Archive pour novembre, 2015

David Playing the Harp by Jan de Bray, 1670.

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https://en.wikipedia.org/wiki/History_of_music_in_the_biblical_period

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SALMI, INNI E CANTI SPIRITUALI

http://www.lavocedilovere.it/visart.asp?idarticolo=2293

SALMI, INNI E CANTI SPIRITUALI

Floriana  Stevanin

I primi cristiani riuniti nella chiesa di Gerusalemme, giudei per nascita e tradizione, non interruppero l’uso di esprimere con il canto la lode a Dio; inneggiarono a Dio e a suo figlio Gesù proclamando la gioia per la realizzazione delle promesse divine, che confluivano tutte nella rivelazione della venuta del Messia, del Cristo. Gesù, citando le profezie annunciate, le aveva riferite a se stesso, e questo suo rapporto con l’Antico Testamento venne subito recepito dagli Apostoli: Pietro, nel primo discorso tenuto in pubblico a Gerusalemme, inserì un inno composto da vari versetti biblici, come usavano fare gli Ebrei, e poi parte del salmo 16 di Davide e del salmo 110 che Gesù aveva cantato. Anche nella sua prima lettera, Pietro fece ricorso ai testi dell’Antico Testamento per esprimere i concetti teologicamente più profondi e più radicati nella tradizione religiosa dei credenti. È naturale supporre che i primi cristiani intonassero i salmi messianici conservandone la melodia originale, e componessero i testi dei nuovi canti rivestendoli poi con le melodie note; e forse proprio per questo alcune antiche melodie ebraiche sono giunte fino a noi, costituendo l’ossatura di molti canti “gregoriani”. Come i loro padri, i primi cristiani cantavano inni a cori alterni, lo dice Plinio nella lettera scritta all’imperatore Traiano nel 112 dalla Bitinia: i cristiani “erano soliti, in un giorno stabilito, riunirsi prima dell’alba e innalzare un canto tra loro a cori alterni, a Cristo, quasi come a un dio”. In un aspetto la prassi esecutiva degli inni cristiani si differenziava da quella ebraica: banditi gli strumenti musicali, dei quali invece gli Ebrei facevano amplissimo uso, il canto era affidato alla sola voce umana; scrive san Clemente d’Alessandria (150-212): “Noi non adoperiamo che un unico strumento, la parola di pace, con la quale adoriamo Dio, non l’antico salterio, i timpani, le trombe, i flauti”. Sin dall’inizio il canto era parte integrante della liturgia e della preghiera delle comunità cristiane, come apprendiamo da san Paolo: non ubriacatevi di vino, raccomanda agli Efesini, ma abbandonatevi all’ebbrezza dello Spirito Santo, lasciando il cuore libero di esprimere con il canto la gioia e il grazie a Dio: “lasciatevi riempire di Spirito, intrattenendovi tra voi con salmi, inni e canti spirituali, cantando e salmeggiando nel vostro cuore al Signore, ringraziando sempre per tutto il Dio Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (5,19-20). Ai Colossesi scrive: quando vi riunite per le celebrazioni, “con salmi, inni e canti ispirati cantate a Dio nei vostri cuori con gratitudine…” (3,16).

Oltre ai tre grandi inni cristologici e a singole strofe di canti, che Paolo ha accolto nelle sue lettere dalla tradizione preesistente, la scienza linguistica ha isolato in esse frammenti di inni, precostituiti, riconoscibili per la presenza di assonanze, di rime, e quando la prosa lascia il posto ai ritmi della poesia greca. L’aspetto “musicale” del linguaggio paolino aggiunge un elemento nuovo, inaspettato, alla comprensione del suo pensiero e del suo temperamento. Nella prima lettera a Timoteo, i versetti 6,15-16 contengono un inno che si ricollega alla grande “litania di ringraziamento” del salmo 136; qui Paolo sta parlando di un argomento grandioso, della seconda venuta di Gesù, della parusìa che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e potenza per sempre. Amen. Sembra che, di fronte alla visione della manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, Paolo non trovi altro linguaggio adatto ad esprimere la gioia che lo pervade se non quello poetico; l’inno, con il suo ritmo, con la sua musicalità, appare il solo degno di esprimere l’eccezionalità del fatto, e il solo capace di imprimersi nel profondo della mente e del cuore di chi ascolta.

a cura di F. Stevanin

Bibliografia: Dizionario di Paolo; Lettere di san Paolo Bibbia di Gerusalemme Storia della Musica F.lli Fabbri Editori

Publié dans:INNOLOGIA E SALMODIA |on 5 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

LA MUSICA EBRAICA

http://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/musica/Dall-antichit–al-rinascimento/Gli-inizi/La-musica-ebraica.html

LA MUSICA EBRAICA

Dell’antica musica ebraica non ci sono pervenuti né esempi di melodie notate, né opere di teoria musicale; gli unici reperti sono costituiti da pochi strumenti musicali rinvenuti nel corso di scavi archeologici in Palestina, Mesopotamia (Ur) ed Egitto. Va osservato che, rispetto a Babilonia ed Egitto, Israele non conobbe musici e danzatori professionisti: la musica suonata, cantata e danzata era patrimonio di tutti. Conformemente al divieto ebraico di produrre immagini, manca totalmente la documentazione iconografica disponibile, per esempio, attraverso il complesso di pitture vascolari e tombali tipiche di Babilonia e dell’Egitto. Le testimonianze più importanti, sebbene disorganiche, sono offerte dalla Bibbia, che menziona diverse pratiche di culto connesse alla musica e alla danza e contiene veri e propri canti (Cantica del Mar Rosso, Esodo 15,1 e seguenti; Lamento di Davide, II Samuele 1,19-27; Canto di Debora, Giudici 5 e altri; Salmi).

