Archive pour décembre, 2015

Presepio dalla Germania

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Publié dans:immagini sacre, PRESEPIO (IL) |on 19 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

CELEBRARE L’AVVENTO NON SIGNIFICA ALTRO CHE PARLARE CON DIO COME HA FATTO GIOBBE (DA J. RATZINGER)

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CELEBRARE L’AVVENTO NON SIGNIFICA ALTRO CHE PARLARE CON DIO COME HA FATTO GIOBBE (DA J. RATZINGER)

Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /05 /2013 -

da J. Ratzinger, Tempo di Avvento, Queriniana, Brescia, 2005, pp. 7-14

In queste settimane la chiesa, e noi con essa, celebriamo l’Avvento. Se cerchiamo di ripensare a quanto nella nostra infanzia abbiamo imparato a proposito dell’Avvento e del suo senso, ci ricorderemo che ci fu detto che la corona dell’Avvento e le sue luci ci rammentano i millenni [forse le centinaia di millenni] della storia dell’umanità prima di Gesù Cristo. Tale corona rammenterebbe a noi e alla chiesa il tempo in cui un’umanità irredenta aspettava la redenzione. Ci rammenterebbe le tenebre di una storia ancora irredenta, in cui solo lentamente si accesero le luci della speranza, finché alla fine Cristo, la luce del mondo, venne e liberò il mondo dalle tenebre della mancanza di redenzione.
Inoltre ci ricorderemo d’aver imparato che questi millenni prima di Cristo sarebbero stati i tempi della perdizione provocata dalla caduta nel peccato, mentre abbiamo imparato a chiamare i secoli successivi alla nascita del Signore “anni salutis reparatae”, anni della salvezza ristabilita. Infine ricorderemo che ci fu detto che durante l’Avvento la chiesa non riflette soltanto sul passato, nel quale per l’umanità l’Avvento fu un tempo di mancanza di redenzione e di attesa, bensì guarda contemporaneamente al di là di sé alla schiera di coloro che non sono ancora battezzati, di quelli per i quali e ancor sempre tempo di ‘avvento’, perché essi attendono e vivono ancor sempre nell’oscurità della mancanza di redenzione.
Quando, come uomini del nostro secolo e forti delle esperienze del nostro secolo, ripensiamo a queste affermazioni imparate da bambini, ben difficilmente riusciamo ancora ad accettarle in misura piena. Le parole che parlano degli anni della salvezza successivi a Cristo, contrapposti a quelli antecedenti la sua nascita, non ci muoiono sulle labbra, anzi, non suonano come un’amara ironia, se pensiamo a date come quelle del 1914, 1918, 1933, 1939, 1945, a date che delimitano il periodo di guerre mondiali in cui milioni di uomini persero la vita spesso in circostanze terribili, a date che risvegliano il ricordo di atrocità, di cui l’umanità prima non sarebbe stata capace già per motivi puramente tecnici? Inoltre tra di esse c’è anche la data che ricorda l’inizio di un regime, che aveva portato a una feroce perfezione lo sterminio di massa, nonché la data che ricorda l’anno in cui la prima bomba atomica fu fatta brillare su una città popolata da creature umane e che con la sua luminosità accecante aveva dato inizio a una possibilità del tutto nuova di tenebre per il mondo.
Quando riflettiamo su queste cose, non riusciamo semplicemente più a suddividere la storia in tempi della perdizione e in tempi della salvezza. Se poi allarghiamo il nostro sguardo e prendiamo in considerazione i disastri e i guai che i cristiani [quindi persone che diciamo uomini ‘redenti’] hanno combinato nel nostro secolo e nei secoli precedenti, non siamo più capaci di suddividere i popoli del mondo in popoli che vivono nella salvezza e in popoli che vivono nella mancanza di salvezza. Se siamo onesti, non dipingiamo più un quadro in bianco e nero, che divide la storia e la cartina geografica in zone della salvezza e in zone della perdizione. Tutta la storia e tutta l’umanità ci appaiono piuttosto come una massa grigia, in cui brillano in continuazione lampi di un bene mai del tutto sopprimibile, in cui gli uomini cercano in continuazione di migliorarsi, ma in cui si verificano anche in continuazione cadute in tutte le forme spaventose del male.
