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TRADIZIONI, SAN PAOLO E I SERPENTI VELENOSI

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TRADIZIONI, SAN PAOLO E I SERPENTI VELENOSI

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo.La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare. DI CARLO LAPUCCI

Tradizioni, San Paolo e i serpenti velenosi 25/06/2009 di Archivio Notizie di Carlo Lapucci

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo. La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare, nella quale, a differenza di altre figure come San Pietro, San Giovanni Battista, compare solo per alcuni elementi, primo dei quali è la celebre caduta e folgorazione (Atti degli Apostoli IX, 1-9) sulla via di Damasco, per cui è patrono di coloro che usano una cavalcatura. La sua alta speculazione e la  riflessione sulla dottrina del Cristianesimo, la sua potenza speculativa, sfugge al pensiero concreto delle persone semplici. A differenza di lui San Pietro, dotato di umanità talvolta ingenua, ha inciso più decisamente nella fantasia della gente, diventando in moltissime profacole l’intermediario dell’umanità nel colloquio con Cristo. L’uomo, incapace di guardare il divino, guarda e si ferma sulle manifestazioni secondarie della sua potenza e del suo essere, come colui che è impossibilitato di guardare il sole vede e segue gli effetti della sua luce e della sua forza riflessi sulle cose naturali e spesso si ferma su questi dimenticandone l’origine e la fonte. Di Paolo nella devozionalità, oltre alla caduta, c’è la sua spada con la quale è raffigurato, strumento del suo martirio e simbolo della forza della sua parola. Proverbiale è anche la sua calvizie con il volto severo, la persona bassa e atticciata, che lo hanno fatto ritenere un santo forte, risoluto, volitivo e quindi da trattarsi con reverenza. Protegge gli operanti dei vari mestieri manuali che ha esercitato: cordai, cestai, conciatori, tappezzieri. È detto San Paolo dei Segni per il fatto che dai giorni precedenti alla sua festa del 25 di gennaio usava prendere i pronostici meteorologici per tutto l’anno e questo forse è dovuto al fatto che fu, come egli racconta, rapito in estasi fino al terzo cielo (Lettera ai Corinzi XII, 1-3). Il luogo della sua decapitazione a Roma sulla Via Ostiense, è detto Tre fontane, perché la testa cadendo dal ceppo fece tre rimbalzi: là dove toccò la terra scaturirono tre fontane, ancora oggetto di culto. L’aspetto che ha inciso di più nella cultura popolare è dovuto al naufragio durante il primo viaggio a Roma come prigioniero. Riparando nell’Isola di Malta insieme all’equipaggio e alle guardie (Atti degli Apostoli XXVIII, 1-6), furono accolti da gente della costa che stava attorno a un fuoco. Mentre gettava legna sulle fiamme l’Apostolo venne assalito da una vipera che gli si attaccò al dito, questi la scosse dentro il fuoco restando completamente illeso dal suo veleno e dopo un soggiorno di tre mesi poté proseguire il viaggio. Da qui derivarono numerose credenze che si sono moltiplicate raggiungendo una diffusione considerevole e una persistenza nel tempo altrettanto sorprendente. Tutte ruotano intorno alla figura mitica, simbolica e magica del serpente, ma forse si sovrappongono anche all’antico, locale e molto fiorente culto, già presente nell’isola, di Ercole, eroe e divino protettore pagano contro i serpenti: ne uccise due grandissimi mentre era ancora nella culla. Il culto antico di Pitone Fin dalle origini e per un lungo periodo nella civiltà il serpente è stato considerato il primo essere vivente, ovvero la prima creatura che ha preso forma. Non poteva che essere figlio della Terra nella quale abita e sulla quale striscia quasi ad indicare lo stretto contatto con questa. In quanto primo essere è il più elementare, rozzo, istintivo; animato da cieca vitalità allo stato puro ha la forza infinita della vita e della morte, rigenerandosi senza morire e possedendo il veleno che uccide. Di fronte a questa forza dell’istinto, sta anche la capacità di detenere in nuce tutte le fasi dello sviluppo successivo della vita degli esseri che si riveleranno nel tempo, restando lui nella sua primitività, ma non estraneo affatto a ogni manifestazione anche antitetica alla sua sostanziale modalità: è creatura lunare e solare, ctonia e luminosa, ha nel suo veleno la morte e la salute, incarna l’istinto e la ragione, è sacro a Tifone e ad Atena, a Dioniso e ad Apollo. Per questo spesso il modo di considerare il serpente da parte degli antichi disorienta per la facilità con la quale gli vengono attribuiti elementi, qualità, prerogative, funzioni contraddittorie. In particolare le sue conoscenze sono abissali, assolute, avendo attinto e detenendo quel primo germe della vita che contiene tutto, quello che è nascosto e quello che si vede, il passato, il presente e il futuro. Non meraviglia quindi che accanto a coloro che hanno la sapienza, medici, saggi, profeti si trovi la figura del serpente, in particolare è presente in quasi tutti i luoghi sacri dove si trovano profeti, indovini, sibille, santuari dove si danno i responsi. In particolare Apollo è la divinità che tutela l’arte di conoscere, soprattutto il futuro ed è collegato con Cassandra, Crise, Pitone, Pizia, Delfi. Apollo, per insediare il suo santuario di vaticini a Delfi deve vincere il serpente Pitone, terribile mostro che col suo corpo per sette volte circondava l’altura di Delfi e impediva al dio l’accesso al santuario di cui era il nume. Di Pitone non si conosceva quando e come fosse nato, tradizioni più tarde vogliono che nascesse da se stesso o dal fango della Terra essere primordiale, come del resto appare anche nella tradizione cristiana: Lucifero, identificato nel serpente, è il primo degli angeli creati prima del mondo, il primo peccatore e ribelle. Per l’ambivalenza dei simboli il serpente è immagine di salute (caduceo), è il Serpente di rame (Numeri XXI, 9) degli Ebrei, è addirittura simbolo e prefigurazione di Cristo. Quindi questo animale non poteva non rientrare per qualche crepa nel mondo cristiano, pur rappresentando l’esecrando tentatore e causa della rovina dell’uomo. In modo negativo appare nella tradizione di Santa Verdiana a Castelfiorentino. L’episodio di San Paolo a Malta è stata la base per l’assunzione di elementi che spesso col religioso hanno poco a che fare, ma evidentemente soddisfacevano quel sostrato di paganesimo, di religione naturale, assai vivo nel passato, ma che permane ancora. La leggenda vuole che Paolo decise di liberare l’Isola di Malta da tutti i serpenti velenosi e stabilì che chi nasce nell’isola nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste che ricordano la morte e la conversione, sia indenne da ogni morso di animale velenoso, guarisca chi ne è stato avvelenato e salvi da altre malattie. Nascono così i sampaolari che sono discendenti della famiglia di San Paolo e possono guarire con la saliva e altri mezzi i morsi più pericolosi e anche mortali dei serpenti. Sono detti anche Gente della famiglia di San Paolo, ovvero della casa di San Paolo, anche Uomini di San Paolo, e si considerarono addirittura discendenti di San Paolo, creando un certo imbarazzo nel trovare la linea di parentela. I sampaolari non solo sono immuni da qualunque morso o puntura di animali velenosi, ma li possono maneggiare senza che questi tentino di nuocere loro in qualche modo, entrando nel novero dei serpari, cacciatori di serpenti che sono sempre esistiti, anche per la fornitura dei veleni molto usati a scopo terapeutico e magico, e spesso ostentano ancora la loro immunità dai morsi dei serpenti velenosi, ottenuta forse con una opera di mitridatazione, ovvero lenta assuefazione al tossico. Le leggende non si curano di difficoltà pratiche, tanto meno logiche, una delle quali non è da poco: come hanno fatto i maltesi nati nelle feste di Paolo, o discendenti dalla sua famiglia, a scoprire le loro prerogative se l’Isola di Malta era del tutto priva di serpenti velenosi avendola liberata San Paolo? Il fatto è che la tradizione dei sampaolari si è sovrapposta col tempo ad altre numerose e più antiche, esistenti fino dai tempi preistorici e spesso collegate ai culti del serpente che nell’area mediterranea sono sempre stati diffusissimi, ma non mancano altrove come il serpente piumato in America.

