8 FEBBRAIO 2016 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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8 FEBBRAIO 2016 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« SE NON VI CONVERTIRETE, PERIRETE TUTTI ALLO STESSO MODO »

Quasi immediatamente prima del brano evangelico, che la Chiesa ci invita oggi a meditare, Gesù aveva rimproverato la folla che lo seguiva di non saper leggere i « segni dei tempi »: « Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? » (Lc 12,56-57). Mi sembra che la Liturgia odierna voglia proprio aiutarci a leggere i « segni » della presenza di Dio nei piccoli o grandi eventi della nostra vita, così come negli accadimenti della storia, sia quella passata, sia quella che contribuiamo noi stessi a realizzare. Ma scorgere i « segni » della presenza di Dio significa abituarsi a vedere le cose in maniera diversa, significa appunto cambiare, cioè « convertirsi ». È questo il messaggio più caratteristico della Quaresima, e su questa linea si muove precisamente il Vangelo odierno. « Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei…? » Esso consta di due pericopi, facilmente avvertibili anche di primo acchito: la prima (Lc 13,1-5) contiene un doppio invito alla « conversione », prendendo spunto da due episodi di cronaca; la seconda ci riporta la parabola del fico sterile (vv. 6-9), essa pure situata in un contesto di cambiamento di rapporti, cioè di « conversione ». I due episodi di cronaca si riferiscono all’eccidio di alcuni Galilei, compiuto da Pilato proprio mentre costoro stavano facendo il loro sacrificio, forse in occasione della festa di Pasqua, e al crollo improvviso della torre di Siloe, nella parte meridionale della città, che fece ben 18 vittime fra gli abitanti di Gerusalemme. Di questi due fatti non abbiamo notizie dai documenti profani, ma rientrano ampiamente nelle possibilità concrete della situazione palestinese di quel tempo. Così, ad esempio, Giuseppe Flavio ci conferma che nel 35 d.C. il governatore Ponzio Pilato fece massacrare non pochi Samaritani in occasione di un pellegrinaggio sul monte Garizim, dove sorgeva il loro tempio. Orbene, vediamo come reagisce Gesù davanti al primo episodio, che alcuni gli riferiscono forse per avere da lui un giudizio di tipo politico sia sulla feroce repressione del governatore romano, sia sul movimento irredentistico degli Zeloti, a cui probabilmente gli assassinati appartenevano: « Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo » (vv. 2-3). Prima di tutto, Gesù respinge una credenza popolare, molto diffusa a quel tempo, secondo la quale una qualsiasi disgrazia veniva considerata come castigo di determinati peccati. Oggi che non crediamo più a tale interpretazione semplicistica, possiamo cadere in un equivoco analogo accettando fatalisticamente le cose, o spiegandole solo in forza di inesorabili meccanismi naturali o di determinate strutture sociali. In ultima analisi, è sempre un tentativo di giustapporsi ai fatti, senza lasciarsi mettere sotto accusa o in crisi dai fatti stessi. Invece Gesù invita i suoi ascoltatori a lasciarsi coinvolgere in prima persona da ciò che è accaduto sotto i loro occhi. Per ben due volte infatti, dopo aver respinto la credenza popolare, afferma solennemente: « Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo ». È evidente che qui il « perire » non si riferisce tanto alla morte fisica, quanto alla « perdizione » spirituale, al fallimento radicale dell’uomo in quanto tale, se egli non ha volontà di « cambiare », di essere diverso, compiendo azioni di vita invece che azioni di morte. È interessante notare come Gesù pone in rapporto dialettico « conversione » e « salvezza », « non conversione » e « rovina ». Il che significa che la « conversione », in ultima analisi, tende alla vita: pur con tutti i tagli dolorosi che porta con sé, essa è per la vita e per la crescita dell’uomo. Nei due casi concreti a cui egli si riferisce, la « conversione » significa non solo l’abbandono della credenza superficiale a cui abbiamo fatto sopra riferimento, ma soprattutto l’invito a leggervi un appello di Dio per trasformare il proprio cuore. La morte che ha ghermito altri e ha quasi sfiorato te stesso perché non dovrebbe indurti a rivedere la tua posizione di fronte a Dio e di fronte ai fratelli? Se Dio ha preso altri e non ha preso te, non può significare che egli ti dà ancora tempo perché ti decida per lui in maniera definitiva? Se certe cose ingiuste talora avvengono, non dipende anche dal fatto che noi non ci impegnamo fino in fondo per la giustizia? E le domande potrebbero continuare. L’importante è non passare indifferenti davanti ai fatti di ogni giorno, piccoli o grandi che siano, e lasciarsi « convertire » costantemente da essi nello sforzo di leggervi il messaggio di Dio per ognuno di noi e per tutti gli uomini. È in questo modo che l’invito alla conversione è continuo, perché emerge dalle cose stesse in cui siamo quotidianamente coinvolti. Questo mi sembra il primo e più attuale insegnamento del Vangelo odierno. « Un tale aveva un fico piantato nella vigna » E poi ce n’è un secondo, espresso dalla parabola del fico sterile: « Un tale aveva un fico piantato nella vigna, e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai » (vv. 6-9). Matteo (21,18-19) e Marco (10,12-14) parlano di un fico vero che Gesù, rientrando