Archive pour novembre, 2015

SPLENDORE E MISTERO DI UN SORRISO (O.R.)

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Filosofia estetica e teologia trinitaria

SPLENDORE E MISTERO DI UN SORRISO

di Enrico Maria Radaelli

Nel 1963 Harvey Ball, un disegnatore americano, con pochi tratti di penna ideò per un’azienda che aveva bisogno di risollevare il morale dei dipendenti uno smile – una faccina sorridente su fondo giallo – che fece il giro del mondo avendo saputo illustrare la più efficace rappresentazione della positività della vita e dell’allegra fiducia che ne segue:  da allora lo smile di Harvey Ball – Monna Lisa è da sempre fuori concorso – resta tra le immagini più universali del sorriso. Un anno fa, Papa Benedetto XVI, nella sua omelia per la messa con i malati, sul sagrato della basilica di Notre-Dame du Rosaire a Lourdes, il 15 settembre 2008, pronunciò ventitré volte la parola « sorriso ». In particolare tenne a sottolineare come la Vergine Maria fosse apparsa alla giovane Bernadette per farle conoscere « innanzitutto il suo sorriso, quasi fosse la porta d’accesso più appropriata alla rivelazione del suo mistero ». Che il sorriso sia un’eminente « porta d’accesso » non solo al mistero divino, ma, in generale, alla vita intelligente, lo constatiamo tutti i giorni anche noi con i nostri sorrisi e, più ancora, in quelli innocenti e aperti dei nostri bambini:  gli occhi brillano, l’intelligenza lì celata palpita viva, e, messa da parte la profonda serietà con cui un bimbo segue le nostre parole con attenzione, quel « lume dell’intelletto » si irradia e straripa nella felicità di averle poi afferrate e comprese. Sì:  il sorriso è una « porta d’accesso »:  vi transita il mistero della vita, e vi transita in entrambi i sensi:  aprendosi l’uscio del sorriso, « esce » dal volto e dagli occhi in tutta la sua purezza e luce l’intelletto che vi è dietro e vi « entra », in certo modo, il nostro, almeno per cogliere il profumo di quella cara vivezza che gli si è aperta davanti, il fiore della sua presenza. Il sorriso degli occhi è il sorriso del cuore. Dunque non si parla delle mille varietà che può assumere il sorriso allorché diviene strumentale a una qualsiasi delle tante seconde intenzioni di cui può ben essere latore suo malgrado:  per scorrerne il pungente catalogo va goduto Il sorriso. Il sorriso degli dei e degli uomini nell’arte e nella letteratura di Christian de Bartillat (Vicenza, Colla, 2008), ma qui si vuole indicare precisamente, e solo, quella dolce, ineffabile espressione che, mossa persino nei suoi più impercettibili cambiamenti da ben quindici vigili muscoli intorno alle labbra, e ravvivata dal bagliore che si irraggia dai due soli, apre il volto nell’effluvio del suo misterioso, dolcissimo, anche impercettibile splendore:  lo fa bello, e, come nota de Bartillat, moltiplicandolo nelle moltitudini lo fa addirittura divenire « la testimonianza essenziale della civiltà ». Il sorriso dunque. Ma come mai il sorriso è così importante? Dalle parole di de Bartillat parrebbe che davvero esso meriti di essere ritenuto l’espressione massima cui anelare, che sia dunque la manifestazione da raggiungere al sommo della vita:  espressione di gioia e di esistenza da poter guadagnare, come non ritenevano affatto i Greci, con le loro tragiche « ombre ». E in verità è proprio così. Ma il motivo per cui questo è il fine dei nostri sforzi:  riconsegnarci, col sorriso, nella più perfetta somiglianza raggiungibile, a quella divina Imago del Padre che è il suo Figlio diletto, ecco:  il motivo profondo di ciò è che nel Figlio diletto questa divina Imago che ci attende è proprio sorridente. È gioiosamente ab æterno contemplante, nel seno del Padre, l’Essere infuocato d’amore che lo genera. Ma qui da un sorriso, da un semplice moto di muscoli, si è saliti a realtà somme; quasi imperscrutabili:  si son tirate in ballo cose come « Trinità », « Figlio diletto », Imago, « somiglianza ». Ed è proprio questo che va fatto:  va utilizzato il passaggio aperto da Benedetto XVI con la sua intuizione:  il sorriso, « la porta d’accesso più appropriata alla rivelazione » del mistero di Maria, è per