Archive pour décembre, 2015

Rubens, Maria circondata dai Santi Innocenti

Rubens, Maria circondata dai Santi Innocenti dans immagini sacre
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Publié dans:immagini sacre |on 28 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

RAGAZZI, ATTENZIONE PREGO! OGGI PARLIAMO DI SANTITÀ!

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RAGAZZI, ATTENZIONE PREGO! OGGI PARLIAMO DI SANTITÀ!

I giovani sbadigliano se presentiamo loro la santità in modo anacronistico. Bisogna spiegare loro la bellezza della santità, che va cercata nell’intimo della propria esistenza, dove la voce di Dio ci chiama, ci consiglia, ci guida. Bisogna insegnare loro a donarsi ed affidarsi allo Spirito che dà la saggezza per discernere la strada da intraprendere.
Che c’entra la santità ai tempi di facebook
Quando si parla di santità oggi, l’immaginario di tanti passa istintivamente all’idea delle statue, delle processioni, delle candele, dei baci ai piedi delle statue di madonne e santi posti in chiesa, di feste paesane e di beatificazioni in piazza San Pietro. Confondiamo spesso infatti nella vita di ogni giorno la santità con le nostre devozioni particolari e private. E forse proprio tutto questo genera in molti giovani scetticismo e indifferenza, perché questi discorsi sembra che a loro non dicano proprio niente. Il linguaggio, gli atteggiamenti, la mentalità, l’ambiente stesso dei giovani non hanno nulla a che vedere con i discorsi e i cammini di santità.
ll loro mondo è ben altro. Fatto di scuola, di sport, di sogni, di amici, di noia; talvolta è sballo, talvolta sesso, talvolta alcool, talvolta droga. Per molti di loro la vita si comprende e si svolge in internet e su facebook.
Padre, ma io voglio rimanere un ragazzo normale!
Tenevo lezione di catechismo in preparazione alla cresima, in una parrocchia di Roma, quando ero ancora vicario parrocchiale. Molte in quella classe erano ragazze adolescenti. Parlavo quella sera di Santa Maria Goretti, presentandola come un ragazza uguale a tante altre, che si sacrifica però per salvare la sua dignità e non cede alle lusinghe e alla tentazione del sesso per rispetto della legge di Dio e per amore del suo Signore. Viene uccisa e viene riconosciuta santa, quindi un modello da proporre e da imitare per tante altre ragazze e ragazzi.
Cosa ne pensate voi ragazze? Sareste voi capaci di tanta fede e amore a Gesù per dire di no al vostro ragazzo? Risponde Lisa, sedicenne, sempre presente e attiva in chiesa (dicendo che secondo lei) non c’ha guadagnato proprio niente. “Io sono innamorata di Gesù, però mica mi farei uccidere per una cretinata che poi passa e te la dimentichi!”.
“Preferisco rimanere un ragazzo normale, diceva uno di essi durante un pomeriggio di ritiro spirituale, senza rinunciare a ciò che voglio e che mi piace, senza complicarmi la vita”.

Parlo di santi e loro sbadigliano
Forse la santità da noi descritta è qualcosa di lontano dalla vita normale e non piace loro l’atteggiamento sdolcinato e agiografico che spesso proponiamo con i nostri linguaggi religiosi e omiletici. I santi dovrebbero veramente essere un attraente messaggio cristiano, ma noi non sappiamo forse raccontare le loro vite, facciamo spesso i moralisti e il mondo dei giovani sbadiglia. Noi pensiamo che i santi vengono proposti quali modelli attraenti di vita, per aiutarci nella esperienza della fede. Molti giovani invece si fanno un’idea quasi opposta.
Ma i santi non vanno al bar? Non raccontano barzellette? Non si stravaccano mai sul divano? Stanno sempre e solo con le mani giunte, gli occhi dolci e il collo torto, come pensa Lucia?
Certo i miei studenti mancano forse di una vita di fede sufficiente per « leggere » in questi segni una forma di amore profondo per Dio. Ma è anche vero che se oggi non si riesce a declinare la santità anche nei gesti più banali e quotidiani della vita, alimentiamo ancora di più la frattura tra umano e spirituale, dando cibo agli estremismi di vario tipo. (Cfr. I santi non vanno al bar… di Gilberto Borghi, 2012).
Eppure la santità è sempre giovane come è giovane Dio
Non aspettate di avere più anni per avventurarvi sulla via della santità! La santità è sempre giovane, così come eterna è la giovinezza di Dio.(Giovanni Paolo II – Toronto XVII GMG, 2002).
Il nostro mondo ha bisogno di riscoprire una saggezza giovanile o che almeno la vita venga vissuta dai giovani con saggezza. Come tanti testimoni cristiani senza età, uomini e donne di oggi, spiritualmente maturi, innamorati di Gesù, che hanno imparato e continuato ad amarlo anche nelle difficoltà della vita, fino a morire d’amore per Lui.
È ora di riproporre a tutti con convinzione questa «misura alta» della vita cristiana ordinaria. Che senso ha una vita per un giovane credente se non è in sintonia con il vangelo? Sarebbe infatti un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale.
Vorrei avere le ali di un’aquila e spiccare voli sempre più alti verso di Te, che sei l’Altissimo e non accontentarmi delle basse quote. Vorrei essere musica che giunge ai tuoi orecchi e portarti la gioia. Vorrei, vorrei… quante cose vorrei essere, ma io sono quella che sono e sono quella che Tu hai voluto. (Cfr. dal diario di Santa Scorese).

