Archive pour décembre, 2015

Buon Natale a tutti!

Buon Natale a tutti! dans NATALE 2015 noel-douce-nuit-creche%20copie

Publié dans:NATALE 2015 |on 24 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

Nativity of the Lord

Nativity of the Lord dans immagini sacre nativity

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Publié dans:immagini sacre |on 22 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

NATALE DEL SIGNORE 2011 – OMELIA PAPA BENEDETTO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20111224_christmas.html

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO A TITO

Basilica Vaticana

Sabato, 24 dicembre 2011

Cari fratelli e sorelle,

La lettura tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo a Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola “apparuit”, che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora: apparuit – “è apparso”. È questa una parola programmatica con cui la Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza del Natale. Prima, gli uomini avevano parlato e creato immagini umane di Dio in molteplici modi. Dio stesso aveva parlato in diversi modi agli uomini (cfr Eb 1,1: lettura nella Messa del giorno). Ma ora è avvenuto qualcosa di più: Egli è apparso. Si è mostrato. È uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora. Egli stesso è venuto in mezzo a noi. Questa era per la Chiesa antica la grande gioia del Natale: Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto qualcosa da intuire a partire dalle parole. Egli è “apparso”. Ma ora ci domandiamo: Come è apparso? Chi è Lui veramente? La lettura della Messa dell’aurora dice al riguardo: “apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” (Tt 3,4). Per gli uomini del tempo precristiano, che di fronte agli orrori e alle contraddizioni del mondo temevano che anche Dio non fosse del tutto buono, ma potesse senz’altro essere anche crudele ed arbitrario, questa era una vera “epifania”, la grande luce che ci è apparsa: Dio è pura bontà. Anche oggi, persone che non riescono più a riconoscere Dio nella fede si domandano se l’ultima potenza che fonda e sorregge il mondo sia veramente buona, o se il male non sia altrettanto potente ed originario quanto il bene e il bello, che in attimi luminosi incontriamo nel nostro cosmo. “Apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini”: questa è una nuova e consolante certezza che ci viene donata a Natale. In tutte e tre le Messe del Natale la liturgia cita un brano tratto dal Libro del Profeta Isaia, che descrive ancora più concretamente l’epifania avvenuta a Natale: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine” (Is 9,5s). Non sappiamo se il profeta con questa parola abbia pensato a un qualche bambino nato nel suo periodo storico. Sembra però impossibile. Questo è l’unico testo nell’Antico Testamento in cui di un bambino, di un essere umano si dice: il suo nome sarà Dio potente, Padre per sempre. Siamo di fronte ad una visione che va di gran lunga al di là del momento storico verso ciò che è misterioso, collocato nel futuro. Un bambino, in tutta la sua debolezza, è Dio potente. Un bambino, in tutta la sua indigenza e dipendenza, è Padre per sempre. “E la pace non avrà fine”. Il profeta ne aveva prima parlato come di “una grande luce” e a proposito della pace proveniente da Lui aveva affermato che il bastone dell’aguzzino, ogni calzatura di soldato che marcia rimbombando, ogni mantello intriso di sangue sarebbero stati bruciati (cfr Is 9,1.3-4). Dio è apparso – come bambino. Proprio così Egli si contrappone ad ogni violenza e porta un messaggio che è pace. In questo momento, in cui il mondo è continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi; in cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà. E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace. Amiamo il Tuo essere bambino, la Tua non violenza, ma soffriamo per il fatto che la violenza perdura nel mondo, e così Ti preghiamo anche: dimostra la Tua potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro mondo. Natale è epifania – il manifestarsi di Dio e della sua grande luce in un bambino che è nato per noi. Nato nella stalla di Betlemme, non nei palazzi dei re. Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale “la festa delle feste” – più di tutte le altre solennità – e l’ha celebrato con “ineffabile premura” (2 Celano, 199: Fonti Francescane, 787). Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da Celano (ivi). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua: nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio stesso. Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia. La risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di Assisi, trasformando la fede in amore. “Apparvero la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini”: questa frase di san Paolo acquistava così una profondità tutta nuova. Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per così dire, toccare Dio e accarezzarlo. Così l’anno liturgico ha ricevuto un secondo centro in una festa che è, anzitutto, una festa del cuore. Tutto ciò non ha niente di sentimentalismo. Proprio nella nuova esperienza della realtà dell’umanità di Gesù si rivela il grande mistero della fede. Francesco amava Gesù, il bambino, perché in questo essere bambino gli si rese chiara l’umiltà di Dio. Dio è diventato povero. Il suo Figlio è nato nella povertà della stalla. Nel bambino Gesù, Dio si è fatto dipendente, bisognoso dell’amore di persone umane, in condizione di chiedere il loro – il nostro – amore. Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità. Preghiamo il Signore di aiutarci ad attraversare con lo sguardo le facciate luccicanti di questo tempo fino a trovare dietro di esse il bambino nella stalla di Betlemme, per scoprire così la vera gioia e la vera luce. Sulla mangiatoia, che stava tra il bue e l’asino, Francesco faceva celebrare la santissima Eucaristia (cfr 1 Celano, 85: Fonti, 469). Successivamente, sopra questa mangiatoia venne costruito un altare, affinché là dove un tempo gli animali avevano mangiato il fieno, ora gli uomini potessero ricevere, per la salvezza dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, come racconta il Celano (cfr 1 Celano, 87: Fonti, 471). Nella Notte santa di Greccio, Francesco quale diacono aveva personalmente cantato con voce sonora il Vangelo del Natale. Grazie agli splendidi canti natalizi dei frati, la celebrazione sembrava tutta un sussulto di gioia (cfr 1 Celano, 85 e 86: Fonti, 469 e 470). Proprio l’incontro con l’umiltà di Dio si trasformava in gioia: la sua bontà crea la vera festa. Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme, scopre che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso il quale gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran parte murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”. Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità esteriore ed interiore che rende il cuore capace di vedere. Dobbiamo chinarci, andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena nato. Celebriamo così la liturgia di questa Notte santa e rinunciamo a fissarci su ciò che è materiale, misurabile e toccabile. Lasciamoci rendere semplici da quel Dio che si manifesta al cuore diventato semplice. E preghiamo in quest’ora anzitutto anche per tutti coloro che devono vivere il Natale in povertà, nel dolore, nella condizione di migranti, affinché appaia loro un raggio della bontà di Dio; affinché tocchi loro e noi quella bontà che Dio, con la nascita del suo Figlio nella stalla, ha voluto portare nel mondo. Amen.