Gli strumenti e le testimonianze bibliche Le notizie più ampie concernono gli strumenti musicali. Il primo accenno è in Genesi 4, 21: Yuval è definito « padre di tutti i suonatori di lira (kinnor) e di flauto (‘ugâb) ». I libri successivi ci presentano una classificazione degli strumenti in tre categorie, connesse ad altrettante classi sociali: i corni e le trombe, riservati ai sacerdoti; gli strumenti a corda, lire, arpe e salteri, suonati dai leviti, i funzionari addetti al servizio del Tempio; zufoli e flauti ad ancia, in uso presso il popolo. A questi tre gruppi si aggiungono alcuni idiofoni, come campane (pa’amon) e cimbali di bronzo (zilzal), utilizzati al Tempio, e tamburi (tof), generalmente legati alle danze e a complessi femminili (Esodo 15, 20; Giudici 11, 34). Fra tutti spicca lo shofar, corno di ariete, simbolicamente legato al sacrificio di Isacco, l’unico ancor oggi in uso nelle sinagoghe, poiché dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.) gli altri strumenti non sono più suonati in segno di lutto. Il suo suono peculiare, fortemente evocativo di forze soprannaturali, fa da sfondo alla rivelazione divina sul Sinai (Esodo 19, 16-19), alla caduta delle mura di Gerico (Giosuè 6, 4-5, 20), alla processione dell’Arca dell’alleanza (II Samuele 6, 15) e alla battaglia di Gedeone (Giudici 7, 16 segg.). Per quanto riguarda gli altri strumenti a fiato, popolari, si conoscono tre nomi: ugav per il periodo nomade, halil per l’epoca del Re e dei Profeti, abuv per il periodo talmudico. Benché l’ebraico moderno usi i termini halil per indicare il flauto e abuv per l’oboe, una suddivisione degli strumenti antichi in strumenti ad ancia e a imboccatura diretta non è precisabile. Gli strumenti più frequentemente nominati nella Bibbia sono il kinnor, lira trapezoidale, e il nebel, arpa arcuata, entrambi di origine assira, che divennero i principali strumenti in uso al Tempio di Gerusalemme durante il periodo dei Re, dal 1030 circa a.C. È questa l’epoca d’oro della musica ebraica, sotto Davide (re dal 1004 circa al 966 a.C.) e suo figlio Salomone (966-926 a.C.). Il culto, ormai centralizzato al Tempio di Gerusalemme, era solennizzato da esecuzioni vocali, affidate a grandiosi complessi corali e strumentali. Il Talmud riporta, come strumentazione tipica, un gruppo di 12 strumenti: 9 lire, 2 arpe e un cimbalo. L’organizzazione era rigorosa; l’istruzione dei musicisti avveniva nell’acccademia annessa al Tempio e la tradizione musicale si tramandava all’interno delle famiglie levitiche, assicurando così la continuità. In I Cronache 25 vengono elencati in dettaglio gli addetti al servizio musicale: 288 musicisti, suddivisi in 24 gruppi di 12 membri ciascuno. È questa l’epoca dei Salmi (in ebraico tehillim, « canti di lode »), 70 dei quali sono attribuiti al re Davide. Negli stessi anni si sviluppò la preghiera individuale, tefillàh, di benedizione e supplica, come complemento al culto ufficiale del Tempio.

Il canto sinagogale Il declino del Tempio salomonico condusse alla progressiva scomparsa delle orchestre e all’utilizzazione esclusiva della voce umana. Tale processo si affermò irreversibilmente dopo la distruzione del Tempio per opera di Nabucodonosor e il conseguente esilio babilonese (587-538 a.C.), durante il quale l’eliminazione degli strumenti dal culto si identificò spiritualmente con il lutto per la caduta di Gerusalemme. Privati del Tempio e dei rituali sacrificali, gli Ebrei si concentrarono sulla preghiera e sulla lettura e lo studio della Bibbia, elementi primari del nuovo culto sinagogale, basati sugli insegnamenti di Ezra e Neemia. Le sinagoghe, modesti luoghi di riunione, progredirono ancora durante l’epoca del Secondo Tempio: al momento della distruzione di tale edificio a opera dell’imperatore romano Tito (70 d.C.), nella sola Gerusalemme si contavano circa 400 sinagoghe e l’ordinamento liturgico era ormai consolidato. L’elemento musicale è inscindibile dalla preghiera ebraica, ma anche dalla lettura e dallo studio dei testi sacri. Esso si è sviluppato in due forme primarie: la salmodia e la cantillazione nella lettura biblica.

La salmodia e la cantillazione La salmodia è strettamente legata alla struttura poetica e sintattica dei salmi, caratterizzata da due parti (emistichi) parallele per ogni versetto. L’intonazione melodica è organizzata intorno a una nota centrale ripetuta, con brevi fioriture (ornamentazioni) all’inizio, al centro e alla fine del versetto; tale procedimento si adatta facilmente alla lunghezza variabile dei versetti stessi. L’esecuzione era antifonale (canto eseguito all’inizio o alla fine di ciascun salmo) o responsoriale (ritornello corale in risposta al versetto intonato dal celebrante). Tale forma di cantilena venne adottata, oltre che per i Salmi, per altre parti liriche della Bibbia, quali i Proverbi. Passata, con i Salmi stessi, nella liturgia dei primi cristiani, essa costituisce il principale anello di congiunzione con il canto gregoriano e una delle premesse fondamentali della musica occidentale. La cantillazione (o lectio biblica) è l’altra forma primaria, anche se di datazione più tarda, della musica ebraica. Essa consiste nella lettura intonata del Pentateuco e delle altre parti in prosa della Bibbia. È guidata da appositi accenti (teamim) apposti sopra o sotto il testo, che iniziarono a essere indicati intorno al 500 d.C. e completati nell’895 per opera dei Massoreti, nella fissazione definitiva del testo biblico: insieme ai teamim, vennero anche aggiunti i segni che indicano le vocali. I teamim indicano sia la punteggiatura, sia le formule melodiche e sono quindi indissolubilmente legati alla sintassi e al significato del testo; non indicano né l’altezza, né la durata dei suoni e dopo la diaspora si creò una grande varietà di interpretazioni legate alle tradizioni locali, pur su basi concettuali comuni e inalterate.

Peter baptizes the Roman centurion Cornelius

Peter baptizes the Roman centurion Cornelius dans immagini sacre cornelius

http://www.biblicalarchaeology.org/daily/biblical-topics/new-testament/the-origin-of-christianity/

Publié dans:immagini sacre |on 4 novembre, 2015 |1 Commentaire »

COME MORÌ DAVVERO SAN PAOLO?

http://www.zenit.org/it/articles/come-mori-davvero-san-paolo

COME MORÌ DAVVERO SAN PAOLO?