Essere santi vuol dire diventare grandi crescendo nell’amore di Dio
Questo ideale di perfezione non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni eroi e martiri della santità. Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno. I percorsi della santità sono personali, ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone.
Sì, è vero c’è forse un segreto per diventare grandi, non solo di statura. É Benedetto XVI a dirlo ai giovani di AC, riuniti in Piazza San Pietro. Diventare grandi significa amare, imparare l’arte del vero amore. Non adattarsi a un amore ridotto a merce di scambio, da consumare senza rispetto per sé e per gli altri, incapace di castità e purezza. Insomma è richiesto un di più ai ragazzi e giovani che decidono di amare come Gesù. E quindi diventare grandi significa trasformare la propria vita in un dono per gli altri.
«Essere grandi – è la risposta del Papa – vuol dire amare tanto Gesù, ascoltarlo e parlare con Lui nella preghiera, incontrarlo nei Sacramenti, nella Santa Messa, nella Confessione». Ma soprattutto vuol dire farlo conoscere anche agli altri, ai propri amici, e comportarsi bene nella vita.
Si può forse insegnare la santità?
Dunque che cos’è e cosa può essere la santità per i giovani d’oggi? La santità non è un insieme di nozioni da trasmettere ma è davvero un percorso da fare insieme con i giovani, come Gesù con i discepoli di Emmaus. È un progetto di vita pensato e cercato.
Prima di parlare loro di santi e di santità occorre avere idee chiare su chi è il santo oggi. Santo è colui che vive per attualizzare nell’oggi la Volontà di Dio. Non ci riferiamo sempre a un fondatore, un missionario, un predicatore, a chi ha costruito ospedali o lebbrosari, a chi ha dato vita ad una comunità religiosa o ha trascorso la sua vita nella contemplazione e nella preghiera. Non sempre è questo, o soltanto questo, che definisce oggi la santità. Essere santi significa saper ascoltare nell’intimo della propria esistenza la voce di Dio che ci chiama, ci consiglia, ci guida. Può significare semplicemente fare la volontà di Dio nel quotidiano, vivendo la propria vita come vocazione e donazione. E i giovani sono sensibili al dono di sé.
Santi non si nasce lo si diventa con tanta fatica
Santi non si nasce, lo si diventa giorno dopo giorno con tanta fatica e tanta voglia di farcela, valorizzando le personali qualità e doni ricevuti, così come non facendosi condizionare dalle difficoltà e dai limiti che la vita ci impone ogni giorno, lasciando libero spazio alla bontà di Dio che ci ha voluti così come siamo e si aspetta da noi un ricambio di attenzione e di amore.
Amore e attenzione che si esprimono nella nostra disponibilità di lavoro e di impegno a favore dei fratelli, degli ultimi, nel desiderio di essere di Dio, di ascoltarne la voce nel silenzio e nella preghiera e di cercarlo e riconoscerlo presente nei fratelli e sorelle che ci passano accanto. Come si può amare Dio che non si vede se non si ama il fratello che incontri ogni giorno?
«I giovani oggi sono di fronte ad una sconcertante varietà di scelte di vita, così che per essi talvolta è arduo sapere come meglio orientare il loro idealismo e la loro energia. È lo Spirito che dona la saggezza per discernere il cammino giusto ed il coraggio per percorrerlo. Egli corona i nostri poveri sforzi con i suoi doni divini, come il vento, riempiendo le vele, spinge la nave in avanti, superando di molto ciò che i vogatori possono ottenere mediante il loro faticoso remare. Così, lo Spirito rende possibile a uomini e donne di ogni terra e di ogni generazione di diventare santi. Mediante l’azione dello Spirito possano i giovani avere il coraggio di divenire santi! Questo è ciò di cui il mondo ha bisogno, più di qualunque altra cosa». (Benedetto XVI, Discorso ai giovani nella Government House di Sydney, 17 luglio 2008).

(Teologo Borèl) Settembre 2012 – autore: Adamo Calò

Publié dans:giovani, SANTITÀ |on 28 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

OMELIA DI FRA ARTEMIO VÌTORES PER LA FESTA DEGLI INNOCENTI A BETLEMME

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OMELIA DI FRA ARTEMIO VÌTORES PER LA FESTA DEGLI INNOCENTI A BETLEMME

28 Dicembre 2010

Fratelli e sorelle: Siamo accanto al luogo tradizionale di “sepolcri degli Innocenti”. L’origine della festa dei “Bambini Innocenti”, uccisi a causa di Gesù dal cieco furore di Erode (cf. Mt 2,16-17), è molto antica. Compare già nel calendario cartaginese del IVº secolo e cent’anni più tardi a Roma nel Sacramentario Leoniano. Il Lezionario Armenio, composto verso la metà del Vº secolo, cita la celebrazione di questa festa a Betlemme. Nel VIº secolo, l’Anonimo Placentino, parla dei sepolcri degli Innocenti.

