« DATE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE… »

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« DATE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE… »

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio Verbania Pallanza, 18 gennaio 2003 Propongo l’analisi di alcuni testi, due dei quali molto famosi. Sono testi che non offrono grandi prospettive sull’impegno politico oggi, in quanto riflettono condizioni sociali e politiche molto diverse, ma, poiché sono ampiamente utilizzati, è opportuno coglierne potenzialità e limiti.

« date a Cesare quel che è di Cesare… »

È un testo molto noto, che si trova in Marco 12,13-17, ripreso in termini sostanzialmente identici da Matteo e Luca: « Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio ». Meno noto è il brano in cui il detto è inserito. Di solito, secondo la critica storica, quando un detto è inserito in un racconto, ha molte probabilità di essere attribuibile a Gesù, mentre la cornice narrativa è spesso degli evangelisti. Nel vangelo di Marco, nella sezione che precede i racconti della passione, vengono riportati diversi conflitti tra Gesù e i rappresentanti della aristocrazia sacerdotale e laica di Gerusalemme (la discussione sul divorzio, sulla resurrezione dei morti…). Alcuni farisei ed erodiani si avvicinano a Gesù in modo capzioso e gli chiedono se sia lecito pagare la tassa all’imperatore e se la si deve pagare. Si tratta del denarius che tutti gli ebrei dovevano pagare ogni anno al fisco romano. Il denarius era una moneta d’argento che riportava su una faccia l’immagine dell’imperatore Tiberio, con la scritta Tiberius Augusti filius Augustus, e sull’altra la scritta Summus Pontifex. L’imperatore assommava in sé il potere politico e il potere religioso. « Cesare », inoltre, sta per imperatore. La domanda si inquadra nella situazione del tempo, circa il 30 d.C.. Nel 6 d.C., in occasione del censimento di Quirino che aveva imposto la tassa, c’era stata una ribellione capeggiata da Giuda il Galileo, che riteneva per motivi religiosi che non la si dovesse pagare: gli ebrei devono riconoscere come unico Signore Dio. Da questa fede monoteistica (Non avrai altro Dio…) si faceva discendere la conseguenza politica di non riconoscere il potere dell’imperatore, ritenuto alternativo a quello di Dio. Il problema di pagare la tassa si poneva anche al tempo della chiesa primitiva, ed ecco perché ci si rifà a quanto avvenuto ai tempi di Gesù. Gesù si fa portare un denaro e chiede di chi sia l’immagine e l’iscrizione. Sentito che si tratta dell’imperatore, pronuncia il detto, a lui attribuibile: « Quello che è dell’imperatore, restituitelo all’imperatore ». Dice non « datelo », ma « restituitelo », perché è suo, c’è la sua immagine e iscrizione. Gesù quindi ritiene legittimo il pagamento del testatico all’imperatore romano. Ma non si ferma qui e manifesta ciò che più gli sta a cuore: « Ma quello che è di Dio, restituitelo a Dio ». In un pronunciamento doppio come questo, l’accento cade sul secondo: Quello che appartiene all’Imperatore, restituiteglielo pure, ma la cosa più importante è che voi restituiate a Dio quello che è di Dio. Questo testo è stato utilizzato nella storia come legittimazione del potere, ponendo l’accento sulla prima parte, prefigurando i rapporti tra chiesa e stato, il riconoscimento dello stato da parte della chiesa. Nella storia della ricerca sul Gesù storico ci sono stati dei tentativi per fare di Gesù un personaggio impegnato politicamente. Per Reimarus, lo studioso che ha dato origine alla ricerca storica su Gesù, Gesù era un agitatore politico, che ha combattuto, perdendo, i romani, finendo quindi crocifisso. I discepoli, non accettando questa fine ingloriosa, trafugarono il cadavere e proclamarono la sua resurrezione. Recentemente anche altri hanno rinverdito questa posizione (Brandon). La stragrande maggioranza degli studiosi invece ritiene che Gesù non aveva interessi politici. Tutto il suo interesse era orientato alla regalità di Dio, che riteneva che iniziasse a realizzarsi nella storia attraverso i gesti di guarigione e di accoglienza dei peccatori. Gesù condivide la convinzione dei suoi contemporanei secondo la quale la storia è alle prese con le forze del male e della distruzione che hanno carattere demoniaco, e ingaggia una lotta per poterle sconfiggere. La sua lotta non è contro l’impero romano, ma contro le forze demoniache del male. « ogni autorità viene da Dio » (Rom 13,1-17) Anche il testo di Romani 13, 1-7 è stato spesso male interpretato, a sostegno di una dottrina dei rapporti tra chiesa e stato. Paolo scrive ai cristiani di Roma e li vuole esortare. In questo caso si rivolge ai cristiani non in quanto cristiani, ma in quanto esseri viventi: « Ogni essere vivente stia sottomesso alle autorità costituite… ». Paolo esorta i cristiani di Roma in quanto cittadini. Si parla in questo brano di sottomissione non all’imperatore, ma alle autorità costituite (autorità amministrative). La società romana, a differenza della nostra, non prevedeva nessuna mobilità sociale: chi nasceva senatore rimaneva senatore, chi nasceva schiavo, schiavo. Gli unici cambiamenti avvenivano