ciò stesso « la porta d’accesso » al mistero della redenzione, e in ultimo quindi al mistero della Santissima Trinità. Sicché, magari con l’aiuto di dottori come Agostino, Bonaventura, Tommaso – per non dire di padri come Atanasio, del Nazianzeno, dell’Areopagita – sarà ben utile spingerci in qualche modo dal sorriso dei bambini fin nel seno stesso della Santissima Trinità:  spesso nella Trinità si trovano chiarite le cose più importanti che ci circondano, e, come nota Nicola Bux sul rapporto tra noi e Dio, vi troviamo soprattutto questa verità:  « Per capire qualsiasi cosa (della nostra natura) è necessario partecipare della sua natura » (La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione, Milano, Piemme, 2008). Dal che si rivela conveniente utilizzare i concetti insegnati in quegli augusti De Trinitate:  sono gradini sicuri per quel prudente scalatore che vuole accingersi a superare certe solo apparenti difficoltà e così giungere a importanti conclusioni, a splendidi panorami che proprio « per » e « dalla » loro bellezza gli ridaranno poi più vita. Nella Trinità, allora. Primo gradino. Come mai il Figlio – contemplando in Sé la perfezione paterna – è, se così si può dire, di una « serietà lieta e spiritualmente sorridente »? Lo è perché l’Essere essente che lo genera ab æterno è un Io personale e non un essere astratto:  il Padre è una mente-persona che genera il proprio pensiero-persona perché il Padre è, insegnano i grandi dottori con efficace figura, una mente vivente che genera, nella propria spirazione-persona, il proprio eterno pensiero unigenito. Aggiunge Fulgenzio di Ruspe:  « Il Verbo che nasce dalla Mente non ha nulla di meno di quanto c’è nella Mente in cui nasce, perché quanta è la Mente del generante, tanto pure è il Verbo (generato) » (Ad Monimum, 3, 7). Nella xii Lectio dell’Ingresso alla bellezza. Fondamenti a un’estetica trinitaria (Verona, Fede & Cultura, 2007) chi scrive illustra le sette più inclite cause per cui l’intelletto « è la letizia di Dio e degli uomini ». Esse provengono tutte dal fatto che « una mente che genera un pensiero è già di per sé qualcosa di lieto perché compie qualcosa per la quale è precisamente preposta », sicché la mente del Padre è da se stessa in immane letizia di vita in quanto semplicemente fa quel che deve fare una mente:  genera. Per cui il sorriso, o meglio la letizia, anzi, più ancora, se mi si passa il termine, lo stato di regale « sorridenza », è lo stato d’essere proprissimo della Trinità, allietata di letizia da se stessa medesima nel compimento del proprio eterno, generativo, semplice Actus essendi:  l’atto della Mente che pensa se stessa e, di Sé pensandosi, si diletta. Ma se è così, se effettivamente lo status trinitario è di per sé un tale positivo, lieto e ricco modo d’essere, la cosa ci riguarda moltissimo, giacché, come ci assicurano le Scritture, noi – secondo appiglio – siamo chiamati unicamente a somigliare alla Trinità; dunque a conformarci intimamente al suo status di beatitudine, alla « sorridenza » che si diceva. « Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, porteremo anche l’immagine dell’Uomo celeste » (1 Corinzi, 15, 49), porteremo cioè l’immagine di Cristo, il quale, essendo l’immagine del Padre (cfr. Giovanni, 14, 9b), permette a chi gli si conforma di essere immagine del Padre come lui. Infatti « saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è » (1 Giovanni, 3, 2). « E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno Specchio la gloria del Signore (ossia riflettendo nello Specchio che è in Cristo la gloria del Padre), veniamo trasformati in quella medesima Immagine (del Padre, attraverso l’Imago del Figlio) » (2 Corinzi, 3, 18), e così via. Ma se nel nostro sorridere siamo chiamati a uno « stato d’essere » per conformarci allo stato d’essere della vita divina, dobbiamo attuare tale stato già da ora qui sulla terra. Già cioè nella sua costruzione si realizzi il nostro status finale attraverso le pietre da squadrare « ora » per l’edificazione. Proviamo a salire allora un poco più in alto, per altre ardite e auree rampe di questa mirabile scala che entra nella divina « ebbrezza di letizia » toccata per un attimo. Il sorriso offre difatti proprio qualcosa di particolare:  nella sua più intima profondità, nel cuore del suo bocciolo, è racchiusa una precisa e speciale qualità divina, che san Tommaso, come d’altronde san Bonaventura, indicano precisamente con uno dei quattro nomi sacri con cui si contraddistinguono aspetti sostanziali dell’Unigenito. Infatti, che cosa nasce dalla mente del Padre dell’essere? Nasce – primo nome – un Pensiero:  non un pensiero astratto, alla Hegel; ma reale, sostanziale. Infatti con esso nasce anche – secondo nome – un’Immagine:  nasce cioè lo specchio di ciò che il pensiero vede nel Padre, dunque il Pensiero è il Volto del Padre; e non solo nasce un pensiero reale con un suo volto, ma con esso nasce anche – terzo nome – uno Splendore:  nasce la qualità che manifesta al Padre ciò che in lui vede e che Egli stesso è:  lo Splendore è il canto levato dal Verbum al Padre; e come da uno scrigno aperto – la mente è uno scrigno – gli ori e le ricchezze sprigionano e irradiano luce, candore, chiarezza, fulgore, magnificenza, sfarzo, grandiosità, fasto, sontuosità, bellezza massimi, così pure il Pensiero, l’oro dello scrigno:  non solo esso « è » oro, non solo « si vede » che esso è oro, ma anche « abbaglia e irraggia » da oro; infine, quarto e ultimo sacro nome, essendo tutto ciò non da se stesso, ma in quanto generato dal principio, dalla Mente (cfr. Giovanni, 1, 1), l’Unigenito ha nome « Figlio », e « Figlio diletto » perché il Padre si diletta dello splendore irradiato dal volto del proprio pensiero. Notiamo che se il Pensiero non fosse anche Splendore della propria Immagine, ma fosse un pensiero senza volto e senza bagliore (Verbum privo di Imago e privo di Splendor, come in tutte le dottrine gnostiche, hegeliane e orientali), non sarebbe affatto dilettevole, perché non lo si vedrebbe, né se ne potrebbe ricevere l’irradiazione di luce. Ora, qui la scala d’oro su cui ci troviamo si allarga in tre cerchi:  utilizzando infatti tre dei quattro nomi (Verbum, Imago, Filius), vedremo che il quarto (Splendor) si fa passaggio, snodo, porta, per mostrare in essi tre somme qualità di Dio:  verità, beltà e bontà. Il Padre infatti si diletta del suo Unigenito per tre motivi:  « primo cerchio », perché il Verbum che nasce da lui è rilucente di Verità; « secondo cerchio », perché l’Imago che lo rispecchia è circonfuso di abbagliante beltà; « terzo cerchio », perché il Figlio che Egli genera risplende del « tutto sì » a lui Padre con la sua bontà. « È rilucente di verità », « è circonfuso di beltà », « risplende di bontà »:  cosa meglio di tre somiglianze per tenere accostate eppur distinte tre qualità così compenetrate tra loro? E come non accorgersi che tutte e tre le somiglianze utilizzano la qualità specifica dello Splendore, che è, come nell’oro, il fatto appunto di comunque risplendere? Ecco perché, per i due dottori, i nomi dell’Unigenito sono Verbum, Imago, Splendor e Filius. E il sorriso, l’espressione della letizia, va associato a quello dei quattro che gli è più analogo:  è il suo sostanziale, personale, naturale splendore. Detto ciò, e sapendo che poi si dovrebbero fare sul sorriso – sullo splendore, sulla ricchezza – chissà quante altre, e più alte riflessioni, salire per scale che portano a visioni inusitate, fermiamoci alla considerazione che dunque – già sfolgorante panorama – il sorriso può essere considerato quale prima e sicura fonte di quei tre aspetti che qualificano Dio – verità, beltà e bontà – e da qui qualificano poi il nostro piccolo essere di creature:  sia in Dio che nelle sue creature il sorriso è l’uscio della « verità » (la irradia); è la fonte della « bontà » (ne è l’onda); è la sorgente della « bellezza » (ne è la luce). In altre parole il sorriso – ma, diciamo meglio:  lo status di letizia o di « sorridenza » – essendo la manifestazione della luce spirituale dell’intelletto, del Lògos, si fa porta alla filosofia, si fa poi varco all’etica e si fa infine fonte dell’estetica:  pensiero, condotta e arte fuoriescono tutti e tre da Splendore, sgorgano dal sorriso dell’Essere divino che nelle tre Persone si