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CAPITOLO SECONDO – L’INCONTRO DI DAMASCO (2008)

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CAPITOLO SECONDO – L’INCONTRO DI DAMASCO (2008)

Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona

Una delle prime cose che, nel corso dei miei studi biblici, ho imparato su san Paolo è l’importanza fondamentale dell’evento di Damasco, l’incontro sconvolgente di Saulo con Gesù di Nazaret, per entrare nel segreto di Paolo, per comprendere tutta la sua riflessione teologica e per cogliere il mistero di grazia che in lui si manifesta, cioè per fare anche noi il cammino di fede che ha fatto lui. È lui stesso che ce ne parla, in termini ancora così caldi e commoventi, nella Lettera ai cristiani della Galazia. La sua testimonianza personale ci aiuta a farci un’idea chiara e distinta di quell’incontro: essenzialmente è stata una rivelazione (apokalupsis: Gall,16), un confronto che ha cambiato i connotati spirituali di Saulo. Da allora Saulo non è più Saulo; Saulo è diventato un uomo nuovo, una nuova creatura, amico di Gesù, missionario del Vangelo, fratello universale. Un noto studioso contemporaneo ha potuto scrivere che, per comprendere la teologia di Paolo, non è sufficiente partire da Tarso, città nella quale egli è nato e ha ricevuto la sua prima formazione; non basta partire da Gerusalemme, città nella quale Saulo è stato educato e ha potuto confrontarsi con gli apostoli, con Pietro in modo speciale; non è sufficiente partire da Antiochia, città che è stata punto di riferimento di tutti i suoi viaggi missionari. Certo, queste città hanno avuto tutte la loro importanza nella formazione di Paolo e tutte in qualche modo hanno contribuito alla sua crescita morale e spirituale. Ma per entrare nel pensiero di Paolo e per comprendere il suo approccio a Cristo e al mistero della salvezza è assolutamente necessario partire da Damasco, perché Damasco costituisce il momento della sua prima illuminazione e il cambiamento di rotta che ha determinato tutto il resto della sua vita. Una semplice rilettura di quell’evento (cfr. At 9,1-19; 22,1-21; 26,1-23) ci mette in diretto contatto con la parola di Dio o, meglio, con colui che, mediante la Bibbia, ci rivolge personalmente la sua Parola. Comprenderemo allora l’importanza dell’incontro di Damasco nella vita di Paolo: un fulmine a ciel sereno, si direbbe, o meglio una meravigliosa e imprevedibile irruzione della grazia di Dio nella sua vita burrascosa e disordinata. A Damasco Paolo ha compreso che tra Gesù e i cristiani vi era, e vi è tuttora, una identità spirituale, sacramentale, nella quale sta il segreto e il fondamento del nostro essere Chiesa, del nostro amore alla Chiesa: « lo sono quel Gesù che tu perseguiti» (At 9,5). Dunque: nella persona dei suoi discepoli è il Signore a essere perseguitato. La Chiesa è il corpo di Cristo, è il prolungamento della sua umanità, è la sposa amata di Cristo. Non si può separare la Chiesa da Cristo, come non si può separare una persona dal suo corpo, come non si può dividere la sposa dallo sposo: sarebbe una violenza assurda. Qui sta il segreto di tutta la spiritualità paolina. A Damasco Paolo ha compreso che Gesù di Nazaret è il vero Messia, quello indicato dai profeti dell’Antico Testamento e destinato a diventare il Salvatore dell’intera umanità, perché tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi sono peccatori e attendono la liberazione dalla schiavitù del peccato. Avendo identificato Gesù nella sua dignità messianica e nella