Archive pour janvier, 2016

Aertsen, Pieter, Image The Adoration of the Magi

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Publié dans:immagini sacre |on 2 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

02 GENNAIO: SAN BASILIO MAGNO, SAN GREGORIO NAZIANZENO

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02 GENNAIO:  SAN BASILIO MAGNO, SAN GREGORIO NAZIANZENO

amici nella vita e nella fede, combatterono le eresie teologiche del loro tempo

Uno dei più grandi dottori Orientali della Chiesa, San Basilio fu un uomo di grandissima dottrina, talento e santità. Egli proveniva dalla stessa brillante famiglia che aveva generato San Gregorio di Nissa e San Pietro di Sebaste (suoi fratelli), e nacque a Cesarea di Cappadocia nel 329. La sua educazione iniziò a Cesarea e continuò a Costantinopoli e ad Atene. Tra i suoi compagni di studio in questa città c’era l’amico San Gregorio di Nazianzo (un altro cappadoce) e Giuliano l’Apostata, futuro imperatore di Roma. Quando tornò a Cesarea, verso il 356, sia suo fratello Gregorio che sua sorella Macrina (anche lei onorata come santa) notarono in lui pronunciate tendenze alla mondanità. Essendo probabilmente la più dotta persona della Cesarea del tempo, Basilio si era affermato come insegnante di retorica e sembrava che godesse in modo molto compiaciuto del prestigio che la posizione gli arrecava. Fu così scosso da questo atteggiamento di autocompiacimento da Macrina la quale con i suoi appelli al buon senso e alla consapevolezza spirituale gli mostrò le limitazioni di una vita presa interamente da occupazioni mondane. Soprattutto per sua influenza, nel 357 Basilio partì per un viaggio nei centri monastici di Egitto, Palestina, Siria, e Mesopotamia. Quando l’anno seguente tornò a Cesarea, sapeva già cosa fare: spezzando tutti i suoi legami si mise in viaggio verso il Ponto, vicino al Mar Nero e là, sulle rive del fiume Iris, fondò il proprio monastero. In seguito Basilio sarebbe stato coinvolto in altre attività, ma questa fondazione monastica fu probabilmente la sua opera più importante e quella che amava maggiormente. Con una profonda comprensione del ruolo del monachesimo nella cristianità e di come quel modo di vivere dovesse essere praticato, Basilio scrisse una serie di regole – poi chiamate Codice Basiliano – che divennero ispirazione di tutto il successivo monachesimo orientale. Ancora oggi i monaci ortodossi e la maggior parte dei monaci cattolici orientali seguono il Codice Basiliano. L’influenza dei tempi tuttavia presto interruppe la vita di Basilio nel Ponto. Con l’aiuto dell’Imperatore Valente l’arianesimo stava minacciando la Chiesa di Cappadocia ed era necessaria una forte autorità per fronteggiare l’attacco. Basilio fu persuaso a recarsi a Cesarea prima per assistere il suo vescovo e poi a succedergli nella sede dopo la sua morte nel 370. Uno dei primi provvedimenti in qualità di vescovo fu di mostrare un’aperta sfida a Valente, che stava tentando di assicurarsi una professione di fede ariana da parte del clero della Cappadocia; Basilio rifiutò e con il peso della sua influenza e personalità fece in modo che l’Imperatore desistesse dalle sue richieste. Attivo qual era nella lotta contro l’eresia, Basilio era molto attento anche agli altri bisogni della sua diocesi. Appena fuori Cesarea fece costruire un ricovero per viaggiatori (il primo nel suo genere) con annesso un ospedale per i poveri. Altri progetti inclusero una revisione della Divina Liturgia per la sua diocesi (questa è la più antica delle due Liturgie del Rito Bizantino) e un attenta epurazione dei preti eretici dalla sua diocesi. Brillante oratore e scrittore Basilio scrisse anche una ricca serie di sermoni e opere teologiche, gran parte delle quali miranti a rafforzare la sua gente contro l’arianesimo. L’eresia era il pericolo più presente accompagnato anche da incidenti minori come una lite con il suo vecchio amico Gregario di Nazianzo e false presentazioni della sua ortodossia al Papa da parte dei suoi nemici. Basilio superò tutte le difficoltà e durante il suo breve vescovato (meni di nove anni), divenne la forza trainante della Chiesa di Cesarea. Quando morì, il 1 Gennaio 379, anche gli ebrei e i pagani assieme ai cristiani furono pronti ad ammettere che la città aveva perso il suo migliore amico. Anni dopo la sua morte Basilio fu descritto da un concilio come « il grande Basilio, ministro della Grazia che ha esposto la Verità al mondo intero »: una giusta definizione che ha superato la prova del tempo.

