BRANO BIBLICO SCELTO – ROMANI 5,12-15

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BRANO BIBLICO SCELTO – ROMANI 5,12-15

12 Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. 13 Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, 14 la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. 15 Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini.

COMMENTO Romani 5,12-21 Peccato e grazia Il c. 5 della lettera rappresenta l’ultimo anello della lunga esposizione riguardante la giustificazione mediante la fede che aveva avuto inizio in 1,16. In esso l’apostolo, dopo aver messo in luce la prospettiva escatologica della giustificazione (vv. 1-11), passa a trattare il tema della vittoria sul peccato che essa comporta (vv. 12-21). Egli aveva già affrontato questo secondo tema quando, dopo aver descritto la rivelazione dell’ira di Dio, causata appunto dal peccato dell’uomo, aveva presentato l’opera di Cristo come una redenzione e una espiazione (Rm 3,21-26). Ora lo riprende sottolineando come la liberazione dal peccato implichi il passaggio dell’uomo dalla solidarietà con l’umanità peccatrice (vv. 12-14) alla solidarietà con Cristo (vv. 15-19). Il brano termina con un confronto tra il ruolo della grazia e quello della legge (vv. 20-21).

Solidarietà con Adamo (vv. 12-14) Il testo inizi con questa affermazione: «Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (v. 12). In questo versetto la situazione in cui si trovava l’umanità prima di Cristo viene descritta alla luce di quanto la Genesi dice di colui che è stato il primo peccatore. Il brano inizia con un «quindi» (dia touto, per questo) esplicativo, mediante il quale Paolo ricollega quanto sta per dire al brano precedente, indicando così l’intenzione di dare ulteriori spiegazioni circa il ruolo svolto da Cristo nella riconciliazione dell’umanità con Dio. L’apostolo prosegue con un «come» (hôsper), che introduce un confronto tra due personaggi, Adamo e Cristo. Il primo termine di paragone è Adamo, il quale sarà citato per nome solo in seguito. Il riferimento al progenitore dell’umanità deve essere compreso alla luce di un concetto tipico del mondo biblico designato con l’appellativo di “personalità corporativa”: in base ad esso una collettività viene identificata con una singola persona, la quale rappresenta tutti i suoi membri ed esprime in se stessa quelle spinte che stanno alla base della loro aggregazione. Così Adamo è presentato nella Genesi non solo come il progenitore, ma anche come il simbolo e il rappresentante di tutta l’umanità che da lui deriva. Questa idea è espressa in modi diversi anche nei testi giudaici. Nel Quarto libro di Esdra si afferma che, a motivo del peccato da lui commesso, non fu vinto solo Adamo, ma anche tutti quelli che sono nati da lui (4Esd 3,21); la rovina non è stata solo sua, ma anche di tutti quelli che sono discesi da lui (4Esd 7,118). Secondo l’Apocalisse di Mosè il peccato di Eva ha coinvolto tutta la creazione (n. 32). Nell’Apocalisse siriaca di Baruc si sottolinea che Adamo è stato causa di male solo per sé, mentre ognuno di noi è divenuto Adamo a se stesso (2Bar 54,15). Secondo il libro di Enoc il peccato non fu mandato sulla terra, ma sono gli uomini che l’hanno creato da se stessi (1En 98,4). Infine secondo il libro deuterocanonico della Sapienza «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,24). Evocando la figura di Adamo Paolo osserva che «a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte». Questa frase richiama molto da vicino proprio il testo di Sap 2,24 appena citato, con la differenza che il diavolo è sostituito con il «peccato» (hamartia), presentato come un’entità personificata che, a partire dal primo uomo, prende possesso dell’umanità intera. Al peccato viene strettamente associata la morte, che nel racconto genesiaco rappresenta la sua immediata conseguenza; anche qui, come in Gen 3 e più esplicitamente in Sap 2,24, la morte fisica è vista come simbolo di una realtà più drammatica, che consiste nel distacco da Dio. Dopo aver caratterizzato Adamo come colui che ha introdotto il peccato e la morte nel mondo, Paolo prosegue con un «e così» (kai houtôs) con cui non introduce ancora, come ci si sarebbe aspettati, il secondo termine di paragone, cioè la figura e il ruolo di Cristo, ma approfondisce ulteriormente le conseguenze del gesto di Adamo. Egli afferma che, per sua colpa, anche la morte «è entrata» (diêlthen) in tutti gli uomini, cioè ha preso possesso di loro, «poiché (eph’ôi) tutti hanno peccato». In passato l’espressione eph’ôi è stata erroneamente tradotta «nel quale», e di conseguenza si è supposto che «in Adamo» tutti abbiano peccato, cioè che il peccato da lui commesso si sia trasmesso a tutti i suoi discendenti. Nei tempi moderni si è invece accertato che eph’ôi in greco significa semplicemente «poiché»: Paolo vuole quindi affermare che, dopo essere entrata nel mondo con il peccato di Adamo, la morte ha raggiunto tutti gli uomini a motivo del fatto che tutti hanno peccato. In altre parole il peccato di Adamo ha avuto effetti devastanti in quanto tutti gli uomini, con i loro peccati personali, si sono resi partecipi e corresponsabili di quella situazione di morte a cui egli ha dato inizio. La situazione dei bambini che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione e quindi non possono peccare personalmente è chiaramente fuori dell’orizzonte di Paolo. Dopo aver segnalato l’ingresso nel mondo del peccato e della morte, Paolo prosegue: «Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire» (vv. 13-14). La situazione di peccato e di morte determinata dal primo uomo si è protratta fino al momento in cui Dio ha conferito la legge a Israele. Alla mente di Paolo sale però un’obiezione: come è possibile ciò «se il peccato non può essere imputato (ouk ellogeitai) quando manca la legge»? Se non c’è una legge che proibisce una certa azione, il commetterla non può essere considerato come peccato, se si intende per peccato la trasgressione di un precetto. Ciò è esattamente quanto aveva affermato egli stesso in Rm 4,15 («dove non c’è legge, non c’è nemmeno trasgressione»). Ma per Paolo non esiste nessun essere umano che non abbia avuto, se non la legge mosaica, almeno qualcosa di simile: tutti infatti hanno conosciuto Dio (cfr. 1,19-20), venendo così a conoscere quella legge morale che hanno trasgredito. Perciò risponde all’obiezione osservando che «la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione (parabasis) simile a quella di Adamo» (v. 14). In altre parole siccome la morte, vista come un fatto non solo fisico ma anche spirituale (lontananza da Dio con tutte le conseguenze descritte in 1,18-33), ha manifestato i suoi effetti devastanti anche su coloro che non avevano ricevuto come Adamo un precetto esplicito, ciò è sufficiente per dire che anch’essi non sono esenti dal peccato. Dopo aver menzionato espressamente due volte il nome di Adamo, che non riapparirà più nella lettera, Paolo aggiunge che egli è «immagine (typos) di colui che doveva venire». Con queste parole riporta il discorso all’intenzione originaria, che era quella di confrontare Adamo con Cristo. Tutti gli uomini si sono resi corresponsabili del peccato commesso dal primo uomo, cioè si sono lasciati liberamente coinvolgere nella situazione che da lui ha avuto origine. Ma la sua persona è solo una «figura» di Cristo: egli parla dunque di Adamo nella misura in cui è utile per capire meglio il ruolo di Cristo.

