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« PERCHÉ I DONI E LA CHIAMATA DI DIO SONO IRREVOCABILI » (Rm 11,29) (stralcio, ho messo due parti) – RELAZIONI CATTOLICO-EBRAICHE

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/relations-jews-docs/rc_pc_chrstuni_doc_20151210_ebraismo-nostra-aetate_it.html#3._La_rivelazione_nella_storia_come_Parola_di_Dio_nell’ebraismo_e_nel_cristianesimo__

« PERCHÉ I DONI E LA CHIAMATA DI DIO SONO IRREVOCABILI » (Rm 11,29) (stralcio)

RIFLESSIONI SU QUESTIONI TEOLOGICHE ATTINENTI ALLE RELAZIONI CATTOLICO-EBRAICHE IN OCCASIONE DEL 50º ANNIVERSARIO DI NOSTRA AETATE (N. 4)

3. La rivelazione nella storia come « Parola di Dio » nell’ebraismo e nel cristianesimo

21. Nell’Antico Testamento ci viene presentato il piano salvifico di Dio per il suo popolo (cfr. « Dei verbum », n. 14). Questo piano salvifico è espresso chiaramente all’inizio della storia biblica, nella chiamata di Abramo (cfr. Gen 12 ss). Per rivelare se stesso e per parlare all’umanità, redimendola dal peccato e radunandola come un unico popolo, Dio ha iniziato con lo scegliere il popolo di Israele attraverso Abramo, separandolo dagli altri popoli. A questo popolo Dio si è rivelato poco a poco per mezzo dei suoi inviati, dei suoi profeti, come il vero Dio, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio redentore. L’elezione divina è un aspetto costitutivo del popolo di Israele. Soltanto dopo il primo grande intervento del Dio redentore, la liberazione dalla schiavitù d’Egitto (cfr. Es 13,17 ss) e la stipula dell’Alleanza sul Sinai (cfr. Es 19 ss), le dodici tribù sono diventate una vera e propria nazione ed hanno acquisito la consapevolezza di essere il popolo di Dio, coloro ai quali erano stati trasmessi il messaggio di Dio e le sue promesse, i testimoni della benevolenza misericordiosa di Dio nel mezzo delle nazioni ed anche per il bene delle nazioni (cfr. Is 26,1-9; 54; 60; 62). Per istruire il suo popolo su come adempiere la sua missione e su come trasmettere la rivelazione affidatagli, Dio ha dato ad Israele la legge che definisce come deve vivere (cfr. Es 20; Dt 5) e che lo distingue dagli altri popoli. 22. Come la Chiesa stessa anche ai giorni nostri, Israele trasporta il tesoro della sua elezione in fragili vasi. La relazione di Israele con il suo Signore è la storia della sua fedeltà e della sua infedeltà. Per compiere la sua opera redentrice, nonostante la piccolezza e la fragilità degli strumenti da lui scelti, Dio ha manifestato la sua misericordia e la grazia dei suoi doni, così come la fedeltà alle sue promesse che nessuna infedeltà umana può annullare (cfr. Rm 3,3; 2 Tm 2,13). In ogni tappa del cammino del suo popolo, Dio si è scelto almeno un « piccolo numero » (cfr. Dt 4,27), un « resto » (cfr. Is 1,9; Sof 3,12; cfr. anche Is 6,13; 17,5-6), un’esigua comunità di fedeli che « non hanno piegato le ginocchia a Baal » (cfr. 1 Re 19,18). Attraverso questo resto, Dio ha realizzato il suo piano salvifico. Oggetto costante della sua elezione e del suo amore è sempre rimasto il suo popolo, perché attraverso di esso –come obiettivo finale- tutta l’umanità viene riunita e condotta a Dio. 23. La Chiesa è chiamata il nuovo popolo di Dio (cfr. « Nostra aetate », n. 4), ma non nel senso che Israele, il popolo di Dio, ha cessato di esistere. La Chiesa è stata « mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza » (« Lumen gentium », n. 2). La Chiesa non sostituisce Israele, popolo di Dio, poiché, in quanto comunità fondata in Cristo, rappresenta in Cristo il compimento delle promesse fatte a Israele. Ciò non significa che Israele, non essendo pervenuto a tale compimento, non debba più essere considerato come il popolo di Dio: « E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura » (« Nostra aetate », n. 4). 