sua divinità, Paolo non poté non legarsi a lui con tutte le sue forze, con tutta la sua capacità di amare, per una convinzione in lui profondamente radicata: «So a chi ho creduto e sono certo che egli è capace di conservare fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato» (2Tm 1,12). A Damasco Paolo ha compreso che fino a quel momento egli aveva camminato su una strada sbagliata, una strada che non doveva più battere. Quello è stato il momento della sua conversione, cioè del suo distacco da una vita contrassegnata dalla paura e dall’odio per volgersi a una vita improntata alla fiducia e all’amore. «Quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,7-8). La conversione di Paolo ha davvero qualcosa di straordinario, che raramente si è verificato nella storia bimillenaria del cristianesimo. A Damasco Paolo ha compreso di dover cambiare vita e di dover aderire in pieno, mediante la fede, alla persona di Gesù: lui solo doveva diventare l’oggetto del suo amore, il centro della sua predicazione. In effetti tutte le Lettere di Paolo, che sono il riflesso letterario della sua viva voce, hanno una impostazione cristocentrica evidentissima: «lo ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso» scrive ai cristiani di Corinto (1Cor 2,2). Quello cui Paolo tende con tutte le sue forze non è un Cristo evanescente, ma proprio quel Gesù che porta in sé le stimmate della crocifissione. Ogni ipotesi alternativa a questa, Paolo la respinge fortemente. Lo afferma, sia pure in tono ironico, nella sua Seconda lettera ai cristiani di Corinto: «Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno Spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro Vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo» (2Cor 11,4). A Damasco Paolo ha avuto il dono di comprendere che nella vita quello che vale di più non èl’affermazione di se stessi a scapito degli altri, bensì il dono di sé a colui per amore del quale possiamo amare il prossimo, chiunque esso sia. I.:amore del prossimo allora diventa inseparabile dall’amore di Gesù, così come l’amore di Gesù porta necessariamente all’amore verso il prossimo. Su questo tema Paolo ha composto un « inno alla carità » che raggiunge le vette della poesia e della mistica: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità; tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1Cor13,4-7). A Damasco Paolo ha compreso che c’è Qualcuno al di sopra di tutti che merita di essere servito e amato sopra ogni altra cosa o persona: Gesù di Nazaret. Il suo nome, cioè la sua persona, è «al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9). Egli, Paolo, doveva farlo conoscere a tutti: « perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Signore è Gesù Cristo a gloria di Dio Padre» (Fil 2,10-11). Qui possiamo intravedere la coscienza missionaria di Paolo che tende a portare Gesù agli altri e gli altri a Gesù. A Damasco Paolo si è visto costretto a cambiare l’orientamento della sua vita e lo ha fatto in modo così netto e forte da lasciare intravedere che in quel preciso momento in lui ha trionfato solo la grazia di Dio. Tutto sta rinchiuso in quel « ma » con il quale egli imprime una svolta al racconto della sua conversione: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi… Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani…» (Gal 1,13-16). Ognuno di noi può fare tutti i progetti che vuole, può anche illudersi di poter fare tutto da solo, ma quando Dio decide di entrare nella sua vita, allora tutto cambia e cambia in meglio.

