24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

*  » Ne 8,2-4a.5-6.8-10 – Lessero il libro della legge e ne compresero la lettura.  » Dal Salmo 18 – Rit.: Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.  » 1 Cor 12,12-31a – Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.  » Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri la buona novella, a proclamare ai prigionieri la liberazione. Alleluia.

 » Lc 1,1-4; 4,14-21 – Oggi questa Scrittura si è compiuta.

« Oggi si è adempiuta questa Scrittura che avete udito con i vostri orecchi » C’è un filo unitario che raccorda fra di loro la prima e la terza lettura di questa Domenica, pur nella differenza fondamentale dei fatti ivi narrati: è la « normatività » della Parola, che si pone come valore ultimo e discriminante per il popolo di Dio sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Perfino Cristo si sente vincolato da questa Parola, di cui è l’espressione più piena, la realizzazione totale. In lui devono infatti trovare riecheggiamento tutte le « parole » dette prima, anche se lui soltanto è la « parola » definitiva, come ci dice meravigliosamente la lettera agli Ebrei: « Avendo Dio a diverse riprese e in diversi modi parlato ai (nostri) padri nei profeti, in questi ultimi giorni ci ha parlato nel Figlio, che egli ha costituito erede di tutto, per mezzo del quale ha anche fatto i secoli » (1,1-2). È ponendoci da questo punto di vista che non ci disturba quella strana mutilazione del testo di Luca che, saltando quasi quattro capitoli per intero, congiunge il prologo con l’episodio di Gesù nella sinagoga di Nazaret, intento a leggere un brano di Isaia (62,1-2), che egli afferma essersi verificato in lui quel giorno. Anche il Salmo responsoriale ci riporta quella parte del Salmo 18, che fa l’elogio della Legge, la quale altro non è che una forma particolare in cui si esprime la Parola: « La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice… » (v. 8). Perciò faremo le nostre riflessioni in chiave di « esaltazione » della Parola e del suo valore anche per noi, oggi, come sembra invitarci a fare la Liturgia.

Esdra « lesse il libro… dallo spuntare del sole fino a mezzogiorno » E prima di tutto il bellissimo brano ripreso dal libro di Neemia, che parla della promulgazione della Legge fatta da Esdra, sacerdote e scriba, verso l’anno 444 a.C., per gli Ebrei ritornati dall’esilio babilonese e che già avevano incominciato a ricostruire la Città santa. Sarebbe stato inutile, però, ricostruire le mura di Gerusalemme, senza che gli Ebrei riprendessero nello stesso tempo coscienza degli impegni dell’alleanza: è solo nella fedeltà a quegli impegni che Dio avrebbe continuato ad amarli e a proteggerli come suo « popolo ». Ecco perciò il senso di questa lettura pubblica e solenne del « libro della Legge di Mosè » (v. 1), che a quel tempo doveva già contenere, in tutto o in parte, l’attuale Pentateuco: « Il sacerdote Esdra portò la Legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere (cioè i bambini in età di comprendere). Lesse il libro sulla piazza…, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci di intendere; tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire il libro della Legge… Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo… benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: « Amen, Amen », alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore » (vv. 2-7). Come si vede, è una vera e propria lettura « liturgica » della Legge, quella che fa Esdra, non solo alla presenza, ma con la « partecipazione » di tutto il popolo che si alza in piedi, solleva le mani, si inginocchia in adorazione, risponde proclamando il suo assenso con la formula che diventerà classica anche nella Liturgia cristiana: « Amen, Amen ». Nel v. 8 si dice addirittura che nel frattempo i leviti « spiegavano » il senso delle cose dette, in modo che tutti non solo ascoltassero ma anche « comprendessero » quanto veniva proclamato: un anticipo della nostra « omelia » domenicale! Infine si descrive il risultato concreto di questa lettura solenne della Legge: il pianto di tutto il popolo (v. 9), perché indubbiamente si sentiva messo sotto accusa dalla Parola di Dio. Tanto che Neemia, il governatore, Esdra e gli altri leviti devono intervenire per ricordare che quello non doveva essere un giorno di tristezza, ma di gioia: « Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci…; non vi rattristate perché la gioia del Signore è la nostra forza » (v. 10). La lettura della Legge aveva dunque provocato nell’animo di tutti gli ascoltatori un processo di « conversione », espresso dal senso di pentimento e di dolore e manifestato anche nella carità verso i più bisognosi, alla quale tutti vengono invitati per dare una prova concreta dello spirito « nuovo » che l’ascolto della Parola aveva come « creato » dentro di loro. Un’assemblea « liturgica », trasformata dall’annuncio e dall’ascolto devoto della Parola: ecco quanto intende trasmetterci come messaggio questo meraviglioso brano del libro di Neemia. Tutto ciò sta a dire quello che dovrebbe accadere anche nelle nostre assemblee liturgiche. Se ciò non avviene, vuol dire che la Parola di Dio non è trasmessa o non è ricevuta (o tutte due le cose insieme!) con la piena convinzione che essa ha « potere » non solo di « giudicare », ma anche di « trasformare » la nostra vita.