24. Dio si è rivelato nella sua Parola, così che può essere compreso dall’umanità in situazioni storiche concrete. Questa Parola invita tutti gli uomini a rispondere. Se la loro risposta è in accordo con la Parola di Dio, il loro rapporto con Dio è giusto. Per gli ebrei, questa Parola può essere imparata attraverso la Torah e la tradizione basata su di essa. La Torah è l’insegnamento per condurre una vita riuscita nella giusta relazione con Dio. Chi osserva la Torah ha la vita nella sua pienezza (cfr. Pirqe Avot II, 7). Osservando la Torah, l’ebreo prende parte alla comunione con Dio. Al riguardo, Papa Francesco ha affermato: « Le confessioni cristiane trovano la loro unità in Cristo; l’ebraismo trova la sua unità nella Torah. I cristiani credono che Gesù Cristo è la Parola di Dio fattasi carne nel mondo; per gli ebrei la Parola di Dio è presente soprattutto nella Torah. Entrambe le tradizioni di fede hanno per fondamento il Dio Unico, il Dio dell’Alleanza, che si rivela agli uomini attraverso la sua Parola. Nella ricerca di un giusto atteggiamento verso Dio, i cristiani si rivolgono a Cristo quale fonte di vita nuova, gli ebrei all’insegnamento della Torah. » (Discorso ai membri dell’ International Council of Christians and Jews, 30 giugno 2015). 25. L’ebraismo e la fede cristiana, così come sono presentati nel Nuovo Testamento, sono due modi in cui il popolo di Dio può far proprie le Sacre Scritture di Israele. Le Scritture che i cristiani chiamano Antico Testamento sono dunque aperte ad entrambi i modi. Una risposta alla Parola salvifica di Dio che sia conforme all’una o all’altra tradizione può dunque dischiudere l’accesso a Dio, sebbene spetti all’intervento divino determinare in che modo egli intenda salvare gli uomini in ciascuna circostanza. Il fatto che la volontà salvifica di Dio sia rivolta a tutta l’umanità è testimoniato dalle Scritture (cfr. Gen 12,1-3; Is 2,2-5; 1 Tm 2,4). Pertanto, non esistono due strade diverse che conducono alla salvezza, secondo il motto « Gli ebrei sono fedeli alla Torah, i cristiani a Cristo ». La fede cristiana professa che l’opera salvifica di Cristo è universale e si rivolge a tutti gli uomini. La Parola di Dio è una realtà unica e indivisa che assume una forma concreta nel contesto storico di ciascuno. 26. In questo senso, i cristiani affermano che Gesù Cristo può essere considerato come la « Torah vivente di Dio ». Torah e Cristo sono Parola di Dio, rivelazione di Dio per noi uomini quale testimonianza del suo amore sconfinato. Per i cristiani, la preesistenza di Cristo come Parola e come Figlio del Padre è un’affermazione dottrinale fondamentale; secondo la tradizione rabbinica, la Torah ed il nome del Messia esistono già prima della creazione (cfr. Genesi Rabbah 1,1). Inoltre, nella visione ebraica, Dio stesso interpreta la Torah nell’Eschaton, mentre, secondo il pensiero cristiano, tutto è ricapitolato in Cristo alla fine dei tempi (cfr. Ef 1,10; Col 1,20). Nel Vangelo di Matteo, Cristo è presentato come il « nuovo Mosè ». Matteo 5,17-19 mostra Gesù come l’interprete autorevole ed autentico della Torah (cfr. Lc 24,27. 45-47). Nella letteratura rabbinica troviamo invece l’identificazione della Torah con Mosè. In questo contesto, Cristo quale « nuovo Mosè » può essere collegato alla Torah. La Torah e Cristo sono il luogo della presenza di Dio nel mondo, nel modo in cui tale presenza è sperimentata nelle rispettive comunità di culto. Il termine ebraico dabar significa sia parola che evento – e ciò potrebbe suggerire che la parola della Torah può aprirsi all’evento di Cristo.