irraggia a se stesso e, così irraggiandosi e contemplandosi in Sé, vuole poi manifestarsi alle sue creature, generate intelligenti e libere proprio per parteciparle alla contemplazione di tale suo sostanziale vero, bello e buono status d’essere. Ed ecco qui mostrarsi i primi straordinari paesaggi. Attraverso il sorriso, sboccia nel mondo il Pensiero di verità che, disceso in Cristo sulla terra, è il vero Apollo, il Dio della sapienza, pastore e maestro (cfr. Giovanni, 10, 11 e Matteo, 23, 8) sicché, in Lui, possiamo anche tranquillizzarci non solo che « conoscere si può » – lo può Lui, dunque noi in Lui – ma anche che « conoscere si deve »:  lui deve farci conoscere il Padre che lo ha inviato (Giovanni, 17, 4), e ancor più possiamo garantirci che « conoscere è bene » – è il nostro fine, a cui il divino Pellicano ci trasporta – perché la conoscenza porta a qualcosa di sicuro:  al Padre. Infine possiamo rinfrancarci che « conoscere è bello » perché ciò a cui la conoscenza porta – la Mente-persona del Padre – è sovrabbondantemente dilettevole, ossia non solo la conoscenza non fa perdere il sorriso, come insegnano in ogni dove i relativisti, i maestri del dubbio, i teorici del problematico, ma lo incoraggia, lo irraggia e lo produce essa stessa al massimo. Che il sorriso, l’espressione dell’anima felice, dunque l’espressione con cui l’anima si esprime al massimo grado, sia un fatto così significativo, così ricco di luminose realtà, fa ritenere che anche la sua manifestazione storica e sociale debba essere pure altrettanto piena e ricca. Ciò si vede sfogliando l’arte della cristianità, ma anche le virtù e le opere dei popoli raccolti dalla Chiesa o a essa introduttivi:  vi è uno straordinario e incessante spargimento di questo sorriso di « verità », e di « beltà », e di « bontà », nelle culture da cui poi è fiorito il Seme divino e che hanno fatto poi da dimora al Santo dei Santi. La Chiesa, continuazione di Cristo nella storia, sèguita la divina azione del vero Apollo musagete, del vero Conduttore delle leggiadre Muse, a significare la verità mai sufficientemente espressa che l’Arte sempre è condotta dalla Filosofia, buona o cattiva che sia, tanto che proprio nel ii secolo, ai suoi inizi, la Chiesa volle ritrarre il Lògos sia come Apollo giovane e imberbe, a significare l’immediatezza e la semplicità della sua Parola, sia come Filosofo maturo e dalla barba curata, a significare la sua provenienza ab æterno. Ma le muse, le arti con cui la conoscenza (il Lògos) si dona agli uomini, non danzano e avanzano da sole:  come si vede dal sorriso nostro e dei nostri bambini, o, che è lo stesso, dalla figura del cristico Apollo che le conduce, si affiancano alla loro destra le ancelle della verità e a sinistra le virtù della bontà. Tutte:  muse, ancelle e virtù, portano sul capo i fiori dell’armonia, tutte sono cinte dalla fascia d’oro dell’integrità, tutte sono coperte dai soavi veli della chiarezza. Armonia, integrità e chiarezza vestono anche sulla terra gli splendori della verità, della bellezza e della bontà elargite dalla Chiesa che avanza pacifica nei secoli. Da due millenni pace e bellezza si spargono sulla terra distribuendo il frutto di Dio, la buona Novella, la letizia e la sorridenza della pace con Dio portata da Cristo in ogni generazione. La Chiesa da duemila anni sparge sovrabbondante bellezza dalle fontane della verità, da duemila anni bontà e bontà zampilla dalla sua beltà. Ma quale il motivo per cui nella Chiesa è così profondo questo desiderio di elargizione di fragranza e di positività? Tutto questo armonioso tripudio di miracolosa ricchezza scaturisce unicamente in virtù della divina liturgia, nasce dall’esigenza intima e tutta necessitante della santa Madre di spiegare con amore ai suoi figli il non spiegabile, di dire con benevolenza ai suoi piccoli l’indicibile, di mostrare a tutti con benignità i cieli chiamati tutt’intorno al sacro mistero della presenza reale, nell’ostia consacrata nelle sue chiese. Sì:  tutta questa elargizione di splendore soprannaturale ha portato bellezza anche nella civiltà; tutta questa bontà divina ha portato anche tra le nazioni amore, e