Archive pour décembre, 2015

BENEDETTO XVI – III DOMENICA DI AVVENTO 2009 – IL PRESEPIO

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BENEDETTO XVI – III DOMENICA DI AVVENTO  2009 – IL PRESEPIO

ANGELUS

III Domenica di Avvento, Piazza San Pietro

Domenica, 13 dicembre 2009

Cari fratelli e sorelle!

Siamo ormai alla terza domenica di Avvento. Oggi nella liturgia riecheggia l’invito dell’apostolo Paolo: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti … il Signore è vicino!” (Fil 4,4-5). La madre Chiesa, mentre ci accompagna verso il santo Natale, ci aiuta a riscoprire il senso e il gusto della gioia cristiana, così diversa da quella del mondo. In questa domenica, secondo una bella tradizione, i bambini di Roma vengono a far benedire dal Papa le statuine di Gesù Bambino, che porranno nei loro presepi. E, infatti, vedo qui in Piazza San Pietro tanti bambini e ragazzi, insieme con i genitori, gli insegnanti e i catechisti. Carissimi, vi saluto tutti con grande affetto e vi ringrazio di essere venuti. È per me motivo di gioia sapere che nelle vostre famiglie si conserva l’usanza di fare il presepe. Però non basta ripetere un gesto tradizionale, per quanto importante. Bisogna cercare di vivere nella realtà di tutti i giorni quello che il presepe rappresenta, cioè l’amore di Cristo, la sua umiltà, la sua povertà. È ciò che fece san Francesco a Greccio: rappresentò dal vivo la scena della Natività, per poterla contemplare e adorare, ma soprattutto per saper meglio mettere in pratica il messaggio del Figlio di Dio, che per amore nostro si è spogliato di tutto e si è fatto piccolo bambino. La benedizione dei “Bambinelli” – come si dice a Roma – ci ricorda che il presepio è una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia. Questa non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene. Guardiamo il presepe: la Madonna e san Giuseppe non sembrano una famiglia molto fortunata; hanno avuto il loro primo figlio in mezzo a grandi disagi; eppure sono pieni di intima gioia, perché si amano, si aiutano, e soprattutto sono certi che nella loro storia è all’opera Dio, il Quale si è fatto presente nel piccolo Gesù. E i pastori? Che motivo avrebbero di rallegrarsi? Quel Neonato non cambierà certo la loro condizione di povertà e di emarginazione. Ma la fede li aiuta a riconoscere nel “bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”, il “segno” del compiersi delle promesse di Dio per tutti gli uomini “che egli ama” (Lc 2,12.14), anche per loro! Ecco, cari amici, in che cosa consiste la vera gioia: è il sentire che la nostra esistenza personale e comunitaria viene visitata e riempita da un mistero grande, il mistero dell’amore di Dio. Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore, e risponde alle nostre attese profonde. Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria. Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo. Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia.

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« DA VASI DI IRA A VASI DI MISERICORDIA » – (RM 9, 22-23)

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« DA VASI DI IRA A VASI DI MISERICORDIA » – (RM 9, 22-23)  

Estratto dalla Tesina di Licenza presso la Pontificia Università Gregoriana Istituto di spiritualità Roma 2006/2007  

III CAPITOLO   LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

« Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione » (2Cor 1,3-4) (seguito)   3.4 – Paolo, vaso di elezione del Dio delle misericordie Saulo perseguita i discepoli di Gesù ed è proprio un discepolo a salvarlo sia dalla cecità sia dalla situazione di morte in cui è venuto a trovarsi. Anania diventa per Saulo il mediatore del Vangelo della Grazia31: non solo va a cercare Saulo per imporgli le mani, ma mette in pratica il Vangelo chiamando « fratello » il persecutore. E così l’incontro con Gesù trasforma Saulo da persecutore a discepolo; l’incontro con Anania lo trasforma da nemico a fratello. Scrive S. Agostino: « È inutile illuderti: hai senz’altro anche tu qualche nemico. E sai cosa farebbe un nemico? Ti aggredirebbe. Ma come potresti vivere in pace, sapendo di avere un nemico? Se vuoi vivere in pace, l’unica cosa da fare è quella di trasformare il nemico in amico. Sai che chi incontra un amico incontra un tesoro. Allora, ecco cosa ti dico. La presenza di un nemico è l’occasione propizia per farti un amico. Infatti, se sei riuscito a perdonarlo, hai acquistato un amico, e perciò un tesoro che ti garantirà una profonda serenità. Se invece non avrai il coraggio di perdonare, il nemico resterà nemico, e tu rimarrai preda della tua angoscia ». Nel racconto di Atti, il perdono ha trasformato il nemico in amico, e lo ha fatto progredire fino al punto di renderlo fratello e anche « un vaso di elezione per portare il nome di Dio dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele » ( cfr. At 9,15b). Colui che portava la morte porterà la vita e la salvezza; colui che perseguitava diventerà il testimone; colui che provocava sofferenza a coloro che seguivano la via di Gesù subirà sofferenza a causa del Nome che porterà sulle proprie spalle. Tutto viene capovolto. La vocazione è una vera conversione!32 La vocazione di Saulo lo impegna ad essere un vaso di elezione: l’argilla dell’umanità di Saulo viene riplasmata dal dito creatore del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo in vaso di elezione che porta un dono immenso, la Bellezza della Trinità, come un vaso di creta, un vaso fragile che contiene la potenza della Grazia trasformante della Trinità. L’elezione non è privilegio ma compito, testimonianza e missione; è strumento di elezione per « portare il Nome » di Gesù dinanzi ai popoli e per questo Nome dovrà soffrire33. Di Saulo sottolinea Gesù « egli è per me un vaso di elezione ». Per Gesù e non per lui stesso, tutto è relativo al Signore. C’è un primato che appartiene unicamente a Gesù, Se « Saulo è per me e deve portare il mio Nome », necessariamente dovrà calcare le orme di Gesù anche nella sofferenza; e così il portare diviene patire che associa al patire di Cristo e a lui conforma ogni discepolo34.