« PERCHÉ I DONI E LA CHIAMATA DI DIO SONO IRREVOCABILI » (Rm 11,29) (stralcio) – RELAZIONI CATTOLICO-EBRAICHE

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« PERCHÉ I DONI E LA CHIAMATA DI DIO SONO IRREVOCABILI » (Rm 11,29) (stralcio)

RIFLESSIONI SU QUESTIONI TEOLOGICHE ATTINENTI ALLE RELAZIONI CATTOLICO-EBRAICHE IN OCCASIONE DEL 50º ANNIVERSARIO DI NOSTRA AETATE (N. 4)

5. L’UNIVERSALITÀ DELLA SALVEZZA IN GESÙ CRISTO E L’ALLEANZA MAI REVOCATA DI DIO CON ISRAELE

35. Poiché Dio non ha mai revocato la sua alleanza con il suo popolo Israele, non possono esserci vie o approcci diversi alla salvezza di Dio. La teoria che afferma l’esistenza di due vie salvifiche diverse, la via ebraica senza Cristo e la via attraverso Cristo, che i cristiani ritengono essere Gesù di Nazareth, metterebbe di fatti a repentaglio le basi della fede cristiana. Confessare la mediazione salvifica universale e dunque anche esclusiva di Gesù Cristo fa parte del fulcro della fede cristiana tanto quanto confessare il Dio uno e unico, il Dio di Israele che, rivelandosi in Gesù Cristo, si è manifestato pienamente come il Dio di tutti i popoli, nella misura in cui in Cristo si è compiuta la promessa che tutti i popoli pregheranno il Dio di Israele come l’unico Dio (cfr. Is 56,1-8). Nel documento pubblicato nel 1985 dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della Santa Sede « Circa una corretta presentazione degli ebrei e dell’ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica » si afferma dunque che la Chiesa e l’ebraismo non possono essere presentati come « due vie parallele di salvezza » e che la Chiesa deve « testimoniare il Cristo Redentore a tutti » (n. I,7). La fede cristiana confessa che Dio vuole condurre tutti gli uomini alla salvezza, che Gesù Cristo è il mediatore universale della salvezza e che non vi è « altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,12). 36. Dalla confessione cristiana di un’unica via di salvezza non consegue, però, che gli ebrei sono esclusi dalla salvezza di Dio perché non credono in Gesù Cristo quale Messia di Israele e Figlio di Dio. Tale affermazione non troverebbe fondamento nella visione soteriologica di San Paolo, il quale, nella Lettera ai Romani, esprime la sua convinzione non soltanto che non può esserci una rottura nella storia della salvezza, ma anche che la salvezza viene dagli ebrei (cfr. anche Gv 4,22). Dio ha affidato a Israele una missione unica e non porterà a compimento il suo misterioso piano di salvezza rivolto a tutti i popoli (cfr. 1 Tm 2,4) senza coinvolgere il suo « figlio primogenito » (Es 4,22). Vediamo dunque chiaramente che Paolo, nella Lettera ai Romani, risponde in maniera negativa e determinata alla domanda che lui stesso si è posto, ovvero se Dio abbia ripudiato il suo popolo. In maniera altrettanto decisa afferma: « perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! » (Rm 11,29). Il fatto che gli ebrei abbiano parte alla salvezza di Dio è teologicamente fuori discussione, ma come questo sia possibile senza una confessione esplicita di Cristo è e rimane un mistero divino insondabile. Non è dunque un caso che le riflessioni soteriologiche di Paolo in Romani 9-11 circa la salvezza definitiva degli ebrei sullo sfondo del mistero di Cristo culminino in una magnifica dossologia: « O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! » (Rm 11,33). Bernardo di Chiaravalle (De consideratione III/I,3) dice che per gli ebrei « è stato fissato un tempo che non può essere anticipato ». 37. Un altro punto focale per i cattolici deve continuare ad essere l’assai complessa questione teologica di come conciliare in maniera coerente la fede cristiana nel ruolo salvifico universale di Gesù Cristo con la convinzione di fede altrettanto chiara che afferma l’esistenza di un’alleanza mai revocata di Dio con Israele. La Chiesa crede che Cristo è il Salvatore di tutti. Non possono dunque esserci due vie di salvezza, poiché Cristo è il redentore degli ebrei oltre che dei gentili. Qui ci troviamo davanti al mistero dell’agire divino, che non chiama in causa sforzi missionari volti alla conversione degli ebrei, ma l’attesa che il Signore realizzi l’ora in cui tutti saremo uniti, « in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e ‘lo serviranno sotto uno stesso giogo’ » (« Nostra aetate », n. 4). 38. La Dichiarazione sull’ebraismo del Concilio Vaticano Secondo, ovvero il quarto articolo di « Nostra aetate », si situa in un quadro decisamente teologico per quanto riguarda l’universalità della salvezza in Gesù Cristo e l’Alleanza irrevocata di Dio con Israele. Ciò non significa che nel testo siano state risolte tutte le questioni teologiche sorte nelle relazioni tra cristianesimo ed ebraismo. Tali questioni sono state inserite nella Dichiarazione, ma richiedono un’ulteriore riflessione teologica. Naturalmente esistono testi precedenti del Magistero sull’ebraismo, ma « Nostra aetate » (n. 4) presenta la prima panoramica teologica sulle relazioni della Chiesa cattolica con gli ebrei. 39. A motivo della grande svolta teologica apportata, il testo conciliare non di rado è stato sovra-interpretato e vi sono stati letti aspetti che esso in realtà non contiene. Un esempio importante di sovra-interpretazione è la seguente affermazione: che l’alleanza stretta da Dio con il suo popolo Israele è sempre in vigore e non sarà mai invalidata. Per quanto vera sia tale affermazione, questa non si trova esplicitamente espressa in « Nostra aetate » (n. 4). Essa è stata invece espressa per la prima volta con assoluta chiarezza dal Santo Papa Giovanni Paolo II, quando ha osservato, durante un incontro con i rappresentanti della comunità ebraica di Magonza, il 17 novembre 1980, che l’Antica Alleanza non è mai stata revocata da Dio: « La prima dimensione di questo dialogo, cioè l’incontro tra il popolo di Dio del Vecchio Testamento, da Dio mai denunziato […], e quello del Nuovo Testamento, è allo stesso tempo un dialogo all’interno della nostra Chiesa, per così dire tra la prima e la seconda parte della sua Bibbia » (n. 3). La stessa convinzione è affermata anche nel Catechismo della Chiesa del 1993: « l’Antica Alleanza non è mai stata revocata » (121).