Psilli, cirauli e gli storici L’antica esistenza del popolo misterioso degli Psilli viene testimoniata da Erodoto (484-406 a. C.) che ne Le storie (IV, 173) scrive: «Vicino ai Nasamoni c’è il paese degli Psilli [?] Spirando continuamente il vento Noto seccò i pozzi delle acque e la loro terra, che è all’interno della Sirte, era tutto senz’acqua. Essi allora, tenuto consiglio tra loro, decisero unanimemente e tutti insieme marciarono armati contro il vento (riferisco quello che si racconta tra i libici) e, quando furono entrati nel deserto, il Vento Noto soffiando con violenza, li seppellì tutti quanti». Varrone e Plinio riferiscono l’esistenza di una popolazione africana, detta Psilli, che aveva la capacità di guarire qualunque morso velenoso, in particolare di serpente, con lo sputo, sopra la ferita oppure sul capo del rettile che aveva morsicato. Plinio (Storia Naturale VII, 14) riferisce: «Una simile popolazione esisteva in Africa, quella degli Psilli, chiamata così dal nome del re Psillo, la cui tomba si trova nella zona della Grande Sirte. Nel loro corpo era congenito un veleno mortale per i serpenti, che erano condizionati dal loro odore». Si diceva che chi nasceva da una famiglia degli Psilli aveva in sé questa capacità che non perdeva mai, ma svaniva nella prole allorché uno psillo si sposa con una persona che non era tale. Era facile vedere se uno fosse di sangue spurio, dal momento che qualunque serpente fuggiva in presenza di uno psillo. Anche il popolo dei Marsi aveva una simile prerogativa. Il termine, oltre che «abitanti della Marsica» indica gl’incantatori di serpenti, i catturatori e anche coloro che annullano il veleno delle morsicature. Questo significato prende le mosse dall’antico popolo di stirpe sabellica stanziato nell’altipiano dell’Appennino centrale intorno al lago Fucino, tra i fiumi Aterno e Liri. Combatterono i Romani finché questi con il Bellum Marsicum non li soggiogarono definitivamente. Valorosi in battaglia, godettero fama di grandi conoscitori delle erbe salutari, abbondanti nelle loro terre, e dei rimedi che ne ricavavano per la cura delle malattie e per le arti magiche. Erano noti altresì per la loro arte di domare e incantare i serpenti. Plinio (Storia Naturale VII, 14) dice di loro: «In Italia si trova la popolazione dei Marsi. Si dice che essi discendano dal figlio di Circe e che perciò abbiano innata questa facoltà [d'incantare i serpenti]. Del resto tutti gli uomini possiedono un veleno che è un antidoto contro i serpenti. Sembra infatti che questi, toccati dalla saliva, fuggano come dall’acqua bollente». Marso sarebbe appunto il mitico figlio di Ulisse e della maga Circe, eroe che sarebbe stato il capostipite dei Marsi. Si diceva anche che i Marsi fossero stati ammaestrati da Medea nelle arti magiche e nella scienza delle erbe. La zona della Marsica è ancora rinomata per la presenza di stregoni e guaritori, nonché d’incantatori. I Cirauli sono una  misteriosa istituzione siciliana di guaritori, maghi, indovini presente in gran parte del Meridione, conosciuta un tempo dovunque, che costituisce il modello di famiglie o corporazioni dei guaritori. L’origine è antica e Niccolò Serpetro da Raccuia del Messinese già nel 1653, diceva: «Vivono sino al dì d’oggi in Militello di Sicilia, terra posta nella valle di Noto, alcuni d’una famiglia detta de’ Cirauli, ne’ maschi e femmine della quale per molti secoli s’è andata trasfondendo una meravigliosa virtù di guarire, non solo col tatto, con lo sputo e con le parole, ma ancora con la immaginazione, tutti i morsi velenosi d’ogni sorte, e di far morire ogni spezie di velenati quanto si voglia lontani». Pitrè, che ha studiato ritiene che la parola Ciraulo sia d’origine greca e s’intende «suonatore di tromba, trombettiere» e tale è colui che nasce nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste di San Paolo. Abbiamo dunque anche noi come gl’indiani l’incantatore del cobra nostrano, la vipera, che si serve del flauto e della musica.

La terra di Malta e le cosiddette terre sigillate Sbarcato nell’isola con gli altri naufraghi secondo la tradizione Paolo fece sgorgare presso al mare una fontana per dissetare i compagni e dopo essersi asciugato al fuoco e dopo essere stato punto dalla vipera, riparò in quella che si dice la Grotta di Rabat, o la Grotta di San Paolo, dove soggiornò un certo periodo prima di ripartire per Roma. Il luogo fu oggetto di particolare venerazione e divenne famoso per altri elementi sempre relativi ai serpenti. Il principale di questi oggetti è la Terra di Malta che fa parte delle cosiddette terre sigillate. Queste sono preparati che stanno tra il culto delle reliquie, dei luoghi e la superstizione, la ciarlataneria, la medicina fantastica. Vengono usati in modi diversi, ma in genere sono assunti per via orale. Le terre erano in pratica usate come talismani mascherati da reliquie, oppure come farmaci. Si tratta di terre prelevate in posti particolari: luoghi di martirio (nella zona del Colosseo), tombe, soggiorni, grotte di santi, terre in vicinanza di santuari, oppure semplicemente terre alle quali era riconosciuta una qualità curativa. Naturalmente la fiducia riposta in questi preparati dava largo spazio allo smercio e alle truffe dei ciarlatani che non avevano scrupolo nel raccogliere le terre in giardino o in un campo e spacciarle come originali. (Montinaro B., San Paolo dei serpenti ? Analisi di una tradizione, Sellerio, Palermo 1996). Prelevata, elaborata con aggiunte diverse, la terra era lavorata in palline, dischetti, o in forme varie: addirittura statuine devote, oggetti in miniatura. La caratteristica particolare era il sigillo che veniva impresso nell’impasto fresco che manteneva l’impronta una volta essiccato: poteva essere un’immagine sacra come negli Agnusdei, quella di un santo, ovvero una semplice croce o un simbolo relativo al luogo d’origine. Si chiama anche Pasta di reliquie. Insieme alla terra si trovano presso la grotta denti, ossa di animali fossilizzati che l’immaginazione popolare ha identificato nel modi più fantasiosi come se fossero gli occhi, le lingue, i denti dei serpenti impietriti dalla parola dell’Apostolo. Sono dette comunemente pietre di San Paolo, ma anche lingue di San Paolo, grazie di San Paolo, occhi di serpe, lingue di vipera. Anche qui l’uomo piuttosto che vedere la luce di San Paolo preferisce guardare le sue ombre.