Testo tratto dalla conferenza Il martirio di Paolo del prof. Germano Scaglioni (OFMConv), tenuta alla Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Seraphicum il 27 giugno 2015

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Per quanto possa apparire sorprendente, la notizia della morte dell’apostolo Paolo non trova riscontro nelle pagine del Nuovo Testamento. Le informazioni circa l’epilogo della sua vita terrena ci sono consegnate da antiche tradizioni cristiane, concordi nel situare a Roma il luogo del suo martirio. L’autore del libro degli Atti degli Apostoli, solitamente molto attento alle vicende di Paolo, conclude la sua opera con un “sommario”, in cui descrive la situazione dell’Apostolo a Roma, detenuto in regime di custodia militaris, ma libero di predicare: «Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28,30-31).                           Per motivi che non si conoscono, Luca preferì tacere su ciò che accadde in seguito. Secondo le ipotesi di alcuni interpreti, il processo si concluse con l’assoluzione di Paolo, forse perché nessuno dei suoi accusatori si presentò al processo o a motivo di un atto di clemenza da parte dell’imperatore. In seguito si recò in Spagna, realizzando così un suo progetto (Rm 15,24.28), poi fece ritorno verso le regioni del Mar Egeo, ma a Nicopoli fu arrestato (Tt 3,12). Ricondotto a Roma e sottoposto a un nuovo processo, fu condannato a morte e infine giustiziato. Altri ritengono piuttosto che già il suo “primo” processo romano si fosse concluso con la sua condanna alla pena capitale, eseguita non molto tempo dopo.  Della morte dell’Apostolo si ha la prima notizia ufficiale in uno scritto risalente alla metà degli anni 90, all’incirca una trentina d’anni dopo la sua esecuzione. Il vescovo di Roma dell’epoca, Clemente I, in una lettera indirizzata alla comunità cristiana di Corinto ricorda che l’Apostolo «per la gelosia e la discordia, dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo […] sostenne il martirio davanti ai governanti» (1Clem 5,2). Altre informazioni riguardanti il martirio di Paolo, associato a quello di Pietro, provengono da uno storico dei primi secoli del cristianesimo: Eusebio di Cesarea (265-340). «Durante il regno di Nerone – annota Eusebio – Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in questa città» (Hist. eccl., 2,25,5). Anche la letteratura apocrifa si interessò alla morte di Paolo. Negli Atti di Paolo (fine II secolo), si afferma che il martirio dell’Apostolo avvenne in seguito alla sua condanna a morte per decapitazione, decretata da Nerone. Sulle circostanze del martirio si sofferma lo Pseudo Marcello (V secolo) negli Atti di Pietro e Paolo, per il quale alla “decollazione” dell’Apostolo si verificarono due prodigi: la fuoriuscita del latte dal collo reciso e lo sgorgare di tre sorgenti al triplice rimbalzo della testa sul terreno. Ciò spiegherebbe il nuovo toponimo per il luogo del martirio: non più “Aquae Salviae”, ma l’attuale “Tre Fontane”. Circa il luogo della sepoltura, si ha una duplice testimonianza. La prima è quella di Gaio, un presbitero romano del II secolo, il quale dichiara: «Io ti posso mostrare i trofei [= monumenti sepolcrali] degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa» (Hist. eccl. 2,25,6-7). La seconda proviene da uno scritto dello Pseudo Abdia, Passione di Paolo, opera apocrifa del VI secolo, in cui si dichiara che la sepoltura delle spoglie mortali dell’Apostolo è avvenuta fuori della città, al secondo miglio sulla Via Ostiense, nel podere di Lucina, una facoltosa matrona romana cristiana, sulla cui casa sorge l’attuale chiesa di San Lorenzo in Lucina. Anche sulla data della morte dell’Apostolo le opinioni sono discordanti. Per alcuni Paolo sarebbe morto nel 64, durante le persecuzioni anticristiane seguite all’incendio di Roma; Eusebio di Cesarea e san Girolamo individuarono il 67, l’anno quattordicesimo del regno di Nerone, mentre secondo altri la morte dell’Apostolo sarebbe avvenuta qualche anno prima, fra il 56 e il 58. La questione è tuttora dibattuta.

IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI – (2008)

http://www.orsattimauro.net/orsattimauro/studi/documenti/IN_VIAGGIO_CON_PAOLO_secondo_l_itinerario_degli_Atti_degli_Apostoli.docx.

IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI  -  (2008)