Candele accese per le vittime dell’Olocausto, Mosca

Candele accese per le vittime dell'Olocausto, Mosca dans IMMAGINI PER LA MEMORIA DELLA SHOAH 600_3efbqfmrr6krb9jlwwqg3w0lebuxhl3g
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RIFLESSIONI SULLA SHOAH

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RIFLESSIONI SULLA SHOAH

Il 27 gennaio si celebra il Giorno della memoria , in ricordo di tutte le vittime ebree che vennero violentemente uccise. La scelta della data ricorda il giorno in cui le truppe sovietiche arrivarono in Polonia e scoprirono i vari campi di concentramento liberandone i superstiti . Tra il 1943 e il 1945 furono deportati e uccisi milioni di persone tra cui Ebrei ,slavi ,zingari , omosessuali ,portatori di handicap: tutti quelli che venivano considerati inferiori alla razza ARIANA ( i tedeschi ) cioè la razza pura . Vengono i brividi solo a pensare alle cose che facevano a quelle persone: venivano spogliati non solo dei propri abiti ma, come dice Primo Levi, soprattutto della propria dignità.  » Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.` Come dice Primo Levi  » Comprendere è impossibile  » ma bisogna ricordare , facendo in modo che questo non succeda di nuovo , di cercare di allontanare il male , le cose negative , la violenza . E’ facile parlare , immaginare ma nemmeno la più grande immaginazione può capire lo stato di quelle povere persone vestite di paura e di orrore. Famiglie distrutte , rovinate , famiglie in cui la tristezza prevaleva , in cui il pezzo di pane era un miracolo , in cui essere vivi era un dono venuto dal cielo . persone deportate diventate fumo , chiuse in una camera , senza sapere se dalle docce sarebbe uscita acqua o gas . Senza capelli , con un marchio sul braccio dove era inciso un numero , che non mangiavano , non bevevano , che non potevano parlare altrimenti un proiettile avrebbe attraversato i loro corpi . Finalmente un giorno la speranza ricominciò a vivere nel cuore degli ebrei , i cancelli furono aperti e gli Ebrei ricominciarono una nuova vita. Dimenticare ? Mai ! Sfortunatamente anche se oggi non ci sono più i campi di concentramento ci sono ancora moltissime guerre . Spero solo che gli uomini capiscano l’orrore della guerra e cerchino di porre fine a tutti i conflitti perché come dice Primo Levi  » le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate : anche le nostre  » . Non dobbiamo farci coinvolgere di nuovo da persone maligne , senza scrupoli ed allearci con loro per creare nuove guerre o sottomissioni. Giuseppe Cartaino Il giorno della memoria La giornata della memoria si celebra da 13 anni il 27 gennaio perché in quella data i prigionieri furono liberati dalle Forze Alleate ad Auschwitz. Questo è un giorno speciale perché commemora la liberazione degli ebrei dai campi di concentramento e ci fa ricordare le sofferenze vissute dalle famiglie ebree sotto il regime nazista. Molte famiglie hanno perso i loro parenti nei « lager » e lo sterminio deciso da Hitler ed eseguito dai suoi seguaci è stato un evento unico nella storia. E’ importante ricordare i genocidi per rendersi conto di quel che è capace l’uomo. Molte sono state le stragi nella storia ma quello che fa paura ancora oggi è che lo sterminio del popolo ebreo è stato studiato a tavolino, con una determinazione mai vista. Se ci pensiamo non sono neanche passati moltissimi anni da quando sotto il regime nazista hanno costruito i campi di concentramento dove rinchiudere e uccidere milioni di persone. Non riesco a crederci ma Hitler considerava tutti quelli che non appartenevano alla sua proclamata « razza bianca ariana » inferiori e la sorte degli ebrei toccava anche alle persone appartenenti ad altre razze come le persone di colore, gli slavi, i cosiddetti zingari (oggi chiamati Rom), gli handicappati