San Domenico di Cocullo Il primo giovedì di maggio si tiene a Cocullo (Aquila) la processione dei Serpari nella quale si porta in trionfo la statua di San Domenico di Cucullo (Foligno), loro patrono. Nato probabilmente nel 951 a Colfonaro, presso Foligno e detto propriamente San Domenico di Foligno, fu monaco e abate benedettino e morì il 22 gennaio 1031. È patrono di Cocullo e riceve l’omaggio annuale dei serpari senza che si rintracci come questo possa essere giustificato da un fatto della sua vita. La processione che si svolge in suo onore raccoglie elementi disparati, mentre le pareti interne del santuario vengono nudate periodicamente dell’intonaco da parte dei devoti che portano a casa la polvere per esorcizzare i serpenti e guarire malattie. È probabile che il rito pagano dei serpari si sia combinato con la figura cristiana. Infatti i due aspetti della manifestazione sono chiaramente giustapposti, senza una fusione. Come riferisce Antonio De Nino («Tradizioni popolari abruzzesi», Japatre, L’Aquila 1970, I, pag. 250) la tradizione è assai complessa e la celebrazione inizia per tempo, quando coi primi tepori primaverili i serpari cominciano la caccia, catturando le serpi e conservandole in olle ben chiuse, con uno strato di crusca e opportunamente interrate il luoghi freschi. Sono colubridi, per nulla velenosi, ai quali i serpari comunque tolgono i denti con l’artificio di far loro mordere le falde del cappello e rompendoglieli con uno strattone. Le grosse serpi vengono allevate in particolare col latte e conservate per la festa. Si sa che in Africa la base del culto del serpente era la presenza dell’anima dei defunti nel suo corpo. Scrivono Pozzoli, Romani e Peracchi: «?credono che le anime degli uomini, i quali hanno ben vissuto, entrino nel corpo dei serpenti. Il culto del serpente è il più celebre e il più accreditato in tutto il paese, ignorasi però qual ne sia l’origine». I serpari quindi ricercano la forza generativa della terra a primavera, quando i serpenti-defunti escono dal buio del regno infero per perpetuare la loro specie, se ne appropriano e la diffondono ritualmente per il paese in una processione e quindi rimandano i corpi depauperati e le anime al loro luogo naturale: il regno sotterraneo dell’oltretomba.

 

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BENEDETTO XVI – L’ANNO DELLA FEDE. LA RAGIONEVOLEZZA DELLA FEDE IN DIO

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20121121.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 21 novembre 2012

L’ANNO DELLA FEDE. LA RAGIONEVOLEZZA DELLA FEDE IN DIO

Cari fratelli e sorelle,

avanziamo in quest’Anno della fede, portando nel nostro cuore la speranza di riscoprire quanta gioia c’è nel credere e di ritrovare l’entusiasmo di comunicare a tutti le verità della fede. Queste verità non sono un semplice messaggio su Dio, una particolare informazione su di Lui. Esprimono invece l’evento dell’incontro di Dio con gli uomini, incontro salvifico e liberante, che realizza le aspirazioni più profonde dell’uomo, i suoi aneliti di pace, di fraternità, di amore. La fede porta a scoprire che l’incontro con Dio valorizza, perfeziona ed eleva quanto di vero, di buono e di bello c’è nell’uomo. Accade così che, mentre Dio si rivela e si lascia conoscere, l’uomo viene a sapere chi è Dio e, conoscendolo, scopre se stesso, la propria origine, il proprio destino, la grandezza e la dignità della vita umana. La fede permette un sapere autentico su Dio che coinvolge tutta la persona umana: è un “sàpere”, cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo. La fede si esprime nel dono di sé per gli altri, nella fraternità che rende solidali, capaci di amare, vincendo la solitudine che rende tristi. Questa conoscenza di Dio attraverso la fede non è perciò solo intellettuale, ma vitale. E’ la conoscenza di Dio-Amore, grazie al suo stesso amore. L’amore di Dio poi fa vedere, apre gli occhi, permette di conoscere tutta la realtà, oltre le prospettive anguste dell’individualismo e del soggettivismo che disorientano le coscienze. La conoscenza di Dio è perciò esperienza di fede e implica, nel contempo, un cammino intellettuale e morale: toccati nel profondo dalla presenza dello Spirito di Gesù in noi, superiamo gli orizzonti dei nostri egoismi e ci apriamo ai veri valori dell’esistenza. Oggi in questa catechesi vorrei soffermarmi sulla ragionevolezza della fede in Dio. La tradizione cattolica sin dall’inizio ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione. Credo quia absurdum (credo perché è assurdo) non è formula che interpreti la fede cattolica. Dio, infatti, non è assurdo, semmai è mistero. Il mistero, a sua volta, non è irrazionale, ma sovrabbondanza di senso, di significato, di verità. Se, guardando al mistero, la ragione vede buio, non è perché nel mistero non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa. Così come quando gli occhi dell’uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso, anzi la fonte della luce? La fede permette di guardare il «sole», Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia e, per così dire, riceve veramente tutta la luminosità del mistero di Dio, riconoscendo il grande miracolo: Dio si è avvicinato all’uomo, si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione (cfr Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 13). Allo stesso tempo, Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e a mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. E’ falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E’ vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato. Sant’Agostino, prima della sua conversione, cerca con tanta inquietudine la verità, attraverso tutte le filosofie disponibili, trovandole tutte insoddisfacenti. La sua faticosa ricerca razionale è per lui una significativa pedagogia per l’incontro con la Verità di Cristo. Quando dice: «comprendi per credere e credi per comprendere» (Discorso 43, 9: PL 38, 258), è come se raccontasse la propria esperienza di vita. Intelletto e fede, dinanzi alla divina Rivelazione non sono estranei o antagonisti, ma sono ambedue condizioni per comprenderne il senso, per recepirne il messaggio autentico, accostandosi alla soglia del mistero. Sant’Agostino, insieme a tanti altri autori cristiani, è testimone di una fede che si esercita con la ragione, che pensa e invita a pensare. Su questa scia, Sant’Anselmo dirà nel suo Proslogion che la fede cattolica è fides quaerens intellectum, dove il cercare l’intelligenza è atto interiore al credere. Sarà soprattutto San Tommaso d’Aquino – forte di questa tradizione – a confrontarsi con la ragione dei filosofi, mostrando quanta nuova feconda vitalità razionale deriva al pensiero umano dall’innesto dei principi e delle verità della fede cristiana. La fede cattolica è dunque ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana. Il Concilio Vaticano I, nella Costituzione dogmatica Dei Filius, ha affermato che la ragione è in grado di conoscere con certezza l’esistenza di Dio attraverso la via della creazione, mentre solo alla fede appartiene la possibilità di conoscere «facilmente, con assoluta certezza e senza errore» (DS 3005) le verità che riguardano Dio, alla luce della grazia. La conoscenza della fede, inoltre, non è contro la retta ragione. Il Beato Papa Giovanni Paolo II, infatti, nell’Enciclica Fides et ratio, sintetizza così: «La ragione dell’uomo non si annulla né si avvilisce dando l’assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole» (n. 43). Nell’irresistibile desiderio di verità, solo un armonico rapporto tra fede e ragione è la strada giusta che conduce a Dio e al pieno compimento di sé. Questa dottrina è facilmente riconoscibile in tutto il Nuovo Testamento. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, sostiene, come abbiamo sentito: «Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,22-23). Dio, infatti, ha salvato il mondo non con un atto di potenza, ma mediante l’umiliazione del suo Figlio unigenito: secondo i parametri umani, l’insolita modalità attuata da Dio stride con le esigenze della sapienza greca. Eppure, la Croce di Cristo ha una sua ragione, che San Paolo chiama: ho lògos tou staurou, “la parola della croce” (1 Cor 1,18). Qui, il termine lògos indica tanto la parola quanto la ragione e, se allude alla parola, è perché esprime verbalmente ciò che la ragione elabora. Dunque, Paolo vede nella Croce non un avvenimento irrazionale, ma un fatto salvifico che possiede una propria ragionevolezza riconoscibile alla luce della fede. Allo stesso tempo, egli ha talmente fiducia nella ragione umana, al punto da meravigliarsi per il fatto che molti, pur vedendo le opere compiute da Dio, si ostinano a non credere in Lui. Dice nella Lettera ai Romani: «Infatti le … perfezioni invisibili [di Dio], ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (1,20). Così, anche S. Pietro esorta i cristiani della diaspora ad adorare «il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). In un clima di persecuzione e di forte esigenza di testimoniare la fede, ai credenti viene chiesto di giustificare con motivazioni fondate la loro adesione alla parola del Vangelo, di dare la ragione della nostra speranza. Su queste premesse circa il nesso fecondo tra comprendere e credere, si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull’uomo e sul cosmo, lo vediamo. Il vero bene dell’umanità, accessibile nella fede, apre l’orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta. Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell’universo, nella consapevolezza che l’uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile. Così la fede, vissuta realmente, non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che – opponendosi al progetto originario di Dio – possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uomo stesso. Anche per questo è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell’universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e per la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno. Ecco perché è decisivo per l’uomo aprirsi alla fede e conoscere Dio e il suo progetto di salvezza in Gesù Cristo. Nel Vangelo viene inaugurato un nuovo umanesimo, un’autentica «grammatica» dell’uomo e di tutta la realtà. Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La verità di Dio è la sua sapienza che regge l’ordine della creazione e del governo del mondo. Dio che, da solo, «ha fatto cielo e terra» (Sal 115,15), può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella relazione con lui» (n. 216). Confidiamo allora che il nostro impegno nell’ evangelizzazione aiuti a ridare nuova centralità al Vangelo nella vita di tanti uomini e donne del nostro tempo. E preghiamo perché tutti ritrovino in Cristo il senso dell’esistenza e il fondamento della vera libertà: senza Dio, infatti, l’uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E’ ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell’anima di ogni uomo: ora, nel tempo che passa, e nel giorno senza fine dell’Eternità beata.