San Gregorio Nazianzeno Nacque a Arianzo, cittadina presso Nazianzo, attuale Güzelyurt in Cappadocia. Figlio di Gregorio e Nonna. Il padre, che era ebreo della setta degli Hypsistiani, fu convertito dalla moglie al cristianesimo e divenne vescovo di Nazianzo. Il fratello Cesario (†;368) fu dottore presso la corte dell’Imperatore Giuliano e governatore di Bitinia. Gregorio, nato qualche anno dopo il concilio di Nicea nel quale si condannò l’eresia ariana, fu fortemente condizionato per tutta la vita dalle lotte che si scatenarono attorno alla definizione della vera natura della Trinità. Studiò prima a Cesarea in Cappadocia, dove conobbe e divenne amico di Basilio, poi a Cesarea in Palestina e ad Alessandria presso il Didaskaleion, infine, tra il 350 e il 358, ad Atene, sotto Imerio; qui conobbe il futuro imperatore Giuliano. Raggiunse poi l’amico Basilio nel monastero di Annisoi, nel Ponto. Ma abbandonò presto questa esperienza per tornare a casa, dove sperava di condurre una vita ancora più ritirata e contemplativa. Nel 361 fu ordinato sacerdote suo malgrado, dal padre, Vescovo di Nazianzo. Dapprima reagì fuggendo, ma poi accettò di buon grado la decisione paterna. « Mi piegò con la forza », ricorderà nella sua autobiografia. Nel 372 l’amico Basilio, allora Vescovo di Cesarea, costretto dalla politica ariana dell’Imperatore Flavio Valente a moltiplicare il numero delle diocesi sotto la sua giurisdizione per sottrarle all’influenza ariana, lo nominò vescovo di Sasima. Gregorio non raggiunse mai la sua sede vescovile in quanto solo con le armi in pugno sarebbe potuto entrarvi. Morto il padre, tornò a Nazianzo, dove diresse la comunità cristiana. Nel 379, salito al trono Teodosio I, Gregorio fu chiamato a dirigere la piccola comunità cristiana che a Costantinopoli era rimasta fedele a Nicea. Nella capitale dei cristiani di Oriente pronunciò i cinque discorsi che gli meritarono l’appellativo di « Teologo ». Fu lui stesso a precisare che la « Teologia » non è « tecnologia », essa non è un’argomentazione umana, ma nasce da una vita di preghiera e da un dialogo assiduo con il Signore. Nel 380 Teodosio lo insediò vescovo di Costantinopoli e lo fece riconoscere come tale dal II Concilio Ecumenico nel maggio del 381. Nell’autunno del 382 divenne vescovo di Nazianzo per poi, dopo un anno, ritirarsi in solitudine ad Arianzo, dove morì nel 390..

 

2A DOM. DOPO NATALE – NOME DI GESÙ – 3 GEN. 2010 COMMENTO ESEGETICO DELLE LETTURE BIBLICHE

 http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/09-10/02-Natale-C_09/Omelie/4-2aDom-Nome-di-Gesu-FM.html  

 TEMPO DI NATALE  -  ANNO LITURGICO C  -  2A DOM. NOME DI GESÙ – 3 GEN. 2010   COMMENTO ESEGETICO DELLE LETTURE BIBLICHE

 INTRODUZIONE Nella prima domenica dopo il Natale, con la festa della Santa Famiglia la Liturgia ha attirato la nostra attenzione sulla umanità di Gesù. Oggi contempliamo la divinità del Figlio eterno, che è la stessa Sapienza di Dio: dopo essersi manifestata nell’opera della creazione e nel dono della Legge, il Verbo-Sapienza ha preso dimora tra di noi nell’Incarnazione.