Conversione di San Paolo

Conversione di San Paolo dans immagini sacre Bibbia-XVI-secolo-BM-Valenciennes-655x1024

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Publié dans:immagini sacre |on 24 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2013)

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CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

Basilica di San Paolo fuori le Mura Venerdì, 25 gennaio 2013

Cari fratelli e sorelle!

E’ sempre una gioia e una grazia speciale ritrovarsi insieme, intorno alla tomba dell’apostolo Paolo, per concludere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Saluto con affetto i Cardinali presenti, in primo luogo il Cardinale Harvey, Arciprete di questa Basilica, e con lui l’Abate e la Comunità dei monaci che ci ospitano. Saluto il Cardinale Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e tutti i collaboratori del Dicastero. Rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarca ecumenico, al Reverendo Canonico Richardson, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, qui convenuti questa sera. Inoltre, mi è particolarmente gradito salutare i membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, ai quali auguro un fruttuoso lavoro per la sessione plenaria che si sta svolgendo in questi giorni a Roma, come pure gli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, in visita a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa cattolica, e i giovani ortodossi e ortodossi orientali che qui studiano. Saluto infine tutti i presenti convenuti a pregare per l’unità tra tutti i discepoli di Cristo. Questa celebrazione si inserisce nel contesto dell’Anno della fede, iniziato l’11 ottobre scorso, cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano II. La comunione nella stessa fede è la base per l’ecumenismo. L’unità, infatti, è donata da Dio come inseparabile dalla fede; lo esprime in maniera efficace san Paolo: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,4-6). La professione della fede battesimale in Dio, Padre e Creatore, che si è rivelato nel Figlio Gesù Cristo, effondendo lo Spirito che vivifica e santifica, già unisce i cristiani. Senza la fede – che è primariamente dono di Dio, ma anche risposta dell’uomo – tutto il movimento ecumenico si ridurrebbe ad una forma di “contratto” cui aderire per un interesse comune. Il Concilio Vaticano II ricorda che i cristiani «con quanta più stretta comunione saranno uniti col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, con tanta più intima e facile azione potranno accrescere la mutua fraternità» (Decr. Unitatis redintegratio, 7). Le questioni dottrinali che ancora ci dividono non devono essere trascurate o minimizzate. Esse vanno piuttosto affrontate con coraggio, in uno spirito di fraternità e di rispetto reciproco. Il dialogo, quando riflette la priorità della fede, permette di aprirsi all’azione di Dio con la ferma fiducia che da soli non possiamo costruire l’unità, ma è lo Spirito Santo che ci guida verso la piena comunione, e fa cogliere la ricchezza spirituale presente nelle diverse Chiese e Comunità ecclesiali. Nella società attuale sembra che il messaggio cristiano incida sempre meno nella vita personale e comunitaria; e questo rappresenta una sfida per tutte le Chiese e le Comunità ecclesiali. L’unità è in se stessa un mezzo privilegiato, quasi un presupposto per annunciare in modo sempre più credibile la fede a coloro che non conoscono ancora il Salvatore, o che, pur avendo ricevuto l’annuncio del Vangelo, hanno quasi dimenticato questo dono prezioso. Lo scandalo della divisione che intaccava l’attività missionaria fu l’impulso che