E così nel corso di tale riflessione vediamo che l’Avvento non è [come forse si poteva dire in tempi passati] una sacra rappresentazione della liturgia, nella quale questa ci fa, per così dire, ripercorrere ancora una volta le vie del passato e ci mostra ancora una volta in maniera plastica com’era una volta la situazione, affinché possiamo adesso gustare con tanta maggior gioia e felicità la salvezza odierna.
Forse dovremo piuttosto ammettere che l’Avvento non è soltanto un ricordo e una rappresentazione del passato, bensì anche un nostro presente e una nostra realtà: nel corso di queste settimane la chiesa non tiene una sacra rappresentazione, ma ci indica quel che costituisce la verità anche della nostra esistenza cristiana. Il senso del tempo dell’Avvento nell’anno liturgico è anche quello di risvegliare in noi questa coscienza. Esso ci deve spingere a prendere posizione di fronte a questi dati di fatto, ad ammettere la grande mancanza di redenzione che non aleggiava solo una volta e che forse non aleggia ancora soltanto da qualche parte sul mondo, ma che è una realtà pure tra di noi e in mezzo alla chiesa.
Mi sembra che qui siamo non di rado vittime di un certo pericolo: non vogliamo vedere queste cose; viviamo per così dire con le luci abbassate, perché temiamo che la nostra fede non sia in grado di sopportare la luce accecante della realtà. Perciò ci schermiamo nei suoi confronti e la espelliamo dalla coscienza, per non cadere.
Ma una fede, che riconosce solo una metà della realtà o non la riconosce affatto più, è in fondo già una forma di rifiuto della fede o perlomeno una forma molto profonda di pusillanimità, la quale teme che la fede non sia in grado di guardare in faccia la realtà. Essa non ha il coraggio di ammettere di essere la forza che vince il mondo. Credere veramente significa invece guardare senza timore e a viso aperto tutta la realtà, anche se tale tutto depone contro l’immagine che per qualche motivo ci siamo fatti della fede. L’esistenza cristiana comporta perciò anche che osiamo parlare, nel bel mezzo della tentazione della nostra oscurità, come l’uomo Giobbe con Dio. Comporta che non pensiamo di poter presentare a Dio soltanto la metà della nostra esistenza e di dovergli risparmiare il resto, perché forse lo potremmo così infastidire.
No, proprio davanti a lui possiamo e dobbiamo presentare molto sinceramente tutto il peso della nostra esistenza. Dimentichiamo un po’ troppo che nel libro di Giobbe, tramandatoci nella Sacra Scrittura, alla fine del dramma Dio dichiara giusto Giobbe, che gli aveva mosso le accuse più gravi, mentre disapprova i suoi amici come gente che parla in maniera sbagliata, quegli amici che avevano difeso Dio e che avevano trovato una qualche bella risposta e spiegazione a tutto.
Celebrare l’Avvento non significa altro che parlare con Dio come ha fatto Giobbe. Significa guardare francamente in faccia tutta la realtà e tutto il peso della nostra esistenza cristiana e presentarli davanti al volto giudicante e salvante di Dio, e ciò anche quando non abbiamo come Giobbe alcuna risposta da dare a essi, bensì non ci rimane altro che lasciare che sia Dio stesso a dare la risposta e dirgli come siamo senza risposte nella nostra oscurità.