per cooptazione da parte di chi stava sopra. Il motivo della sottomissione è: Perché ogni autorità viene da Dio. Non è una motivazione propriamente cristiana, ma è una concezione filosofica allora comune secondo la quale l’autorità viene da Dio. È una concezione teocratica. Di qui la conseguenza: Cosicché chi va contro l’autorità, va contro al comando di Dio. Il dovere politico della sottomissione all’autorità equivale al dovere della sottomissione a Dio. E Paolo afferma, proseguendo, che chi agisce bene non deve aver paura dei magistrati, mentre deve temerli chi agisce male. Il bene e il male sono qui il bene e il male civico: è chiamata bene la sottomissione e male la ribellione. Ora per quale motivo l’autorità è stata costituita da Dio? Per premiare i buoni, i sottomessi, e per punire i malvagi, i ribelli. Quindi l’autorità è a servizio di Dio. « Per questo infatti pagate le tasse ». Con tutta probabilità l’interesse di Paolo è volto alla questione delle tasse, e vuole vincere i malumori presenti tra i cristiani sul pagare le tasse ritenute eccessive. Però a giustificazione del dovere di pagare le tasse espone la concezione propria dell’ambiente giudaico e greco che Paolo condivide, secondo la quale il potere viene da Dio. « Restituite a tutti ciò che è dovuto: a chi riscuote la tassa, la tassa, a chi riscuote il testatico, un testatico… » Questo testo riguarda i credenti come cittadini, ed è una pagina di lealismo civico. Siamo in presenza di una concezione teocratica che non fa più parte della nostra mentalità. Potremmo dire che questo testo invita ad essere dei buoni cittadini. Non c’è una dottrina del potere e dello stato, non sono indicati i diritti e i doveri delle autorità. Noi oggi, in democrazia, riteniamo che il potere viene dal popolo e non è legato per sempre ad alcune persone. In democrazia poi è legittima la critica della minoranza verso la maggioranza. Inoltre nello stato moderno il civismo non consiste solo nel pagare le tasse (anche se sarebbe già una gran cosa nel nostro paese), ma anche nel partecipare attivamente alla costruzione della polis. Il testo di Paolo non dice nulla sui rapporti tra chiesa e stato, sui rapporti propriamente politici. È importante cogliere portata e limiti di questi testi, utilizzati in modo improprio nel passato. Altri testi delle Scritture sia ebraiche che cristiane si collocano all’interno di questa corrente legittimista del potere costituito, riconosciuto di origine divina, come in 1Pietro 2,13-17, in cui si introduce il motivo specificamente cristiano della fratellanza e in cui si parla del potere politico e non solo amministrativo. la corrente apocalittica contestatrice All’interno degli scritti cristiani si trova anche una corrente contestatrice del potere politico: la corrente apocalittica. Gli apocalittici danno un giudizio radicalmente negativo sul presente, visto dominato in tutto e per tutto dalle forze del male, e ripongono tutta la speranza in Dio che interverrà per sostituire questo mondo con uno nuovo. Nell’Apocalisse di Giovanni troviamo una contestazione radicale del potere. Il linguaggio apocalittico è oscuro, procede per simboli, per metafore. Nel capitolo 13 vi è la famosa metafora della bestia, in cui si dice che sorge dal mare e che riceve da satana il potere. Tutta la terra è in adorazione della bestia (non solo sottomissione, ma adorazione). La bestia è il potere, il potere romano che domina il mondo e che per l’apocalittico rappresenta il potere autodivinizzante, idolatrico, da combattere. L’apocalittica vuole infondere speranza ai fedeli, invitandoli alla perseveranza, perché alla fine il potere della bestia sarà sconfitto da Dio. Nella stagione dei martiri (persecuzione alla fine del primo secolo sotto Domiziano) nascono gli apocalittici. Anche il teso apocalittico di Daniele nasce nella stagione della dominazione di Antioco IV Epifane e del martirio dei fedeli ebrei perseguitati dal potere. È una corrente diversa da quella di Paolo. Paolo invece non vive la stagione del martirio, ma la stagione dell’impero romano come ambiente ordinato in cui ci si può muovere come missionari. La contestazione del potere idolatrico nasce dalla fede che l’unico che ha il potere è il proprio Dio. I credenti sono chiamati a non cedere all’idolatria. Il riconoscimento di un unico Dio libera dalla tentazione di diventare schiavi dei padroni su questa terra. Oscar Culmann sostiene che la confessione cristiana è una confessione che preserva i confessanti dalla idolatria, dalla idolatria del potere, della stare sotto ai signori. Questo non comporta il rifiuto del potere, ma del potere idolatrico, del potere autodivinizzante, presente in molte forme anche nella nostra società (adorazione del denaro, delle apparenze, del potere…). I testi analizzati non sono particolarmente ricchi per inquadrare il tema dell’impegno politico oggi, ma aiutano anzitutto a fare un’opera di ripulitura sull’uso distorto di brani famosissimi e a cogliere nella confessione cristiana un potente antidoto per non essere sedotti dalla società delle apparenze e dalla divinizzazione delle cose.

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