1a LETTURA: La Sapienza di Dio è venuta ad abitare nel popolo eletto             (Sir 24,1-4.12-16)

     SALMO RESPONSORIALE: (Sal 147)               Rit. Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi. 2a LETTURA:  Mediante Gesù, Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi           (Ef 1,3-6.15-18) VANGELO: Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,1-18) In principio…..

Commento esegetico Nella prima lettura (Sir 24,1-4.12-16) la Sapienza di Dio fa il suo autoritratto, raccontando la propria storia nell’eternità e nel tempo. Prima che il mondo fosse, essa uscì « dalla bocca dell’Altissimo »: il Siracide parla con linguaggio antropomorfico del Verbo eterno, quella « parola » con la quale Dio esprime se stesso, anzi riproduce il proprio essere divino generando il Figlio. Questi è la perfetta « immagine del Dio invisibile » (Col 1,15; cf. Sap 7,26), « irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza » (Eb 1,3; cf. Sap 7,25s). Dopo aver operato nella creazione (cf. Gn 1; Prv 8,27-30; Col 1,16; Eb 1,2), la Parola-Sapienza di Dio ha voluto prendere dimora tra gli uomini. Tra tutte le nazioni – afferma – « ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere » (v. 7). Il Creatore glielo ha assegnato nel popolo eletto, « e così mi sono stabilita in Sion » (v. 10), « ho posto le mie radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità » (v.12). Israele è fiero di possedere la Sapienza divina, contenuta nella Torà, la Legge, o – meglio – l’insegnamento », che Dio gli ha impartito per mezzo di Mosè (cf. vv. 23ss). Il Quarto Vangelo dirà che la Sapienza eterna, il Verbo, « è venuto ad abitare in mezzo a noi » (Gv 1,12) in un senso ancora più vero e in una modalità insperata, dal momento che esso « si fece carne ». Cristo è la stessa Sapienza di Dio, il Figlio preesistente, il « primogenito di tutta la creazione » (Col 1,15), « mediante il quale (Dio) ha fatto il mondo » (Eb 1,2). Il Verbo di Dio si è fatto uomo per rivelarci pienamente il Padre e concederci di diventare anche noi figli di Dio (Gv 1,12.18). L’inno cristologico della seconda lettura (Ef 1,3-6.15-18) ci fa percorrere l’intera traiettoria del « mistero » (cf. v. 9), il piano divino della nostra salvezza, che è diventato realtà per mezzo di Cristo: dalla predestinazione nell’eternità (vv. 3-6) alla redenzione (vv. 7-10) alla gloria (vv. 11-12.18). L’apostolo prega perché noi possiamo comprendere sempre meglio i grandi doni che Dio ci ha fatto per mezzo di Cristo (vv. 15-19).  In questa domenica (La « benedizione » della Lettera agli Efesini si legge anche nella festa della Immacolata Concezione e nella domenica 15.a del tempo ordinario, anno B) sono rilevanti i temi che hanno relazione con le festività natalizie: fin dall’eternità il Padre ci ha scelti e predestinati « in Cristo » (vv. 3s); per mezzo di lui ci ha fatti suoi « figli adottivi » (v. 5). Il Vangelo (Gv 1,1-18) è lo stesso della messa del giorno di Natale. Al centro del Prologo di Giovanni è l’ »Incarnazione » del Verbo: « il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi ». Il quarto evangelista ci dà la chiave di lettura del suo Vangelo, anticipandone i temi principali: Cristo è la vita e la luce degli uomini; coloro che lo accolgono diventano figli di Dio. Il Verbo (in greco Lógos, « parola ») è la stessa Sapienza di Dio (cf. Prv 8,23ss; Sap 7,22ss; Sir 24), la sua immagine perfetta, nella quale splende la sua gloria (cf. Col 1,15; Eb 1,3). È il Figlio unigenito, che da tutta l’eternità (« in principio ») è « presso Dio », il Padre, ed è « Dio ». Prima di entrare nella storia degli uomini, il Verbo-Figlio-Sapienza di Dio è lo strumento della creazione (cf. Col 1,16s; Eb 1,2s): « tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste » (v. 3; cf. v. 10). Dio ha creato il mondo con la sua parola (cf. Gn 1), e questa Parola è il Verbo eterno. Nel Verbo-Sapienza di Dio « era la vita », s’intende la « vita eterna » (cf. 4,14 ecc.), quella che « era presso il Padre e si è