Visitation of the Blessed Virgin Mary

Visitation of the Blessed Virgin Mary dans immagini sacre BVM-Visitation-web

http://www.clydemonastery.org/StoneStories/?p=1927

Publié dans:immagini sacre |on 18 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EBREI 10, 5-10 – COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT

http://www.eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/le-dimanche-jour-du-seigneur/commentaires-de-marie-noelle-thabut/

(traduzione Google dal francese)

COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 20 DÉCEMBRE 2015

SECONDA LETTURA – LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EBREI  10, 5-10

DISPONIBILITA È MEGLIO CHE TUTTI I SACRIFICI

Due volte in queste poche righe, abbiamo sentito la stessa frase: « Eccomi, mio Dio, io vengo per fare la tua volontà »; è preso dal Salmo 39/40. Alcune parole, prima, questo salmo è un salmo di ringraziamento; Egli inizia descrivendo il pericolo mortale che il popolo di Israele fuggirono: « Da una grande speranza ho sperato il Signore: si chinò verso di me per ascoltare il mio grido. Mi tirò dall’orrore dell’abisso, melma e fango; mi ha fatto riconquistare una posizione sulla roccia, ha rafforzato i miei passi. « Questo di cui qui è l’esodo dall’Egitto! Ed è per questo comunicato che rende grazie. Il salmo continua: « Nella mia bocca, ha messo una nuova canzone, una lode al nostro Dio. « E un po ‘più avanti: » Tu non volevano sacrifici o offerte, ma mi hai fatto un corpo. Non hai accettato gli olocausti e l’espiazione del peccato; Allora ho detto: Eccomi, mio Dio, io vengo per fare la tua volontà « . Tradurre :. Il modo migliore per rendere grazie a Dio, questo non è quello di offrire lui sacrifici, è di renderci disponibili a fare la sua volontà, perché, in ultima analisi, « eccomi » è l’unico Dio si aspetta la risposta del cuore dell’uomo; è il famoso « eccomi » dei grandi servi di Dio; è quella di Abramo, per iniziare al momento del sacrificio di Isacco; sentire la voce di Dio che lo chiama, ha semplicemente risposto « eccomi »; e la disponibilità del patriarca era sempre esemplificato figlio d’Israele: l’episodio che noi chiamiamo il « sacrificio di Isacco » (Genesi 22) è considerato un modello, quando sappiamo bene che Isaac fa non uccisi; . la prova che da tempo capito che la disponibilità è meglio di tutti i sacrifici altro famoso « eccomi », è stato quello di Mosè presso il roveto ardente; e questa disponibilità a Dio era abbastanza per fare questo pastore che ha sostenuto balbuziente gran capo del popolo è diventato. Alcuni secoli più tardi, nel tempo dei Giudici, un altro « Eccomi » era che di piccolo Samuele, il che era quello di diventare un grande profeta di Israele. Ricordate la storia della sua vocazione: era stato consacrato dai suoi genitori al servizio di Dio nel santuario di Shiloh con il sacerdote Eli, e ha vissuto con il vecchio prete. Una notte aveva ripetutamente udì una voce che chiama; potrebbe essere solo che il sacerdote, naturalmente; e tre volte la bambina era salito precipitosamente in risposta al sacerdote, « mi hai chiamato, eccomi qui. » E ogni volta ha risposto « no, io non ho chiamato. » La terza volta, il sacerdote si rese conto che il bambino non stava sognando e gli diede questo consiglio: « la prossima volta che la voce si chiama, si dirà: Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta. « (1 Samuele 3: 1-9). Samuel è rimasto nella memoria di Israele come un modello di disponibilità alla volontà di Dio. Fu lui che, pochi anni dopo quella notte memorabile, come un adulto, ha osato dire primo re d’Israele (Saulo) questa bella frase: « Ama il Signore bruciato offerte e sacrifici tanto quanto l’obbedienza la parola del Signore? No! L’obbedienza è meglio del sacrificio, la docilità al grasso di montoni. « (1 Samuele 15, 22). L’ideale di Samuele era solo per essere un umile servo di Dio, è stato per molti anni. E si sa che il titolo di « servo » di Dio è il più grande complimento che siamo in grado di fare un credente nella Bibbia. A quel punto, nei primi secoli dell’era cristiana nei paesi di lingua greca, ci è piaciuto dare il suo figlio il nome di « Christodoulos » (Christodoulos) che significa « servo di Cristo »! (C’è un monastero di San Christodoulos a Patmos, per esempio).