Viaggiare è da sempre un costitutivo antropologico, caratteristica dell’uomo e suo bisogno. Oggi ancora di più. I celeri mezzi di trasporto, i fitti rapporti tra persone e Stati, lo scambio commerciale e culturale, la voglia di conoscere altri popoli e Paesi, tutto questo costituisce una ricca miscela che ha incrementato lo spostamento. La facilità di raggiungere le mete e i costi relativamente contenuti sono fattori vincenti per soddisfare la voglia di viaggiare. Il benefico vantaggio si è riverberato anche sul turismo religioso, spesso identificato con il termine “pellegrinaggio”. Non è una novità, se pensiamo a Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela, le tre grandi mete dell’antichità. Ai nostri giorni si registra l’eccezionalità di due fattori: l’accresciuto numero dei pellegrini e la ricca rosa degli itinerari come Fatima, Lourdes, Guadalupe, luoghi di Padre Pio e di altri santi, solo per citarne alcuni. Tra i pellegrinaggi biblici, il primo posto spetta ovviamente alla Terra Santa, subito seguito da quello sulle orme di San Paolo, con attenzione soprattutto alla Turchia e Grecia1. Seguendo gli Atti degli Apostoli, compiremo un ideale viaggio con l’Apostolo2, facendoci pellegrini che camminano con lui per portare a tutti il gioioso annuncio del Vangelo. Partendo da Gerusalemme, arriveremo a Roma, dopo aver toccato Antiochia, Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Cesarea3. In viaggio con san Paolo Dopo l’esperienza di Damasco e il profondo ripensamento che ne è seguito, Paolo inizia la sua attività missionaria al seguito di Barnaba e in compagnia di Marco. Sperimenta di persona che cosa significhi essere apostolo dei pagani, vocazione a cui lo ha chiamato Dio stesso (cf Gal 1,15-16). Sotto i suoi occhi si aprono i prodigi della grazia, capace di far fiorire nel cuore dei pagani l’accoglienza per il Vangelo: Cipro, Perge, Pisidia, Antiochia, Iconio, Derbe, sono tappe che costellano la corsa del Vangelo e segnano l’ingresso dei pagani nel mondo, finora sigillato, delle Scritture. Per il secondo e il terzo viaggio lo Spirito riserva a Paolo nuove avventure. Egli diviene il primo responsabile della missione e trova altri collaboratori nelle persone di Silvano (o Sila) e di Timoteo. Partendo da Antiochia di Siria, centro di irradiazione del movimento missionario della Chiesa primitiva, il cammino conduce a rivisitare alcune comunità fondate nel primo viaggio e poi continua in Asia Minore fino al Mar Egeo. Da qui, sempre sotto la guida dello Spirito, i missionari compiono un balzo, relativamente breve quanto a chilometri, decisamente ardito quanto a importanza teologica: si lascia l’Asia Minore e il mondo orientale per addentrarsi in Europa e nel mondo occidentale. Utilizzando la via Egnazia, grande arteria imperiale che collegava Bisanzio4 con il Mar Adriatico, arrivano prima a Filippi e quindi a Tessalonica5, Il cammino continuerà per Berea, Atene, Corinto, Efeso, Mileto, solo per citare alcuni nomi. Paolo concluderà il terzo viaggio a Gerusalemme, dove sarà arrestato e quindi portato a Cesarea; da qui, dopo una detenzione di circa due anni, sarà trasferito a Roma. Nella capitale dell’impero romano si conclude la vicenda narrativa degli Atti degli Apostoli. Se numerosi sono i fotogrammi geografici, non va dimenticato che la geografia, al pari della storia, è al servizio dell’interesse teologico dell’autore. Più che degli spostamenti degli Apostoli e i viaggi di Paolo, si deve parlare dell’irresistibile corsa della Parola, che giunge ovunque a portare la salvezza. Accesasi a Gerusalemme con Cristo morto e risorto, questa salvezza percorre il mondo grazie alla luminosa testimonianza degli apostoli animati dallo Spirito; con Paolo la Parola giunge a Roma, capitale dell’impero e ideale punto di convergenza del mondo. Paolo sceglie sempre grandi centri per irradiare il Vangelo. Leggiamo in questo una precisa strategia missionaria che sfrutta la posizione geografica e commerciale delle città. Da Gerusalemme a Roma, passando per altre città, seguiremo un itinerario che è nel contempo geografico e teologico.

1. GERUSALEMME 1.1. I testi6 7,58 – 8,3: Saulo (= Paolo) è presente al martirio di Stefano. 9,1-2: Saulo ottiene dal sommo sacerdote l’autorizzazione ad arrestare i cristiani e a tradurli a Gerusalemme. 9,26-30: Saulo ritorna a Gerusalemme dopo l’esperienza di Damasco. 11,30: Paolo e Barnaba portano aiuti a Gerusalemme. 15,2: Paolo e Barnaba si recano a Gerusalemme per risolvere la questione dei pagani che vogliono convertirsi al cristianesimo. 18,22: Paolo ritorna a Gerusalemme alla fine del secondo viaggio. 21,15 – 23,30: ultima attività a Gerusalemme prima dell’arresto e quindi trasferimento a Cesarea.

1.2. La città La città che Paolo vede gode ancora di un relativo splendore, l’ultimo prima della sua distruzione nel 70 d.C. per opera dei Romani. Si conclude tragicamente una storia che ha tutto il sapore di un’epopea. Conquistata verso il 1000 a.C. da Davide, fu scelta come capitale e quindi subito privilegiata tra tutte le altre città. La sua bellezza e la sua funzione di città eletta saranno celebrate continuamente da profeti e salmisti. Il tempio, segno sensibile della presenza divina, conferiva un’autorità e una dignità che la facevano primeggiare. Costruito con profusione di ricchezza e di splendore nel IX secolo a.C. da Salomone, segnò le grandi tappe della storia: distrutto nel 587 a.C. da Nabucodonosor, riedificato modestamente al ritorno dall’esilio babilonese, venne praticamente rifatto da Erode il Grande con sontuosità e con dimensioni che strappavano l’ammirazione di tutti7. Oltre al tempio, la grandezza di Gerusalemme era legata alla presenza del Sinedrio, supremo tribunale religioso e civile, e al movimento teologico e spirituale che contribuivano a farne la città santa, come la chiamano ancora oggi gli Arabi. Paolo verrà a Gerusalemme per approfondire la sua formazione teologica e spirituale alla scuola di Gamaliele, una specie di Socrate ebreo, per la sua dottrina e per la sua rettitudine. Da Gerusalemme partirà alla volta di Damasco come persecutore dei cristiani, ma vi tornerà come testimone del Risorto e annunciatore del Vangelo. Alla fine, la città gli diventerà ostile, perché proprio in essa Paolo sarà arrestato e tradotto come prigioniero a Cesarea.

2. ANTIOCHIA 2.1. I testi 6,1: Nicola, uno dei Sette, proviene da Antiochia. 11,19-21: predicazione ai giudei e ai pagani con numerose conversioni. 11,26: ad Antiochia per la prima volta i discepoli di Gesù sono chiamati ‘cristiani’. 13,1-4: scelta dei primi missionari e partenza per il primo viaggio (Barnaba, Paolo e Marco). 14,26: ritorno dal primo viaggio. 15,1-2: Paolo e Barnaba difendono la loro opinione a proposito dei pagani convertiti. 15,30-35: i delegati portano ad Antiochia la lettera con le decisioni del concilio di Gerusalemme. 15,36-40: partenza per il secondo viaggio missionario (Paolo e Sila). 18,22: ritorno dal secondo viaggio. 18,23: partenza per il terzo viaggio (Paolo, Sila e Timoteo).