resa visibile a noi » (1 Gv 1,2). « …E la vita era la luce degli uomini », la « luce vera » che guida gli uomini nel cammino dell’esistenza. Il Verbo illumina ogni uomo, perché in qualche misura è presente nella sua razionalità e nelle culture di ogni popolo. Da sempre nel mondo c’è contrasto tra luce e tenebre: la luce « splende nelle tenebre », mentre le tenebre – la falsità e il male – cercano di sopraffare la luce del Verbo divino (v. 4). Ma, nonostante gli errori, « le tenebre non hanno vinto » o soffocato del tutto la luce del Verbo (v. 5). Pur venendo « nel mondo », storicamente il Verbo « venne fra i suoi », quelli che gli appartengono in modo del tutto speciale, il popolo di Israele; ma « il mondo non lo ha riconosciuto » (v. 10) e « i suoi non lo hanno accolto » (v. 11). L’evangelista anticipa in questo modo il bilancio dell’intera missione di Gesù (cf. 12,37-41) e ci fa comprendere il vero senso del rifiuto che egli ha incontrato non solamente al tempo della sua vita terrena, ma anche in seguito. Colui che le guide religiose del suo popolo respinsero e fecero condannare non era solamente un profeta, la cui predicazione infastidiva; era lo stesso Verbo incarnato. Anche oggi molti lo accettano come un maestro di saggezza, un eroe religioso, il personaggio che più di ogni altro ha inciso nella storia e nella cultura dell’Occidente. Ma che Gesù di Nazaret sia il Verbo di Dio fatto uomo, fanno fatica a crederlo. Il rovescio della medaglia è positivo: « quanti lo hanno accolto… » (v. 12). Accogliere è credere. Giovanni afferma di avere scritto il suo Vangelo « perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel suo nome » (20,31). « Credere nel suo nome » vuol dire riconoscere la sua identità e affidarsi a lui come salvatore. Ce ne offre un esempio il dialogo tra Gesù e Marta. Gesù afferma: « Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno »; poi le chiede: « Credi tu questo? ». Marta risponde: « Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo » (11,25-27). « A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio… » (vv. 12-13). Gesù parla di questa nuova nascita, grazie alla quale si diventa figli di Dio, con un maestro fariseo, Nicodemo: per entrare nel regno di Dio è necessario « nascere dall’alto » (o « di nuovo »). Si tratta di nascere « da acqua e Spirito » (Gv 3,3.5). Dunque, la vita nuova, per la quale siamo figli di Dio, è opera dello Spirito, che sarà donato da Cristo risorto (cf. 7,39). Il tema è ripreso nella Prima lettera di Giovanni: « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro » (1 Gv 3,2s). L’autore continua: « Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio » (3,9). E, più avanti: « Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio » (4,7). Ancora: « Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato » (5,1). Essere figli di Dio non è perciò un semplice titolo; è una realtà ora nascosta, che un giorno si manifesterà pienamente. La nuova nascita inaugura un dinamismo che agisce in due direzioni: il figlio di Dio si purifica dal peccato e ama i fratelli. Al centro del Prologo è il grande annuncio: « il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi » (v. 14). Un’affermazione audace e paradossale, che lascia stupiti: il Verbo-Sapienza-Figlio eterno di Dio, Dio egli stesso, è diventato « carne », ossia umanità fragile e limitata, contingente, storicamente e culturalmente condizionata. Non si tratta di « natura » umana in generale o in astratto: si tratta di un essere umano concreto, un giudeo, che appartiene a un ambiente e a un’epoca… La Lettera agli Ebrei lo dice con estrema chiarezza: « eccetto il peccato, si è fatto in tutto simile ai fratelli » (Eb 2,17; 4,15). Facendosi carne, il Verbo « venne ad abitare in mezzo a noi ». Nell’AT leggiamo che Dio è presente in mezzo al suo popolo prima in una tenda (mishkan), nel deserto, più tardi nel tempio di Gerusalemme (shekinà). Ma possiamo limitarci al senso ovvio: ha preso dimora, è vissuto, o – come è detto negli Atti