 

NATALE DEL SIGNORE OMELIA – MESSA DELLA NOTTE

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/33256.html

NATALE DEL SIGNORE – MESSA DELLA NOTTE

Omelia (25-12-2014)

dom Luigi Gioia

Oggi è nato per voi il Salvatore

Anche noi in questa notte di Natale siamo un popolo nelle tenebre. Nella notte ci incamminiamo per recarci nelle nostre chiese, ed è una cosa inconsueta. Generalmente ci andiamo la domenica alla luce del sole, invece per Natale ci incamminiamo nel cuore della notte. Anche a noi, ad un certo punto, appare la luce – è il momento nel quale intoniamo il Gloria: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama. Le nostre chiese si riempiono di luce, suonano le campane, un evento gioioso si rende presente. E’ il momento nel quale – come dice la seconda lettura – appare per noi la grazia di Dio. Appare per noi, cioè si manifesta, si fa vedere la grazia di Dio. « Grazia di Dio » vuol dire dono di Dio, ma vuol anche dire bellezza di Dio. Quale dono il Signore ci fa, quale bellezza vediamo? Che apparizione abbiamo? Quando la gloria di Dio appariva nell’Antico Testamento, c’erano lampi, tuoni, suono di tromba. Tutti nascondevano la faccia ed avevano paura, proprio come i pastori del vangelo di questa notte. Qui invece, il segno che ci è dato è triplice: un bambino in una mangiatoia, uno straniero, un povero. Il Signore della storia, questo Dio che può tutto, lo vediamo qui, in questo contesto, apparentemente in balia degli eventi della storia. C’è un censimento che obbliga Maria e Giuseppe a lasciare la sicurezza di Nazareth, per recarsi in un luogo straniero e ostile proprio nel momento in cui Maria deve partorire. I genitori di Gesù si trovano in una situazione di emigrati, si trovano lontani dalla loro patria, e appunto perché stranieri suscitano sospetto, sono messi da parte, sono oggetto di pregiudizi: Da Nazareth può venire qualcosa di buono? Tutto questo succede nel momento di più grande fragilità, di più grande bisogno: proprio quando Maria deve partorire si trova lontana da casa, sola con Giuseppe, rifiutata. In cosa tutto ciò manifesta la gloria, la grazia, la bellezza, il dono di Dio? In cosa, attraverso eventi così tristi, vediamo la bellezza di Dio? Tutto dipende dall’immagine che ci facciamo di Dio. Pensiamo a lui come un Dio potente, come ad un imperatore romano che scomoda il mondo intero per misurare l’ampiezza del suo potere, facendo questo censimento, così da poter contare quanti milioni di sudditi ha e soprattutto può determinare quante tasse far pagare loro? Oppure l’idea che abbiamo di Dio è quella di un Dio di cui avere paura, come i pastori che sono presi da grande timore? O ancora abbiamo l’idea di un giudice inflessibile che, quando pecchiamo, è pronto a punirci? Oppure di un Dio lontano, che è difficile da raggiungere, che forse neanche ci ascolta? Non c’è niente di bello, niente di grazioso in un tale Dio che in realtà è un riflesso dell’uomo, della sua idea di Dio, è un idolo. Dio si è chiesto: « Come posso far percepire agli uomini la mia vera bellezza, cioè il mio amore per loro? Come posso far capire loro che vengo non per giudicarli, ma per salvarli, non per infierire su di loro, ma per curare le loro ferite, non per rimproverare loro le loro colpe, ma per liberarli dalla colpevolezza, dal peso che grava sulle loro spalle? » Dio si è chiesto: « Come posso far capire agli uomini qual è la mia vera bellezza? Aiutarli a superare i loro idoli, l’immagine