quell’amore:  il perfetto olocausto cruento e visibile compiuto da Cristo sulla croce e rinnovato in memoriam in ogni messa misteriosamente, ma realmente sugli altari ogni giorno nei secoli. Dall’ostia consacrata la virtù dello splendore, celata nella benignità del sorriso che di fondo ha la grazia di Dio verso gli uomini, ha irradiato nelle civiltà, essa solo, quella che Romano Amerio chiama « cristianesimo secondario »:  ha irradiato la « verità », la « beltà » e la « bontà » di un sacro lievito che nei secoli ha spinto le nazioni a esprimersi nel sorriso di una religione in primo luogo, certo, divinizzante, ma poi anche portatore di civiltà. E tutto ciò, si badi, in mezzo sempre a percosse, barbarie, difficoltà di ogni tipo, in seno e fuori, similmente al famoso elenco paolino:  « Cinque volte ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre fui battuto con le verghe; una lapidato; tre naufragato; una notte e un giorno nell’abisso; (…) e oltre tutti questi mali esteriori il cruccio quotidiano che su me incombe, la cura di tutte le Chiese » (2 Corinzi, 11, 24-25; 28), e ciò a ricordare che verità, beltà e bontà, in una parola il sorriso, non sono di questo mondo, ma si ottengono per grazia – da Paolo o dalla Chiesa – solo dalla divina elargizione posta nella croce. Anche nella nostra epoca, come già parve il fuoco di Alarico ad Agostino, sembra che bruttezza e barbarie abbiano corroso la conoscenza della bellezza, osteggiato la spinta all’adorazione, frantumato la pace della verità. Come già san Paolo, la Chiesa – e in essa la cristianità fin nei più indifesi e inermi suoi piccoli – sembra ancora una volta dover far fronte a forze superiori, accerchiata dalle espressioni più combattive di quella che Romano Amerio chiama « la dislocazione della divina Monotriade »:  la precessione dell’amore, della tecnica, dell’azione, sulla conoscenza e sul Verbo. Nelle città, in quelli che oggi vengono chiamati burocraticamente « agglomerati urbani » – in verità prigioni al contrario – bruttezza chiama bruttezza, degrado e incuria moltiplicano degrado e incuria:  i criminologi Wilson e Kelling dimostrano, con la teoria delle broken windows (finestre rotte), che insipidità e bruttezza materiali contagiano gli spiriti, straripano dai corpi alle anime, invadono non solo quartieri apocrifi e città, ma, col loro fascino drogato, con le loro contagiose perversioni, infettano i loro abitanti instillando nei cuori, con la trasformazione delle macerie in asocialità, disordine e dispersione morale. Dov’è più il sorriso sui volti dei ragazzi e dei muri lasciati in rovina? Dov’è mai la relazione, se nelle città sono infranti sotto tutti gli aspetti l’unità, l’armonia e lo splendore su cui si fonda ogni relazione? Se nelle cose viene rotta la possibilità di comunicare, il passaggio di questa frattura ai cuori – almeno ai più fragili – è, per i due criminologi, scontato. Però:  tanto è vera la teosi funesta delle « finestre rotte », tanto più lo sarà, in forza della spinta alla positività impressa loro, come visto, dalla santissima Trinità, la sequenza contraria delle « finestre riparate », giacché armonia chiama armonia, levatrice della bontà è la bellezza, l’arte contagia l’etica. Per non dire poi quale motore sia (sarebbe, specie ora) allo sviluppo sociale ed economico, fare le cose belle invece che sciatte. La Chiesa è una madre che mai rigetta la sua natura di madre, e alle anime che, sparse per le strade e le piazze degli immensi « non luoghi » di Marc Augé, si ricordano di lei, essa risponde con amorosa sollecitudine come sempre ha risposto. E nemmeno attende che quelle anime, chiuse nei volti cosificanti delle periferie incasermate, si ricordino di lei, si volgano alla sua bontà di Madre, ma va ella stessa premurosa per prima a loro; e lei per prima chiama a sé chi sempre l’ha coadiuvata nella sua opera di evangelizzazione e nella sua spinta alla santificazione:  letterati, artisti, teologi, architetti, filosofi, asceti, musicisti, educatori, poeti, accorrono tutti gli uomini che, vedendo l’invisibile irradiarsi potente dall’ostia consacrata, hanno imparato cosa dire su verità, bellezza e bontà.