La comunione con Cristo (vv. 15-19) La seconda parte del brano è dominata dal confronto tra l’opera di Adamo e quella di Cristo. Anzitutto l’apostolo sottolinea la superiorità dell’opera di Cristo su quella di Adamo (vv. 15-17) e successivamente li contrappone l’uno all’altro facendo ricorso al parallelismo antitetico (vv. 18-19). La superiorità di Cristo su Adamo (vv. 15-17) viene messa in luce a partire dal concetto di personalità corporativa, quale appare da due figure bibliche, il Servo di JHWH e il Figlio dell’uomo, che incarnano in se stesse tutto il popolo eletto. Il Servo di JHWH è un personaggio anonimo che annunzia ai giudei esuli in Babilonia la loro imminente liberazione (Is 42,1-7), ma è osteggiato e perseguitato (Is 49,1-6; 50,4-9), finché viene addirittura eliminato fisicamente (Is 52,13 – 53,12). Tuttavia proprio mediante la sua morte porta a termine la sua missione: «Avendo offerto se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore» (Is 53,10); «Il giusto mio servo giustificherà i molti, egli si è addossato la loro iniquità» (Is 53,11). Mediante la sua sofferenza e la sua morte, di cui sono responsabili proprio coloro a cui è diretto il suo messaggio, il Servo diventa dunque il punto di aggregazione degli israeliti (i «molti») dispersi in terra straniera, che in lui riscoprono la loro elezione e ritornano al loro Dio. Il Figlio dell’uomo, di cui si parla nel libro di Daniele (Dn 7), è un individuo (= figlio) appartenente alla razza umana (= «uomo» in senso collettivo): egli è «l’Uomo» per eccellenza, il nuovo Adamo, al quale è affidato, in contrasto con il primo Adamo, il compito di mediatore della salvezza. Il Figlio dell’uomo viene «sulle nubi del cielo», cioè da Dio, e riceve da lui un regno eterno (Dn 7,13-14): egli è dunque il mediatore escatologico per mezzo del quale Dio instaura il suo regno, ma al tempo stesso rappresenta il popolo dei santi dell’Altissimo, cioè l’Israele escatologico (Dn 7,27). Paolo sviluppa la sua dimostrazione mediante tre argomenti. Anzitutto egli afferma: «Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (v. 15). È questo un tipico argomento a fortiori, cioè «dal meno al più». La superiorità di Cristo su Adamo appare anzitutto dal fatto che «il dono di grazia» (charisma) non è come la «caduta» (paraptôma, trasgressione, azione peccaminosa): infatti se la caduta di uno solo ha fatto sì che «tutti» (hoi polloi, i molti, la moltitudine) morissero, molto di più grazie a un solo uomo, Gesù Cristo, la grazia di Dio ha abbondato «per tutti» (eis tous pollous, per i molti). In altre parole, proprio per la sua funzione di Uomo (Figlio dell’uomo, nuovo Adamo) e di Servo di JHWH, Cristo ha portato a tutta l’umanità una realtà di segno positivo (grazia) che supera immensamente quella di segno negativo (morte) di cui è stato portatore Adamo. Il secondo argomento è così formulato: «E non è accaduto per il dono di grazia come per il peccato di uno solo: il giudizio partì da un solo atto per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute per la giustificazione» (v. 16). Paolo fa qui un confronto antitetico tra due situazioni analoghe: un solo atto peccaminoso ha procurato la condanna, mentre molte cadute sono state eliminate mediante quella grazia speciale che consiste nella giustificazione (dikaiôma). Infine egli aggiunge un terzo argomento a forziori: «Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo» (v. 17). Se è vero che la caduta di uno solo è stata capace di far regnare la morte, molto più grande è il dono della giustizia, attuata da Cristo, perché in forza di esso quelli che lo ricevono regneranno (un giorno) nella vita. Nell’opera di Cristo, nuovo Adamo, si attua quindi un’opera molto pià grande e potente di quella compiuta dal primo Adamo. Questi infatti ha commesso un’azione peccaminosa (caduta), che è il tipo e il punto di partenza di tutte le altre, e da essa è derivato un danno terribile per l’umanità, la morte. Cristo invece ha vinto la morte, ha effuso la grazia di Dio, ha effettuato la giustificazione e ha instaurato il regno di Dio, aprendo la strada alla risurrezione finale. Egli ha così dimostrato una potenza aggregativa che mette decisamente in secondo piano quella disgregativa di Adamo. Nella seconda parte del brano Paolo prosegue in chiave analogica il confronto tra l’opera di Adamo e quella di Cristo: «Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dá vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (vv. 18-19). Come per la «caduta» (paraptôma) di uno solo (si è riversata) su tutti gli uomini la condanna (katakrima), così anche per l’«opera giusta» (dikaiôma) di uno solo (si riversa) su tutti la «giustificazione che dà vita» (dikaiôsis zôês). Come per la disobbedienza (parakoê) di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così per l’obbedienza (hypakoê) di uno solo tutti saranno costituiti giusti. In altre parole, c’è veramente una somiglianza tra l’opera di Adamo e quella di Cristo. Ma mentre Adamo, con la sua disobbedienza, ha provocato la condanna e la morte di tutti, Cristo, con la sua obbedienza, ne ha causato la giustificazione e la vita. La solidarietà nel male simboleggiata in Adamo può dare solo una pallida idea della nuova aggregazione messa in atto da Cristo. Infatti di fronte alla profonda comunione di affetti e di vita che Cristo ha attuato tra coloro che in lui sono stati riconciliati con Dio, la solidarietà con Adamo, portatrice di condanna e di morte, appare come una specie di caricatura, una connivenza nel delitto, che è fonte non di unità, ma di disgregazione, di odio e di sopraffazione.