ma anche le persone di chiesa che protestavano contro di lui, i politici di sinistra come i comunisti e i socialdemocratici. La considerazione che una persona è inferiore e un’altra è superiore per me non esiste perché siamo tutti uguali. Federico Ignizio SHOAH PER NON DIMENTICARE Il 27 Gennaio è la “Giornata della memoria”, ma cosa si ricorda? L’apertura – dei cancelli dei lager di Auschwitz, luogo in cui furono sterminati milioni di ebrei ad opera dei nazisti. Gli ebrei venivano prelevati dalle loro case e dalle loro città per essere condotti nei campi di concentramento. I tedeschi nazisti, spinti dall’idea di appartenere ad una razza superiore, la famosa “razza ariana”, saliti al potere ebbero come scopo l’annientamento delle razze inferiori, primo fra tutti il popolo ebraico, traditore e nemico della patria. Essi vennero, in un primo momento, privati di ogni diritto civile e politico e furono costretti a portare, come marchio d’infamia, una stella gialla sul petto. Poi, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Hitler istituì i campi di sterminio, nei quali furono rinchiusi gli ebrei deportati da tutta Europa, insieme a zingari, disabili, omosessuali e prostitute. Quasi 9 milioni di persone, tra cui bambini, donne e anziani vennero privati della loro dignità di uomini: nei lager furono costretti ai lavori forzati e coloro che non resistevano furono uccisi oppure morirono per fame e malattie. Alcuni vennero addirittura impiegati come cavie in sperimentazioni scientifiche e mediche. Molti furono spogliati nudi e uccisi sotto le docce che, invece di fornire acqua, erogavano gas, altri furono bruciati vivi dentro i forni crematori: “olocausto”, parola che significa appunto « tutto bruciato ». Dopo aver fatto la mia ricerca sul termine, sono rimasta colpita dal fatto che si riferisce ai sacrifici richiesti agli ebrei dalla Torah, la loro Bibbia: si trattava di sacrifici di animali uccisi e bruciati sull’altare del tempio. Questa parola, dall’indicare un rito religioso è diventata sinonimo di annientamento, di genocidio, come “Shoah”, che in lingua ebraica significa “distruzione, catastrofe”. Alcuni sostengono che “gli ebrei si sono fatti mandare al massacro come pecore » ma, invece, molti si ribellarono e uomini valorosi e coraggiosi cercarono di aiutare tutti coloro che rischiavano la deportazione, come Giorgio Perlasca che, fingendosi Console generale spagnolo salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi. In TV, in memoria di quel disastro trasmettono diversi film tra cui “La vita è bella” e soprattutto “Il bambino col pigiama a righe”, che narra la crudele realtà attraverso la visione e la psicologia dei bambini. Sono film che mi hanno profondamente commosso: aver visto quello che gli ebrei hanno vissuto mi ha rattristato e, ancora di più, il pensare che quel film per milioni di persone è stata una crudele realtà. È difficile credere che gli uomini siano riusciti ad essere così insensibili e spietati nei confronti di altri esseri umani, considerandoli animali o macchine da lavoro e, soprattutto, uccidendoli solo perché considerati di razza inferiore. Ancora oggi ci sono anziani sopravvissuti alla catastrofe che raccontano le terribili esperienze vissute e si scoprono documenti e testimonianze agghiaccianti. Sono passati 67 anni da quel 27 Gennaio nel quale le truppe sovietiche aprirono i cancelli di Auschwitz e, solo dal 2000, ogni anno si celebra questa ricorrenza, per non dimenticare,in modo che non si ripeta più; per fare in modo che le nuove generazioni conoscano avvenimenti a cui, si spera, non dovranno mai più assistere. Alla domanda: “Dov’era Dio?” Penso che Dio ha lasciato l’uomo libero di scegliere tra il bene e il male. Solo l’amore di Gesù può evitare che tali tragedie si ripetano. Sara Di Girgenti