A Betlemme è nato il Bambino Gesù Qui, a Betlemme, nella Notte Santa, gli angeli annunciano esultanti ai pastori che è finita l’attesa. Il tempo si è adempiuto ed è arrivata la salvezza per tutti: “Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 11-12). Chi è questo Bambino? “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4), nato dalla Vergine Maria. “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi…” (Gv 1, 14). La Parola eterna si è “abbreviata”, si è fatta piccola, si è fatta un Bambino, così piccolo che riposa in una mangiatoia. E’ Gesù, il Figlio di Maria, che contempliamo a Betlemme: “Qui, dalla Vergine Maria, è nato Gesù Cristo”. “L’abbiamo udito”, “l’abbiamo veduto con i nostri occhi”, l’abbiamo “contemplato”, “le nostri mani hanno toccato”. “Noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza … e queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,1-4). Dio, diceva San Francesco, “si è fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano” (2Cel 199). Lo chiamava, pieno di amore, “il Bimbo di Bethlem” (2Cel 86).

Oggi, a Betlemme, celebriamo la festa dei Santi Innocenti La Chiesa li chiama “i Santi Innocenti” e li qualifica come martiri, giacché i bambini (« infantes » o « innocentes ») di Betlemme e dei dintorni, rendono testimonianza a Cristo non con le Parole ma con il sangue, ricevendo così un vero battesimo di sangue. Sono venerati come martiri, nonostante non siano stati battezzati, perché sono stati uccisi “per Cristo”. Diceva San Bonaventura: “Gesù stesso è trucidato in ciascuno di loro” . Sono morti in solidarietà con il Cristo che ha detto: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Le vittime del sospettoso e sanguinario re Erode, strappati dalle braccia materne in tenerissima età, formano parte – insieme a santo Stefano e all’evangelista Giovanni – del corteo del re messiniaco. I “Bambini Innocenti” sono i testimoni, davanti agli uomini, di tutti i tempi, del Dio fatto Bambino, qui, a Betlemme. Quel Dio che – come abbiamo ascoltato nel Vangelo della Messa di Natale – “era nel mondo,… e il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,10-11). Lungo i secoli, nell’arte, nella poesia, nella pietà popolare sentimenti di tenerezza e di simpatia hanno avvolto questi Bambini. San Prudenzio li ricorda così: “Salute, o fiori dei martiri… Voi foste le prime vittime, il tenero gregge di agnelli immolati, e sullo stesso altare avete ricevuto la palma e la corona” . E la Liturgia Bizantina canta così: “Betlemme, non essere triste, ma sta’ di buon animo per l’uccisione dei santi bambini: poiché essi, come vittime perfette, sono stati offerti al Cristo Sovrano: per lui immolati, con lui regneranno” .

Oggi è anche un giorno di preoccupazione Ai sentimenti di gioia, in questa festa è sempre unita l’indignazione per la violenza con cui essi furono strappati dalle braccia delle loro madri e consegnati alla morte. Erode sentì che le fondamenta del suo palazzo traballavano, smossi dalla nascita di quel misterioso rivale che veniva a prendere il suo scettro. E reagì con l’ira, volendo distruggere tutto e tutti. In Erode possiamo vedere la figura di Satana, colui che dominava le creature, fin dal peccato originale. Ma, all’improvviso, Dio prende la forma dell’uomo, viene allevato nel grembo di una donna, si nutre dal seni di una donna, si rifugia nel suo grembo. Il seno della donna è il centro della lotta tra Dio e Satana, da quando il Signore dice all’antico serpente: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe, questa ti schiaccerà la testa” (Gen 3,15). Ogni volta che viene concepito un bambino, si attualizza l’alleanza tra Dio e gli uomini; ogni volta che un bambino è concepito traballano le fondamenta del palazzo di Erode. Anche oggi Erode continua a celebrare il Natale combattendo la discendenza della donna, promovendo leggi inique per distruggere il bambino innocente. E questo è molto grave. Ricordiamo le parole del Signore: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18,10).

Ogni bambino ha bisogno del nostro amore I Bambini Innocenti uccisi dal crudele Erode (Mt 2,13-18) sono stati testimoni di Cristo, martiri di Dio, e per questo li onoriamo. Non basta onorarli. “In queste feste di Natale, della Vita e dell’Amore – diceva Benedetto XVI – vi chiedo un ricordo nella nostra preghiera, il 28 di dicembre di un modo speciale, per i bambini che non hanno potuto adempiere il progetto di Dio che Dio ha pensato per loro, perché gli fu tolto, con violenza, prima della sua nascita”. Oggi, qui, accanto al Sepolcro degli Innocenti, preghiamo per i bambini che l’Erode di ogni parte del mondo non si stanca di eliminare. Pensiamo di un modo speciale a tanti bambini “no-nati”, vittime della piaga dell’aborto. Tutti amati da Dio, perché “il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14). Supplichiamo il Signore per tutti i bambini del mondo: per i bambini che non hanno conosciuto l’amore dei suoi genitori, per coloro dei bambini che non hanno casa, per i bambini che sono usati come strumenti di violenza o di altre malvagità. Chiediamo a Gesù che ci insegni a riconoscerlo nei più piccoli e nei più poveri di questo mondo. Oggi, al vedere il sorriso di questo Bambino di Betlemme comprendiamo più che mai le parole di Gesù: “Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me” (Lc 9,48).