CHI SONO, DA DOVE VENGO E DOVE VADO: LA NECESSITÀ DELLA RICERCA DI DIO – BLAISE PASCAL

http://www.disf.org/pascal-ricerca-dio

CHI SONO, DA DOVE VENGO E DOVE VADO: LA NECESSITÀ DELLA RICERCA DI DIO  – BLAISE PASCAL

1662 – PENSÉES, NN. 334, 335

Con il suo stile diretto e provocante, Blaise Pascal stimola i libertini del suo tempo a prendere necessariamente in esame il problema esistenziale del senso della vita umana. Esistono delle domande radicali alle quali nessuno può sfuggire, se non con la distrazione ed un oblio solo temporaneo. Quanto la religione cristiana dice a proposito dell’uomo e del suo destino non può lasciare indifferenti, perché essa fornisce le risposte proprio a quelle domande che l’uomo si pone. 334. Prima di addentrarmi nelle prove della religione cristiana, trovo necessario mettere in vista l’ingiustizia degli uomini che vivono nell’indifferenza verso la ricerca della verità di una cosa che per loro è così importante e che li tocca così da vicino. Di tutti i loro errori questo è, senza dubbio, quello che più li accusa di stoltezza e di accecamento, e nel quale è più facile confonderli con le più semplici riflessioni del senso comune e con i sentimenti naturali. È infatti incontestabile che il tempo di questa vita è solo un attimo, che lo stato della morte è eterno, qualunque ne possa essere la natura; di conseguenza, tutte le nostre azioni e i nostri pensieri devono prendere strade talmente diverse secondo lo stato di questa eternità, che è impossibile fare un passo con sensatezza e con discernimento senza regolarlo in vista di quel punto che deve essere il nostro ultimo fine. Non c’è nulla di più evidente di questo e, di conseguenza, secondo i principi della ragione, la condotta degli uomini è affatto irragionevole, se essi non prendono un’altra via. Si giudichi dunque da questo punto di vista di coloro che vivono senza pensare a quell’ultimo termine della vita, che si lasciano andare alle loro inclinazioni e ai loro piaceri senza riflessione e senza inquietudine e, come se potessero annientare l’eternità distogliendo da essa il loro pensiero, pensano a rendersi felici soltanto in questo attimo. Tuttavia questa eternità esiste e la morte, che la deve spalancare e che li minaccia ad ogni ora, li deve mettere infallibilmente in breve tempo nell’orribile necessità di essere eternamente o annientati o infelici senza che sappiano quale di queste eternità sia loro preparata per sempre. Ecco un dubbio di una terribile importanza. Essi sono nel pericolo di una eternità di miserie; e su ciò, come se non ne valesse la pena, trascurano di esaminare se è una di quelle opinioni che il popolo accoglie con facilità troppo credula o di quelle che, essendo di per se stesse oscure, hanno un fondamento solidissimo, benché nascosto. E così, non sanno se c’è verità o falsità nella cosa, né se c’è vigore o fragilità nelle prove. Le hanno dinnanzi agli occhi; rifiutano di guardarvi, e in questa ignoranza prendono il partito di fare tutto quello che occorre per cadere in quella infelicità nel caso che essa ci sia, di aspettare di farne esperienza al momento della morte, di essere nel frattempo assai soddisfatti in questo stato, di proclamarlo e, infine, di vantarsene. Si può pensare seriamente all’importanza di questo problema senza avere l’orrore di una condotta così stravagante? Questo adagiarsi in simile ignoranza è una cosa mostruosa di cui occorre far sentire la stravaganza e la stoltezza a coloro che vi trascorrono la loro vita, mettendola bene dinanzi ai loro occhi, per confonderli con la considerazione della loro stoltezza. Ecco infatti come ragionano gli uomini, quando scelgono di vivere nella ignoranza di quello che essi sono e senza ricercare una luce. «Io non so» dicono… 335. Che imparino almeno a conoscere qual è la religione che combattono, prima di combatterla. Se questa religione si vantasse di avere una chiara visione di Dio e di possederla scopertamente senza veli, sarebbe un combatterla l’affermare che nel mondo non si vede nulla che lo mostri con tale evidenza. Ma poiché essa afferma, al contrario, che gli uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che Dio si è nascosto alla loro conoscenza, e tale è il nome che Egli si dà nelle Scritture, Deus absconditus [Is 45,15], e infine, se essa si impegna ugualmente a stabilire queste due cose: che Dio ha posto segni sensibili nella Chiesa per farsi riconoscere da quelli che lo cercano sinceramente, e che nondimeno li ha avvolti in tal modo che Egli sarà scorto soltanto da quelli che lo cercano con tutto il loro cuore; orbene, quale vantaggio possono trarre costoro allorquando, professando di non applicarsi a cercare la verità, gridano che non c’è nulla che gliela mostri, poiché l’oscurità in cui si trovano e che essi rinfacciano alla Chiesa non fa che confermare una delle cose che essa sostiene, senza toccare l’altra, e conferma la sua dottrina, ben lungi dal distruggerla? Bisognerebbe, per combatterla, che costoro gridassero d’aver fatto ogni sforzo per cercarla ovunque, ed anche in ciò che la Chiesa propone per istruirsene, ma senza alcun esito. Se parlassero così, contesterebbero alla verità una delle sue ambizioni. Ma spero di dimostrare qui che non c’è alcuna persona ragionevole che possa parlare in tale modo, e oso pure dire che nessuno l’ha mai fatto. Si sa abbastanza bene in quale maniera agiscono coloro che sono in un tale atteggiamento di spirito. Credono di aver fatto grandi sforzi per istruirsi quando hanno speso qualche ora a leggere qualche libro della Scrittura e hanno interrogato qualche ecclesiastico sulle verità della fede. Dopo di che, si vantano d’aver cercato senza successo nei libri e fra gli uomini. Ma, in verità, dirò loro ciò che ho detto più volte, che tale negligenza non è tollerabile. Non si tratta qui dell’interesse passeggero di qualche estraneo, per comportarsi in quel modo; si tratta di noi stessi, e del nostro tutto. L’immortalità dell’anima è una cosa che ci interessa così fortemente, che ci tocca così profondamente, che bisogna aver perduto ogni sensibilità per rimanere indifferenti a sapere come stiano le cose. Tutte le nostre azioni e pensieri devono prendere indirizzi talmente diversi a seconda che si avranno o non si avranno beni eterni da sperare, che è impossibile fare un passo con criterio e giudizio senza regolarlo in vista di quel punto che deve essere il nostro ultimo oggetto. Io posso soltanto aver compassione per quelli che gemono sinceramente in questo dubbio, che lo considerano come l’estrema delle sventure e che non risparmiando nulla per uscirne, fanno di questa ricerca la principale e la più seria delle loro occupazioni. Ma per quelli che trascorrono la loro vita senza pensare all’ultimo termine della vita e che, per la sola ragione che non trovano in se stessi i lumi che li possano persuadere, trascurano di cercarli altrove e di esaminare a fondo se questa opinione è di quelle che il popolo accoglie con semplicità credula o di quelle che, quantunque per loro stesse oscure, hanno un fondamento molto solido e incrollabile, ho una considerazione del tutto diversa. Questa negligenza su una questione in cui si tratta di loro stessi, della loro eternità, del loro tutto, mi irrita più che non mi rattristi: essa mi stupisce e mi sgomenta: è per me una mostruosità. Non dico questo per pio zelo di una devozione spirituale. Penso, al contrario, che si debba avere questo sentimento per un principio di interesse umano e per un interesse di amor proprio: non occorre, per questo, che vedere quanto vedono le persone meno illuminate. Non è necessario avere un’anima molto elevata per comprendere che quaggiù non c’è soddisfazione vera e duratura, che tutti i nostri piaceri sono solo vanità, che i nostri mali sono infiniti, e che, infine, la morte, che ci minaccia ogni momento, deve infallibilmente metterci nel giro di pochi anni nell’orribile necessità di essere eternamente o annientati o infelici. Non c’è nulla di più reale di ciò, né di più terribile. Facciamo quanto vogliamo gli spavaldi: ecco la fine che attende la più bella vita del mondo. Si rifletta su ciò e si dica poi se non è indubitabile che, in questa vita, non ci sia altro bene all’infuori della speranza di un’altra vita, che non si è felici che nella misura in cui ci si avvicina ad essa e che, come non vi saranno più sventure per coloro che erano totalmente sicuri dell’eternità, così non c’è felicità per quelli che non ne hanno alcuna luce. È dunque sicuramente un gran male essere in questo dubbio; ma è almeno un dovere indispensabile cercare, quando si è in tale dubbio; e così, chi dubita e non cerca è insieme e assai infelice e molto ingiusto; se egli con ciò, tranquillo e soddisfatto, ne fa professione, e infine se ne vanta e fa proprio di questa situazione motivo di gioia e di vanità, allora io non ho parole per qualificare una così strana creatura. Donde si possono trarre tali sentimenti? Quale motivo di gioia si trova a non aspettarsi più che miserie senza rimedio? Quale motivo di vanità nel trovarsi in oscurità impenetrabili, e come è possibile che questo ragionamento passi nella mente di un uomo ragionevole? «Io non so chi mi ha messo al mondo, né che cos’è il mondo, né che cosa sia io stesso; mi trovo in una ignoranza terribile su tutte le cose; non so cosa sia il mio corpo, che cosa i miei sensi, che cosa la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quello che sto dicendo, che riflette su tutto e su se stessa, e non conosce se stessa così come non conosce le altre cose. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo che mi racchiudono, mi trovo confinato in un angolo di questa vasta distesa, senza sapere perché sono posto in questo luogo piuttosto che in un altro, né perché questo poco di tempo che mi è stato dato da vivere mi è stato fissato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Vedo da ogni parte solo infinità che mi racchiudono come un atomo e come un’ombra che dura solo un istante senza ritorno. Tutto ciò che so è che devo presto morire, ma quello che più ignoro è questa stessa morte che non saprei evitare. «Come non so di dove vengo, così non so dove vado, e so solamente che uscendo da questo mondo cadrò per sempre o nel nulla o nelle mani di un Dio sdegnato, senza sapere quale di queste due condizioni avrò in sorte per l’eternità. Ecco il mio stato, pieno di debolezza e d’incertezza. E da tutto questo concludo che devo dunque passare tutti i giorni della mia vita senza cercare quello che mi dovrà capitare. Forse potei trovare qualche chiarimento ai miei dubbi; ma non voglio darmene pena, né fare un passo per cercarlo, e poi, trattando con disprezzo quelli che si travagliano in questa ricerca – qualunque certezza che essi ne avessero, sarebbe un motivo di disperazione piuttosto che di vanità -, io voglio affrontare senza previdenza e senza timore un così grande evento, e lasciarmi mollemente condurre alla morte, nell’incertezza sull’eternità della mia futura condizione». Chi si augurerebbe di avere per amico un uomo che discorre in questo modo? Chi lo sceglierebbe, tra gli altri, per confidargli i propri affari? Chi ricorrerebbe a lui nelle afflizioni? E infine, a qual uso della vita lo si potrebbe destinare? In verità è titolo di gloria per la religione avere per nemici uomini così insensati; e la loro opposizione è per essa così poco pericolosa che riesce, al contrario, a convalidare le sue verità. Perché la fede cristiana a un dipresso afferma solo due cose: la corruzione della natura e la redenzione di Gesù Cristo. Ora io sostengo che se essi non servono a dimostrare la verità della redenzione con la santità dei loro costumi, servono almeno in modo ammirevole a dimostrare la corruzione della natura con sentimenti così snaturati. Nulla è così importante per l’uomo quanto il suo stato, nulla gli è così spaventoso quanto l’eternità; per questo non è affatto naturale che si trovino uomini indifferenti alla perdita del proprio essere e al pericolo di una eternità di miserie. Essi sono ben diversi nei riguardi di tutte le altre cose: hanno timore finanche nelle cose più leggere, le prevedono, le sentono; e quello stesso uomo che passa tanti giorni e tante notti nella rabbia e nella disperazione per la perdita di una carica o per qualche offesa immaginaria al suo onore, è lo stesso che sa di essere sul punto di perdere tutto con la morte, senza inquietudine e senza emozione. È una cosa mostruosa vedere in uno stesso cuore e nello stesso tempo una tale sensibilità per le cose più piccole e una tale singolare sensibilità per le più grandi. Sono un incantesimo incomprensibile, e un torpore soprannaturale, che indicano una forza onnipotente che ne è la causa Bisogna che vi sia nella natura dell’uomo un singolare stravolgimento, per vantarsi di essere in tale stato, nel quale sembra incredibile che possa stare una sola persona. Tuttavia l’esperienza me ne fa vedere in così grande numero che ciò sarebbe sorprendente se non sapessimo che la maggior parte di quelli che se ne occupano simulano e non sono tali in realtà; sono persone che hanno sentito dire che le belle maniere del mondo consistono nel fare così lo sregolato. È ciò che essi chiamano aver scosso il giogo, e che si studiano di imitare. Ma non sarebbe difficile far loro capire come s’ingannano se cercano per questa via la stima. Non è il mezzo per ottenerla, e questo vale per le stesse persone del mondo che giudicano rettamente delle cose e che sanno che l’unica via per riuscirvi è di mostrarsi onesti, fedeli, giudiziosi e capaci di rendere utili servigi al proprio amico, poiché gli uomini amano per natura solo ciò che può essere loro utile. Ora, quale vantaggio c’è per noi nel sentire dire da un uomo che ha scosso il giogo, che non crede che vi sia un Dio che veglia sulle sue azioni, che egli considera l’unico arbitro della propria condotta, e che non pensa a renderne conto che a se stesso? Pensa di averci condotti in tal modo ad avere orami molta fiducia in lui e attendere da lui consolazioni, consigli e aiuto in tutti i bisogni della vita? Pretendono di averci ben rallegrato, col dirci che sono sicuri che la nostra anima è solo un po’ di vento e di fumo, ed ancora, di dircelo con un tono di voce fiero e soddisfatto? È questa dunque una cosa da dirsi allegramente? Non è, al contrario, cosa da dirsi con tristezza, come la cosa più triste del mondo? Se ci pensassero seriamente, vedrebbero che questo è così mal pensato, così contrario al buon senso, così opposto all’honnêteté e così lontano sotto ogni punto di vista da quella distinzione che essi cercano, che essi sarebbero piuttosto capaci di correggere che corrompere coloro che avessero qualche inclinazione a seguirli. In realtà, fate che si rendano conto dei loro sentimenti e delle ragioni che hanno di dubitare della religione: vi diranno cose così futili e così volgari che vi convinceranno del contrario. È quanto diceva loro un giorno, ben a proposito, una persona: «Se continuate a discorrere in tale modo, in verità finirete con il convertirmi». Ed aveva ragione, perché chi non proverebbe orrore a vedersi con dei sentimenti in cui si hanno per compagni persone così spregevoli! E così quelli che soltanto fingono questi sentimenti sarebbero molto infelici a costringere la loro natura, per diventare i più impertinenti tra gli uomini. Se nel profondo del loro cuore sono contrariati di non aver più lumi, non lo dissimulino: questa confessione non sarà vergognosa. È vergognoso solo non averne vergogna. Nulla denuncia maggiormente una strema fiacchezza di spirito quanto il non riconoscere qual è la sventura di un uomo senza Dio; nulla denota di più una cattiva disposizione del cuore quanto il non desiderare la verità delle promesse eterne; nulla è più vile quanto il fare lo spavaldo contro Dio. Lascino dunque tali empietà a quelli che sono tanto mal nati da esserne realmente capaci; siano almeno persone oneste se non possono essere cristiani, e riconoscano in fine che vi sono due categorie di persone che si possono dire ragionevoli: o quelli che servono Dio con tutto il cuore perché lo conoscono, o quelli che lo cercano con tutto il cuore perché non lo conoscono. Ma quanto a quelli che vivono senza conoscerlo e senza cercarlo, essi si giudicano da sé tanto poco degni di prendersi cura di se stessi, che non possono essere degni delle cure degli altri; e occorre avere tutta la carità della religione che essi disprezzano per non disprezzarli fino ad abbandonarli alla loro insensatezza. Ma poiché questa religione ci obbliga a considerarli sempre, fino a che vivono, come capaci della grazia che può illuminarli, e di credere che possono essere fra breve più colmi di fede di quanto non lo siamo noi, e che potremo, al contrario, cadere nell’accecamento in cui loro si trovano, occorre fare per loro quello che noi vorremmo si facesse per noi se fossimo al loro posto, e invitarli ad aver pietà di loro stessi, e a fare almeno qualche passo per tentare di trovare qualche lume. Dedichino a questa lettura qualcuna delle ore che impiegano così futilmente in altre cose; qualunque avversione vi provassero, forse vi troveranno qualche cosa, e per lo meno non vi perderanno molto; ma per quelli che vi metteranno una perfetta sincerità e un veritiero desiderio di trovare la verità, spero che saranno soddisfatti e che saranno convinti delle prove di una religione tanto divina, che ho qui raccolte e nelle quali io ho seguito pressappoco quest’ordine.   Da Pensieri, opuscoli, lettere, a cura di A. Bausola, tr. it. di A. Bausola e R. Tapella, Rusconi, Milano 19974, Pensieri, nn. 334, 335, pp. 517-527