3.5 – Da vasi d’ira a vasi di misericordia « C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! Egli infatti dice a Mosè: Userò misericordia con chi vorrò, e avrò pietà di chi vorrò averla. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia. Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra. Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole. Mi potrai però dire: « Ma allora perché ancora rimprovera? Chi può infatti resistere al suo volere? « . O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: « Perché mi hai fatto così? « . Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare? (Rm 9,14-21) Dio, nel piano di salvezza, si riserva sempre e in modo esclusivo l’iniziativa e l’azione, trascendendo ogni aspettativa umana. È Dio, con la più assoluta indipendenza da ogni elemento umano, che salva, mantenendo le sue promesse35. A conferma che davanti a Dio non c’è posto per l’ingiustizia, Paolo cita l’autorevolezza dell’oracolo rivolto a Mosè durante la teofania dell’Esodo, incentrato sulla scelta libera della misericordia e della compassione divina (cfr. Es 33,19). Non soltanto Dio sceglie chi vuole ma usa misericordia con chi vuole e in questa libertà non deve rendere conto a nessuno. Per questo davanti a Lui non c’è ingiustizia: l’orizzonte finale sul quale si gioca la giustizia di Dio non è quello di dare a ciascuno il suo ma di riversare la sua misericordia su chi vuole. La misericordia divina non dipende dalla volontà umana né dal suo impegno, espresso con la metafora del correre, ma da Dio stesso che, per definizione, è misericordioso. Con questa priorità della misericordia divina rispetto alla volontà o all’impegno umano, Paolo richiama il disegno elettivo e rimarca il versante positivo dell’elezione, che gli sta particolarmente a cuore: non l’elezione per la condanna o per il peccato, bensì in vista della misericordia divina. Dal punto di vista storico, Paolo compie una sorta di flash-back: dall’oracolo di Es 33,9 a quello di Es 9,16, spostando l’attenzione da Mosè al faraone il quale, conservato in vita dopo la settima piaga della grandine, è stato scelto da Dio per manifestare la sua potenza e perché il suo nome fosse diffuso dovunque36. Il cuore indurito del faraone non è dovuto alla sua libertà e alla sua responsabilità, ma alla volontà divina: Dio è libero di usare misericordia e di indurire il cuore. Il faraone è uno strumento nelle mani di Jhwh e la sua opposizione ha esaltato la potente manifestazione di Dio a favore di Israele schiavo, rivelandolo al mondo come salvatore. Paolo avverte nei vv. 19 e 20 che il suo modo di dire potrebbe essere frainteso. Se Dio è autore di tutto e vuole tutto, se è Lui che indurisce, come può poi lamentarsi, minacciare, biasimare: come può rimproverare l’uomo del suo comportamento peccaminoso, se è Dio che, irresistibilmente, vuole tutto questo? Il problema è posto in termini chiari, ma Paolo avverte subito la difficoltà di una risposta adeguata: quindi, mentre implicitamente afferma che l’uomo è libero e responsabile, e che quindi Dio ha tutti i diritti di rimproverare, situa il problema nel suo contesto naturale, ovvero la trascendenza di Dio. Fa questo anzitutto con una interrogazione retorica: come può l’uomo mettersi a discutere, quasi da pari a pari, con Dio fino a contraddirlo? È la posizione assurda con cui l’uomo pone dei problemi che toccano la trascendenza divina, posizione che Dio rimprovera, ad esempio, a Giobbe (cfr. Gb 38-39). Paolo porta poi l’esempio del vasaio37: il vasaio è padrone assoluto, può costruire i vasi che vuole e come vuole, ha sempre lui l’iniziativa: è assurdo che il vaso d’argilla si metta a discutere col vasaio. L’applicazione a Dio ribadisce la piena libertà di iniziativa e di azione, assoluta e senza alcun limite, che Dio ha nella salvezza. Per quanto l’essere umano possa