Farsi bambino come Gesù Bambino Come potremmo riuscire nel nostro impegno? Dio per noi si è fatto Bambino. Oggi – ci dice quel Dio che si è fatto Bambino – non potete più aver paura di me, ormai potete soltanto amarmi. E’ quello che diceva, nel sec. III, Origene: “A che mi serve dire soltanto che Gesù è venuto nella carne presa da Maria, se io non mostro che è venuto in questa mia carne?” . E per questo Francesco – come ci racconta un suo biografo – a ogni Natale “si faceva bambino col Bambino” (2Cel 35). Quali sono le caratteristiche di Gesù il Dio-Bambino? E’ molto fragile, protetto soltanto dalle braccia di sua Madre; Gesù è povero: “quando vedi un povero, vedi lo specchio del Signore e della sua Madre”, diceva Francesco, il “Poverello” ai suoi frati. Egli non aveva casa: “Non c’era posto per loro nell’albergo (Lc 2, 7). E’ “il Principe della Pace” (Is 9,5), e annuncia, per mezzo dei suoi angeli “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama!” (Lc 2,14). Gesù stesso ha detto che soltanto i “piccoli” e i “puri di cuore” possono comprendere le meraviglie di Dio e Dio stesso (Mt 11,25), perché “chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà” (Lc 18,17). Soltanto così potremmo pensare agli umili, ai poveri, ai perseguitati, ai semplici e ai buoni di questo mondo, che sono abbandonati. Un ultimo consiglio: Non conservare per te solo la grazia che hai ricevuto! Comunica agli altri il tuo incontro col Dio Bambino a Natale e sii testimone del suo Amore! Accadrà un grande miracolo, come successe con Francesco: “per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria” (1Cel 86).

Mazzolino, twelve year old Jesus teaching in the Temple

Mazzolino, twelve year old Jesus teaching in the Temple dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 26 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

27 DICEMBRE 2015 | SACRA FAMIGLIA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/02-Natale_C/Omelie/02-S-Famiglia/14-S_Famiglia-C_2015-SC.htm

27 DICEMBRE 2015 | SACRA FAMIGLIA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

* 1 Sam 1,20-22.24-28 – Samuele è ceduto al Signore per tutti i giorni della sua vita.
* Dal Salmo 83 – Rit.: Beato chi abita la tua casa, Signore.
* 1 Gv 3,1-2.21-24 – Siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!
* Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Apri, Signore, il nostro cuore e comprenderemo le parole del Figlio tuo. Alleluia.
* Lc 2,41-52 – Gesù è ritrovato dai genitori nel tempio in mezzo ai dottori.
SANTA FAMIGLIA
(Domenica dopo Natale o il 30 dicembre)
« Partì con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso »

A qualcuno potrebbe apparire anche superflua la festa della Sacra Famiglia, che la Chiesa ci invita a celebrare in questa Domenica che segue immediatamente la solennità del Natale.
Non si può, infatti, celebrare l’Incarnazione del Figlio di Dio senza pensare a Maria, che lo ha portato per nove mesi nel suo seno, e a Giuseppe, che ha ricoperto con tanto amore e discrezione il ruolo di una vera, anche se particolare, paternità. Del resto, la stessa rappresentazione così vivace e diffusa del « presepe » ci richiama subito alla mente i tre protagonisti di questa storia, che ha dato senso nuovo alla vita di tutti gli uomini.
In realtà, la festa della S. Famiglia, pur congiunta così intimamente al mistero del Natale, assume un significato tutto proprio e direi anche autonomo, soprattutto per i tempi che stiamo vivendo.
Infatti tale celebrazione, nelle intenzioni della Chiesa, vuole afferrare la totalità dell’esperienza umana di « quella » famiglia, dal suo primo costituirsi fino all’inizio della vita pubblica del Signore, alla sua morte e risurrezione, e proporla all’ammirazione e all’imitazione dei credenti. È quanto ci suggerisce la preghiera d’inizio della Liturgia odierna: « O Dio, nostro Padre, che nella santa Famiglia ci hai dato un vero modello di vita, fa’ che nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore, perché, riuniti insieme nella tua casa, possiamo godere la gioia senza fine ».
E Dio sa quale enorme importanza ha oggi la famiglia sia per la Chiesa che per la società civile, se vogliamo cominciare a ritessere la tela dell’amore fra gli uomini: se non si impara ad amare nella famiglia, non lo si imparerà da nessun’altra parte!
Di qui la priorità della pastorale della famiglia, come ricordava Papa Giovanni Paolo II, inaugurando la 3ª Conferenza generale dell’Episcopato latino-americano: « Fate ogni sforzo perché vi sia una pastorale della famiglia. Dedicatevi a un settore così prioritario con la certezza che la evangelizzazione nel futuro dipende in gran parte dalla « chiesa domestica ». È la scuola dell’amore, della conoscenza di Dio, del rispetto alla vita, alla dignità dell’uomo. Tale pastorale è tanto più importante in quanto la famiglia è oggetto di tante minacce. Pensate alle campagne favorevoli al divorzio, all’uso di pratiche anticoncezionali, all’aborto, che distruggono la società ».
« Per questo fanciullo ho pregato… »
Le letture bibliche della presente Domenica ci propongono degli esempi concreti di famiglie « reali », in cui l’amore umano e quello divino si sono fusi in un unico grande amore, che solo dà senso e consistenza alla famiglia stessa, pur in mezzo alle tribolazioni e alle difficoltà che può incontrare la vita familiare, per una molteplicità di combinazioni.
È precisamente il caso che ci presenta la prima lettura (1 Sam 1,20-22.24-28), in cui si descrive la nascita e la consacrazione di Samuele al Signore.
Egli è veramente un « dono » di Dio alla madre, che non poteva avere figli perché sterile. Lo aveva chiesto insistentemente in un suo pellegrinaggio al santuario di Silo: « Signore degli eserciti, se vuoi considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io l’offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo » (1 Sam 1,11). Le ultime espressioni alludono al segno anche sensibile della « consacrazione » (nazireato) al Signore, cioè il farsi crescere i capelli, come Sansone.
Il Signore non fu sordo alla preghiera e al pianto di una donna che desiderava di allargare il suo amore in un figlio, frutto del proprio seno. « Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele. « Perché – diceva – dal Signore l’ho impetrato ». Quando poi Elkana (il marito) andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il voto, Anna non andò, perché diceva al marito: « Non verrò, finché il bambino non sia divezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre »" (1 Sam 1,20-22).
Si noti la gratitudine di Anna verso il Signore, anche nella imposizione del nome al figlio: la etimologia è fatta solo per assonanza (di per sé Samuele significa: « nome di Dio »), ma fondamentalmente vuole esprimere che Dio soltanto è all’origine della vita. Ogni vita è sacra, anche quella non ancora nata: per cui l’uomo commette un delitto tutte le volte che tenta di eliminarla o di manipolarla.
Si noti anche la delicatezza della madre, che è tutta presa dalle cure verso il figlio, che non vuole esporre a nessun rischio, neppure per compiere un gesto di culto, a cui pur teneva moltissimo. Il « divezzamento » presso gli Ebrei avveniva molto tardi (2-3 anni): solo allora egli poteva « comparire » davanti al Signore, come di fatto avvenne per Samuele secondo il seguito del racconto (vv. 24-28).
Nel comportamento di Anna, al di là della gratitudine al Signore, c’è da sottolineare la dimensione « religiosa », che dà significato a tutto quello che essa compie: se ogni figlio è dono di Dio, a lui deve necessariamente ritornare, non tanto come offerta semplicemente rituale, ma soprattutto come accettazione di dipendenza da Dio.
Ciò implica tutto un processo « educativo », per cui il figlio viene formato in modo da aprirsi da se stesso, liberamente, al dialogo con Dio. I genitori devono riscoprire la loro fondamentale vocazione e responsabilità di « evangelizzatori » dei figli. È in questa maniera che la famiglia cristiana può, e deve, diventare davvero « chiesa domestica », perché in realtà vi si compie quello che è il compito più specifico della Chiesa, cioè l’annuncio del Vangelo.
La generosità di Anna, però, va anche oltre: si espropria addirittura del figlio per offrirlo al Signore, in servizio al tempio e poi per la missione profetica che Dio gli affiderà: « per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore » (v. 28). La scarsità di « vocazioni », sacerdotali o religiose, nella Chiesa non deriva forse, e principalmente, dal fatto che i genitori, anche cristiani, sentono i figli più come loro « possesso » che come « dono » e « proprietà » del Signore? È per questo che molte volte non solo non favoriscono, ma ostacolano addirittura la loro vocazione.