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SECONDA LETTURA – PRIMA LETTERA DI SAN PAOLO AI CORINZI, 12, 4-11 – MARIE-NOËLLE THABUT

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COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 17 JANVIER 2016

SECONDA LETTURA – PRIMA LETTERA DI SAN PAOLO AI CORINZI, 12, 4-11

(traduzione Google dal francese)    

Le lettere ai Corinti risalgono venti secoli e non sono invecchiate di un po ‘? Piuttosto, è del tutto pertinente: come rimanere cristiani in un mondo che ha altri valori? Come ordinare le idee che circolano, quelli compatibili con la fede cristiana? Come convivere con i non cristiani senza venir meno alla carità? Ma non perdere la nostra anima, come si dice? Il mondo intorno a parlare di sesso e denaro … Come evangelizzare? Questi erano i problemi dei cristiani di Corinto recenti convertiti in un mondo prevalentemente pagana; sono nostri ormai vecchi cristiani o no, ma in una società che non è più sottolinea i valori cristiani. le risposte di Paolo ci riguardano quindi quasi tutti. Parla delle divisioni nella comunità, i problemi della vita coniugale, soprattutto quando i coniugi non condividono la stessa fede, il Capo di stare in mezzo a tutte le nuove idee commercianti: su tutti questi punti, mette la le cose al loro posto. Ma sempre, come quando parla di cose molto concrete, ha prima ricorda la fondazione delle cose, che è il nostro Battesimo: nelle parole di Giovanni Battista, mediante il Battesimo, siamo stati immersi nel fuoco dello Spirito (Mt. 3, 11), e ora è lo Spirito che si rifrange attraverso di noi secondo la nostra diversità. Paolo dice la stessa cosa: « Colui che agisce in tutto questo è uno e medesimo Spirito distribuisce i suoi doni a ciascuno secondo la sua volontà. « In Corinto, come in tutto il mondo ellenistico, l’intelligenza era adorato, abbiamo sognato di scoprire la saggezza, si è parlato ovunque filosofia. Per quelle persone che sognavano di saggezza scoprire da loro stessi e dal rigore delle loro argomentazioni, Paolo risponde: la vera saggezza, la conoscenza da sola che conta, non è la fine del nostro discorso: è un dono di Dio . « A uno viene concesso dallo Spirito, il linguaggio della sapienza di Dio; a un altro, sempre nello spirito, il linguaggio della conoscenza di Dio. « Non c’è niente di cui vantarsi, tutto è dono. La parola « donazione » è ripetuto sette volte! Nella Bibbia, questa non è una novità! Qui Paolo limita a ripetere i cristiani in termini che il suo popolo aveva da tempo scoperto, che solo Dio conosce e può trovare la vera saggezza. La novità del discorso di Paolo è altrove: consiste nel parlare dello Spirito come di una persona. Più profondamente, Paolo si distingue completamente dalla ricerca filosofica di ogni altro: non propone una nuova scuola di filosofia , un altro … Qualcuno ha annunciato. Perché i doni e distribuiti ai membri della comunità cristiana non sono all’ordine del potere o competenza, sono una presenza interiore: il nome dello Spirito è menzionato otto volte in questo brano. Infine, questo testo è rivolto ai Corinzi, ma non parla di loro, parla solo dello Spirito al lavoro nella comunità cristiana; . E che, con pazienza, senza sosta, ci conduce verso il nostro Padre (lui ci soffia a dire « Abbà » – Padre) e ci si gira verso i nostri fratelli Giusto per essere chiari, Paolo dice: « Ognuno riceve la manifestazione lo Spirito per il bene comune di tutti.  » Sappiamo che i Corinzi erano ansiosi di fenomeni spirituali straordinarie, ma San Paolo ricorda loro solo obiettivo: il bene di tutti. Ai fini dello Spirito non è altro dal momento che è l’amore personificato. E poi nelle sue mani, per così dire, diventiamo strumenti di una varietà infinita per la grazia di Dio che è Uno: « I doni di grazia sono molteplici, ma lo stesso Spirito. I servizi sono molteplici, ma lo stesso Signore. Le attività sono varie, ma è lo stesso Dio che agisce in tutto e in tutti. « Questa è la meraviglia della nostra diversità: ci fanno capaci, a loro modo, per dimostrare l’amore di Dio. Una delle lezioni del testo di St. Paul è sicuramente imparare a gioire per le nostre differenze. Sono le tante sfaccettature dell’amore che ci permette di fare secondo l’originalità di ciascuno. Rallegriamoci dunque la varietà di razze, colori, lingue, regali, arte, invenzioni … E ‘quello che fa la ricchezza della Chiesa e del mondo ha fornito vivete nell’amore. E ‘come un’orchestra: la stessa ispirazione … diversi e complementari espressioni dei diversi strumenti e qui una sinfonia … una sinfonia fornito per giocare tutti nella stessa chiave … è quando noi non giocano tutti nella stessa tonalità vi è una cacofonia! La sinfonia in questione qui è la canzone d’amore che la Chiesa è responsabile per il canto nel mondo dire « inno alla carità », come si suol dire « Inno alla gioia ‘di Beethoven. La nostra complementarietà nella Chiesa non è una questione di ruoli, funzioni, in modo che la Chiesa viva, con una organizzazione in atto … E ‘molto più grave e più bello di questo: è la missione affidato alla Chiesa per rivelare l’amore di Dio: questa è la nostra unica ragione d’essere.