(L’Osservatore Romano 30 settembre 2009)

Holy Mary, ICXC, St. Athanasios

Holy Mary, ICXC, St. Athanasios dans immagini sacre Deicic_Panagia_ICXC_Athanasios_CCD%20[HDTV%20(1080)]
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Publié dans:immagini sacre |on 11 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – MAI ESCLUDERE (anche Paolo) – CAPPELLA SANCTAE MARTHAE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2015/documents/papa-francesco-cotidie_20151105_mai-escludere.html

PAPA FRANCESCO – MAI ESCLUDERE (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 5 novembre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.254, 6/11/2015)

È coi fatti che Gesù ci chiede di includere tutti, perché come cristiani «non abbiamo diritto» di escludere gli altri, di giudicarli e chiudere loro le porte. Anche perché «l’atteggiamento dell’esclusione» è alla radice di tutte le guerre, grandi e piccole. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 5 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta. «San Paolo — ha fatto notare il Papa riferendosi al passo liturgico tratto dalla lettera ai Romani (14, 7-12) — non si stanca di ricordare il dono di Dio, quel regalo che Dio ci ha fatto di ricrearci, di rigenerarci». E «dice questa parola tanto forte: “Nessuno di noi vive per sé stesso, nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore. E per questo Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore di tutti, morti e vivi”». Dunque, ha rilanciato Francesco, «Cristo che unisce, che fa l’unità; Cristo che, con il suo sacrificio nel Calvario, ha fatto l’inclusione di tutti gli uomini nella salvezza». «L’atteggiamento che Paolo vuole sottolineare è proprio l’atteggiamento dell’inclusione» ha spiegato il Papa. Infatti l’apostolo «vuole che loro siano inclusivi, includano tutti, come ha fatto il Signore. E li ammonisce: “E tu, con questo che ha fatto il Signore, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello?”». Insomma l’apostolo «fa sentire loro che hanno un atteggiamento che non è quello del Signore». Perché «il Signore include; anche Paolo diceva in un altro passaggio: “Di due popoli ne ha fatto uno”». Invece «questi escludono». «Quando noi giudichiamo una persona — ha proseguito Francesco — facciamo l’esclusione», magari dicendo: «Con questo no, con questa no, con questo no…». Così facendo «rimaniamo col nostro gruppetto, siamo selettivi e questo non è cristiano». E diciamo: «No, ché questo è un peccatore, questo ha fatto quello…». La questione, ha insistito il Papa, è che «noi giudichiamo gli altri». Ma «lo stesso è accaduto a Gesù». E lo si legge nel passo evangelico di Luca (15, 1-10) proposto dalla liturgia: «In quel tempo, si avvicinarono a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori — cioè gli esclusi, tutti quelli che erano fuori — per ascoltarlo. E i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”». Anche «l’atteggiamento dei romani era di escludere». Ecco perché Paolo li «ammonisce di non giudicare». Si tratta proprio dello «stesso atteggiamento degli scribi, dei farisei, che dicono: “Noi siamo i perfetti, noi seguiamo la legge: questi sono peccatori, sono pubblicani”». Ma «l’atteggiamento di Gesù è includere». Ecco che, ha spiegato il Papa, «ci sono due strade possibili: la