Legge e grazia (vv. 20-21) La superiorità di Cristo su Adamo lascia aperto un problema che Paolo affronta alla fine della sua esposizione: «La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (v. 20). Nel periodo che va da Mosè a Cristo, la legge non ha forse posto rimedio, almeno per il popolo giudaico, alla situazione di peccato e di morte introdotta da Adamo? Già precedentemente l’apostolo aveva posto sullo stesso piano giudei e gentili per quanto concerne il loro coinvolgimento nel peccato (cfr. Rm 2,1-3,20; 3,23). D’altra parte aveva già accennato al ruolo in gran parte negativo della legge: essa non solo si limita a dare la conoscenza del peccato (3,20), ma provoca l’ira di Dio (4,15) perché con le sue prescrizioni fa sì che il peccato, in quanto potenza di male che si trova nell’uomo, provochi una molteplicità di trasgressioni. Ora egli afferma che la legge «sopraggiunse» (pareisêlthen) perché abbondasse (pleonasêi, si moltiplicasse) la «caduta» (paraptôma). La legge dunque è venuta in un secondo momento e non ha eliminato il peccato, anzi ha provocato un aumento se non del peccato in quanto tale, almeno delle azioni con le quali l’umanità pecca trasgredendo la volontà di Dio (cfr. Rm 7). Paolo soggiunge però che «dove abbondò (epleonasen) il peccato (hamartia), sovrabbondò (hypereperisseusen) la grazia»: egli suppone dunque che in realtà, con la moltiplicazione delle cadute, si è esteso anche il peccato; tuttavia dall’opera di Cristo si sprigiona una potenza di bene molto più grande, capace di neutralizzare il male che domina il mondo. Infine Paolo afferma che una grazia tanto abbondante è stata conferita «affinché (hina), come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia (dikaiôsynê) per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (v. 21). La potenza di Dio, che si manifesta per mezzo di Cristo, appare veramente tale in quanto riesce a eliminare il regno del peccato e della morte, sostituendolo con quello della grazia e della giustizia che conferisce la vita eterna. La legge non ha dunque portato un vero miglioramento, anzi ha aggravato la situazione dell’umanità peccatrice. Ma anche questo è stato previsto da Dio, il quale ha voluto che ciò accadesse affinché potesse meglio apparire la potenza della grazia che intendeva comunicare per mezzo di Cristo. Con questa affermazione Paolo giunge alla conclusione della sua riflessione su Adamo e Cristo e di tutta la prima sezione della lettera.