« Ho deciso anch’io di fare ricerche accurate… » Il brano di Vangelo, come abbiamo già anticipato, consta di due parti: la prima ci riporta l’elegante prologo che Luca premette al suo Vangelo e in cui spiega le ragioni per cui si è deciso a scriverlo (1,1-4); la seconda, invece, ci descrive il ritorno di Gesù a Nazaret, dopo le tentazioni nel deserto, all’inizio della sua vita pubblica (4,14-21). Il brano liturgico non ci fa leggere oggi il seguito drammatico di quell’incontro di Gesù con i suoi concittadini, che termina con un non riuscito tentativo di assassinio: « Al sentire queste cose tutti nella sinagoga furono presi da un grande sdegno e, alzatisi, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fino a un dirupo della collina sulla quale la loro città era situata per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò » (vv. 28-30). Come già abbiamo detto, lo scopo della Liturgia è quello di mettere in evidenza la « normatività » della Parola e la sua « potenza » di trasformazione e di invito alla « decisione »: per questo è stato omesso il seguito del racconto. Fermandoci a questa prospettiva, vediamo che cosa può insegnare l’odierno brano evangelico. Incominciamo dal « prologo » del Vangelo di Luca, dove l’Evangelista ci introduce nel cuore del mistero della « Parola » (vv. 3-4) come realtà « viva », che si trasmette di generazione in generazione, per creare la comunità dei credenti: Teofilo, a cui viene dedicato il terzo Vangelo e del quale non sappiamo nulla, può essere il simbolo di tutti noi che non abbiamo presenziato agli « avvenimenti » salvifici « successi » tanto tempo fa (v. 1), e che, pur tuttavia « riecheggiati » fino ad oggi – tale è il significato del verbo greco, qui tradotto con « hai ricevuto » (v. 4) – procurano anche a noi la salvezza. Proprio per questo, la prima preoccupazione di Luca nello stendere il suo Vangelo è stata quella della « fedeltà »: « Ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scrivere per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti (lett. « delle parole ») che hai ricevuto » (vv. 3-4). Non salva un messaggio accomodato o, in qualsiasi maniera, manipolato. S. Luca ha la possibilità di trasmettercelo in maniera fedele perché può attingere sia a fonti scritte (v. 11), sia a fonti orali: « Come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola » (v. 2). Per questa catena di ininterrotta « testimonianza », che va da quella oculare a quella parlata e infine a quella scritta, noi possiamo arrivare al cuore stesso degli « avvenimenti » salvifici e saggiarne, anche sul piano della validità storica, la « solidità »: la nostra fede, come quella di Teofilo, per essere ragionevole, ha bisogno di essere fondata su « solide » basi! S. Luca ci assicura che il suo Vangelo ha questa « solidità » di informazione, congiunta a una assoluta « fedeltà » di interpretazione. Il che non significa che tutto questo sia capace di fare nascere la fede nel cuore degli uomini, come sta a dimostrarlo l’atteggiamento dei concittadini di Nazaret di fronte a Gesù, di cui pur « ammirano » le parole di grazia « che uscivano dalla sua bocca » (v. 22). La fede sta nel cogliere « il di più » che c’è in Cristo, oltre il fatto che tutti potevano facilmente avvertire, che cioè egli fosse « il figlio di Giuseppe », come si credeva (v. 22). È a questo « di più » della fede che i Vangeli vogliono condurre i lettori con il loro racconto e la loro interpretazione dei fatti. È quanto si può ricavare dall’episodio di Gesù che, « ritornato in Galilea con la potenza dello Spirito Santo, …si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato, nella sinagoga e si alzò a leggere » (vv. 14.16). Gesù si avvale di un diritto riconosciuto ad ogni Ebreo maschio, adulto: quello di fare la lettura di un brano della Scrittura. La sua fama, poi, di maestro itinerante gli permette di tenere anche la successiva spiegazione del testo, senza incontrare nessuna difficoltà da parte del presidente della sinagoga.