« Ecco, tuo padre ed io, angosciati ti cercavamo »
Il vivacissimo racconto evangelico, esclusivo di Luca (2,41-52), in cui ci viene descritto lo smarrimento di Gesù nel tempio, nelle intenzioni dell’Evangelista ha soprattutto una finalità « cristologica »: indicare la vera identità di Gesù e la sua missione. Tutto il brano, infatti, ha il suo centro di interesse e anche di spiegazione nelle parole di Gesù, in risposta al dolente rimprovero della madre: « Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? » (v. 49).
Gesù ha un rapporto unico ed esclusivo col Padre, del quale « deve » fare la volontà che lo porterà fino alla morte di croce. Questo « dovere » misterioso e implacabile, scandirà i momenti più decisivi della sua vita, per farlo poi entrare nella « gloria » del Padre. In questo strano episodio dell’infanzia di Gesù abbiamo come l’anticipazione « profetica » del suo completo « donarsi » alla « volontà » del Padre.
Nelle intenzioni della Chiesa, invece, che ci propone questo brano proprio per la festa della S. Famiglia, è chiaro che esso deve venir letto in chiave di illustrazione di questo mistero liturgico. E mi sembra che gli spunti non manchino e siano, anzi, assai stimolanti.
Prima di tutto credo che sia molto significativo il fatto dell’annuale « peregrinare » della famiglia di Gesù a Gerusalemme in occasione della Pasqua (Lc 2,41). Esso rientrava nel quadro delle usanze religiose ebraiche. Così come vi rientrava l’andata di Gesù a dodici anni (v. 42), cioè nell’anno che precedeva il riconoscimento della maturità religiosa del giovane ebreo, fissata a tredici. Questo rende anche comprensibile la permanenza di Gesù nelle adiacenze del tempio (cf vv. 46-47), dove i « maestri » tenevano le loro lezioni sulla legge per i giovani che dovevano essere riconosciuti « adulti » nella fede, con il diritto di poter leggere poi il testo sacro nelle sinagoghe.
La famiglia di Gesù è dunque una famiglia aperta al fatto religioso, lo sente come elemento fondante della sua capacità di realizzarsi proprio come famiglia. Nel caso di Gesù tutto questo potrebbe apparire scontato. E di fatto lo è! Ma Luca ha voluto ricordarcelo proprio per dirci che a maggior ragione questo vale per noi, che forse non avvertiamo la necessità che il rapporto con Dio, la preghiera, la lettura e la meditazione della Parola del Signore diano un profumo nuovo alla serena convivenza e alla crescita delle nostre famiglie.
Il misterioso smarrimento di Gesù nel tempio portò come un’aria di tempesta nella vita tranquilla della famiglia di Nazaret. La possiamo cogliere nelle accorate parole di Maria, dopo tre giorni di spasimo, quando lo ritroverà nel tempio « seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava » (v. 46): « Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo » (v. 48).
Anche questo è significativo. Non c’è famiglia, anche la meglio organizzata o la più fortunata, su cui non si abbatta qualche volta la tempesta: incomprensioni, conflitti, errori, insuccessi, malattie, morti di piccoli o di anziani o di giovani. Che fare in queste situazioni? È qui soprattutto che la « fiducia in Dio » raddolcisce i dolori (A. Manzoni), compagina di più i vari membri della famiglia e li carica di speranza in attesa di giorni migliori.
Sembra che Luca voglia dirci proprio questo, quando chiude il suo burrascoso racconto con una annotazione quasi idilliaca: « Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini » (vv. 51-52). Il dolore e la sofferenza non arrestano la vita: visti in Dio, al contrario, la rendono più dinamica e più feconda.
« Non compresero le sue parole »
L’atteggiamento di Maria e di Giuseppe, attentamente fotografato da Luca, ci suggerisce un’ultima considerazione. Abbiamo appena sentito dirci dal Vangelo che Maria « serbava tutte queste cose nel suo cuore » (v. 51). Immediatamente prima si dice che i genitori di Gesù « non compresero le sue parole » (v. 50), cioè quelle pronunziate da Gesù dopo l’accorato lamento della madre (cf vv. 48-49).
C’è dunque qualcosa di « misterioso » nell’atteggiamento e nelle parole di quel loro « figlio »: tanto più misterioso, se confrontato con quello che di lui avevano sperimentato prima e sperimenteranno dopo, almeno fino all’inizio della vita pubblica. E noi sappiamo benissimo che tutto questo è vero: il « mistero » di Cristo non sovrasta noi soltanto, ma anche i suoi genitori!
Però c’è un « mistero » in ogni uomo, e specialmente in ogni essere umano in formazione e in crescita, come sono appunto i figli. I genitori dovrebbero avere una sensibilità finissima per percepirne i problemi e aiutarli a risolverli alla luce di Dio, senza sovrapporsi a loro. Molte volte le loro strade non sono quelle che noi pensiamo o desideriamo: occorre avere rispetto, anzi incoraggiarli a percorrerle con piena fiducia in Dio, soprattutto se sono le vie esaltanti delle varie « chiamate » al servizio apostolico nella Chiesa.
È così che genitori e figli si aiuteranno a vicenda a scoprire quello che Dio vuole da ognuno di noi.
« Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio! »
La seconda lettura (1 Gv 3,1-2.21-24) di per sé non si muove in un contesto di esperienza o di valori familiari come la prima, però esalta la nostra condizione di « figli di Dio », quasi a dire che non basta generare dei figli e anche educarli, se poi non si preparano e non si avviano ad una convinzione anche più profonda, quella cioè di appartenere alla « famiglia » di Dio.
« Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!… Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3,1-2).
E nello stesso tempo esalta la legge che sta alla base di qualsiasi aggregato familiare: « l’amore », che genera la fiducia degli uomini sia fra di loro che nei loro rapporti con Dio: « Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio… Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri secondo il precetto che ci ha dato » (vv. 21-23).
La famiglia naturale diventa per questa via il simbolo e l’espressione della più grande « famiglia » che è la Chiesa.