indagare sulle proprie origini, non può mai esaurire il disegno creativo di Dio; qui tutte le sue domande e le sue contese con Dio sono destinate a fermarsi, come dimostra soprattutto il dramma di Giobbe: « Che cosa ti posso rispondere? » (Gb 40,4). Per Paolo la persona umana, non soltanto la sua carne, è un vaso di creta chiamato a contenere il tesoro inestimabile del vangelo (cfr. 2Cor 4,7). Paolo continua con l’esempio del vasaio e dei vasi e afferma: Se pertanto Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza vasi di collera, già pronti per la perdizione, e questo per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia, da lui predisposti alla gloria, cioè verso di noi, che egli ha chiamati non solo tra i Giudei ma anche tra i pagani, che potremmo dire? » (Rm 9,22-23). La prima parte della frase comincia con una causale, più che con una concessiva: non giacchè o per il fatto che, ma a causa della dimostrazione della sua collera e della sua potenza, Dio ha sopportato con grande pazienza i vasi d’ira. La presenza di vasi d’ira è considerata come dimostrazione dell’ira divina che, in Rm 1,18-3,20, Paolo ha descritto in termini di incompatibilità con il male commesso dagli esseri umani. Per questo la manifestazione dell’ira divina non è che un modo per far conoscere la sua potenza; e questa non si esprime con la distruzione, per quanto le creature umane siano come alcuni vasi destinati al macero, bensì con la grande longanimità di Dio. Non solo, dire che la pazienza di Dio vale anche per i vasi di collera significa, per via positiva, dimostrare la ricchezza della gloria divina per i vasi di misericordia. In pratica, Paolo si sofferma sui vasi d’ira per sottolineare che la gloria di Dio, ossia la sua presenza o la sua potenza si manifestano nei vasi di misericordia. I vasi d’ira sarebbero in concreto degli uomini che, per i loro peccati e la non accettazione del messaggio evangelico, sono oggetto dell’ira divina, sono cioè in assoluta antitesi con Dio che salva. Essi sono stati e permangono approntati per la rovina eterna38, ma Dio li sopporta con molta longanimità e la longanimità di Dio attende un possibile cambiamento. Infatti Dio manifesta, nella situazione attuale in cui essi si trovano, la sua ira, e se essi vi permangono la manifesterà ancora di più nel giorno dell’ira; ma Dio nel sopportare ha anche un altro scopo: mostra ciò di cui è capace, la sua potenza giustificante: potrà cambiare i vasi d’ira in vasi di Misericordia. I vasi di misericordia sarebbero gli uomini che, aderendo a Dio e accettando la salvezza del vangelo, sono oggetto attualmente dell’azione salvifica di Dio. In essi Dio manifesta la ricchezza della sua gloria39. Paolo, inoltre, riporta una serie di citazioni tratte dall’ A.T. e in particolare dalla letteratura profetica. In tal modo il percorso storico-salvifico dell’ A.T. perviene al suo compimento: dalle vicende dei patriarchi (vv. 6-13) a quelle esodali (vv. 14-18) e agli oracoli profetici (vv. 24-29). « Esattamente come dice Osea: Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo e mia diletta quella che non era la diletta. E avverrà che nel luogo stesso dove fu detto loro: « Voi non siete mio popolo », là saranno chiamati figli del Dio vivente » (Rm 9,25-26). In questo oracolo Osea annuncia il ritorno nella grazia di Israele colpevole. Respinto un tempo da Dio a causa dei suoi peccati, il popolo eletto diverrà di nuovo, nel giorno della conversione e del perdono, il popolo di Jhwh, il suo popolo. Con tranquilla audacia, Paolo applica questo testo ai pagani: essi che non erano il popolo di Dio divengono, in Gesù Cristo, suo popolo40. Paolo non si dimentica di Israele. Cita Isaia, riprendendo un tema caratteristico della predicazione profetica dell’A.T. e applicandolo alla situazione presente: E quanto a Israele, Isaia esclama:

Se anche il numero dei figli d’Israele fosse come la sabbia del mare, sarà salvato solo il resto; perché con pienezza e rapidità il Signore compirà la sua parola sopra la terra. E ancora secondo ciò che predisse Isaia:

Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato una discendenza, saremmo divenuti come Sòdoma e resi simili a Gomorra (Rm 9,27-29). Nella massa del popolo di Israele, infedele al patto, inferiore in ogni caso al livello di impegno morale richiesto da Dio, c’è sempre stata una piccola minoranza, detta appunto dai profeti resto di Israele, che si mantiene all’altezza delle richieste divine e che sarà come il germe dal quale rifiorirà l’intero Israele rinnovato. Il resto non è soltanto considerato da una valutazione negativa rispetto a tutto Israele, ponendo in discussione la relazione con Dio, ma anche da una positiva, come segno di speranza per la maggior parte d’Israele41.

NOTE SUL SITO

Publié dans:Lettera ai Romani, TESI E TESINE |on 16 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA LEZIONE DI UNA NONNA

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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

LA LEZIONE DI UNA NONNA

Lunedì, 14 dicembre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.286, 15/12/2015)

«Dio perdona tutto, altrimenti il mondo non esisterebbe»: le parole che un’anziana donna disse nel 1992 a Jorge Mario Bergoglio sono una vera e propria «lezione» all’inizio dell’anno santo della misericordia. E mettono in guardia dal cadere nella «rigidità clericale», suggerendo piuttosto di imboccare senza esitazioni la strada della speranza e della misericordia che ci rende «liberi». L’invito ad avere «uno sguardo penetrante», che sa andare oltre per vedere e dire la verità, è stato rilanciato da Papa Francesco nella messa celebrata lunedì mattina, 14 dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta. «Nella prima lettura — ha fatto subito notare il Papa — abbiamo ascoltato un passo del libro dei Numeri» (24, 2-7.15-17) sulla «storia di Balaam: era un profeta, ma era anche un uomo e aveva i suoi difetti, ma persino i peccati». Perché, ha rimarcato Francesco, «tutti abbiamo peccati, tutti, tutti siamo peccatori». Ma «non spaventatevi — ha rassicurato il Papa — Dio è più grande dei nostri peccati». «Balaam — ha spiegato — è stato “affittato” da un tale Balak, generale e re, che voleva distruggere il popolo di Dio. E lo inviò a profetizzare contro il popolo di Dio». Però «nel cammino Balaam incontra l’angelo del Signore e cambia il cuore, e vede la verità». Ma «non cambia di partito: oggi sono di questo partito politico e poi passo a quest’altro, no. Cambia dall’errore alla verità e dice quello che vede». «È bello — ha aggiunto Francesco — come il libro dei Numeri racconta questa storia: “Oracolo di Balaam, oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante”». Infatti, ha spiegato, «quando lui cambia il cuore, si converte, ha l’occhio penetrante e vede lontano, vede la verità, col cuore aperto, col cuore — con buona volontà sempre si vede la verità — e dice la verità». Ed «è una verità che dà speranza, perché lui era davanti al deserto, era proprio davanti al deserto, e vede le tribù d’Israele: “Come sono belle le tue tende, le tue dimore, Israele! Si stendono come vallate, come giardini lungo il fiume, come aloe che il Signore ha piantato, come cedri lungo le acque”». Dunque, «oltre il deserto vede la fecondità, la bellezza, la vittoria». Ma «cosa è successo nel cuore di Balaam?». Il fatto, ha detto Francesco, è che «lui ha aperto il cuore e il Signore gli ha dato la virtù della speranza». E «la speranza è questa virtù cristiana che noi abbiamo come un gran dono del Signore e che ci fa vedere lontano, oltre i problemi, i dolori, le difficoltà, oltre i nostri peccati». Ci fa «vedere la bellezza di Dio». «Speranza», dunque, è la parola