diede inizio al movimento ecumenico quale oggi lo conosciamo. La piena e visibile comunione tra i cristiani va intesa, infatti, come una caratteristica fondamentale per una testimonianza ancora più chiara. Mentre siamo in cammino verso la piena unità, è necessario allora perseguire una collaborazione concreta tra i discepoli di Cristo per la causa della trasmissione della fede al mondo contemporaneo. Oggi c’è grande bisogno di riconciliazione, di dialogo e di comprensione reciproca, in una prospettiva non moralistica, ma proprio in nome dell’autenticità cristiana per una presenza più incisiva nella realtà del nostro tempo. La vera fede in Dio poi è inseparabile dalla santità personale, come anche dalla ricerca della giustizia. Nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che oggi si conclude, il tema offerto alla nostra meditazione era: «Quel che il Signore esige da noi», ispirato alle parole del profeta Michea, che abbiamo ascoltato (cfr 6,6-8). Esso è stato proposto dallo Student Christian Movement in India, in collaborazione con la All India Catholic University Federation ed il National Council of Churches in India, che hanno preparato anche i sussidi per la riflessione e la preghiera. A quanti hanno collaborato desidero esprimere la mia viva gratitudine e, con grande affetto, assicuro la mia preghiera a tutti i cristiani dell’India, che a volte sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in condizioni difficili. «Camminare umilmente con Dio» (cfr Mi 6,8) significa anzitutto camminare nella radicalità della fede, come Abramo, fidandosi di Dio, anzi riponendo in Lui ogni nostra speranza e aspirazione, ma significa anche camminare oltre le barriere, oltre l’odio, il razzismo e la discriminazione sociale e religiosa che dividono e danneggiano l’intera società. Come afferma san Paolo, i cristiani devono offrire per primi un luminoso esempio nella ricerca della riconciliazione e della comunione in Cristo, che superi ogni tipo di divisione. Nella Lettera ai Galati, l’Apostolo delle genti afferma: «Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (3,27-28). La nostra ricerca di unità nella verità e nell’amore, infine, non deve mai perdere di vista la percezione che l’unità dei cristiani è opera e dono dello Spirito Santo e va ben oltre i nostri sforzi. Pertanto, l’ecumenismo spirituale, specialmente la preghiera, è il cuore dell’impegno ecumenico (cfr Decr. Unitatis redintegratio, 8). Tuttavia, l’ecumenismo non darà frutti duraturi se non sarà accompagnato da gesti concreti di conversione che muovano le coscienze e favoriscano la guarigione dei ricordi e dei rapporti. Come afferma il Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II, «non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione» (n. 7). Un’autentica conversione, come quella suggerita dal profeta Michea e di cui l’apostolo Paolo è un significativo esempio, ci porterà più vicino a Dio, al centro della nostra vita, in modo da avvicinarci maggiormente anche gli uni agli altri. È questo un elemento fondamentale del nostro impegno ecumenico. Il rinnovamento della vita interiore del nostro cuore e della nostra mente, che si riflette nella vita quotidiana, è cruciale in ogni dialogo e cammino di riconciliazione, facendo dell’ecumenismo un impegno reciproco di comprensione, rispetto e amore, «affinché il mondo creda» (Gv 17,21). Cari fratelli e sorelle, invochiamo con fiducia la Vergine Maria, modello impareggiabile di evangelizzazione, affinché la Chiesa, «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Cost. Lumen gentium, 1), annunci con franchezza, anche nel nostro tempo, Cristo Salvatore. Amen.