Linee interpretative In questo brano Paolo mostra come il peccato abbia creato nell’umanità tutta una rete di connivenze e di rapporti sbagliati, che ha la sua origine in Adamo, cioè risale agli inizi stessi dell’umanità; da essi deriva la morte, intesa non solo come cessazione della vita fisica, ma come il fallimento più radicale dell’uomo e della sua umanità. Ogni essere umano, nel momento stesso in cui viene al mondo, si trova già in qualche modo immerso in questa triste realtà, ma ne diventa corresponsabile nella misura in cui anch’egli liberamente si associa ad essa con il suo peccato personale. Paolo non pensa dunque che il peccato di Adamo si trasmetta misteriosamente da lui a ognuno dei suoi discendenti, ma lo considera come l’inizio di una «situazione di peccato» in cui tutti, non senza loro colpa (cfr. 1,19-21) e con le debite eccezioni (cfr. 2,14-15.29), sono coinvolti. Circa Adamo e il suo peccato Paolo non ha dunque una rivelazione speciale da fare, ma riprende questa suggestiva immagine biblica per mostrare come Dio abbia inviato un nuovo Adamo, capostipite di un’umanità riconciliata, al quale ognuno è chiamato ad associarsi mediante la fede. Anche se non affronta direttamente il tema del «peccato originale», così come sarà formulato nella teologia successiva, egli parla effettivamente di un peccato delle origini, in cui si trova immersa l’umanità prima di Cristo. A proposito del rapporto tra peccato e morte, Paolo non vuole certo affermare che, senza il peccato di Adamo, la morte in senso fisico non sarebbe esistita: è chiaro infatti che la morte è un evento naturale, e come tale viene solitamente considerata nella Bibbia. Al contrario egli ritiene che, a causa del peccato, la morte cambi profondamente significato: senza di esso l’uomo avrebbe terminato la sua esistenza terrena nella comunione con Dio e nella serena fiducia di una sopravvivenza in lui; il peccato, invece, fa sì che la morte diventi il simbolo e il marchio del suo fallimento, trasformandola quindi in una realtà ostile, che l’uomo tende continuamente a rimuovere. E proprio nel vano tentativo di allontanare la morte, l’uomo peccatore si chiude sempre più nella difesa egoistica di se stesso e dei suoi privilegi (denaro, potere, gloria), immergendosi così ancora di più nel suo peccato. In questo senso si può dire che il peccato e la morte agiscono simultaneamente per procurare la rovina dell’uomo. Alla dolorosa realtà a cui il primo uomo ha dato inizio Paolo contrappone l’opera di Cristo, che con la sua morte e risurrezione ha sostituito alla condanna la «grazia» di Dio. Questa fa sì che il credente esca dal suo isolamento per ritrovarsi in una profonda armonia con Dio e con i fratelli. In questa sua opera, che lo accomuna al Servo di jhwh, Cristo appare come il nuovo Adamo da cui ha origine un’umanità riconciliata con Dio. Per i piccoli gruppi cristiani presenti allora nella capitale dell’impero questa affermazione, se da una parte metteva in crisi una certa concezione della legge, dall’altra non poteva non comunicare una profonda consapevolezza del loro ruolo a servizio di tutta la società.

Publié dans : Lettera ai Romani |le 10 février, 2016 |Pas de Commentaires »

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