2.2. La città Antiochia di Siria8 è una città posta sulle sponde dell’Oronte, nella fertile Cilicia, a una ventina di chilometri dal mare con il quale era collegata dal fiume navigabile. Per terra era il punto di confluenza delle molteplici vie commerciali e strategiche della Mesopotamia, Asia Minore, Egitto e Palestina. La sua fondazione risale al 300 a.C. ad opera di Seleuco I; passata prima sotto gli armeni, diventerà nel 66 a.C., sotto i Romani, civitas libera e capitale della provincia romana di Siria. Prosperò molto, diventando la terza città dell’impero dopo Roma ed Alessandria, meritandosi il titolo di ‘regina dell’Oriente’. Una piccola colonia di giudei si era stabilita fin dai tempi della sua fondazione e godeva degli stessi diritti dei Greci. Al tempo del Nuovo Testamento, il gruppo giudaico si era arricchito e si trovava a convivere con Greci, Siri e Romani: secondo una stima la popolazione ammontava a 300.000 abitanti, di cui 45.000 ebrei. In città si parlava il greco, anche se in qualche sobborgo era usuale l’aramaico. Giuseppe Flavio riporta che le cerimonie giudaiche attiravano una gran quantità di Greci e che alcuni di loro erano diventati proseliti. Le prime reclute cristiane sono da ricercare in questo gruppo, oltre ai cristiani fuggiti da Gerusalemme al tempo della persecuzione di Stefano. La città che accolse i fuggitivi era notoriamente liberale e aperta. Alcuni predicarono il Vangelo, sia agli Ebrei sia ai Greci, e si formò nella città una fiorente e attiva comunità cristiana. Basti ricordare che in questa città i seguaci di Cristo ricevono per la prima volta il titolo di cristiani e che tutti i tre viaggi missionari di Paolo partono da questa base. Un vero punto di appoggio per le spedizioni apostoliche. Gli Antiocheni avevano visuali più ampie circa l’ammissione dei pagani al cristianesimo: Paolo difese lo stesso punto di vista davanti a Pietro proprio in questa città9. Il problema si rivelava scottante e di urgente soluzione, e per questo venne convocato il concilio di Gerusalemme.

3. FILIPPI 3.1. I testi 16,11-40: Paolo fonda la comunità, vi è arrestato e da Filippi parte repentinamente. 20,1-2: passaggio nel viaggio di andata da Efeso a Corinto nell’autunno del 57. 20,3-6: passaggio nel viaggio di ritorno da Efeso nella Pasqua del 58.

3.2. La città La futura Filippi è all’inizio il modesto villaggio di Crenides, collocato in posizione strategica nella pianura bonificata del fiume Angites in Macedonia e ai confini con la Tracia. Lo sviluppo fu favorito dalla vicinanza ai famosi giacimenti auriferi del monte Pangeo e soprattutto dall’intervento di Filippo II, padre di Alessandro Magno, che verso il 360 a.C. trasformò Crenides in città, denominandola Filippi. Con la conquista della Macedonia nel 148 a.C. da parte di Roma, la città venne resa provincia romana e questo favorì ulteriormente la sua importanza. Un sostanzioso accrescimento di popolazione si verificò allorché nel 42 a.C., dopo la vittoria militare di Antonio e Ottaviano contro Bruto e Cassio, molti soldati, conclusa la guerra, si stanziarono nella città. Fu proprio Ottaviano a concederle l’ambito titolo di Colonia Julia Augusta Philippensis con il godimento dello jus italicum che esonerava i cittadini dal pagamento delle tasse. Tale privilegio favorì la proprietà e incrementò gli scambi, tanto più che la città era attraversata dalla via Egnazia, la grande arteria imperiale che collegava l’Oriente con l’Occidente. Filippi si trasformò in una piccola Roma: i magistrati si chiamavano pretori, l’amministrazione era modellata su quella romana (cf At 16,21) e il latino fu assunto come lingua ufficiale. La popolazione indigena dei primi tempi andò sempre più assimilandosi ai nuovi venuti, che finirono per diventare la maggioranza; tra locali, orientali e occidentali, si distinguevano per numero quelli di origine latina. Alla diversità etnica faceva riscontro la molteplicità delle religioni, da quella imperiale con il culto alla triade capitolina Giove, Giunone e Minerva, a quella locale che venerava Dionisio, a quella importata dal lontano Egitto con Iside o dalla vicina Anatolia con Cibele. Anche la comunità ebraica era presente, però in quantità modesta, perché sprovvista di sinagoga e costretta a riunirsi presso il fiume, fuori dalla città; proprio là Paolo incontrerà i suoi correligionari di un tempo (cf At 16,13). La comunità sarà destinataria di un’affettuosa lettera di Paolo, quella appunto ai Filippesi.

4. TESSALONICA 4.1. I testi 17,1-10: Paolo fonda la comunità; subbuglio e partenza.

4.2. La città Quando Paolo arriva a Tessalonica trova una importante città portuale, che sfruttava la sua favorevole posizione sul golfo Termaico. Posta inoltre a un ideale incrocio tra l’asse nord-sud con l’asse est-ovest, la città era diventata presto un movimentato centro commerciale e, necessariamente, un cosmopolita punto di incontro. La sua vicenda storica la classificava città di antica e gloriosa tradizione, perché fondata sul finire del IV secolo a.C. da Cassandro che le diede il nome di sua moglie Tessalonica. Nel corso della sua storia ricevette continui riconoscimenti: passata nel 168 a.C. sotto il dominio romano, fu promossa alcuni anni più tardi al rango di capitale della Macedonia e residenza del governatore. Infine ottenne addirittura lo statuto di città libera, con propria amministrazione. Tutto ciò accrebbe sensibilmente il valore della città, già favorita dalla posizione geografica. Paolo giunse a Tessalonica per la prima volta durante il suo secondo viaggio apostolico, verso l’anno 50. Con i suoi collaboratori e compagni di viaggio, Sila e Timoteo, aveva iniziato a predicare ai Giudei, secondo il costume abituale, riconoscendo loro la priorità nel progetto della salvezza: a loro per primi Dio aveva indirizzato le promesse quando aveva chiamato il padre e capostipite Abramo. Da parte di Paolo non si tratta di una semplice precedenza né di una elementare norma di cortesia, ma del rispetto del piano divino che deve essere accolto e attuato. Ben presto Paolo apre il tesoro della sua predicazione anche ai pagani, perché ha ben capito che con Gesù Cristo sono state abolite le antiche restrizioni: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Paolo sceglie quindi una gloriosa e vivace città per annunciare il Vangelo. Seconda città d’Europa ad essere visitata dall’Apostolo, è la prima a ricevere una sua lettera, inviata da Corinto verso il 51. Il testo ha il privilegio di essere il primo scritto di Paolo e di tutta la letteratura neotestamentaria. Dopo pochi mesi, giunge a Tessalonica una seconda lettera.