Publié dans:SHOAH |on 26 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – TIMOTEO E TITO – 26 gennaio

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20061213.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 dicembre 2006

TIMOTEO E TITO

Cari fratelli e sorelle,

dopo aver parlato a lungo del grande apostolo Paolo, prendiamo oggi in considerazione i suoi due collaboratori più stretti: Timoteo e Tito. Ad essi sono indirizzate tre Lettere tradizionalmente attribuite a Paolo, delle quali due destinate a Timoteo e una a Tito. Timoteo è un nome greco e significa «che onora Dio». Mentre Luca negli Atti lo menziona sei volte, Paolo nelle sue lettere fa riferimento a lui ben diciassette volte (in più lo si trova una volta nella Lettera agli Ebrei). Se ne deduce che agli occhi di Paolo egli godeva di grande considerazione, anche se Luca non ritiene di raccontarci tutto ciò che lo riguarda. L’Apostolo infatti lo incaricò di missioni importanti e vide in lui quasi un alter ego, come risulta dal grande elogio che ne traccia nella Lettera ai Filippesi: «Io non ho nessuno d’animo tanto uguale (isópsychon) come lui, che sappia occuparsi così di cuore delle cose vostre » (2,20). Timoteo era nato a Listra (circa 200 km a nord-ovest di Tarso) da madre giudea e padre pagano (cfr At 16,1). Il fatto che la madre avesse contratto un matrimonio misto e non avesse fatto circoncidere il figlio lascia pensare che Timoteo sia cresciuto in una famiglia non strettamente osservante, anche se è detto che conosceva le Scritture fin dall’infanzia (cfr 2 Tm 3,15). Ci è stato trasmesso il nome della madre, Eunice, ed anche quello della nonna, Loide (cfr 2 Tm 1,5). Quando Paolo passò per Listra all’inizio del secondo viaggio missionario, scelse Timoteo come compagno, poiché «egli era assai stimato dai fratelli di Listra e di Iconio» (At 16,2), ma lo fece circoncidere «per riguardo ai Giudei che si trovavano in quelle regioni» (At 16,3). Insieme con Paolo e Sila, Timoteo attraversò l’Asia Minore fino a Troade, da dove passò in Macedonia. Siamo inoltre informati che a Filippi, dove Paolo e Sila furono coinvolti nell’accusa di disturbatori dell’ordine pubblico e vennero imprigionati per essersi opposti allo sfruttamento di una giovane ragazza come indovina da parte di alcuni individui senza scrupoli (cfr At 16,16-40), Timoteo fu risparmiato. Quando poi Paolo fu costretto a proseguire fino ad Atene, Timoteo lo raggiunse in quella città e da lì venne inviato alla giovane Chiesa di Tessalonica per avere notizie e per confermarla nella fede (cfr 1 Ts 3,1-2). Si ricongiunse poi con l’Apostolo a Corinto, portandogli buone notizie sui Tessalonicesi e collaborando con lui nell’evangelizzazione di quella città (cfr 2 Cor 1,19). Ritroviamo Timoteo a Efeso durante il terzo viaggio missionario di Paolo. Da lì probabilmente l’Apostolo scrisse a Filemone e ai Filippesi, e in entrambe le lettere Timoteo risulta co-mittente (cfr Fm 1; Fil 1,1). Da Efeso Paolo lo inviò in Macedonia insieme a un certo Erasto (cfr At 19,22) e poi anche a Corinto con l’incarico di recarvi una lettera, nella quale raccomandava ai Corinzi di fargli buona accoglienza (cfr 1 Cor 4,17; 16,10-11). Lo ritroviamo ancora come co-mittente della Seconda Lettera ai Corinzi, e quando da Corinto Paolo scrive la Lettera ai Romani vi unisce, insieme a quelli degli altri, i saluti di Timoteo (cfr Rm 16,21). Da Corinto il discepolo ripartì per raggiungere Troade sulla sponda asiatica del Mar Egeo e là attendere