (cfr. Nm 11,4.34): questo stesso desiderio potrebbe ora, anche per i corinzi, aprire la strada all’idolatria.

Ammonizioni (vv.10-12). Gli eventi che hanno contrassegnato la liberazione di Israele non sono solo figure della salvezza già attuata da Cristo e trasmessa attraverso i sacramenti, ma rappresentano anche severe ammonizioni perché i cristiani non commettano gli stessi peccati di cui si sono macchiati i loro progenitori nella fede. Paolo ne menziona quattro, di cui i prime tre sono omessi nel brano liturgico: l’idolatria, la fornicazione e la tentazione di Dio e la mormorazione. All’idolatria, di cui è un esempio l’adorazione del vitello d’oro, si riferisce la frase: «Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi» (v. 7; cfr. Es 32,6): in realtà è proprio l’idolatria il peccato più grave in cui i corinzi potrebbero cadere mangiando carni sacrificate agli idoli. La fornicazione (porneia) è collegata con l’episodio del culto di Baal-Peor, raccontato nel libro dei Numeri, che ha provocato lo sterminio di ventitremila persone (v. 8; cfr. Nm 25,1-9). La tentazione di Dio si rifà alla richiesta di cibo nel deserto, a cui fa seguita come punizione la morsicatura da parte dei serpenti (v. 9; cfr. Nm 21,5-6). Infine, e qui riprende il testo liturgico, Paolo mette in guardia i corinzi dalla mormorazione: «Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore» (v. 10). La mormorazione è collegata a diversi episodi in cui gli israeliti si lamentarono per le difficoltà dell’esodo e alcuni di loro furono sterminati da Dio (v. 10; cfr. Nm 17,6-15). Al termine di questa lista di peccati Paolo riprende quanto aveva affermato nel v. 6, commentando: «Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio (typikôs), e sono state scritte per nostro ammonimento (nouthesian), di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi» (v. 11). Nessuno deve pensare, perché sono giunti i tempi della salvezza definitiva attuata da Cristo, che non vi sia più pericolo di peccare. «Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (v. 12). La tentazione resta, ma il credente ha il potere di superarla, purché non si lasci prendere dalla falsa presunzione di essere esente da cadute. L’apostolo conclude con una riflessione, non riportata dalla liturgia, con la quale intende incoraggiare i suoi corrispondenti: non li ancora ha sorpresi nessuna tentazione che non sia semplicemente «umana», cioè proporzionata alle loro forze; Dio è fedele e non permette che essi siano tentati con una intensità che supera le loro forze ma, con la tentazione, dà anche il modo di uscirne e la forza per superarla (v. 13). La grazia di Dio è più forte della tentazione: chi sbaglia è l’unico responsabile del suo peccato, perché Dio dà a tutti la possibilità di superare la prova.

Linee interpretative Nel c. 8 Paolo aveva dato al problema delle carni sacrificate agli idoli una soluzione improntata da un lato alla libertà e dall’altro al rispetto della coscienza, sia la propria, che deve essere seguita quando proibisce qualcosa come peccaminoso, sia quella degli altri, quando si comportano conformemente ad essa. Il riferimento alla coscienza propria e altrui rappresenta il vero e unico limite della propria libertà. Tuttavia esiste anche l’obbligo, sottolineato in questo brano, di non porre gesti che in se stessi possono avere conseguenze dannose per chi li compie, anche se ciò a prima vista non appare. In questa luce deve essere considerata la partecipazione ad atti di culto veri e propri nell’ambito sociale in cui i cristiani vivevano. Rifacendosi all’esempio degli israeliti Paolo mette in luce come, in certe circostanze, il mangiare la carne sacrificata agli idoli può comportare il rischio di cadere, contrariamente alle proprie intenzioni, nel peccato stesso di idolatria. È bene comunicare alla vita dei propri concittadini, ma vi sono dei limiti che non è conveniente oltrepassare. Confidare troppo nelle proprie forze significa tentare Dio, e questo, insieme alla fornicazione e alla mormorazione, è già un peccato che può separare da lui. La tentazione di lasciarsi coinvolgere nell’idolatria diffusa nel proprio ambiente era forte, ma Paolo sottolinea che Dio, permettendo la tentazione, dà anche la possibilità di resisterle. Al tempo di Paolo questa direttiva esigeva dai cristiani un forte isolamento dal resto della società proprio in quei momenti di culto o di festa nei quali era più facile e spontaneo solidarizzare. In pratica però si trattava di sganciarsi da una mentalità “idolatrica” che pervadeva i più disparati settori della società: non solo quindi l’ambito più specificamente religioso, ma anche quelli dell’economia e della politica, che più in profondità erano espressione di un’idolatria pratica, consistente nell’ingiustizia e nello sfruttamento dell’altro. Il farsi tutto a tutti, di cui Paolo aveva parlato appena prima, ha dunque dei confini che non si possono valicare. Se il credente nella vita sociale è disposto ad adeguarsi senza riserve all’idolatria del consumismo, del potere e dei soldi, la sua fede si riduce a una semplice etichetta, che non trasforma in profondità la sua esistenza, e che quindi rappresenta una formalità inutile. >

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