5. ATENE 5.1. I testi 17,22-34: Discorso di Paolo all’Areopago.

5.2. La città Partito dalla Macedonia, via mare, Paolo arriva ad Atene accompagnato da un gruppo di cristiani di Berea. Congedatosi da loro, rimane solo in città, in attesa di Timoteo e Sila. Qui, a detta di Luca, oltre che con i Giudei, entra in contatto con i filosofi delle due principali scuole, l’epicureismo e lo stoicismo. Con loro e con tutti quelli che incontrava era solito intavolare discorsi e scambiare opinioni ogni giorno sulla piazza principale (cf At 17,17). Gli ateniesi erano spinti dalla potente molla della loro proverbiale curiosità, mentre Paolo tentava di soffocare la fiamma di indignazione, accesasi alla vista dei numerosi idoli che pullulavano ovunque. L’opportunità di annuncio del vangelo era propizia, tanto più che gli stessi cittadini, benché perplessi, richiedevano esplicitamente: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta» (At 17,19-20). Conquistare alla causa del vangelo un uditorio come quello di Atene era per Paolo un compito assai delicato10. Egli doveva evangelizzare, senza urtare la suscettibilità di gente soddisfatta di se stessa, orgogliosa di vantare un triplice primato: nelle grandi imprese militari con personaggi ormai entrati nella leggenda, nelle idee grazie ad una folta schiera di filosofi e poeti, nell’arte con capolavori che ancora oggi il turista ammira estasiato. Anche se la città non era più la Atene di Pericle e di Fidia, di Aristotele e di Platone, è pur vero che il suo glorioso passato le assicurava lustro e prestigio che il tempo non aveva potuto scalfire. A questo popolo di eroi, Paolo viene a dire che hanno bisogno di un salvatore, di origine giudaica; a questo popolo di geniali pensatori annuncia non una filosofia da assommare alle altre, ma l’incontro con l’unica verità e la vera sapienza; a un popolo di artisti e di cultori del bello annuncia un uomo morto con infamia sulla croce. Atene era nell’antichità una città esemplare e un sicuro punto di riferimento; ad essa Luca riserva un trattamento di favore, presentandovi un annuncio che raggiunge il massimo grado di pubblicità. Il discorso di Paolo all’Areopago vale come prezioso esempio di tentativo di dialogo tra cristianesimo e cultura-ambiente. Paolo ha tentato una felice simbiosi tra cultura antica e annuncio del vangelo. Anche se il discorso sembra un tentativo sprecato, considerando che i più lo rifiutano e che Paolo stesso a Corinto sembra rinnegare tale metodologia (cf 1Cor 2,1-4), tuttavia Luca non lo considera un fallimento e ce lo presenta elaborato e ricco di particolari.

6. CORINTO 6.1. I testi 18,1-18: Paolo fonda la comunità e dimora nella città negli anni 51-52. 20,1-3: possibile visita alla comunità durante i tre mesi di permanenza nell’Acaia.

6.2. La città Corinto, ricca di traffico e di commercio, contrastava con Atene, città della cultura e dell’educazione. Questa testimoniava ancora la ricchezza dello Spirito, quella era tutta dominata dalla potenza del denaro. Atene rimaneva greca, Corinto non lo era più. Nel 146 a.C. il console romano Mummio la distrusse senza pietà e così eliminava una rivale commerciale del porto di Delo, creato da poco, e rassicurava i banchieri romani che temevano la potenza finanziaria della favolosa Corinto. Nel 44 a.C. Giulio Cesare diede ordine di ricostruirla: vi affluirono veterani, povera gente dei dintorni e tanti altri, fino forse a raggiungere i 500.000 abitanti11. Una rinascita così rapida si spiega con la vantaggiosa posizione geografica; si affaccia su due mari: ad ovest, nel porto Lacheo arrivavano le navi dalla Spagna e dall’Italia, ad est, nel porto di Cencre sul mare Egeo, confluivano i mercantili di Asia Minore, Siria, ed Egitto. Corinto, ‘regina dei due mari’, li utilizzava entrambi. I due porti assicuravano anche una presenza cosmopolita: Greci, Fenici, Asiatici, Ebrei, Egiziani e Romani si alternavano nell’intenso traffico della città. Tutti i culti erano praticati, ma quello di Afrodite (Venere) ottenne un successo particolare. Sull’acropoli dominava il santuario rimasto celebre nell’antichità per le sue prostituzioni sacre. Afrodite Pàndemos, cioè la ‘Venere popolare’, era la patrona di riti diversi e protettrice della città. Mille prostitute servivano la dea e le loro esigenze erano tali che un detto diceva: «Non è da tutti poter sbarcare a Corinto». Del resto, il verbo greco corinthiázestai, che significa ‘vivere alla corinzia’, non era certo un elogio e il nomignolo corinthistés indicava un ‘protettore’. Questo mondo pagano aiuta a comprendere il sottofondo delle lettere ai Corinzi e rende ragione di alcune prese di posizione di Paolo. Ogni due anni si celebravano a Corinto, in onore di Poseidone (Nettuno), dio del mare, i giochi istmici che, dopo i giochi olimpici, erano i più famosi della Grecia. La città di popolava di spettatori12. I concorrenti dovevano iscriversi con un anno di anticipo ed erano sottoposti ad un severo allenamento di 10 mesi prima della gara. Se interrompevano le esercitazioni, venivano squalificati. Coloro che vincevano, ricevevano in premio una corona di rami di pino, albero sacro a Poseidone. Tenendo presente questo, si comprende bene la frase di Paolo in 1Cor 9,24-27. Nella primavera dell’anno 51 ebbero luogo questi giochi e Paolo era a Corinto. Vi avrà partecipato? Non sappiamo; in genere gli ebrei osservanti non vi prendevano parte, perché i giocatori si presentavano alla gara nudi. Di sicuro sappiamo che in quell’anno Paolo si incontrò con Gallione. Tale incontro permette di fissare l’unica data certa della cronologia paolina. La comunità cristiana di Corinto è destinataria di due lettere apostoliche. Paolo era arrivato in città durante il secondo viaggio apostolico e là aveva soggiornato per circa 18 mesi, venendo a conoscenza di persone e di situazioni. Durante il soggiorno a Efeso, all’epoca del terzo viaggio, si presentò l’occasione di comporre la prima lettera ai Corinzi, perché notizie preoccupanti lo avevano informato che a Corinto si erano manifestati dei dissensi e la Chiesa si era frazionata in vari gruppi. Paolo veniva a conoscenza di numerosi abusi: il vizio della lussuria, infuriante nella città, continuava ad esercitare la sua attrattiva sui neo-convertiti e si era arrivati al punto di tollerare nella comunità un penoso caso di incesto; sorgevano frequentemente tra i cristiani dei litigi per motivi di interesse e ci si rivolgeva ai tribunali per ottenere giustizia; nella stessa celebrazione eucaristica si commettevano irregolarità, talora perfino profanazioni. Su alcuni punti si esigeva da Paolo una parola chiarificatrice: era più perfetto lo stato di matrimonio o di verginità? Come regolarsi in merito alle carni immolate agli idoli? Quali erano i carismi più perfetti? Come rispondere a coloro che non ammettevano la resurrezione dei corpi? Nella primavera del 57 Paolo invia da Efeso la prima lettera, seguita, qualche mese più tardi, dalla seconda. Poiché qualcuno aveva sollevato dubbi circa l’autorità apostolica di Paolo, questi si vede costretto a difendersi, perché ne va di mezzo il valore del Vangelo da lui predicato. Lo stile diventa allora più appassionato e spesso anche polemico.