chiave. E «quando io mi trovo con una persona che ha questa virtù della speranza ed è in un momento brutto della sua vita — sia una malattia, sia una preoccupazione per un figlio o una figlia o qualcuno della famiglia, sia qualsiasi cosa — ma ha questa virtù, in mezzo al dolore ha l’occhio penetrante, ha la libertà di vedere oltre, sempre oltre». E proprio «questa è la speranza, è la profezia che oggi la Chiesa ci dona: ci vuole donne e uomini di speranza, anche in mezzo a dei problemi». Perché «la speranza apre orizzonti, la speranza è libera, non è schiava, sempre trova un posto per mettere a posto una situazione». Nel passo del Vangelo di Matteo (21, 23-27) proposto dalla liturgia, ha proseguito, «vediamo invece gli uomini che non hanno questa libertà, non hanno orizzonti, uomini chiusi nei loro calcoli». Tant’è che i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo chiedono al Signore: «Con quali autorità fai queste cose?». Alla successiva domanda di Gesù, prima di rispondere «non sappiamo», fanno i loro calcoli: «Ma se io dico questo ho questo pericolo, e se dico quell’altro…», Però, ha rimarcato il Papa, «i calcoli umani chiudono il cuore, chiudono la libertà». È «la speranza» che «ci fa leggeri». Ecco che «questa ipocrisia dei dottori della legge, che è nel Vangelo e che chiude il cuore, ci fa schiavi: questi erano schiavi». Da parte sua, «Balaam ha avuto la libertà di dire a quello che lo aveva “affittato”: “Io vedo questo, se a te non piace, problema tuo; ma io ti dico quello che vedo”». Invece «questi non hanno libertà, sono schiavi delle proprie rigidità». E «possiamo dire — ha affermato Francesco — che ambedue, non tecnicamente, sono vicini alla Chiesa, sono uomini di Chiesa: Balaam, profeta; e questi, dottori della legge». «Quanto bella è la libertà, la magnanimità, la speranza di un uomo e una donna di Chiesa» ha assicurato il Papa. E «invece quanto brutta e quanto male fa la rigidità di una donna e di un uomo di Chiesa: la rigidità clericale, che non ha speranza». «In quest’anno della misericordia — ha detto il Pontefice — ci sono queste due strade». Da una parte c’è «chi ha speranza nella misericordia di Dio e sa che Dio è Padre», che «Dio perdona sempre, ma tutto», e che «oltre il deserto c’è l’abbraccio del Padre, il perdono». Ma dall’altra parte «ci sono anche quelli che si rifugiano nella propria schiavitù, nella propria rigidità, e non sanno nulla della misericordia di Dio». Coloro di cui parla il Vangelo di Matteo «erano dottori, avevano studiato, ma la loro scienza non li ha salvati». «Vorrei finire — ha raccontato in conclusione — con un aneddoto che è successo a me, nell’anno 1992. Era arrivata in diocesi l’immagine della Madonna di Fátima. In una grande messa per gli ammalati — ma grande, in un campo grande, con tanta gente — io sono andato a confessare lì. E ho confessato da quasi mezzogiorno fino alle sei, quando è finita la messa. C’erano tanti confessori». Proprio «quando mi sono alzato per andare a celebrare una cresima da un’altra parte — ha ricordato — si è avvicinata un’anziana, ottantenne, con gli occhi che vedevano oltre, questi occhi pieni di speranza». E «io le ho detto: “Nonna, lei viene a confessarsi? Ma lei non ha peccati!”». Alla risposta della donna — «Padre, tutti ne abbiamo!» — Bergoglio ha rilanciato il dialogo: «Ma forse il Signore non li perdona?». E la donna, forte della sua speranza: «Dio perdona tutto, perché se Dio non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe!». E così «davanti a queste due persone» — il «libero» con la sua «speranza, quello che ti porta la misericordia di Dio»; e «il chiuso, il legalista, proprio l’egoista, lo schiavo delle proprie rigidità» — Francesco ha suggerito di fare propria «la lezione che questa anziana ottantenne — era portoghese — mi ha dato: Dio perdona tutto, soltanto aspetta che tu ti avvicini».  