 

Jesus Reading Isaiah Scroll

Jesus Reading Isaiah Scroll dans immagini varie torah-reading
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Publié dans:immagini varie |on 22 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT – 1COR 12, 12-30

http://www.eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/le-dimanche-jour-du-seigneur/commentaires-de-marie-noelle-thabut/#Deuxieme_lecture

COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 24 JANVIER 2016

PRIMA LETTERA DI SAN PAOLO AI CORINZI, 12, 12-30

(la traduzione non è buona, ma non ho trovato in italiano un buon commento, quelli di Marie Noelle sono molto belli secondo me)

In altre parole, « A ciascuno il suo lavoro; ma attenzione non disprezzare l’un l’altro, ricorda che tutti hanno bisogno di tutti « . (IN) Questo lungo sviluppo Paolo dimostra almeno una cosa è che la comunità di Corinto sapeva esattamente gli stessi problemi come noi. Per dare una lezione ai suoi fedeli, Paolo usa un metodo che funziona meglio di qualsiasi discorso, egli offre loro un confronto. In realtà, egli non ha completamente inventata, ma è ancora meglio: si utilizza una favola che tutti sapevano e si adatta il suo scopo. Questa favola chiamata « La Favola di membri e lo stomaco » (Esisteva già nel Esopo, 700 anni prima di Cristo ed era noto al momento di St. Paul. Dal momento che è raccontata in « Storia romana Livio « , più vicino a noi, del resto, La Fontaine messo in versi): come tutte le favole, si comincia con » C’era una volta « : » C’era una volta « Pertanto, un uomo come tutti gli altri … se non che, con lui, tutti i membri erano a parlare e discutere loro! E lo hanno fatto non tutti hanno un buon carattere, a quanto pare. E, probabilmente, un po ‘doveva avere l’impressione di essere meno ben trattata o leggermente sfruttato. Un giorno, durante una discussione, piedi e mani si ribellarono contro lo stomaco perché lui, lo stomaco, si accontenta di mangiare e bere quello che altri membri di fornire … Il piacere è per lui! Non è lui che è stanco di lavorare, coltivare la vite, per lo shopping, per tagliare la carne, masticare e mi dimenticare. Così abbiamo appena deciso di andare in sciopero. Ora nessuno si muove: stomach’ll vedere cosa succede a lui! E se lui muore di fame, ride bene chi ride ultimo … Avevamo dimenticato una cosa: se lo stomaco è affamato, non sarà l’unico. Quel corpo, come ogni altro, era un intero, e tutti hanno bisogno di tutti! San Paolo è tornato nella capitale culturale del suo tempo molto facile da capire il discorso. E nel caso in cui, nonostante tutto, non siamo riusciti a capire, ha preso la briga di spiegare la propria parabola del corpo e degli arti. E per lui, la morale di questa storia è: la nostra diversità è la nostra occasione, a condizione di fare gli strumenti di unità. Uno dei punti forti di questo sviluppo di San Paolo, è che non un momento, parla in termini di gerarchia o di superiorità! Giudei che Greci, schiavi o liberi, anche se tutte le nostre distinzioni umane, tutti sono innumerevoli: ora solo una cosa conta, il nostro battesimo nell’unico Spirito, la nostra partecipazione in questo corpo unico, il corpo di Cristo. Viste umani non sono più accettabili: non più superiorità o inferiorità. I punti di vista di Dio sono molto diversi: « Tra voi non ci deve essere così », disse Gesù ai suoi apostoli. Ma diciamo la verità, non più pensare in termini di superiorità, la gerarchia, la promozione, l’onore, è difficile. Paolo, al contrario, sottolinea il rispetto dovuto a tutti: semplicemente perché la più alta dignità, l’unica cosa importante è essere un membro di qualsiasi tipo del corpo di Cristo. Rispetto, nel senso etimologico, è una questione di rispetto: a volte la gente non sembra importante, non abbiamo nemmeno le vediamo, il nostro sguardo non indugia su di loro! Al contrario, tutti abbiamo misuriamo il nostro poca importanza agli occhi di qualcun altro: come se non ci fossero le sue diapositive sguardo su di noi! Sembra, dopo tutto, St. Paul qui ci dà una grande lezione di rispetto: rispetto per la diversità, da un lato, e il rispetto per la dignità di tutti, indipendentemente della sua funzione. ———- E ‘Isaia che ha questa splendida frase: « Quanto sono belli i piedi del messaggero di buone notizie! « Forse potremmo prendere spunto? E ‘vero che solo un piccolo sforzo per scoprire ciò che ognuno di noi porta originale nella vita delle nostre famiglie, le nostre imprese oi nostri gruppi di ogni tipo. Alcuni di noi sono i pensatori, ricercatori, inventori, organizzatori … Ci sono quelli che « naso », come si dice … c’è più esigenti … chi ha il dono della parola e quelli che sono meglio scritto … lì … e la lista potrebbe continuare all’infinito. Quelli di noi che hanno avuto la possibilità di vivere esperienze di riunioni di successo, proficue collaborazioni non possono più fare a meno. E se leggiamo la seconda Domenica (l’inizio del capitolo 12), piuttosto suonava come un appello per la diversità, lo sviluppo Oggi offriamo la seconda parte.

24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/03a-Domenica/14-03a-Domenica-C_2016-SC.htm

24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

*  » Ne 8,2-4a.5-6.8-10 – Lessero il libro della legge e ne compresero la lettura.  » Dal Salmo 18 – Rit.: Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.  » 1 Cor 12,12-31a – Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.  » Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri la buona novella, a proclamare ai prigionieri la liberazione. Alleluia.

 » Lc 1,1-4; 4,14-21 – Oggi questa Scrittura si è compiuta.