strada dell’esclusione delle persone dalla nostra comunità e la strada dell’inclusione». E «la prima, anche se a livello limitato, è la radice di tutte le guerre: tutte le calamità, tutti i conflitti incominciano con un’esclusione». Così «si esclude dalla comunità internazionale, ma anche dalle famiglie: fra amici, quante liti!». Invece «la strada che ci fa vedere Gesù, e ci insegna Gesù, è tutt’altra, è contraria all’altra: includere». Nel Vangelo «due parabole — ha spiegato il Pontefice — ci fanno capire che non è facile includere la gente perché c’è resistenza, c’è quell’atteggiamento selettivo: non è facile». La prima parla di «quel pastore che torna a casa con le pecore e si accorge che da cento ne manca una». Certo, avrebbe potuto dire: «Domani la troverò…». Invece «lascia tutto — era affamato, aveva lavorato tutta la giornata — e va, in tarda serata, forse al buio, per trovarla». Lo stesso «fa Gesù con questi peccatori, pubblicani: va a mangiare da loro, per trovarli». L’altra parabola a cui il Papa ha fatto riferimento è «quella della donna che perde la moneta: è la stessa cosa, accende la lampada, spazza la casa e cerca accuratamente finché la trova». E «forse ci mette tutta la giornata ma la trova». «Cosa succede in ambo i casi?» si è chiesto a questo punto Francesco. Succede che il pastore e la donna «sono pieni di gioia, perché hanno trovato quello che era perso. E vanno dai vicini, dagli amici perché sono tanto felici: “Ho trovato, ho incluso!”». Proprio «questo è l’includere di Dio — ha rimarcato il Papa — contro l’esclusione di quello che giudica, che caccia via la gente, le persone», dicendo «No, questo no, questo no, questo no…» e creandosi «un piccolo circolo di amici, che è il suo ambiente». Questa, ha aggiunto il Pontefice, «è la dialettica fra esclusione e inclusione: Dio ci ha inclusi tutti nella salvezza, tutti!». E «questo è l’inizio: noi, con le nostre debolezze, con i nostri peccati, con le nostre invidie, gelosie, abbiamo sempre quest’atteggiamento di escludere che, come ho detto prima, può finire nelle guerre». Gesù fa proprio come il Padre, «quando lo ha inviato a salvarci: ci cerca per includerci, per entrare in comunità, per essere una famiglia». E «la gioia di Paolo è la salvezza grande che ha ricevuto dal Signore». Così, ha ribadito il Papa ritornando alle due parabole evangeliche, anche la gioia del pastore e della donna sta proprio nell’«aver trovato quello che credevano» di aver «perso per sempre». Invitando alla riflessione, Francesco ha suggerito di non giudicare mai, «almeno un po’», nel «nostro piccolo». Perché «Dio sa: è la sua vita. Ma non lo escludo dal mio cuore, dalla mia preghiera, dal mio sorriso e, se viene l’occasione, gli dico una bella parola». Insomma, «mai escludere, non abbiamo diritto» di farlo. Paolo scrive nella lettera ai Romani: «Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio». Dunque, «se io escludo sarò un giorno davanti al tribunale di Dio e dovrò rendere conto di me stesso». Il Papa ha concluso chiedendo «la grazia di essere uomini e donne che includono sempre — sempre! — nella misura della sana prudenza, ma sempre». Non bisogna mai «chiudere le porte a nessuno» ma essere «sempre col cuore aperto». E dire «mi piace, non mi piace» ma tenendo comunque «il cuore aperto».