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Il giardino dell’Eden

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GIOVANNI PAOLO II – IL VALORE DELL’IMPEGNO NELLE REALTÀ TEMPORALI (anche Paolo)

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GIOVANNI PAOLO II –

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 13 dicembre 2000 

IL VALORE DELL’IMPEGNO NELLE REALTÀ TEMPORALI (anche Paolo)

1. L’apostolo Paolo afferma che “la nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20), ma non ne conclude che possiamo aspettare passivamente l’ingresso nella patria, anzi ci esorta ad impegnarci attivamente. “Non stanchiamoci di fare il bene – scrive -; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Come dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” (Gal 6,9-10). La rivelazione biblica e la migliore sapienza filosofica concordano nel sottolineare che, da un lato, l’umanità è protesa verso l’infinito e l’eternità, dall’altro, essa è saldamente piantata sulla terra, entro le coordinate del tempo e dello spazio. C’è una meta trascendente da raggiungere, ma attraverso un percorso che si sviluppa sulla terra e nella storia. Le parole della Genesi sono illuminanti: la creatura umana è legata alla polvere della terra, al tempo stesso ha un “respiro” che la unisce direttamente a Dio (cfr Gn 2,7). 2. È ancora la Genesi ad affermare che l’uomo, uscito dalle mani divine, fu collocato “nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). I due verbi del testo originale ebraico sono quelli usati altrove per indicare anche il ‘servire’ Dio e l’‘osservare’ la sua parola, cioè l’impegno di Israele nei confronti dell’alleanza con il Signore. Questa analogia sembra suggerire che un’alleanza primaria unisce il Creatore ad Adamo e a ogni creatura umana, un’alleanza che si compie nell’impegno di riempire la terra, soggiogando e dominando i pesci del mare e gli uccelli del cielo e ogni essere che striscia sulla terra (cfr Gn 1,28; Sal 8,7-9).  Purtroppo spesso l’uomo compie questa missione a lui assegnata da Dio non come un artefice sapiente, ma come un tiranno prepotente. Alla fine si ritrova in un mondo devastato e ostile, in una società frantumata e lacerata, come ancora ci insegna la Genesi nel grande affresco del capitolo terzo, dove descrive la rottura dell’armonia dell’uomo con il suo simile, con la terra e con lo stesso Creatore. È questo il frutto del peccato originale, cioè della ribellione avvenuta fin dall’inizio al progetto che Dio aveva affidato all’umanità. 3. Dobbiamo, perciò, con la grazia di Cristo Redentore, rifare nostro il disegno di pace e sviluppo, di giustizia e solidarietà, di trasformazione e valorizzazione delle realtà terrestri e temporali, adombrato nelle prime pagine della Bibbia. Dobbiamo continuare la grande avventura dell’umanità nel campo della scienza e della tecnica, scavando nei segreti della natura. Occorre sviluppare – attraverso l’economia, il commercio e la vita sociale – il benessere, la conoscenza, la vittoria sulla miseria e su ogni forma di umiliazione della dignità umana.  L’opera creativa è in un certo senso delegata da Dio all’uomo, così che essa continui sia nelle straordinarie imprese della scienza e della tecnica, sia nel quotidiano impegno dei lavoratori, degli studiosi, delle persone che con le loro menti e le loro mani mirano a “coltivare e custodire” la terra e a rendere più solidali gli uomini e le donne tra loro. Dio non è assente dalla sua creazione, anzi “ha coronato di gloria e di onore l’uomo” rendendolo, con la sua autonomia e libertà, quasi suo rappresentante nel mondo e nella storia (cfr Sal 8,6-7). 4. Come dice il Salmista, al mattino “l’uomo esce al suo lavoro, per la sua fatica fino a sera” (Sal 104,23). Anche Cristo valorizza nelle sue parabole quest’opera dell’uomo e della donna nei campi e nel mare, nelle case e nelle assemblee, nei tribunali e nei mercati. La assume per illustrare simbolicamente il mistero del Regno di Dio e della sua attuazione progressiva, pur consapevole che spesso questo lavoro è vanificato dal male e dal peccato, dall’egoismo e dall’ingiustizia. La misteriosa presenza del Regno nella storia sostiene e vivifica l’impegno del cristiano nei suoi compiti terreni. Coinvolti in quest’opera e in questa lotta, i cristiani sono chiamati a collaborare con il Creatore per realizzare sulla terra una “casa dell’uomo” più conforme alla sua dignità e al disegno divino, una casa nella quale “misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 85,11). 5. In questa luce vorrei riproporre alla vostra meditazione le pagine che il Concilio Vaticano II ha dedicato, nella costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr cc. III e IV), all’“attività umana nell’universo” e al “compito della Chiesa nel mondo contemporaneo”. “Per i credenti – insegna il Concilio – una cosa è certa: l’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio” (GS, 34).  La complessità della società moderna rende sempre più arduo l’impegno di animare le strutture politiche, culturali, economiche e tecnologiche che spesso sono senza anima. In questo orizzonte difficile e promettente la Chiesa è chiamata a riconoscere l’autonomia delle realtà terrene (cfr GS, 36), ma anche a proclamare efficacemente “la priorità dell’etica sulla tecnica, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia” (Congregazione per l’Educazione Cattolica, In questi ultimi decenni, 30-12-1988, n. 44). Solo così si compirà l’annunzio di Paolo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).

 

LA SAPIENZA DIVINA SI INCARNA: MANDA LA TUA VERITÀ E LA TUA LUCE: MI GUIDINO AL TUO MONTE SANTO. (anche Paolo)

http://www.corsodireligione.it/bibbiaspecial/sapienza/sapienza_6.htm

LA SAPIENZA DIVINA SI INCARNA: MANDA LA TUA VERITÀ E LA TUA LUCE: MI GUIDINO AL TUO MONTE SANTO. (anche Paolo)

Io come luce sono venuto nel mondo (Gv 12, 46). « Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo » (Gv. 1, 9).