NESSUNA SCUSA VALIDA PER sottrarsi Questa insistenza sulla disponibilità ci dà una doppia lezione sia molto incoraggiante e terribilmente impegnativa: se Dio sollecita la nostra disponibilità, significa che tutti, ognuno di noi, come siamo, possiamo essere utile per il Regno di Dio; Qui è incoraggiante e meraviglioso. Ma seconda conseguenza, ciò significa anche che, quando è necessario un impegno di servizio di noi, non saremo mai in grado di nascondere dietro i nostri soliti argomenti:! Nostra ignoranza, la nostra incompetenza o indegnità L’autore della Lettera agli Ebrei riproduce quindi il testo del Salmo 39/40 e sa parla per tutto il popolo; ma la applica a Gesù Cristo, perché nessuno meglio di lui può dire in tutta verità: « Non voleva che i sacrifici o offerte, ma mi hai fatto un corpo. Non hai accettato gli olocausti e l’espiazione del peccato; Allora ho detto: Eccomi, mio Dio, io vengo per fare la tua volontà, perché è da me che parla la Scrittura. « Notiamo che la disponibilità di Cristo al Padre non inizia la sera del Giovedi Santo. Non è solo la morte di Cristo, che è la questione della sua offerta, ma tutta la sua vita, l’amore dato a tutti durante la notte, fin dall’inizio della sua vita: « Entrando nel mondo, Cristo ha detto … mi hai fatto un corpo … Eccomi. « (V. 5-7 ancora citando il Salmo 39/40). Ora, naturalmente, il Corpo di Cristo, noi siamo, niente altro da fare se non continuare ogni giorno a dire » eccomi  » . … (e agire di conseguenza di corso)

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- « La disponibilità è meglio di qualsiasi sacrificio », questa frase ebraica non significa che si debba rimuovere i sacrifici; . Ma sono prive di significato se non sono accompagnati da una vita di disponibilità e di servizio a Dio e gli uomini – In un contesto di lotta contro gli idoli, ha parlato anche della « labbro sacrificio »; vale a dire una preghiera e lode diretti verso l’unico Dio di Israele. Perché potrebbe anche succedere che offrire sacrifici costosi per il tempio di Gerusalemme, pur continuando a trasmettere preghiere ad altri dèi; se questo non è buono, non fa male, come si dice; i profeti erano molto severi su di esso, perché fa male esattamente al contrario di quanto noi crediamo! Offrire a Dio il « lip sacrificio » è stato quello di appartenere a lui incontrastato. Ed era meglio, sapevamo che tutti i sacrifici di animali. Basta leggere Osea ad esempio, « Come un toro, vi offriremo in sacrificio alle parole delle nostre labbra. « (Os 14,3). E facendo eco il Salmo 50/51: « Offri a Dio un sacrificio di lode, e pagare i tuoi voti all’Altissimo … Chi offre lode in sacrificio mi glorifica. . « (Sal 50/51, 14. 23) – In termini di disponibilità, in quanto l’unica condizione per il servizio di Dio, noi abbiamo un buon esempio con la storia di Giacobbe, non era un » chierichetto  » e la narrazione biblica non fa nulla per attenuare la sua disonestà a volte! Ma aveva una qualità importante, la sete di Dio. Questo è ciò che gli ha permesso di entrare nella grande catena dei servi del piano di Dio.