« Oggi si è adempiuta questa Scrittura che avete udito con i vostri orecchi » C’è un filo unitario che raccorda fra di loro la prima e la terza lettura di questa Domenica, pur nella differenza fondamentale dei fatti ivi narrati: è la « normatività » della Parola, che si pone come valore ultimo e discriminante per il popolo di Dio sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Perfino Cristo si sente vincolato da questa Parola, di cui è l’espressione più piena, la realizzazione totale. In lui devono infatti trovare riecheggiamento tutte le « parole » dette prima, anche se lui soltanto è la « parola » definitiva, come ci dice meravigliosamente la lettera agli Ebrei: « Avendo Dio a diverse riprese e in diversi modi parlato ai (nostri) padri nei profeti, in questi ultimi giorni ci ha parlato nel Figlio, che egli ha costituito erede di tutto, per mezzo del quale ha anche fatto i secoli » (1,1-2). È ponendoci da questo punto di vista che non ci disturba quella strana mutilazione del testo di Luca che, saltando quasi quattro capitoli per intero, congiunge il prologo con l’episodio di Gesù nella sinagoga di Nazaret, intento a leggere un brano di Isaia (62,1-2), che egli afferma essersi verificato in lui quel giorno. Anche il Salmo responsoriale ci riporta quella parte del Salmo 18, che fa l’elogio della Legge, la quale altro non è che una forma particolare in cui si esprime la Parola: « La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice… » (v. 8). Perciò faremo le nostre riflessioni in chiave di « esaltazione » della Parola e del suo valore anche per noi, oggi, come sembra invitarci a fare la Liturgia.

Esdra « lesse il libro… dallo spuntare del sole fino a mezzogiorno » E prima di tutto il bellissimo brano ripreso dal libro di Neemia, che parla della promulgazione della Legge fatta da Esdra, sacerdote e scriba, verso l’anno 444 a.C., per gli Ebrei ritornati dall’esilio babilonese e che già avevano incominciato a ricostruire la Città santa. Sarebbe stato inutile, però, ricostruire le mura di Gerusalemme, senza che gli Ebrei riprendessero nello stesso tempo coscienza degli impegni dell’alleanza: è solo nella fedeltà a quegli impegni che Dio avrebbe continuato ad amarli e a proteggerli come suo « popolo ». Ecco perciò il senso di questa lettura pubblica e solenne del « libro della Legge di Mosè » (v. 1), che a quel tempo doveva già contenere, in tutto o in parte, l’attuale Pentateuco: « Il sacerdote Esdra portò la Legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere (cioè i bambini in età di comprendere). Lesse il libro sulla piazza…, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci di intendere; tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire il libro della Legge… Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo… benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: « Amen, Amen », alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore » (vv. 2-7). Come si vede, è una vera e propria lettura « liturgica » della Legge, quella che fa Esdra, non solo alla presenza, ma con la « partecipazione » di tutto il popolo che si alza in piedi, solleva le mani, si inginocchia in adorazione, risponde proclamando il suo assenso con la formula che diventerà classica anche nella Liturgia cristiana: « Amen, Amen ». Nel v. 8 si dice addirittura che nel frattempo i leviti « spiegavano » il senso delle cose dette, in modo che tutti non solo ascoltassero ma anche « comprendessero » quanto veniva proclamato: un anticipo della nostra « omelia » domenicale! Infine si descrive il risultato concreto di questa lettura solenne della Legge: il pianto di tutto il popolo (v. 9), perché indubbiamente si sentiva messo sotto accusa dalla Parola di Dio. Tanto che Neemia, il governatore, Esdra e gli altri leviti devono intervenire per ricordare che quello non doveva essere un giorno di tristezza, ma di gioia: « Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci…; non vi rattristate perché la gioia del Signore è la nostra forza » (v. 10). La lettura della Legge aveva dunque provocato nell’animo di tutti gli ascoltatori un processo di « conversione », espresso dal senso di pentimento e di dolore e manifestato anche nella carità verso i più bisognosi, alla quale tutti vengono invitati per dare una prova concreta dello spirito « nuovo » che l’ascolto della Parola aveva come « creato » dentro di loro. Un’assemblea « liturgica », trasformata dall’annuncio e dall’ascolto devoto della Parola: ecco quanto intende trasmetterci come messaggio questo meraviglioso brano del libro di Neemia. Tutto ciò sta a dire quello che dovrebbe accadere anche nelle nostre assemblee liturgiche. Se ciò non avviene, vuol dire che la Parola di Dio non è trasmessa o non è ricevuta (o tutte due le cose insieme!) con la piena convinzione che essa ha « potere » non solo di « giudicare », ma anche di « trasformare » la nostra vita.