falsa che si fanno di me? ». Ebbene, quando Dio si è chiesto queste cose, ciò che ha deciso di fare, il modo nel quale ha deciso di farsi vedere, di apparire a noi – il modo nel quale la grazia, la bellezza di Dio ci è apparsa, è stato quello paradossale di un bambino, di un bambino immobilizzato in fasce, in una mangiatoia, pronto a farsi cibo per noi, cioè tutto offerto a noi, dono per noi. E poi, un bambino nella situazione di straniero. Infine, un bambino in una situazione di povertà. Che cosa straordinaria questa! Ce lo siamo ripetuti, lo abbiamo sentito tante volte, ma non lo avremo mai meditato abbastanza: il luogo che Dio ha scelto per farsi uomo è stato quello dell’emarginazione, della povertà. E’ stato un luogo di rifugio, di riparo, perché non era voluto lì dove vivevano gli altri. E’ questo il Signore. E’ questo il Dio potente: sulle sue spalle c’è il potere. Grande sarà il suo potere. Però non è il potere che immaginiamo noi, quello che schiaccia, quello che pesa. E’ il potere di colui che conquista per mezzo della sua debolezza. Che cosa c’è di potente, di bello, in un bambino immobilizzato in fasce in una mangiatoia? C’è di potente il fatto che questa notte, tutti celebriamo la sua nascita. Pensiamoci: 2000 anni fa nasceva un bambino da genitori sconosciuti, in un luogo sconosciuto, emarginato, povero, straniero, e da allora ne celebriamo ogni anno la nascita. C’è di potente il fatto che questo bambino fa rinascere in noi la speranza, il desiderio di cambiare la nostra vita, di ritornare al Signore, il pentimento. E’ spesso questa la notte, l’occasione nella quale tutti o quasi tutti ci confessiamo, ci riconciliamo con Dio o piuttosto ci lasciamo riconciliare con lui. C’è di potente il fatto che vedendo Dio rendersi così indifeso, muto, inerme, siamo spiazzati – la nostra immagine, il nostro idolo di Dio è infranto. C’è di potente che di fronte a un Dio che si fa piccolo in questo modo, non sappiamo, non possiamo, non vogliamo più resistere. Un bambino ispira tenerezza per un po’, ma poi ci si fa l’abitudine. Questo Dio-bambino invece, ha sconvolto la storia e ci commuove, ci seduce, ci scomoda nel cuore della notte, a mezzanotte, ci conquista da duemila anni. Questo bambino con le braccia aperte, questo Dio impotente, come può essere lui il salvatore? Eppure lo è. E’ il salvatore, perché Dio non vince con la forza, ma con la persuasione. Non vince con la violenza, ma con la dolcezza. Non vince con la punizione, ma con il perdono e la misericordia. Questo bambino, questo Dio-bambino ci ripete: « Non abbiate paura. Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo. Imparate da me che sono mite e umile di cuore ». Ci ripete: « Non abbiate paura di chi è in una situazione di povertà. Non abbiate paura dello straniero, dell’immigrato ». La crisi che attraversiamo, manipolata purtroppo da potenti spinte demagogiche, gioca sulle preoccupazioni normali cercando di esasperarle. Vuole farci avere paura di tutto ed in particolare di coloro che sono più inermi e poveri intorno a noi, e spesso proprio dello straniero e dell’immigrato. Vuole che li rigettiamo, che li rifiutiamo. Vuole perpetuare quello che in questa notte è stato fatto subire a Maria, a Giuseppe e a Gesù. Vuole ripetere la storia di duemila anni fa: non c’era posto per lui. Vuole condurci, ancora oggi, a rifiutare di accogliere Cristo: ogni volta che avrete rifiutato il povero, l’immigrato, lo straniero, avete rifiutato me.