l’Apostolo diretto verso Gerusalemme a conclusione del terzo viaggio missionario (cfr At 20,4). Da quel momento sulla biografia di Timoteo le fonti antiche non ci riservano che un accenno nella Lettera agli Ebrei, dove si legge: «Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà; se arriva presto, vi vedrò insieme con lui» (13,23). In conclusione, possiamo dire che la figura di Timoteo campeggia come quella di un pastore di grande rilievo. Secondo la posteriore Storia ecclesiastica di Eusebio, Timoteo fu il primo Vescovo di Efeso (cfr 3,4). Alcune sue reliquie si trovano dal 1239 in Italia nella Cattedrale di Termoli nel Molise, provenienti da Costantinopoli. Quanto poi alla figura di Tito, il cui nome è di origine latina, sappiamo che di nascita era greco, cioè pagano (cfr Gal 2,3). Paolo lo condusse con sé a Gerusalemme per il cosiddetto Concilio apostolico, nel quale fu solennemente accettata la predicazione ai pagani del Vangelo libero dai condizionamenti della legge mosaica. Nella Lettera a lui indirizzata, l’Apostolo lo elogia definendolo «mio vero figlio nella fede comune» (Tt 1,4). Dopo la partenza di Timoteo da Corinto, Paolo vi inviò Tito con il compito di ricondurre quella indocile comunità all’obbedienza. Tito riportò la pace tra la Chiesa di Corinto e l’Apostolo, che ad essa scrisse in questi termini: «Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito, e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli infatti ci ha annunziato il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me… A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi» (2 Cor 7,6-7.13). A Corinto Tito fu poi ancora rimandato da Paolo – che lo qualifica come «mio compagno e collaboratore» (2 Cor 8,23) – per organizzarvi la conclusione delle collette a favore dei cristiani di Gerusalemme (cfr 2 Cor 8,6). Ulteriori notizie provenienti dalle Lettere Pastorali lo qualificano come Vescovo di Creta (cfr Tt 1,5), da dove su invito di Paolo raggiunse l’Apostolo a Nicopoli in Epiro (cfr Tt 3,12). In seguito andò anche in Dalmazia (cfr 2 Tm 4,10). Siamo sprovvisti di altre informazioni sugli spostamenti successivi di Tito e sulla sua morte. Concludendo, se consideriamo unitariamente le due figure di Timoteo e di Tito, ci rendiamo conto di alcuni dati molto significativi. Il più importante è che Paolo si avvalse di collaboratori nello svolgimento delle sue missioni. Egli resta certamente l’Apostolo per antonomasia, fondatore e pastore di molte Chiese. Appare tuttavia chiaro che egli non faceva tutto da solo, ma si appoggiava a persone fidate che condividevano le sue fatiche e le sue responsabilità. Un’altra osservazione riguarda la disponibilità di questi collaboratori. Le fonti concernenti Timoteo e Tito mettono bene in luce la loro prontezza nell’assumere incombenze varie, consistenti spesso nel rappresentare Paolo anche in occasioni non facili. In una parola, essi ci insegnano a servire il Vangelo con generosità, sapendo che ciò comporta anche un servizio alla Chiesa stessa. Raccogliamo infine la raccomandazione che l’apostolo Paolo fa a Tito nella lettera a lui indirizzata: «Voglio che tu insista su queste cose, perché coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone. Ciò è bello e utile per gli uomini» (Tt 3,8). Mediante il nostro impegno concreto dobbiamo e possiamo scoprire la verità di queste parole, e proprio in questo tempo di Avvento essere anche noi ricchi di opere buone e così aprire le porte del mondo a Cristo, il nostro Salvatore.