Fil 2,5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. Gesù è la sapienza divina fatta uomo. Gesù crocefisso risorto è la sapienza divina fatta uomo che salva l’uomo dalla morte, con la resurrezione. Mat 11,19 È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere». Gv 6,53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico.: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». ..62 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63 È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». 1Col2,30 Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, 31 perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore. La Parola di Gesù è promessa di vita eterna. E’ il progetto di Dio per chi crede in Gesù . Rivela la Sapienza di Dio, lo Spirito di Dio, il suo Amore per l’uomo, la Carità. E’ Parola viva e creatrice perchè chi la accoglie riceve la vita eterna (nei sacramenti). Non è una serie di vocaboli impotenti ma è Spirito divino che è Potenza, Potenziale, Forza divina creatrice, Sacro, pronto ad agire in chi lo accoglie. Perciò la Parola di Gesù non è un semplice insegnamento, è attiva è Vita. Vita eterna  pronta a entrare nel corpo dell’uomo che la accoglie.. Attraverso questa Sapienza che si attua nel sacramento , Gesù e il Padre dimorano nel cristiano. Il Vangelo di Gesù, la vita eterna del corpo e l’attesa della resurrezione è Sapienza divina, Spirito che dà la vita…eterna. Spirito che purifica la mente. La Parola di Gesù è anche comandamento, istruzione, giacchè è alleanza. Condizione perchè lo Spirito di Sapienza e di Carità viva e dimori nel cristiano è che egli viva tutte le sue opere ispirato da questo Spirito. Questo Spirito è la sua Legge. Se uno dice che possiede lo Spirito e odia suo fratello è un bugiardo. Chi ascolta le mie parole, dice Gesù, le contempla, ne respira lo spirito, fa vivere questo spirito in lui è come colui che costruisce la sua casa- esistenza sulla roccia: sarà eterna. Il cristiano vive e cresce in questo Spirito-Sapienza. Questo Spirito lo consola , guida la sua vita e risplende come luce per tutti, come sale- sapore- sapienza dell vita per tutti. Il cristiano che possiede lo Spirito riconosce lo stesso spirito e chiama fratello ( = della mia stessa carne umano-divina) coloro che lo  » parlano » o operano. Lo Spirito di Gesù, la Sapienza che vive nel cristiano,è la Sapienza che ancora si incarna e si incultura come in Gesù. Chi non possiede lo spirito non può comprendere le cose dello Spirito. I cristiani attraverso le Parole della sapienza divina antica e nuova ( antica alleanza e nuova alleanza) respirano lo Spirito divino, lo stesso Spirito che tutti hanno ricevuto nella salvezza cristiana attraverso i sacramenti. Questo Spirito rivela loro il mistero della salvezza che hanno ricevuto e che Gesù continua ad operare il loro. Con parole umane , secondo questo Spirito, esse annunciano la salvezza cristiana. Mt 11,25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. I piccoli sono, nel linguaggio rabbinico, i discepoli, coloro che hanno fame della sapienza divina e con umiltà e mitezza si mettono al servizio del rabbino che gliela trasmette.. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Un rabbino parla per sentito dire da profeti e sapienti ;Gesù è il Figlio di Dio e può rivelarlo a coloro che diventano suoi discepoli. 28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. I rabbini insegnavano la sapienza divina come precetti della Legge Antica da seguire; il giogo della Legge Divina era pesante perchè i rabbini moltiplicavano i precetti interpretando la Legge nella infinita casistica della vita. Diventare discepoli significava sottomettersi ad una vita rigorosa e faticosa, »pesante ». Gesù invece promette ristoro, ciè sollievo . L’opposto. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». Gesù insegna la Sapienza della Legge Nuova, quella della Nuova Alleanza che Egli realizza. La Nuova Legge, la Carità, il giogo dello Spirito di Gesù, è dolce e leggero, dà sollievo e ristoro ai discepoli del giudaismo, affaticati e stanchi della precettistica rabbinica. E’ uno Spirito dolce e leggero, che dà ristoro perchè è lo Spirito della Carità. La Nuova Sapienza, quella che viene dalla Nuova Alleanza si ottiene praticando la Legge dell’ Amore soprannaturale, quello mostrato da Gesù con la sua vita, passione e morte. L’insegnamento è unico : Giov 13,34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Giov 15,9 Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. I cristiani giungono alla Sapienza del cuore praticando e contemplando e interpretando la Legge della Carità in tutta la casistica della vita. Intrepretando ogni momento e situazione della vita per mettervi la carità. Quando il cristiano annuncia la salvezza che ha ricevuto, che vive e che Gesù offre a chiunque crede in Lui, quando evangelizza, egli lo fa con la sapienza del suo cuore, quella che ha maturato interpretando e praticando la Carità nella sua vita.