Settimio CIPRIANI (+)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

The angel and shepherd of the Byzantine Nativity

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Publié dans:immagini sacre |on 25 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL REALISMO DI NASCERE NELLA STORIA – GIANFRANCO RAVASI

http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5038

GIANFRANCO RAVASI NE RIPROPONE UNA SINTESI E LA PRESENTA COME « IL REALISMO DEL NASCERE NELLA STORIA »!!! IL SUO ARTICOLO – A CURA DI FEDERICO LA SALA

IL REALISMO DI NASCERE NELLA STORIA

Dio abbandona gli edifici simbolici e sceglie una residenza carnale: il grembo. Gesù a Betlemme è il trionfo della maestà della vita. Così il Natale illumina e consacra tutte le esistenze. di Gianfranco Ravasi (Il Sole 24 Ore, 19 dicembre 2010)

Una decina d’anni dopo la pubblicazione, avvenuta nel 1982, lo scrittore lombardo Giovanni Testori – a seguito di un incontro pubblico milanese, dedicato a un libro su Maria Maddalena a cui entrambi avevamo collaborato – mi inviò una sua opera poco nota intitolata La maestà della vita. Di lì a poco egli sarebbe morto (nel 1993). Ora, sfogliando di nuovo quelle pagine, m’imbatto in questo paragrafo: «lI Natale è la nascita assoluta che riflette e assume, illumina e redime, benedice e consacra tutte le nascite di prima e tutte le nascite di poi. Ogni uomo che venga alla luce ripete il miracolo del Natale di Cristo; perché è Dio che decide quella nascita; è Lui che vuole quella vita. È proprio ciascuna di quelle nascite, ciascuna di quelle vite, nessuna esclusa, che l’ha spinto da sempre a incarnarsi». Sono parole che invitano spontaneamente a riflettere proprio su quel verbo finale così tipico del cristianesimo, l’«incarnarsi» di Dio. Non per nulla si ripete spesso che l’«incarnazione» è nel cuore stesso dell’annuncio cristiano, ne è – assieme alla risurrezione – quasi il vessillo tematico.