7. EFESO 7.1. I testi 18,19-21: breve soggiorno di Paolo ad Efeso. 18,24-26: predicazione di Apollo ad Efeso. 19,1-41: lungo soggiorno di Paolo ad Efeso; sommossa degli argentieri. 20,17-38: con un commovente discorso a Mileto, Paolo si congeda dai responsabili della comunità cristiana di Efeso.

7.2. La città Efeso, la più grande città dell’Asia Minore, condivideva con Antiochia e con Alessandria il primato nel Mediterraneo. Era favorita da una posizione geografica strategica, perché a soli 5 Km dal mare e perché collocata all’imbocco di una vallata da cui passava il percorso più rapido verso la Siria e tutto l’interno. Se si aggiungono l’attività e l’industriosità dei suoi abitanti, si comprende la qualifica di «maggior emporio dell’Asia a ovest del Tauro», data da Strabone, famoso geografo greco del I secolo a.C. Abitata dagli Ioni fin dal 1044 a.C., passò successivamente sotto la dominazione dei Lidi, dei Persiani, di Alessandro Magno e quindi di Roma nel 133 a.C.. Divenne il centro amministrativo e religioso della provincia romana d’Asia. La divinità principale era la dea orientale della fertilità, identificata dai greci con Artemide e dai romani con Diana. Il culto era largamente praticato ad Efeso che si definiva la città «custode del tempio della grande Artemide» (At 19,35); per lei era stato edificato uno stupendo tempio, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico13. Quello che Paolo vide era il quinto edificato sullo stesso posto e costruito probabilmente verso il 334 a.C., dopo la visita di Alessandro alla città. Gli scavi condotti nel secolo scorso hanno messo in luce un edificio di 75 m. di lunghezza, 50 di larghezza, provvisto di 100 colonne con un diametro alla base di m. 1,8. Ad Artemide era dedicato un mese particolare, l’Artemisio, che cadeva in marzo-aprile. Il gran concorso di folla rendeva sempre più celebre e più ricco il santuario, che assicurava la fortuna degli argentieri. Costoro preparavano degli ex voto che i pellegrini acquistavano e offrivano alla dea. Paolo visiterà brevemente Efeso per la prima volta nel corso del terzo viaggio, quando, proveniente da Corinto, stava facendo ritorno ad Antiochia. Sarà più tardi nuovamente a Efeso per predicare il Vangelo, questa volta per un periodo di circa due anni, ottenendo buoni risultati (cf At 19,1.8-10). Il suo successo ebbe come contraccolpo il calo dei devoti di Artemide, causando una crisi agli argentieri che vedevano minacciati i loro interessi economici. Saranno proprio loro a provocare una sommossa popolare contro i predicatori della nuova religione (cf 19,23-41). Tra le lettere di Paolo figura quella indirizzata alla comunità di Efeso14. Il contenuto esalta la supremazia universale di Cristo, centro e sintesi dell’universo e il suo legame con la Chiesa, chiamata sua sposa, suo corpo, gigantesco e mistico tempio divino, la cui pietra angolare è Cristo stesso e le cui fondamenta sono gli apostoli e i profeti, strumento universale che porta a tutti la salvezza di Cristo.

8. CESAREA 8.1. I testi 8,40: presenza del missionario Filippo, uno dei Sette. 10,1: residenza di Cornelio, centurione della coorte Italica. 10,24: Pietro arriva nella casa di Cornelio. 23,33 – 26,32: Paolo è prigioniero per circa due anni.

8.2. La città Fondata forse verso la fine del periodo persiano, circa nel IV secolo a.C., la città venne abitata dai Giudei a partire dal 100 a.C. Inizialmente modesta e costruita sull’antico sito fenicio della Torre di Stratone, conobbe una radicale trasformazione sotto Erode il Grande che dall’anno 22 a.C. la dotò di porto, di un tempio dedicato all’imperatore, di reggia, di teatro, di ippodromo, di installazioni e luoghi pubblici e di servizi idrici. Ancora oggi sono visibili, perché ben conservati, il teatro e l’acquedotto che trasportava l’acqua attinta al monte Carmelo. Erode la chiamò Cesarea in onore dell’imperatore15. La qualifica ‘Marittima’, in quanto si affacciava sul mare, si rese necessaria per distinguerla da almeno sette città che portavano lo stesso nome16. Divenne dal 6 d.C. la sede del governatore romano di Giudea, che la preferiva alla fredda e bigotta Gerusalemme. Nella città di Cesarea Paolo fu trasferito dopo il suo arresto a Gerusalemme e vi rimase per circa due anni. Qui Paolo si incontrò più volte con il procuratore Felice che rivestirà tale carica dal 52 al 60; costui sperava di ottenere denaro da Paolo e per questo lo trattenne a lungo. Gli succedette Porcio Festo (60-62) al quale Paolo rivendicò il suo diritto di essere giudicato dal tribunale dell’imperatore. Il procuratore rimase perplesso e approfittò del passaggio a Cesarea di Erode Agrippa II per presentargli Paolo in pubblica udienza e per vedere se lui, buon conoscitore di cose giudaiche, avesse potuto trovare qualche motivo che giustificasse il ricorso al tribunale di Roma. Ma anche Agrippa dovette riconoscere che, se non si fosse appellato all’imperatore17, il prigioniero si sarebbe potuto benissimo liberare.