riproduzione del Bambinello della grotta di Betlemme

riproduzione del Bambinello della grotta di Betlemme dans immagini sacre bambino_g

http://www.ilquotidiano.it/articoli/2006/12/31/66097/quartiere-sentina-esposti-i-presepi-grande-attesa-per-la-premiazione

Publié dans:immagini sacre |on 21 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

NATALE A BETLEMME

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=826

NATALE A BETLEMME

Verso le ore due, terminata la concelebrazione , il clero in processione si incammina verso la GROTTA , dove dal Patriarca viene portato un bellissimo Bambinello che viene deposto nella Mangiatoia, dove rimarrà fino ai Vespri dell`Epifania. Il tutto ha termine con il canto del Te Deum. In questi anni di Intifada la partecipazione dei locali alla festa del Natale, la loro festa per eccellenza, si è limitata ad una santa messa alla Grotta o alle grotte, rifugendo da manifestazioni di solennità esteriore, e per la tristezza della situazione e per le grosse difficoltà economiche dovute alla quasi totale carenza di lavoro.

 Le festività natalizie assumono a BETLEMME, città di Giuda, una particolare importanza perché in essa, come ricordano i vangeli dell`infanzia e una lunga tradizione che risale ai primi secoli, si trova la GROTTA – STALLA  dove ha visto la luce come Uomo, il Figlio di Dio e di Maria, la Seconda Persona della Santissima Trinità. A Betlemme il Natale viene solennizzato per ben tre volte: nei giorni 24-25 dicembre dai cattolici, segnatamente latini, e da tutti i protestanti , il 6-7 gennaio dai greci ortodossi, siriani ortodossi e copto ortodossi…, il 17-18 gennaio dagli armeni ortodossi, che ricordano però l`Epifania. La Celebrazione piu` solenne . sentita e partecipata , è quella del 24-25.12, con  un numero di fedeli e curiosi veramente notevole. Il Natale Latino, èpreparato da una  animata ( la chiesa parrocchiale  di santa Caterina, a fianco della basilicà della natività sempre stracolma di fedeli) e spiritualmente , profondamente vissuta,  NOVENA, che inizia il 15.12, per terminare il 23, e così lasciare libera la giornata del 24 per altre manifestazioni : l`entrata del Patriarca latino e i primi vespri della solennità. Il Patriarca parte da Gerusalemme con gli altri dignitari ecclesiastici del suo seguito verso mezzogiorno per entrare nella porticina della Basilica della Natività intorno alle 14.30. A Mar Elias vicino a Tantur  viene accolto dai tre sindaci cristiani della zona (Betlemme, Beit Giala, Beit Sahour) insieme ad altre personalità cristiane , e con un lunghissimo corteo di macchine  piano piano ci si avvia verso Betlemme.    È l`inizio ufficiale delle celebrazioni. Alla tomba di Rachele altri si uniscono al corteo rispettando una  antica tradizione. Piu` avanti si inseriscono centinaia di scouts ponendosi alla testa del corteo dietro un gruppo di poliziotti palestinesi a cavallo. Lungo il percorso, una volta entrati a Betlemme, una marea di gente, compresi molti musulmani (il Natale a Betlemme è festa anche civile per tutti, voluta dal defunto presidente Arafat). I pellegrini ed altri eventuali stranieri si assiepano nella grande piazza prospiciente la Basilica. Il corteo, nell`ultimo tratto, procede molto lentamente, e all`entrata della piazza, il Patriarca con il seguito lasciano le macchine,  vengono accolti e salutati dalle autorità governative palestinesi , mentre alcuni metri piu` avanti ha inizio la lunga processione  liturgica con seminaristi, religiosi, clero, che