« Ho deciso anch’io di fare ricerche accurate… » Il brano di Vangelo, come abbiamo già anticipato, consta di due parti: la prima ci riporta l’elegante prologo che Luca premette al suo Vangelo e in cui spiega le ragioni per cui si è deciso a scriverlo (1,1-4); la seconda, invece, ci descrive il ritorno di Gesù a Nazaret, dopo le tentazioni nel deserto, all’inizio della sua vita pubblica (4,14-21). Il brano liturgico non ci fa leggere oggi il seguito drammatico di quell’incontro di Gesù con i suoi concittadini, che termina con un non riuscito tentativo di assassinio: « Al sentire queste cose tutti nella sinagoga furono presi da un grande sdegno e, alzatisi, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fino a un dirupo della collina sulla quale la loro città era situata per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò » (vv. 28-30). Come già abbiamo detto, lo scopo della Liturgia è quello di mettere in evidenza la « normatività » della Parola e la sua « potenza » di trasformazione e di invito alla « decisione »: per questo è stato omesso il seguito del racconto. Fermandoci a questa prospettiva, vediamo che cosa può insegnare l’odierno brano evangelico. Incominciamo dal « prologo » del Vangelo di Luca, dove l’Evangelista ci introduce nel cuore del mistero della « Parola » (vv. 3-4) come realtà « viva », che si trasmette di generazione in generazione, per creare la comunità dei credenti: Teofilo, a cui viene dedicato il terzo Vangelo e del quale non sappiamo nulla, può essere il simbolo di tutti noi che non abbiamo presenziato agli « avvenimenti » salvifici « successi » tanto tempo fa (v. 1), e che, pur tuttavia « riecheggiati » fino ad oggi – tale è il significato del verbo greco, qui tradotto con « hai ricevuto » (v. 4) – procurano anche a noi la salvezza. Proprio per questo, la prima preoccupazione di Luca nello stendere il suo Vangelo è stata quella della « fedeltà »: « Ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scrivere per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti (lett. « delle parole ») che hai ricevuto » (vv. 3-4). Non salva un messaggio accomodato o, in qualsiasi maniera, manipolato. S. Luca ha la possibilità di trasmettercelo in maniera fedele perché può attingere sia a fonti scritte (v. 11), sia a fonti orali: « Come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola » (v. 2). Per questa catena di ininterrotta « testimonianza », che va da quella oculare a quella parlata e infine a quella scritta, noi possiamo arrivare al cuore stesso degli « avvenimenti » salvifici e saggiarne, anche sul piano della validità storica, la « solidità »: la nostra fede, come quella di Teofilo, per essere ragionevole, ha bisogno di essere fondata su « solide » basi! S. Luca ci assicura che il suo Vangelo ha questa « solidità » di informazione, congiunta a una assoluta « fedeltà » di interpretazione. Il che non significa che tutto questo sia capace di fare nascere la fede nel cuore degli uomini, come sta a dimostrarlo l’atteggiamento dei concittadini di Nazaret di fronte a Gesù, di cui pur « ammirano » le parole di grazia « che uscivano dalla sua bocca » (v. 22). La fede sta nel cogliere « il di più » che c’è in Cristo, oltre il fatto che tutti potevano facilmente avvertire, che cioè egli fosse « il figlio di Giuseppe », come si credeva (v. 22). È a questo « di più » della fede che i Vangeli vogliono condurre i lettori con il loro racconto e la loro interpretazione dei fatti. È quanto si può ricavare dall’episodio di Gesù che, « ritornato in Galilea con la potenza dello Spirito Santo, …si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato, nella sinagoga e si alzò a leggere » (vv. 14.16). Gesù si avvale di un diritto riconosciuto ad ogni Ebreo maschio, adulto: quello di fare la lettura di un brano della Scrittura. La sua fama, poi, di maestro itinerante gli permette di tenere anche la successiva spiegazione del testo, senza incontrare nessuna difficoltà da parte del presidente della sinagoga.