 

Giovanni Bellini, Conversion of St. Paul (1472)

Giovanni Bellini, Conversion of St. Paul (1472) dans immagini sacre 068pred2

http://archbishopterry.blogspot.it/2012/01/conversion-of-st-paul-ecumenical.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

CAPITOLO PRIMO – LA PERSONALITÀ DI SAULO/PAOLO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/ghidelli_annopaolino1.htm

CAPITOLO PRIMO – LA PERSONALITÀ DI SAULO/PAOLO

Carlo Ghidelli  – Arcivescovo di Lanciano – Orlona

Fin dall’inizio del nostro cammino penso sia utile delineare, sia pure a grandi tratti, la personalità di Paolo apostolo: una personalità certamente poliedrica e complessa, che tuttavia si lascia « leggere » anche da noi, dal momento che egli ha trovato in Cristo il centro unificatore di tutte le sue passioni, di tutte le sue esperienze. Il suo « biglietto da visita » lo troviamo in Filippesi 3,5-7. Se parlo di « passioni » lo faccio di proposito perché Saulo, diventato Paolo, non ha certamente cambiato temperamento o carattere ma, con l’aiuto della grazia, ha saputo orientare tutte le sue energie fisiche e spirituali verso una nuova meta: conquistare Cristo dopo essere stato conquistato da Cristo (cfr. Fil3,8). Sta tutto qui il segreto della felicità per ogni essere umano: cercare e possibilmente trovare un centro unificato re attorno al quale far girare tutta la propria vita. Allora tutto, o quasi tutto, diventa più chiaro, tutto finisce col piacere e riusciamo a superare anche le prove più terribili che immancabilmente la vita riserva. I tratti della personalità di Paolo mi sembra di poterli riassumere così: anzitutto egli era una persona estremamente volitiva. Solo una persona come lui poteva reggere all’urto subito a Damasco, dove la sua umanità è stata messa a dura prova. Qui però emerge anche la sua grande onestà; gli premeva mettersi a servizio della verità e ora, avendola scoperta, si sente in dovere di cambiare strada: questa è onestà a prova di bomba. Questa forza di volontà Paolo la esprime anche quando entra in polemica con i suoi avversari, non certo per odio verso di loro, ma piuttosto per un amore incondizionato alla verità. Di questo amore Paolo è testimone credibile. Infatti, esortando i cristiani di Efeso a costruire la Chiesa nell’unità, scrive: «Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo»(Ef 4,14-15). «Fare la verità nella carità»: così suona il testo greco che potrebbe essere tradotto « inverare la carità », o ancora « vivere nell’amore autentico », nel senso che questi due sommi valori non possono vivere l’uno senza l’altro. In secondo luogo a Paolo dobbiamo riconoscere un temperamento passionale: direi che lo è stato nel bene e nel male. Riferendosi al suo passato scrive: «lo che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento» (1Tm 1,13). Ebbene, la violenza di un tempo Paolo l’ha poi messa a servizio del Vangelo, dimostrando di saper sopportare le prove più tremende (si veda ad esempio 2Cor 11,16 ss.). È proprio per questo suo temperamento passionale che l’apostolo delle genti ha speso il resto dei suoi anni in una serie interminabile di viaggi missionari, che ne caratterizzano il servizio apostolico. Attraverso gli scritti di Paolo possiamo rilevare una persona dall’intelligenza veramente eccezionale: all’occorrenza egli sa entrare in polemica con gli avversari, negatori della verità, come sa discorrere serenamente con chi è disposto al dialogo per amore della verità; sa interpretare correttamente le profezie dell’Antico Testamento mostrandone l’attualizzazione in Cristo, come sa dimostrare la ragionevolezza del credere in Cristo e la libertà dell’atto di fede; sa confutare chi pretende di dire la verità mentre sta seminando menzogna e zizzania, come sa esortare con la parola ma anche e soprattutto con l’esempio di una vita totalmente dedita al Vangelo; sa scrivere pagine di alta ispirazione poetica, come sa addentrarsi in discussioni teologiche specialistiche. Intelligenza acuta, quella di Paolo: dono di natura e di grazia, difficilmente eguagliabile, che egli ha saputo finalmente mettere a servizio della verità. Infine Paolo ha dimostrato di essere un amico fedele: mi si passi questa espressione. Intendo dire che, una volta conosciuto Cristo Signore attraverso una rivelazione dal carattere miracoloso, egli non ha mai cessato di coltivare questa amicizia straordinària, e di onoraria anche a costo di pagare di persona: lo ha dimostrato in diverse circostanze fino al martirio. A questo proposito è molto bello ascoltare la sua testimonianza diretta: « Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno» (2Tm 4,6-8). Parole estremamente lucide, quasi una profezia di quanto accadrà, non molti anni dopo, a Roma, quando sarà decapitato (intorno all’anno 64), degno compagno di Pietro: il loro sangue infatti, versato per amore di Cristo, è stato seme fecondo per la Chiesa di Roma. Con queste pennellate essenziali penso di aver colto e presentato un po’ anche la psicologia di Paolo, cioè qualcosa del suo modo di essere e di vivere, qualcosa del suo modo di pensare e di parlare, qualcosa del suo modo di agire e di reagire, qualcosa del suo modo di amare e di « odiare »: tutto questo emerge – e non può non emergere – dai suoi scritti perché questi, lo si voglia o no, tradiscono in modo evidente la psicologia dell’autore. 

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