si incamminano verso la piccola porta della Basilica, dove il Patriarca in ginocchio  bacia la croce presentatagli dal superiore dei PP.Francescani del convento del Presepio e, subito dopo, attravero la Basilica della Nativita ci si porta nella chiesa di Santa Caterina dove il Patriarca rivestite le vesti liturgiche presiede i primi vespri solenni del Natale. Le funzioni notturne del Natale , con la chiesa di Santa Caterina,  strapiena di fedeli (ci vuole un permesso speciale per entrare e il controllo è molto severo), in genere pellegrini, e con le personalità, comprese le autorità musulmane dell` autonomia palestinese e l`intero corpo consolare di sede a Gerusalemme , schierate nei primi banchi, hanno inizio intorno alle 22,30, con il canto dell`ufficio divino del mattutino, seguito dalla nutrita solennissima concelebrazione, in cui il canto del Gloria  coincide con la mezzanotte. Alla comunione le autorita non cristiane lasciano la Basilica. Verso le ore due, terminata la concelebrazione ,  il clero in processione si incammina verso la GROTTA , dove dal Patriarca viene portato un bellissimo  Bambinello  che viene deposto nella Mangiatoia, dove rimarrà fino ai Vespri dell`Epifania. Il tutto ha termine con il canto del Te Deum. A partire dalla mezzanotte nella GROTTA il Parroco francescano da inizio alla celebrazione di Sante Messe che continua fino alle ore 16.30 del pomeriggio con solo tre  interruzioni : arrivo della processione, messa dei greci ortodossi, messa degli armeni ortodossi, comproprietari con i Latini della Grotta e della Basilica di Sant`Elena. Nella Mattinata, alle ore 09.00,  in Santa Caterina c`è un`altra Concelebrazione , presieduta sempre dal Patriarca, cui partecipano in modo speciale i cattolici di Betlemme…  è un po` la messa grande dei concitadini di Gesù, che affollano inoltre la GROTTA e le Grotte poste intorno a quella del Bambinello, dove ci sono Messe per tutta la notte e la giornata sucessiva. Intorno alle 13 con i PP. Francescani si fa un pellegrinaggio al Campo dei Pastori a Beit Sahour. In questi anni di Intifada la partecipazione dei locali alla festa del Natale, la loro festa per eccellenza, si è limitata ad una santa messa alla Grotta o alle grotte, rifugendo da manifestazioni di solennità esteriore, e per la tristezza della situazione e  per le grosse difficoltà economiche dovute alla quasi totale carenza di lavoro. Anche questo Natale, pur rispettandosi tutte le tradizioni ufficiali, ha detto il sindaco della città, Hanna Nasser, si cercherà di evitare lo sfarzo, essendo il popolo ancora nel periodo dei quaranta giorni di lutto ufficiale per la morte di Arafat . Inoltre sono ancora pesanti le difficoltà economiche. Che il Divino Bambino doni la sua Pace alla città natale, a noi e al mondo intero! A tutti auguri d’ogni bene da Betlemme  e un memento orante dalla Grotta.    (Teologo Borèl) Dicembre 2004 – autore: don Giovanni Laconi

Publié dans:NATALE 2015, TERRA SANTA (LA) |on 21 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

LE TEMATICHE DELLA SAPIENZA UMANA E DELLA SAPIENZA DIVINA ( 1COR. 1,18 – 3, 1-4 )

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RUBRICHEAUTORI/FrancescoCuccaro/FCsapienzaumanadivina1letteraCorintiPaolo.htm

Le  tematiche della sapienza umana e della Sapienza divina e della resurrezione dei morti nella Prima Lettera ai Corinti di Paolo di Tarso

di Francesco Cuccaro

LE TEMATICHE DELLA SAPIENZA UMANA E DELLA SAPIENZA DIVINA ( 1COR. 1,18 – 3, 1-4 )  