OMELIA (20-12-2015) – MARIA ANNUNCIA IL GIUBILEO DEL SUO AMATO FIGLIO

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20151220.shtml

OMELIA (20-12-2015) – MARIA ANNUNCIA IL GIUBILEO DEL SUO AMATO FIGLIO

PADRE ANTONIO RUNGI

A pochi giorni dal Santo Natale 2015, che è un Natale speciale da un punto di vista spirituale, in quanto è in fase di celebrazione il Giubileo Straordinario della Misericordia, la liturgia della Parola di Dio di questa quarta domenica di Avvento, ci porta davanti alla Grotta di Betlemme, in anticipo, sullo stesso giorno di Natale, per farci contemplare la Vergine Santissimo, in attesa di dare alla luce Gesù, il Figlio di Dio, l’atteso Messia. La Madre della Misericordia, Maria di Nazareth si presenta nel suo ruolo e missione di Madre proprio nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, nel suo grembo verginale, per opera dello Spirito Santo. La gioia di questa attesa nascita, si percepisce da tutto il clima di festa per l’arrivo dell’atteso Messia. Già nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro di Michea, si prefigura all’orizzonte l’immagine del Redentore, della sua Madre e del luogo della sua nascita, la Betlemme del Messia, dalla quale «uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti ». Betlemme di Èfrata, la più piccola delle realtà umane, sociali ed ambientali della Giudea, sarà la culla della nascita di Gesù. Solo dalle cose umili e piccole, nella logica di Dio e non dell’uomo, che nascono le cose grandi e diventano grandi, per chi le fa grande. E Betlemme diventerà grande, nella storia dell’umanità, perché lì si è incarnato il Figlio di Dio, nel grembo Colei che deve partorire e di fatto partorirà, la Vergine santa ed immacolata. Il vangelo di Luca che si presenta Maria in visita alla sua anziana cugina, Elisabetta, ci fa comprendere il senso più vero del Natale di oggi e di sempre, soprattutto del Natale del Giubileo della Misericordia. Maria è la prima a vivere le opere della misericordia corporale e spirituale ed è modello di vita cristiana per quanti sono sinceramente incamminati verso la solennità del Natale ed hanno iniziato, con convinzione interiore e personale il cammino giubilare. Il Natale della gioia è il Natale giubilare. In occasione della giubileo, che nell’antico Israele si celebrava ogni 50 anni, il suo dello jobel, il suo del corno, è un suono di gioia e di festa, di riscatto e di rinascita, di ripresa di un cammino o di un ritorno sulla strada giusta, che si era abbandonata per rincorrere altre possibilità, al di fuori del progetto di Dio e della sua legge. Maria proclama il Giubileo del Suo Figlio. Ed è felice di farlo, comunicando alla sua cugina ciò che stava compiendosi nella sua vita. Da parte sua, Elisabetta annuncia il giubileo del precursore, Giovanni Battista, che lei porta nel suo grembo, per un miracolo della vita, prodotto in lei da Dio, aprendo il suo grembo ad accogliere la vita, nonostante la sua età avanzata e la sterilità conclamata. La gioia del Natale e il giubileo della misericordia sono sintetizzati in questo storico incontro tra Maria ed Elisabetta, quando a gioire, per prime, sono queste due straordinarie madri, che sono in attesa della nascita dei rispettivi figli: Gesù Cristo e Giovanni Battista. Il Natale è accoglienza della vita, è difesa della vita, è amore per la vita di tutte le persone umane, senza distinzione di razza, cultura, religione, età e nazione. Gesù nasce su questa terra per salvare tutta la terra e non una parte di essa. Il testo della seconda lettura di questa quarta domenica di Avvento, tratta dalla Lettera agli Ebrei, ci offre lo spunto per comprendere meglio la missione di Cristo sulla terra. Incarnazione, morte e risurrezione di Cristo è il mistero della nostra fede, dopo quella d’Unità e della Trinità di Dio. In questo mistero dell’incarnazione vogliamo entrare, accompagnati dalla Madre di Gesù e Madre nostra, perché questo Natale della Misericordia, sia un Natale di gioia e di rinnovamento autentico della nostra vita e della vita della comunità dei credenti in Cristo. Sia questa la nostra preghiera di impetrazione: « O Dio, che hai scelto l’umile figlia di Israele per farne la tua dimora, dona alla Chiesa una totale adesione al tuo volere, perché imitando l’obbedienza del Verbo, venuto nel mondo per servire, esulti con Maria per la tua salvezza e si offra a te in perenne cantico di lode ». Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