degli Apostoli – « è entrato e uscito in mezzo a noi » (At 1,21). Si tratta di quel Gesù che noi raggiungiamo attraverso i Vangeli. L’ »incarnazione » del Verbo non si limita al momento della sua nascita « secondo la carne » (Rm 1,3; cf. Gal 4,4), ma abbraccia la totalità della sua esistenza terrena e si estende nel tempo e nello spazio, se è vero che Cristo Risorto è « il vivente » (Lc 24,5) ed è presente oggi nel mondo in quanto la Chiesa è il suo corpo e noi siamo le sue membra (cf. 1 Cor 12,12ss). Nella « carne » del Verbo « noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità ». Anche qui si coglie un’eco dell’AT: la « gloria » di Dio risplende negli eventi salvifici (cf. Es 16,7 ecc.) ed è come una luce che irradia dalla sua presenza (cf. Es 24,16), prima nel santuario del deserto (cf. Es 40,34s), poi nel tempio di Gerusalemme (cf. 1 Re 8,10s). Giovanni dice che la gloria del Verbo incarnato si manifesta nei « segni » (cf. Gv 2,11), i quali a loro volta simboleggiano la sua attività salvifica come risorto (cf. 1,50s; 13,31s). Mentre qui afferma: « abbiamo contemplato la sua gloria », nella Prima lettera lo stesso Giovanni dice: « abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita » (1 Gv 1,1). La gloria di Cristo è quella « del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità ». Il binomio « grazia e verità » indica l’amore misericordioso (eb. hesed) e la fedeltà (emet) di Dio nei riguardi di Israele (cf. Es 34,6). Il Verbo incarnato è la manifestazione più alta, piena e definitiva dell’amore del Padre. Lo stesso evangelista commenta: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui » (3,16s). Nella sua Prima lettera Giovanni afferma che « Dio è amore », quindi spiega: « Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4,9s). « Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia » (v. 16), una « corrente ininterrotta di grazia » che dalla pienezza del Verbo incarnato scorre verso di « noi », i credenti. Giovanni istituisce un confronto tra Antico e Nuovo Testamento: « la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo » (v. 17). Allo stesso modo san Paolo contrappone la grazia alla Legge, la « vetustà della lettera » alla « novità dello Spirito » (cf. Rm 7,6). Ciò che il prologo dice in modo sintetico, Gesù lo spiega nell’ultimo giorno della festa delle Capanne, quando grida: « Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: « Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva »". L’evangelista commenta: « Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato » (7,38-39). L’acqua e il sangue che escono dal costato di Gesù crocifisso (19,34) simboleggiano appunto il fiume di grazia che scaturisce da lui. La conclusione si riallaccia all’inizio del prologo: « Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato » (v. 18). Durante l’ultima cena uno dei discepoli chiederà a Gesù: « Signore, mostraci il Padre e ci basta ». Gesù gli risponde: « Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: « Mostraci il Padre »? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse » (14,7-11). Nella Costituzione dogmatica Dei Verbum il Concilio Vaticano II riassume bene la teologia del Quarto Vangelo: « Dopo aver Iddio, a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, « alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio » (Eb 1,1-2). Mandò, infatti, il suo Figlio, il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cf. Gv 1,1-18), Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come « uomo agli uomini » (Lettera a Diogneto 7,4), « parla le parole di Dio » (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cf. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione di sé, con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito santo, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna » (DV 4).

D. FRANCESCO MOSETTO sdb

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 2 janvier, 2016 |Pas de commentaires »
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