La ‘fede’ é indispensabile all’attuazione del processo salvifico. Tutti sono chiamati alla fede, senza distinzione di razza, di ceto e di sesso. La ‘fede’  ( in greco ‘pistis’ ) é un principio attivo di trasformazione del credente ed é alternativa alla ‘conoscenza razionale’, in greco ‘gnosis’, nell’attingimento della verità suprema e della giustificazione. La prima é superiore alla seconda per il suo carattere di ‘dono divino’ e per la concessione di detto dono a tutti gli uomini di buona volontà. Beninteso, non si afferma ancora lo ‘gnosticismo’ come movimento eterodosso di opinione in seno alla Chiesa primitiva, nelle sue plurime espressioni. Come fenomeno tale movimento appare già nel II secolo. Tuttavìa, i suoi presupposti già si avvertono nel modo come alcuni credenti recepiscono il rapporto tra fede e conoscenza e nella propensione ad attribuire alla resurrezione di Cristo solo un significato morale e allegorico :  “Se Cristo non é risorto, é vana la vostra fede, siete ancora nei vostri peccati; perciò anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti. Se durante questa vita solamente abbiamo sperato in Cristo, noi siamo i più infelici di tutti gli uomini” ( 1Cor. 15, 17-19 ). Paolo fa appello ai miracoli che hanno accompagnato la sua missione e alla testimonianza oggettiva, oltre che degli Undici ( cioé senza Giuda Iscariota ), di numerosi discepoli ( “più di cinquecento fratelli” ) in Palestina e ancora viventi (1Cor. 15, 2-7), che hanno visto e ascoltato il Signore risorto. Questa ‘fede’ predispone il credente ad una ‘sapienza’ che é stata nascosta in Dio e avvolta nel ‘mistero’ ( 1 Cor. 2,7 ). Il termine greco che l’Apostolo delle Genti utilizza é ‘sophìa’, corrispettivo del latino ‘sapientia’. Con questa parola Paolo non designa una scienza di tipo intellettuale oggetto di predilezione dei Greci, ma una conoscenza profonda e “gustosa” ( “sapere” e “sapore” sono convertibili ) dei misteri di Dio che coinvolge l’essere umano anche nei suoi aspetti emozionali e pragmatici. E’ evidente che Paolo richiama la letteratura sapienziale dell’A.T. ( i Salmi in primo luogo ). Attraverso la ‘fede’ viene comunicata da Dio la ‘sapienza’ con una pedagogìa progressiva. Il cristiano é un pò come un infante che deve crescere e maturare. Il suo é un cammino che tende alla perfezione. Pertanto, il messaggio evangelico non può mai essere ridotto alla stregua di una dottrina esoterica valida solo per gli iniziati. In Paolo é presente, tuttavia, lo schema del rapporto di implicazione dialettica ‘psichici-spirituali’ ( che può anche diventare opposizione ) che sarà perno delle correnti dualistiche successive. Questo schema, tra l’altro, non é ignorato dalla letteratura religiosa giudaica del suo tempo e viene applicato dall’Apostolo non solo per opporre il ‘Vangelo’ al ‘secolo’ ( o ‘mondo’, categoria tipicamente giovannea ), ma anche per designare i credenti stessi in relazione alla pienezza o meno della fede ricevuta : “Tra i ‘perfetti’ annunciamo ( anche ) una sapienza : ma non la sapienza di questo mondo, né dei principi di questo mondo che vengono distrutti, bensì annunciamo la sapienza di Dio avvolta nel ‘mistero’, che é stata nascosta, che Iddio predestinò prima dei secoli per la nostra gloria e che nessuno dei principi di questo mondo ha conosciuto : se infatti l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma come é stato scritto : ‘quelle cose che occhio non vide e orecchio non udì e in cuore non salirono giammai, queste ha preparato Iddio per quelli che l’amano’” ( 1Cor. 2,6-9 ). Depositari di questa sapienza non sono coloro che si sono distinti nel linguaggio ornato o nelle massime elucubrazioni del raziocinio umano e, tanto meno, i detentori di un potere politico o culturale o socioeconomico, essendo realtà effimere e transitorie. “Dove mai il sapiente ?  Dove il dotto ?  Dove il dialettico di questo secolo ?  