9. ROMA 9.1. I testi 25,11-12: Paolo vuole essere giudicato dal tribunale dell’imperatore che si trova a Roma. 27,1 – 28,16: fortunoso viaggio di trasferimento a Roma. 28,17-31: Paolo prigioniero e annunciatore del Vangelo a Roma.

9.2. La città Alcune comunità cristiane furono fondate storicamente dagli apostoli o dai discepoli: sappiamo dell’attività di Filippo in Samaria (cf At 8,5) o dell’iniziativa di alcuni credenti ad Antiochia (cf At 11,20); della fondazione di altre si sono impossessate la tradizione e la leggenda e si parla allora di Marco ad Alessandria, di Tommaso in India, di Lazzaro a Marsiglia. Niente di tutto questo per la comunità di Roma, la cui origine rimane avvolta nel buio18. Non avendo dati storici e nemmeno indicazioni leggendarie, dobbiamo affidarci ad alcune congetture. Nel primo secolo Roma era una città cosmopolita che contava circa un milione di abitanti, per lo più dello strato inferiore: plebei, schiavi, affrancati, immigrati. Tra i molti orientali che si erano stanziati in città occupando interi quartieri, si distingueva, perché omogenea e potente, la colonia giudaica, che noi conosciamo, sia per gli storici Svetonio e Giuseppe Flavio, sia per le numerose iscrizioni rinvenute nei 6 cimiteri ebraici di Roma. Da tali iscrizioni veniamo a sapere che esistevano almeno 13 sinagoghe e non solo a Trastevere, come si ritenne per molto tempo. Secondo una stima attendibile, la popolazione giudaica si aggirava intorno alle 50.000 unità. È forse all’interno di questa popolazione che bisogna individuare l’origine della co­munità cristiana, che ipotizziamo nel modo seguente. I primi cristiani sono tutti ebrei: alcuni di loro dall’Oriente arrivano a Roma e si uniscono alla comunità giudaica, non avendo ancora una identità distinta. La separazione netta tra ebrei e cristiani si avrà solo con il sinodo di Jamnia dell’anno 90. Nell’anno 49-50 l’editto dell’imperatore Claudio allontana tutti i giudei da Roma; così riferisce lo scrittore romano Svetonio: «(Claudio) espulse i giudei da Roma, poiché aizzati da Chrestus provocavano continuamente disordini». Con tutta probabilità Chrestus è Cristo a cui il gruppo di cristiani si ispira. Nerone riprenderà questa infame accusa in occasione dell’incendio di Roma. Tra gli allontanati da Roma figura anche la coppia Aquila-Priscilla, che Paolo incontra a Corinto (cf At 18,2) e forse da loro riceve notizie di prima mano sulla comunità cristiana di Roma. Impoverita della sua parte giudaica, nella comunità cristiana di Roma rimangono coloro che proven­gono dal paganesimo. È vero che con la morte di Claudio decade il suo editto e con Nerone i giudei possono ritornare, ma è pur vero che l’elemento un tempo pagano finisce per prevalere. La fondazione della comunità cristiana da parte di Pietro o una sua lunga permanenza a Roma non sono storicamente documentabili, anzi, improbabili. Pietro fu certamente a Roma, ma non sembra prima di Paolo e, con tutta probabilità, non vi si trovava al tempo dell’invio della lettera ai Romani: nella lista dei saluti sarebbe stato d’obbligo ricordare Pietro, considerato una delle colonne (cf Gal 2,9). Quando Paolo scrive da Corinto la sua lettera, verso il 57-58, i suoi riferimenti sono soprattutto ai pagani convertiti al cristianesimo (cf Rm 1,13-15; 15,15-16). Di questa monumentale opera teologica e letteraria ci limitiamo a osservare l’importanza. Qualcuno l’ha definita con un po’ di enfasi il testamento di Paolo, ma tutti concordano nel ritenerla il testo più importante del NT, dopo i Vangeli. Importante per i protestanti che la considerano il documento teologico più rilevante del cristianesimo, non lo è meno per i cattolici19. Nell’elenco delle lettere paoline occupa, a partire dal III secolo, il primo posto, forse per la dignità che spettava alla comunità cristiana di Roma e, più probabilmente, per l’importanza dottrinale dello scritto.

CONCLUSIONE: Parola e pellegrinaggio L’elenco delle città visitate da Paolo dà un’idea sufficiente della corsa del Vangelo nel mondo e dei fermenti della Chiesa primitiva. La Parola, che “non è incatenata”, deve continuare la sua corsa nel mondo, per impiantare pace e amore nel cuore di ogni uomo. Vedere dove e come questa Parola si è incarnata diventa lo stimolo del pellegrinaggio; apprendere e vivere tale Parola, ne diventa il suo fine. Dopo la venuta di Cristo, il mondo intero è divenuto templum Domini e spazio in cui si adora il Signore. Di fatto sono i “luoghi santi” ad essere abilitati dalla fede a divenire fonte di una singolare corrente dello Spirito di Dio che stimola alla conversione. Sappiamo bene che il pellegrinaggio come forma specifica del viaggio ha una sua cittadinanza lunghissima nel vissuto ecclesiale. Basti citare l’esempio di Eteria o Egeria, pellegrina spagnola della fine del IV secolo che ci ha lasciato un interessante Diario di viaggio20. Si può dire tranquillamente che il pellegrinaggio sia un’espressione organica del vissuto ecclesiale così come anche della devozione personale. Non lo si può considerare un elemento necessario della fede, ma una normale, piacevole e raccomandabile forma con cui manifestare e vivere la propria fede. Per raggiungere lo scopo, deve essere un vero pellegrinaggio e non solo turismo religioso; occorre perciò privilegiare l’annuncio di Cristo e lo sviluppo della vita cristiana, in tutte le sue manifestazioni. Il pellegrinaggio diventa un’opportunità: per molti che disertano le nostre chiese una specie di “areopago di evangelizzazione”, per tutti un modo abituale di leggere una fede incarnata e tradotta con il linguaggio della geografia e della storia.

Mauro Orsatti Facoltà di Teologia di Lugano

Paul the Apostle, attributed to Lucas van Leyden

Paul the Apostle, attributed to Lucas van Leyden dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) Attributed_to_Lucas_van_Leyden_001

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