PAOLO E LA SAPIENZA CRISTIANA 1Co 2,1 Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Fil 2,5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. Gesù crocefisso ( e risorto) è rivelazione della Sapienza di Dio. 1 Cor 2,3 Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; 4 e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza  [ =dimostrazioni rabbiniche : Paolo è rabbino] , ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, [ nella effusione attraverso la Parola, i sacramenti e la vita comunitaria di carità ] 5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio [ la sapienza divina, lo Spirito, la Potenza Divina di Amore soprannaturale]. 1col1,17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo [ che suscita la fede cui segue la preparazione al battesimo ed ai sacramenti della Chiesa] ; non però con un discorso sapiente [ = da rabbino] , perché non venga resa vana la croce di Cristo. 18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, (la parola della croce) è potenza di Dio. 19 Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Distruggere, umiliare la sapienza umana è una regola costante del governo di Dio . Ai tempi d’Isaia, quando la sapienza politica dei capi di Giuda considerava l’alleanza coll’Egitto come il mezzo di difendersi dall’invasione degli Assiri, Dio fa dichiarare a Gerusalemme per mezzo del suo profeta che Is 29,14«la sapienza dei suoi savi perirà e l’intelligenza degl’intendenti svanirà» . Dopo l’invasione assira Dio liberò Gerusalemme in un modo che non era venuto in mente ai sapienti di Israele. Paolo applica qui la parola d’Isaia, resa liberamente dalla versione dei LXX, per mettere in evidenza che la crocefissione di Gesù, il Messia di Jhwh, mai e poi mai sarebbe stata prevista dai sapienti di Israele come mezzo salvifico ; anzi, sarebbe stata considerata -ed è così ancora – stoltezza , chiunque l’avesse contemplata. 1Co 3,19 perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia.[ Gb 5,11- Colloca gli umili in alto e gli afflitti solleva a prosperità; 12 rende vani i pensieri degli scaltri e le loro mani non ne compiono i disegni; 13 coglie di sorpresa i saggi nella loro astuzia e manda in rovina il consiglio degli scaltri.] La sapienza cristiana , la sapienza della croce, non era immediatamente deducibile da parte dei rabbini, solo il « rabbino » Gesù l’aveva vista nella parola sul Servo di Jhwh (Is 24-25) ; essa è manifestazione creativa e indeducibile dello Spirito Divino, della sua Potenza. Su questa potenza – mirabilmente ed eminentemente manifestata nella resurrezione di Gesù e dei santi al momento della sua morte e poi nella Chiesa-si fonda la fede cristiana. 1Co 2,6 Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; 7 parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. 8 Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9 Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.[libera fusione di Is 64,3- 65,16-40,13 e Nm 27,12) L’Evangelo contiene bensì la soluzione dei più alti problemi che possano affacciarsi alla mente, ma la sua sapienza non ha la sua origine nello sforzo della mente umana, anche se si prendono i sommi suoi rappresentanti nel campo del pensiero, come in quello della potenza politica. Questi, che il mondo considera come i suoi capi, svaniscono con la loro sapienza dinanzi alla rivelazione di Dio in Cristo. Nel nuovo ordine di cose inaugurato dal secondo Adamo, i loro principi, i loro metodi, i loro ideali son destinati a sparite come le tenebre dinanzi al sole 1Corinzi 1:19-20. 1 Col 2,20 Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? 21 Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22 E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23 noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 24 ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. 25 Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio 1 Cor 2,10 .. a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11 Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. 12 Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. 13 Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. 15 L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16 Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo. 1Co 3,1 Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. 2 Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; 3 perché siete ancora carnali: visto che c’è [ancora] tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? …Non sapete che siete [ già] tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17 Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. 18 Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; 19 perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia. 20 E ancora: Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani. 21 Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini. Giac 1,5 Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data Col 2,2strettamente congiunti nell’amore, essi acquistino in tutta la sua ricchezza la piena intelligenza, e giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, 3 nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza. Giov 17,3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Os 6,3 Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra». Quella vita eterna che Gesù doveva dare ai credenti è conoscenza di Dio il Padre, e di Gesù Cristo il Figliuolo, quale ci sono rivelati mediante l’opera dello Spirito. È un errore il supporre, come fanno molti, che quando questa « conoscenza » ci vien presentata come « la vita eterna », dobbiamo considerarla come il mezzo o la via per cui si giunge a quella vita. 1Gv 5,11 Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. 1Gv 5,20 Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. La vera conoscenza di Dio e di Gesù Cristo è la vita eterna. Infatti essa a implica conformità di mente e di cuore a Dio e a suo Figlio, e ciò costituisce quella santità e quella felicità che sono l’essenza della vita eterna. Non si può aver l’una senza l’altra. 2Co 4,6 E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Eb 8,11 Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, né alcuno il proprio fratello, dicendo: Conosci il Signore! Tutti infatti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro. 12 Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati. 1Gv 4,6 Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore. 1Co 15,34 Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna.

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