 

17 GENNAIO 2016 | 2A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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17 GENNAIO 2016 | 2A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

* Is 62,1-5 – Gioirà lo sposo per la sposa. * Dal Salmo 95 – Rit.: Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose. * 1 Cor 12,4-11 – L’unico e medesimo Spirito distribuisce a ciascuno come vuole. * Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Alle nozze di Cana Gesù trasformò l’acqua in vino: egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Alleluia. * Gv 2,1-12 – Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea

« Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea » La Liturgia della seconda Domenica « per annum » è dominata dalla scena semplice e toccante del miracolo delle nozze di Cana (Gv 2,1-12). Però è una semplicità, quella di Giovanni, piena di « mistero »: tutto, nel suo linguaggio, diventa simbolico e allusivo, quasi che egli senta bisogno, per esprimere l’inesprimibile della fede, di una « condensazione » di segni e di simboli parlanti, al di là delle stesse parole da lui usate. Ed è per questo che anche il nostro episodio, non appena cerchiamo di penetrarlo a fondo, sembra quasi sfuggirci nel suo significato più denso e più pieno. Proviamo, in ogni modo, a rileggere questo brano alla luce del gusto « simboleggiante » dell’Evangelista, e forse potrà accadere anche a noi quello che accadde ai discepoli di Cristo dopo questo primo suo miracolo: « Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui » (2,11). Questo versetto, che conclude tutto il racconto, è particolarmente significativo, perché contiene il commento teologico dell’Evangelista medesimo. Orbene, per Giovanni il miracolo delle nozze di Cana è carico di significato per tre motivi: a) è l’ »inizio » (in greco ‘arché) dei miracoli di Gesù, però non tanto e solo in senso cronologico quanto in senso « esemplare », cioè come il modello e l’ »archetipo » di tutti gli altri che egli farà in seguito; b) in esso si è manifestata la « gloria » di Cristo Signore, cioè qualcosa del « mistero » che in lui è nascosto e che egli rivela in certi gesti e in certi momenti, con piena libertà e sovranità; c) a motivo di questo fatto, interpretato nei suoi diversi risvolti di « segno » che allude a realtà più profonde, i discepoli di Gesù « credettero in lui », cioè « si affidarono a lui ». In greco abbiamo eis ‘autón (= verso di lui), che dice movimento, tensione, affidamento a una persona, con la quale si instaura un dialogo di convivenza fiduciosa. Come si vede, nel commento dell’Evangelista il miracolo delle nozze di Cana è tutto incentrato in Gesù: il « segno » rivela qualcosa del mistero « cristologico », di cui egli è portatore. La festa di nozze, l’acqua, il vino, l’intervento stesso di Maria che sembra sollecitare e anticipare, in certo senso, l’intervento del Figlio, assumono il loro giusto rilievo in rapporto al « mistero » di Cristo che, in un modo o in un altro, tendono a lumeggiare.

« Non è ancora giunta la mia ora » Prendiamo, ad esempio, il fatto che il primo miracolo di Gesù avvenga in occasione di una festa di nozze. Che senso può avere tutto questo nella prospettiva giovannea? Qualcuno ha pensato alla intenzione di Cristo di santificare con la sua presenza e con il dono del miracolo l’istituto del matrimonio e l’amore umano, che poi fondano la famiglia. Certo, tutto questo rientra nella logica della Incarnazione, che S. Giovanni mette così chiaramente in luce soprattutto nel prologo: dal momento che « il Verbo si è fatto carne ed ha posto la sua tenda in mezzo a noi » (1,14), è la totalità dell’esperienza « umana » che egli intende « appropriarsi » e santificare, tutto riportando alla trasparenza dell’originario disegno di Dio. Al di là di questo, però, credo che ci sia un significato anche più profondo nel gioco allusivo del « segno », che per S. Giovanni è l’insieme dell’episodio e non soltanto una parte, sia pure quella più caratteristica, rappresentata dalla trasformazione dell’acqua in vino. Quella festa di nozze non sta forse a significare, con la carica di « amore » che essa esprime e che Gesù certamente ha potenziato con la luce della sua presenza, l’amore più grande di Cristo per gli uomini, la sua immensa capacità di donarsi e di sacrificarsi per tutti noi? In ultima analisi, direi che sono le « nozze » di Cristo con l’umanità quelle a cui rimanda l’episodio di Cana: il « segno » dunque è più alto che non quello della semplice benedizione a delle nozze terrene! E siccome il massimo di amore di Cristo per gli uomini si avrà al momento della sua morte di croce, a ragione egli potrà rispondere alla madre: « Non è ancora giunta la mia ora » (v. 4). È risaputo infatti che per Giovanni l’ora è precisamente l’ora della croce, l’ora decisiva e fatale in cui si consumano l’obbedienza del Figlio al Padre e la salvezza degli uomini: un’ora, però, non chiusa in se stessa, ma già aperta alla gloria della risurrezione, che avverrà al « terzo giorno ». Non per nulla nel nostro brano, proprio all’inizio, si dice che « il terzo giorno ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea » (v. 1). Peccato che nella pericope liturgica quella precisazione cronologica sia stata sostituita con la generica formula « in quel tempo », facendoci perdere così uno di quei rimandi « allusivi » di cui è carico il nostro brano: infatti gli esegeti vedono in quella formula un preciso riferimento alla risurrezione. E poi c’è l’acqua che « diventa vino » in grande abbondanza e di ottima qualità: « Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili… E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono » (vv. 6.9-10). Il miracolo non consiste solo nella trasformazione dell’acqua in vino, ma anche nel fatto che il vino del miracolo sia abbondante e « migliore » di quello gustato fino a quel momento. Anche qui abbiamo un chiaro riferimento messianico. Molti testi profetici, infatti, annunciano per gli ultimi tempi abbondanza dei frutti della terra, e specialmente del vino: « I monti stilleranno vino nuovo, e tutti i colli ne verseranno ruscelli » (Am 9,13-14); « Torneranno a sedersi sotto la mia ombra, coltiveranno il frumento, lavoreranno le vigne e godranno la fama che vanta il vino del Libano » (Os 14,7). E accanto al vino, l’idea del banchetto e della felicità. Il Cristo che, secondo Giovanni, inaugura la sua attività con il miracolo delle nozze di Cana, sta a significare che con lui sono venuti i tempi « nuovi »: il vecchio mondo ebraico per un verso cede il passo alla nuova realtà di salvezza quasi per un processo di logoramento, per un altro verso si « trasforma » come per misterioso processo di « conversione », come l’acqua che diventa vino. Sta di fatto, comunque, che Cristo porta il « nuovo » e il « meglio », quello che piace a tutti coloro che hanno il gusto fino, come il « maestro di tavola » dell’episodio evangelico (v. 10). Se poi in tutti questi riferimenti (vino, banchetto, ecc.) vediamo una velata allusione all’Eucaristia (cf cap. 6), come sostengono molti esegeti, avvertiamo ancora di più il senso del « nuovo » introdotto da Cristo nel piano della salvezza voluto da Dio per gli uomini: dall’acqua al vino, dal vino al sangue eucaristico, è tutto un « crescendo » meraviglioso dell’opera di « trasformazione » compiuta da Cristo per inserire anche noi nel suo « mistero » di donazione e di amore.