presepe da « Roma Sparita » di Ettore Franz Roesler.  » (vede sito per particolari)

presepe da
http://manganofoggia.it/presepistafoggiano.htm

Publié dans:immagini sacre |on 17 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

SEMPLICITÀ DEL NATALE – CARLO MARIA MARTINI SJ

http://www.30giorni.it/articoli_id_11831_l1.htm

SEMPLICITÀ DEL NATALE – CARLO MARIA MARTINI SJ

«Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono». Una meditazione da Gerusalemme del cardinale Carlo Maria Martini

del cardinale Carlo Maria Martini sj

Gerusalemme, dicembre 2006

Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono. È composto magari di molte figurine disparate, di diversa grandezza e misura: ma l’essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l’asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita. Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Gesù a Betlemme, è estremamente semplice, e per questo è accompagnato dalla povertà e dalla gioia. Non è facile spiegare razionalmente come le tre cose stiano insieme. Ma cerchiamo di provarci. Il mistero del Natale è certamente un mistero di povertà e di impoverimento: Cristo, da ricco che era, si fece povero per noi, per farsi simile a noi, per amore nostro e soprattutto per amore dei più poveri. Tutto qui è povero, semplice e umile, e per questo non è difficile da comprendere per chi ha l’occhio della fede: la fede del bambino, a cui appartiene il Regno dei cieli. Come ha detto Gesù: «Se il tuo occhio è semplice anche il tuo corpo è tutto nella luce» (Mt 6, 22). La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accettare con docilità le grandi cose di Dio. La fede nasce dall’amore, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio. Il frutto di tutto ciò si ha nella parola dell’evangelista Giovanni nella sua prima lettera, quando descrive quella che è stata l’esperienza di Maria e di Giuseppe nel presepio: «Abbiamo veduto con i nostri occhi, abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della vita, perché la vita si è fatta visibile». E tutto questo è avvenuto perché la nostra gioia sia perfetta. Tutto è dunque per la nostra gioia, per una gioia piena (cfr. 1Gv 1, 1-3). Questa gioia non era solo dei contemporanei di Gesù, ma è anche nostra: anche oggi questo Verbo della vita si rende visibile e tangibile nella nostra vita quotidiana, nel prossimo da amare, nella via della Croce, nella preghiera e nell’eucaristia, in particolare nell’eucaristia di Natale, e ci riempie di gioia. Presepe, Luca della Robbia il Giovane, XVI secolo, convento domenicano di Santa Maria Maddalena, Caldine, Firenze Presepe, Luca della Robbia il Giovane, XVI secolo, convento domenicano di Santa Maria Maddalena, Caldine, Firenze Povertà, semplicità, gioia: sono parole semplicissime, elementari, ma di cui abbiamo paura e quasi vergogna. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene, perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, sono tante le situazioni sbagliate, ingiuste. Come potremmo di fronte a ciò godere di vera gioia? Ma anche la semplicità non va bene, perché sono anche tante le cose di cui diffidare, le cose complicate, difficili da capire, sono tanti gli enigmi della vita: come potremmo di fronte a tutto ciò godere del dono della semplicità? E la povertà non è forse una condizione da combattere e da estirpare dalla terra? Ma gioia profonda non vuol dire non condividere il dolore per l’ingiustizia, per la fame del mondo, per le tante sofferenze delle persone. Vuol dire semplicemente fidarsi di Dio, sapere che Dio sa tutte queste cose, che ha cura di noi e che susciterà in noi