« Lo Spirito del Signore è sopra di me » Il testo che Gesù lesse in quella occasione, è ripreso da un noto brano di Isaia (61,1-2) e che Luca riporta nei seguenti termini: « Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore ». Fin qui niente di strano, salvo la gioia e la speranza che dovevano ribollire nel cuore di ogni Ebreo nel sentirsi ridire quelle antiche promesse di liberazione e di salvezza, che il lontano Profeta aveva proclamato per gli Ebrei del suo tempo, di ritorno dall’esilio. Lo strano avviene quando Gesù, terminata la lettura e riconsegnato il rotolo all’inserviente, si mette a sedere e, sotto gli occhi strabiliati di tutti, ne fa la spiegazione dicendo: « Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi » (vv. 20-21). È la spiegazione che sconvolge gli uditori, che di fatto reagiscono tentando di ucciderlo. Le parole di Gesù, infatti, affermano due cose che sono di una portata apparentemente assurda e incredibile: la prima è che quelle parole del Profeta Isaia, che parlano di un misterioso personaggio investito dallo « Spirito del Signore » per operare la salvezza del popolo, « si adempiono » proprio in lui, il figlio di Maria o, come la gente subito dopo dirà per dispregiarlo, « il figlio di Giuseppe » (v. 22). La seconda è che l’opera del Messia, descritta in quei due versetti dal Profeta, ha inizio già da quel momento: « oggi ». Qualcosa dunque che inizia « subito », immediatamente, a condizione però di accettare Gesù di Nazaret come il realizzatore del messaggio profetico. Le due cose, a cui abbiamo fatto riferimento, si richiamano a vicenda. « Gesù opera con la parola e con gli atti, con l’insegnamento e con la salvezza. Il tempo della grazia è sorto per i poveri, per i prigionieri e per gli oppressi. Il Gesù del Vangelo lucano è proprio il Redentore di questi oppressi. Il grande dono portato da Gesù è la libertà: libertà dalla cecità fisica e spirituale, libertà dalla povertà e dalla schiavitù, libertà dal peccato. Finché Gesù rimane sulla terra, dura « l’anno di grazia del Signore ». A esso hanno guardato gli uomini prima di Gesù, a esso riguarda la Chiesa. È il centro della storia, la più grande delle grandi opere di Dio. Nella gioia e nello splendore di quest’anno acquista il suo vero significato ciò che Isaia aveva pure profetizzato: « A promulgare per il Signore un anno di grazia, un giorno di rivincita per il nostro Dio » (Is 61,2). Il Messia è anzitutto il donatore della salvezza che illumina tutti, e non il giudice che condanna ». Tale atteggiamento di fronte a Gesù di Nazaret, accettato come unico realizzatore della « liberazione » integrale dell’uomo, è possibile solo in una dimensione di fede: i suoi concittadini non presero sul serio « il figlio di Maria ». Sembrava loro troppo insignificante, per operare cose sì grandi! Volevano separare il programma di liberazione, che pur accettavano interiormente, dal Liberatore: l’insidia in cui cadono non pochi cristiani anche oggi. Per chi crede però davvero in Gesù di Nazaret come Messia, rimane « normativa » non solo la parola profetica, ma soprattutto l’affermazione di Cristo in quel lontano sabato, nella sinagoga di Nazaret: « Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi ». Un « oggi » che ricomincia da capo ogni giorno.

Settimio CIPRIANI  (+)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

SAINT AGNES OF ROME, VIRGIN AND MARTYR

SAINT AGNES OF ROME, VIRGIN AND MARTYR dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 21 janvier, 2016 |Pas de commentaires »
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