« Lo Spirito del Signore è sopra di me » Il testo che Gesù lesse in quella occasione, è ripreso da un noto brano di Isaia (61,1-2) e che Luca riporta nei seguenti termini: « Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore ». Fin qui niente di strano, salvo la gioia e la speranza che dovevano ribollire nel cuore di ogni Ebreo nel sentirsi ridire quelle antiche promesse di liberazione e di salvezza, che il lontano Profeta aveva proclamato per gli Ebrei del suo tempo, di ritorno dall’esilio. Lo strano avviene quando Gesù, terminata la lettura e riconsegnato il rotolo all’inserviente, si mette a sedere e, sotto gli occhi strabiliati di tutti, ne fa la spiegazione dicendo: « Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi » (vv. 20-21). È la spiegazione che sconvolge gli uditori, che di fatto reagiscono tentando di ucciderlo. Le parole di Gesù, infatti, affermano due cose che sono di una portata apparentemente assurda e incredibile: la prima è che quelle parole del Profeta Isaia, che parlano di un misterioso personaggio investito dallo « Spirito del Signore » per operare la salvezza del popolo, « si adempiono » proprio in lui, il figlio di Maria o, come la gente subito dopo dirà per dispregiarlo, « il figlio di Giuseppe » (v. 22). La seconda è che l’opera del Messia, descritta in quei due versetti dal Profeta, ha inizio già da quel momento: « oggi ». Qualcosa dunque che inizia « subito », immediatamente, a condizione però di accettare Gesù di Nazaret come il realizzatore del messaggio profetico. Le due cose, a cui abbiamo fatto riferimento, si richiamano a vicenda. « Gesù opera con la parola e con gli atti, con l’insegnamento e con la salvezza. Il tempo della grazia è sorto per i poveri, per i prigionieri e per gli oppressi. Il Gesù del Vangelo lucano è proprio il Redentore di questi oppressi. Il grande dono portato da Gesù è la libertà: libertà dalla cecità fisica e spirituale, libertà dalla povertà e dalla schiavitù, libertà dal peccato. Finché Gesù rimane sulla terra, dura « l’anno di grazia del Signore ». A esso hanno guardato gli uomini prima di Gesù, a esso riguarda la Chiesa. È il centro della storia, la più grande delle grandi opere di Dio. Nella gioia e nello splendore di quest’anno acquista il suo vero significato ciò che Isaia aveva pure profetizzato: « A promulgare per il Signore un anno di grazia, un giorno di rivincita per il nostro Dio » (Is 61,2). Il Messia è anzitutto il donatore della salvezza che illumina tutti, e non il giudice che condanna ». Tale atteggiamento di fronte a Gesù di Nazaret, accettato come unico realizzatore della « liberazione » integrale dell’uomo, è possibile solo in una dimensione di fede: i suoi concittadini non presero sul serio « il figlio di Maria ». Sembrava loro troppo insignificante, per operare cose sì grandi! Volevano separare il programma di liberazione, che pur accettavano interiormente, dal Liberatore: l’insidia in cui cadono non pochi cristiani anche oggi. Per chi crede però davvero in Gesù di Nazaret come Messia, rimane « normativa » non solo la parola profetica, ma soprattutto l’affermazione di Cristo in quel lontano sabato, nella sinagoga di Nazaret: « Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi ». Un « oggi » che ricomincia da capo ogni giorno.

Settimio CIPRIANI  (+)

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 22 janvier, 2016 |Pas de Commentaires »

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