e negli altri quei doni che la storia richiede. Ed è così che nasce lo spirito di povertà: nel fidarsi in tutto di Dio. In Lui noi possiamo godere di una gioia piena, perché abbiamo toccato il Verbo della vita che risana da ogni malattia, povertà, ingiustizia, morte. Se tutto è in qualche modo così semplice, deve poter essere semplice anche il crederci. Sentiamo spesso dire oggi che credere è difficile in un mondo così, che la fede rischia di naufragare nel mare dell’indifferenza e del relativismo odierno o di essere emarginata dai grandi discorsi scientifici sull’uomo e sul cosmo. Non si può negare che può essere oggi più laborioso mostrare con argomenti razionali la possibilità di credere, in un mondo così. Ma dobbiamo ricordare la parola di san Paolo: per credere bastano il cuore e la bocca. Quando il cuore, mosso dal tocco dello Spirito datoci in abbondanza (cfr. Rm 5, 5; Gv 3, 34), crede che Dio ha risuscitato dai morti Gesù e la bocca lo proclama, siamo salvi (cfr. Rm 10, 8-12). Tutte le complicazioni, tutti gli approfondimenti che talora ci confondono, tutto ciò che è stato sovrimposto attraverso il pensiero orientale e occidentale, attraverso la teologia e la filosofia, sono riflessioni buone, ma non ci devono far dimenticare che credere è in fondo un gesto semplice, un gesto del cuore che si butta e una parola che proclama: Gesù è risorto, Gesù è Signore! È un atto talmente semplice che non distingue fra dotti e ignoranti, tra persone che hanno compiuto un cammino di purificazione o che devono ancora compierlo. Il Signore è di tutti, è ricco di amore verso tutti coloro che lo invocano. Giustamente noi cerchiamo di approfondire il mistero della fede, cerchiamo di leggerlo in tutte le pagine della Scrittura, lo abbiamo declinato lungo vie talora tortuose. Ma la fede, ripeto, è semplice, è un atto di abbandono, di fiducia, e dobbiamo ritrovare questa semplicità. Essa illumina tutte le cose e permette di affrontare la complessità della vita senza troppe preoccupazioni o paure. Per credere non si richiede molto. Ci vuole il dono dello Spirito Santo che egli non fa mancare ai nostri cuori e da parte nostra occorre fare attenzione a pochi segni ben collocati. Guardiamo a ciò che successe accanto al sepolcro vuoto di Gesù: Maria Maddalena diceva con affanno e pianto: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto». Pietro entra nel sepolcro, vede le bende e il sudario piegato in un luogo a parte e ancora non capisce. Capisce però l’altro discepolo, più intuitivo e semplice, quello che Gesù amava. Egli «vide e credette», riferisce il Vangelo, perché i piccoli segni presenti nel sepolcro fecero nascere in lui la certezza che il Signore era risorto. Non ha avuto bisogno di un trattato di teologia, non ha scritto migliaia di pagine sull’evento. Ha visto piccoli segni, piccoli come quelli del presepio, ma è stato sufficiente perché il suo cuore era già preparato a comprendere il mistero dell’amore infinito di Dio. Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va anche bene. Ma può bastare poco per credere se il cuore è disponibile e se si dà ascolto allo Spirito che infonde fiducia e gioia nel credere, senso di soddisfazione e di pienezza. Se siamo così semplici e disponibili alla grazia, entriamo nel numero di coloro cui è donato di proclamare quelle verità essenziali che illuminano l’esistenza e ci permettono di toccare con mano il mistero manifestato dal Verbo fatto carne. Sperimentiamo come la gioia perfetta è possibile anche in questo mondo, nonostante le sofferenze e i dolori di ogni giorno.

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