in Gerusalemme, avrebbe disseccato perché quell’anno non aveva portato frutti: con quel gesto voleva alludere simbolicamente alla sorte riservata a Israele, che aveva respinto l’appello del Messia alla « conversione ». Luca ha preferito trasformare l’episodio in parabola, dandogli anche un altro significato, che è più di benevolenza e di attesa che di giudizio e di condanna: un esempio, questo, fra i tanti, che ci dice la grande libertà degli Evangelisti davanti al loro materiale letterario. Il richiamo ai « tre anni » di attesa del padrone molto probabilmente allude alla durata del ministero pubblico di Gesù, secondo la cronologia del quarto Vangelo. L’interessante, comunque, della parabola è l’invito ad aspettare ancora un anno, « finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai » (vv. 8-9). In questa capacità di attendere, il padrone della vigna manifesta la sua grande « benevolenza ». Pur invitando alla conversione costante e immediata, il Vangelo tiene conto dei ritmi di crescita dell’uomo: solo una fatica lenta realizza la trasformazione del nostro cuore. E perciò Gesù ha pazienza e ci aspetta. Ma ci aspetta perché portiamo i « frutti » per la stagione giusta, e non perché ci isteriliamo in un pigro disimpegno spirituale. Mentre perciò l’attendere di Dio è segno della sua benevolenza, per un altro verso è anche segno del suo « giudizio », che sarà certamente più grave per tutti coloro che avranno deluso la sua attesa paziente. L’invito a convertirci, come si vede, è sempre sotto il segno dell’éschaton: per ognuno di noi ogni momento che passa è sempre l’ultimo ed è carico del nostro destino eterno! « Tutte queste cose accaddero a loro come esempio » È quanto ci ricorda anche il brano della 1ª Lettera ai Corinzi (10,1-6.10-12), in cui Paolo rilegge in chiave « tipologica » alcuni fatti dell’Esodo (passaggio del Mar Rosso, la manna, l’acqua scaturita dalla roccia, ecc.), applicandoli ai cristiani del suo tempo: « Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere » (vv. 11-12). Che cosa è accaduto a Israele? Troppo rassicurato per gli innumerevoli interventi salvifici di Dio, si è illuso che bastasse questo per dargli garanzia di poter arrivare alla conquista definitiva della Terra promessa, e così non è rimasto fedele al suo Signore, abbandonandosi all’idolatria e alla fornicazione (vv. 7-8). Invece di convertirsi si è « pervertito »; perciò « della maggior parte di loro Dio non si compiacque e furono abbattuti nel deserto » (v. 5). La stessa cosa accadrà ai cristiani di Corinto, e anche a noi, se, fidandoci troppo dei doni di salvezza offertici da Cristo nei suoi stessi Sacramenti (Battesimo, raffigurato dal passaggio del Mar Rosso; Eucaristia, raffigurata dalla manna; ecc.), rifiuteremo o tarderemo a convertirci nei nostri atteggiamenti « interiori », significati ed espressi dagli stessi riti sacramentali. Anzi, per noi la situazione è aggravata proprio perché in Cristo « è arrivata la fine dei tempi » (v. 11), cioè la fase ultima della salvezza, carica di tutta la forza dirompente delle decisioni irrevocabili. Se è vero che Cristo ha portato « un di più » di salvezza, anzi la « pienezza » della salvezza, è anche vero che con lui è venuto per noi « un di più » di responsabilità e di rischio. Perciò non possiamo differire il nostro « convertirci » a lui e alle esigenze del suo Vangelo. Niente ci dà sicurezza davanti a lui, neppure la nostra fedeltà passata, se non si rinnova sempre da capo. Perciò S. Paolo ammonisce accoratamente: « Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere » (v. 12). « Ho osservato la miseria del mio popolo… » È bensì vero che Dio si è impegnato per la nostra salvezza e ne è l’artefice principale; però non è facile rimanere in questo clima salvifico attuandone le esigenze fino in fondo, come ci attesta anche la prima lettura, che ci presenta uno dei passi salienti dell’Antico Testamento: la vocazione di Mosè e la rivelazione del Nome di Jahvèh. « Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarli dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele… Dio disse a Mosè: « Io sono colui che sono! »… Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione » (Es 3,7-8.14-15). Il nome di Jahvèh (« Io sono »), con cui Dio si rivela al suo popolo, non ne esprime tanto l’essenza quanto la potenza salvifica: egli è colui « che fa esistere » Israele come popolo libero, quasi « creandolo » dal nulla. Ciò nonostante, abbiamo sentito Paolo ricordarci che « della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto » (1 Cor 10,5). Il libro dell’Esodo ci racconta delle infinite ribellioni e « mormorazioni » d’Israele che, spaventato dai rischi del deserto, rimpiange la terra di schiavitù: « Mancavano forse delle sepolture in Egitto, che tu ci hai portato a morire nel deserto?… Meglio sarebbe stato per noi servire agli Egiziani, che morire nel deserto » (Es 14,11-12). Non è né facile né comodo essere « liberi »: perciò tutti siamo tentati di renderci « schiavi » (Dostoevskij)! Il messaggio della Quaresima è un pressante invito alla « libertà » attraverso la « conversione » del cuore, verificata sulle cose e sui fatti di ogni giorno.

Settimio CIPRIANI  +

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 26 février, 2016 |Pas de Commentaires »

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