Non ha forse Iddio reso stolta la sapienza del mondo ?” ( 1 Cor. 1, 20 ).  Sono tante le scuole filosofiche che non riescono a rispondere in modo incontrovertibile e definitivo alle domande angoscianti dell’uomo, in primo luogo quelle concernenti le realtà della sofferenza e della morte. Dov’é l’investigatore di questo secolo ?  Coloro che hanno inteso scoprire i fondamenti del kosmos si sono contraddetti l’un l’altro. Ma Dio presenta un’altra ‘sapienza’ alternativa a chi vuole dire l’ultima parola su tutto il creato. Paolo associa all’espressione ‘Sapienza divina’ il termine ‘mysterion’ che, in greco, designa una ‘realtà nascosta’ in Dio e che corrisponde al ‘mistero di Cristo’, al ‘mistero di Cristo crocifisso’. La ‘logica della Croce’ é, dunque, la ‘logica del paradosso’, tanto di una perfetta coesistenza di contrari, quanto del rovesciamento di una cosa nel suo opposto. La Divina Maestà viene esaltata, nel Logos incarnato, proprio attraverso l’umiliazione della Vittima offerta, e questo contrasto non può essere facilmente assimilato dalle sole facoltà naturali seppur disciplinate. Solo i ‘perfetti’ nella fede possono “gustare” le infinite ricchezze racchiuse nel ‘mysterium crucis’. Del resto, Paolo é convinto dell’inadeguatezza dei discorsi umani e delle categorie concettuali ad intendere quelle che sono le verità di fede. Quindi, la ‘scienza teologica’ non va confusa con la ‘sapienza divina’, pur avendo la sua legittimità teorica, in quanto é pur sempre un sapere razionale umano, parziale e limitato, pur essendo illuminato dalla fede. Lo Spirito Santo aiuta ad aprire non soltanto la mente del fedele, ma  anche il ‘cuore’ a quanto Cristo gli ha rivelato, onde permettere una penetrazione interiore del dato evangelico che lo renda forza operante. Ma lo Spirito Santo si serve dell’Apostolo come di colui che si lascia ammaestrare e, con l’illuminazione, riesce a trovare le parole giuste per presentare agli ‘spirituali’ (non agli psichici) il suo messaggio di salvezza, “agli spirituali adattando cose spirituali” ( 1 Cor. 2,13 ). All’uomo psichico -che ritiene la ragione il metro di tutte le cose- si distingue, fino ad opporsi, ‘l’uomo spirituale’, colui che si dispone a pensare e ad agire sotto la mozione dello Spirito Santo. Se sussiste opposizione tra due categorie di uomini (e, perché no, anche tra due categorie di credenti), ciò non vuol dire, per forza, che debba esserci un’opposizione di principio tra la ‘psiché’ e il ‘pneuma’. Non é che nella mente del ‘perfetto’ venga eliminato, o quanto meno sostituito, l’aspetto psichico dell’uomo : anzi esso viene informato e potenziato dallo Spirito Santo. I grandi studiosi della mistica cristiana hanno insegnato le vie della purificazione dei sensi e dell’intelletto, e su come le facoltà e le potenze mentali devono essere padroneggiate lungo la strada della perfezione cristiana. E’ pur vero che tra l’uomo psichico e quello spirituale non può darsi proporzione recettiva, in quanto l’inferiore non può scrutare le cose che appartengono ad un ordine superiore e, pertanto, non può comprenderle. Lo spirituale può discernere le cose che gli appartengono e può giudicare l’inferiore (1). Ma può conoscere, solo per ‘rivelazione’, il ‘disegno di salvezza’, finendo per conformarsi al Figlio di Dio. Chi crede con pienezza, ha la possibilità di concepire e di giudicare tutto con la ‘mente di Cristo’ ( il noùs ). “Per conto nostro, noi abbiamo la ‘mente di Cristo’ ” ( 1 Cor. 2,16 ) Ma finché ci si rimane ancora contrassegnati dall’egoismo e dalla volontà di appropriazione, ci si lascia condizionare da una logica carnale dura ad essere superata. Quindi, comunicare a degli immaturi una sapienza elevata é come offrire un cibo solido a dei lattanti ( 1 Cor. 3,1–4 ).  

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 21 décembre, 2015 |Pas de commentaires »
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