La definizione immediata, spoglia di tecnicismi teologici, potrebbe essere così formulata sulla scia delle righe di Testori: il Figlio di Dio è nato, ha voluto avere un inizio nel tempo lui che era e che rimane eterno, proprio per condividere realmente con noi la storia, la « carne ». Come tutti noi, ha anche avuto una fine nel tempo, una morte. Con questo ingresso nella sequenza temporale ha deposto in tutte le nascite e in tutte le morti un seme divino, trascendente il tempo stesso. Come scrive Testori, il Natale del Figlio di Dio, «riflette e assume, illumina e redime, benedice e consacra tutte le nascite», tutte le vite. L’«incarnazione» è incisa nella memoria di tutti, anche di chi è agnostico, con una frase lapidaria del celebre prologo del Vangelo di Giovanni, un testo che è stato definito «una parabola teandrica», proprio per l’intreccio inestricabile che propone tra divinità e umanità. Da un lato, infatti, c’è il Logos che è «in principio» – come si dice del Creatore nell’incipit stesso della Bibbia (Genesi 1,1: «In principio Dio creò il cielo e la terra…») -, egli è «presso Dio» ed è Dio. D’altro lato, però, questo Logos divino, perfetto, creatore, assoluto – che è Wort, Parola, Kraft, Potenza, Sinn, Significato, Tat, Atto, per usare la famosa resa semantica offerta da Goethe nel suo Faust – si insedia nell’orizzonte contingente e mutevole del tempo e dello spazio: «Il Logos divenne carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (1,14). Il Verbo eterno e divino assume la sarx, ossia la caducità temporale, divenendo ospite nomadico del nostro spazio: come è noto, il testo originario giovanneo usa, infatti, il verbo greco eskénosen che è il termine dell’«attendarsi», dell’accamparsi tra gli uomini che migrano di luogo in luogo. Naturalmente, l’allusività di Giovanni non ignora il valore simbolico della « tenda » che era il santuario mobile dell’Israele pellegrino nel Sinai, «tenda dell’incontro» tra Dio e Israele, ma al tempo stesso tenda della « presenza » divina: in ebraico « presenza » è shekinah, vocabolo curiosamente fondato sulle stesse tre consonanti (s-k-n-) dell’«attendarsi» greco (skenoun). Resta, comunque, grandioso il paradosso. Non è più di scena un telo o un edificio simbolico: questa nuova residenza divina è « carnale ». Tenendo conto che la sarx, « carne », è la resa ideale dell’ebraico basar, l’ambito in cui Dio si insedia e di cui diventa pienamente partecipe è la condizione umana, terrestre, carica di caducità e finitudine. Essa è assunta senza riserve, ha nella nascita il suo emblema, ma presuppone anche l’intero arco dell’esistere, fatto di un impasto di riso e lacrime, speranza e delusione, salute e malattia, sentimenti e umori, atti e parole, affetti e tradimenti, esperienze e silenzi. In questa luce è suggestiva la ripresa del tema che Jorge Luis Borges ha proposto nella sua poesia emblematicamente intitolata Giovanni 1,14, presente nella raccolta Elogio dell’ombra (1969): «Io che sono l’È, il Fu e il Sarà / accondiscendo al linguaggio / che è tempo successivo e simbolo… / Vissi stregato, prigioniero di un corpo / e di un’umile anima… / Appresi la veglia, il sonno, i sogni, / l’ignoranza, la carne, / i tardi labirinti della mente, / l’amicizia degli uomini / e la misteriosa dedizione dei cani. / Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce». A lungo si potrebbe riflettere attorno a questo nodo d’oro nel quale «anche il soprannaturale è carnale», come affermava Charles Péguy nel suo poema Eva (1913). Là il Figlio di Dio diventa «frutto di un ventre carnale», assumendo e riassumendo in sé tutta l’umanità fatta di carne e di sangue. Si potrebbe, inoltre, individuare il tessuto delle allusioni e dei rimandi evocati da Giovanni nel suo testo: egli attinge alle categorie « Parola » e « Sapienza », care all’Antico Testamento, senza però escludere del tutto ammiccamenti al Logos greco, che si era infiltrato nello stesso giudaismo di Filone d’Alessandria d’Egitto, celebre pensatore giudeo-ellenistico del I secolo. Così, sarebbe pure possibile ritrovare una sottile ma efficace punta polemica contro l’affacciarsi, nella cristianità delle origini, di tentazioni gnostiche o docetiche. Esse – come ben si evince dagli stessi termini di matrice greca che evocano la « gnosi », la conoscenza alta e pura, e l’ »apparenza », il dokéin – rifiutavano la « pesantezza » della « incarnazione », di quel «diventare carne». Al massimo l’accettavano come metafora dell’epifania del Logos nel suo mostrarsi esteriore, del suo « apparire », oppure come espressione mitica dell’agire atemporale di Dio, mero rivestimento simbolico dell’Essere trascendente. L’evangelista Giovanni non cesserà di contrastare questa visione che estenua la presenza storica di Dio e che rende esangue il volto di Cristo, e lo farà soprattutto nelle sue Lettere, ribadendo che è possibile un’esperienza uditiva, visiva e tattile del «Verbo della vita» (1 Giovanni 1, 1-3), per cui la discriminante dell’autentica teologia cristiana è netta: «Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Anzi, questo è lo spirito dell’Anticristo» (4,2-3). «Sono, infatti, apparsi nel mondo molti seduttori che non riconoscono Gesù venuto nella carne» (2 Giovanni 7). Il realismo dell’ »incarnazione » diventa, quindi, una sorta di carta di tornasole dell’autenticità della stessa professione di fede cristiana, anche se il termine greco specifico sárkosis, « incarnazione », non appare direttamente nel Nuovo Testamento e sarà adottato per la prima volta nel II secolo dal Padre della Chiesa Ireneo nella sua opera Contro le eresie (3, 18,3; 19, 1-2) e diverrà comune a partire solo dal IV secolo, quando si accentueranno le discussioni e le diatribe cristologiche. Noi ora vorremmo accennare brevemente solo a due questioni contestuali, simili a cerchi che si aprono attorno a questo tema teologico giovanneo. Il primo cerchio che isoliamo è il più ristretto, ed è quello che rimanda al resto del Nuovo estamento, antecedente al quarto Vangelo a livello cronologico. Certo, non vi possiamo identificare l’esplicitazione che Giovanni fa del tema, ma i prodromi sono del tutto evidenti. Per quanto riguarda gli altri Vangeli, cioè i Sinottici, la loro stessa impostazione narrativa, che parte dalla genealogia e dal racconto della nascita di Gesù (Matteo e Luca) e si sviluppa secondo una trama storica di eventi per approdare a una morte, è l’attestazione più limpida del legame intimo di Cristo con la « carne » fatta appunto di avvenimenti, tempo, spazio, esistenza. Egli è per eccellenza l’Emmanuele, Dio-con-noi, che procede spalla a spalla con l’umanità, rimanendo «con noi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (si vedano Matteo 1,23 e 28,20). Interessante, a livello più teorico, risulta – sempre in questo cerchio – il pensiero di san Paolo. Non possiamo, ovviamente, approfondire i percorsi tematici che al riguardo egli ci offre e che sono sempre uno specchio della complessità e della ricchezza del suo pensiero. È, comunque, facile reperire nel suo corpus epistolare alcune dichiarazioni indirette: «Dio ha mandato il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato» (Romani 8,3); «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge» (Galati 4,4); «uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo…; egli fu manifestato nella carne umana» (1 Timoteo 2,5; 3,16); «in lui abita corporalmentetutta la pienezza della divinità» (Colossesi 2,9); «il Figlio di Dio è nato dal seme di Davide secondo la carne… e dagli Israeliti proviene Cristo secondo la carne» (Romani 1,3; 9,5). Questa sequenza testuale parla da sola. Riserviamo, però, un cenno specifico all’inno – forse prepaolino – che l’Apostolo incastona nella sua Lettera agli amati cristiani della città greca di Filippi. In quel testo, l’elemento capitale per il nostro discorso è in un contrasto tratteggiato dall’Apostolo. Da un lato, c’è la discesa umiliante del Figlio di Dio quando s’incarna: egli precipita fino allo « svuotamento » (in greco kénosis) di tutta la sua gloria divina nella morte di croce, il supplizio dello schiavo, cioè l’ultimo degli uomini per poter essere, in tal modo, vicino e fratello dell’intera umanità. D’altro lato, ecco l’ascesa trionfale che si compie nella Pasqua quando Cristo si ripresenta nello sfolgorare della sua divinità, nell’ »esaltazione » gloriosa celebrata da tutto il cosmo e da tutta la storia ormai redenti. Questa visione grandiosa presenta innicamente sia l’umanità sia la divinità di Cristo, ed «enfatizza con solenne immediatezza – come scrive il teologo Giuseppe Mazza della Pontificia Università Gregoriana – lo scandaloso movimento dello svuotamento che si fa spoliazione, abbassamento e autoumiliazione» così che il Figlio di Dio possa «partecipare della natura umana, dissimile da quella divina». Citiamo, comunque, le parole della descrizione paolina del movimento « discensionale » dell’Incarnazione: «Cristo, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Filippesi 2,6-8). C’è, tuttavia, un eventuale secondo cerchio contestuale più ampio e fluido che sarebbe quello anticotestamentario, legato a categorie rilevanti come le citate Parola e Sapienza di Dio, le quali sono realtà trascendenti che entrano e operano nelle coordinate della storia e del cosmo. Noi, però, vorremmo anche accennare al cerchio ancor più largo e dai contorni vaghi, quello delle culture religiose dell’antico Vicino Oriente e della classicità greca. L’epifania della divinità sotto forme o apparenze umane è nota anche a esse, ma ignoto rimane il concetto esplicito di « incarnazione ». Detto in altri termini, nessuna divinità greca diventa « un uomo » nel senso vero della parola. Adone, Tammuz, Osiride discendono nell’oltretomba e vi riemergono senza, però, assumere la natura e la condizione umana, ma solo per rappresentare miticamente il cielo naturistico stagionale. L’ »incarnazione » resta, perciò, un unicum cristiano, lontana anche da un parallelo remoto, talora evocato, quello induista degli avatara che sono l’assunzione di una forma corporea umana o animale da parte della divinità, assunzione varia e molteplice, ritmica e ciclica secondo il succedersi delle ere. Manca, quindi, in questa visione ogni puntuale e diretta immissione nella trama del tempo e nella realtà di una persona umana, propria dell’evento Gesù Cristo. Scriveva significativamente nel suo Diario il filosofo Ludwig Wittgenstein: «Il cristianesimo non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo».

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