« E c’era la madre di Gesù » Ma veniamo ora alla presenza di Maria in Cana di Galilea, volutamente segnalata dall’Evangelista nella sua veste di « madre » del Salvatore. Il brano, infatti, si apre e si chiude con un esplicito riferimento a lei: « In quel tempo ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù… Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre… » (vv. 1.12). La presenza di Maria non è una presenza di contorno, ma determinante ed attiva. È lei infatti a provocare l’intervento di Cristo, comunque si interpreti il senso delle sue parole: « Non hanno più vino » (v. 3). Una constatazione obiettiva che il vino era « venuto a mancare », oppure una delicata preghiera perché il Figlio facesse qualcosa per risolvere il caso? In ogni modo, un coinvolgimento umanissimo nei problemi e nelle difficoltà degli altri, e un tentativo di coinvolgere in questo anche il Figlio: perciò un atteggiamento di profonda carità, in Maria, e di enorme fiducia. Una « fiducia », però, che poteva nascere in lei solo da una grande « fede » nel Cristo; anche se questa « fede », nella situazione concreta in cui si manifestava, aveva bisogno di essere perfezionata. È forse questo il significato della risposta di Gesù, che più ovviamente esprime un certo dissenso: « Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora » (v. 4). Il rimando all’ »ora », nel senso che abbiamo sopra accennato, sta a dire che tutto nella vita del Cristo è determinato dalla volontà del Padre celeste: è a quella che egli deve sempre e solo uniformarsi in ogni sua azione, senza alcuna interferenza umana, neppure della madre. Il che non significa diniego, come dimostrano il seguito del fatto e l’atteggiamento stesso di Maria: « La madre dice ai servi: Fate quello che vi dirà » (v. 5). Cristo in tal modo si fa educatore della fede stessa di sua madre, portandola a vette più alte, così come era accaduto in occasione del suo smarrimento nel tempio: « Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? » (Lc 2,49). D’altra parte, il fatto che Gesù si rivolga a sua madre chiamandola « donna », rimanda a un’altra scena del Vangelo di Giovanni, dove di nuovo Gesù l’appella con tale nome, cioè la scena della morte di Croce: « Gesù dunque, vedendo la madre e il discepolo che egli amava in piedi davanti a sé, dice alla madre: Donna, ecco il tuo figlio » (19,26). È questa l’ora, per la quale Cristo dà appuntamento alla madre, in cui essa ha pieno diritto di intervenire, perché coinvolta anch’essa nella sofferenza e nella lotta contro Satana, proprio come la « donna » di cui ci parla la Genesi (3,15). Tutto l’agire di Gesù è finalizzato a quell’ora: pur non rifiutandosi alla richiesta della madre, egli la invita con parole misteriose a prepararsi a salire il Calvario, dove avrebbe celebrato le vere « nozze » dell’amore ed avrebbe offerto al mondo il vero ed autentico banchetto messianico: il suo corpo e il suo sangue per la salvezza di tutti. A tutto questo sfondo di idee rimanda il racconto del miracolo delle nozze di Cana.

« I suoi discepoli credettero in lui » Comprendiamo allora perché l’Evangelista gli dia così grande importanza, dicendo che esso fu l’ »inizio » dei miracoli di Gesù o, meglio, dei « segni » da lui compiuti. È risaputo, infatti, che Giovanni preferisce chiamare i miracoli « segni » (seméìa), nel senso che non devono esaurirsi in se stessi, come meri gesti di potenza o di misericordia, ma devono rimandare ai vari « misteri » che via via il Cristo intende, attraverso di essi, manifestare agli uomini, come abbiamo sopra cercato di chiarire per il miracolo delle nozze di Cana. Comprendiamo pure perché Gesù in quella occasione « manifestò la sua gloria », che non è tanto e solo la « potenza » manifestata nel compiere il prodigio della conversione dell’acqua in vino, quanto il collegamento di questo con il prodigio più grande ancora della sua donazione « sponsale » sul duro legno della Croce, nell’ »ora » stabilita dal Padre. S. Giovanni ci dice ancora che « i suoi discepoli credettero in lui » (v. 11). Il miracolo fece nascere la fede; ma, nello stesso tempo la fede aiutò a « leggere » il miracolo in quanto « segno » di realtà più grandi. In questo senso l’atteggiamento di Maria può essere l’esempio più luminoso di un vero atteggiamento di « fede »: un affidarsi completamente al Figlio per tutto quello che egli « dirà » o « farà » per risolvere un caso concreto della vita, fino al vertice sommo dell’abbandono totale alla volontà del Padre che passa per la desolante esperienza della croce, dove si manifesterà il massimo della « gloria » di Cristo e, con lui, anche della madre sua. Una fede, però, quella di Maria, che nasce dalla « carità » e si riversa nella carità: questo per dire che la nostra fede sarebbe falsa, se ci distaccasse dai fratelli e non assumesse tutte le dimensioni del vivere umano, come, ad esempio, la gioia, la festa e anche la sofferenza di un giorno di nozze.

« A ciascuno è data una manifestazione dello Spirito » Alla luce di queste considerazioni ci appariranno più cariche di significato anche la prima e la seconda lettura. La prima lettura, ripresa dal terzo Isaia (62,1-5), ci descrive i nuovi rapporti di Dio con la Gerusalemme ricostruita al ritorno dall’esilio babilonese, dopo l’editto di Ciro (538-537 a.C.), sotto l’immagine nuziale: « Sarai una magnifica corona nella mano del Signore… Nessuno ti chiamerà più « Abbandonata », …ma tu sarai chiamata « Mio compiacimento » e la tua terra « Sposata », perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore… » (vv. 3-5). La seconda lettura, ripresa da S. Paolo (1 Cor 12,4-11), ci parla dei « carismi », cioè di quei doni, piccoli o grandi, che Dio mediante il suo Spirito concede a tutti i battezzati. L’Apostolo vuol ricordare ai suoi cristiani che i doni di Dio non devono essere goduti egoisticamente, ma messi a disposizione dei fratelli: « A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune » (v. 7). Esattamente come Maria, che a Cana di Galilea ha usato della « grazia » della sua divina maternità per interessare Gesù al disagio in cui era venuta a trovarsi una coppia di giovani sposi.

Settimio CIPRIANI  (+)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 janvier, 2016 |Pas de commentaires »
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