LA PREGHIERA IN PAOLO DI TARSO E IN DUNS SCOTO

http://www.centrodunsscoto.it/articoli/Articoli_html/La_Preghiera_paolo_tarso.htm

LA PREGHIERA IN PAOLO DI TARSO E IN DUNS SCOTO

Lauriola Giovanni ofm

La scia delle celebrazioni paoline e scotiane ci invitano ancora a riflettere su Paolo di Tarso, l’Apostolo delle Genti, e Giovanni Duns Scoto, il teologo del Primato dell’Incarnazione. Così dopo il precedente articolo dottrinale “Sulle orme di Paolo con Duns Scoto”, sembra utile planare nella pratica della vita quotidiana atterrando sulla pista della “preghiera”, così da interpretare il pensiero di Paolo con il motto del Beato “Ora et Cogita, Cogita et Ora” che contempla sempre i due aspetti della realtà, quello dottrinale e quello pastorale, come unico momento vivo di ogni umana azione, che solo per comodità didattico-espositiva viene distinsto in due fasi, ma bisogna interiormente considerarli sempre intrinsecamente uniti e interdipendenti. Tale, del resto, è l’insegnamento che viene dal pensiero di Paolo sul quale il Beato ha elevato con la sua ardita specilazione una maestosa cattedrale gotica di rara bellezza e di grandiosa maestosità, ancor tutta da gustare. Questo intreccio tra elemento biblico, offerto da Paolo, e speculazione teologica, maturata dal genio di Duns Scoto, viene dipinto in cinque tratti con i quali è possibile evidenziare la struttura portante della preghiera, che è la conseguenza pratica della stessa visione speculativa, nell’auspicio che possa essere utile al lettore per poter orientare la sua pesonale preghiera. Punto di partenza di ogni tratto sarà sempre un testo di Paolo con relativa riflessione interpretativa dell’insegnamento paolino, ispirato alla visione cristocentrica universale di Duns Scoto, senza alcuna velleità di volere ritenere concluso il discorso, che resta sempre aperto a ulteriori indagini e prospettive. Primo tratto: “Piacque a Dio rivelarmi il Cristo”(Gal 1, 16) Principio fondamentale. La preghiera in Paolo è proporzionata alla conoscenza della persona di Cristo, con il quale si è scontrato senza dargli più requie, come testimonia il testo autobiografico da cui è tratto il versetto, oggetto della nostra riflessione: “piacque a Dio rivelarmi il Cristo… ”. Ascoltiamo il passo della sua vocazione che è anche il nostro contesto generale e specifico: “Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti, io non l’ho ricevuto né imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consulatre nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco” (Gal 1, 11-17). Come si vede Paolo distingue chiaramente due periodi della sua vita: quello del fariseo persecutore e quello dell’apostolo cristiano. Lo spartiacque è l’incontro-scontro sulla via di Damasco con la persona del Cristo, che gli rivela il grande mistero nascosto nei tempi antichi: il rapporto degli uomini con Dio si definisce in modo definitivo col nuovo colore “cristocentrico”, nel senso che Paolo parla al Padre “nel nome del Signore nostro Gesù Cristo (Ef 5, 20)”, come a dire: Dio parla agli uomini nel Cristo e gli uomini possono parlare a Dio nel Cristo. Cristo, infatti, come “unico mediatore” costituisce l’unica via di accesso al Padre, mediante la “figliolanza adottiva”. Pensiero che viene confermato da altri testi – (Gal 4, 6; Rm 8, 15) – che ci illuminano. Il primo recita: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”; e l’altro: “e voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura [di satana], ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!”. Priorità del Padre. Questa priorità del Padre si riferisce alla sua iniziativa d’amore nel comunicarci il dono di sé: “nella pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna…, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4, 4-5s), cioè fossimo in comunione col suo Figlio Incarnato (1Cor 1, 9), predestinandoci a essere suoi figli adottivi in Cristo Gesù (Ef 1, 4). Come mediatore unico, Cristo Gesù ci ha fatto conoscere il Padre e ci ha dato il potere di diventare figli adottivi di Dio. Pertanto, le nostre preghiere – scrive Paolo – devono avere come unico intermediario solo Cristo: “per mezzo di Cristo Gesù” e “nel nome suo”. Significativa è l’espressione ai Colossesi: “tutto quello che fate in parole ed opere, tutto sia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”(Col 3, 17), che indica la profonda ed essenziale unione-comunione personale tra Cristo e il credente, espressa nella compagine del corpo mistico di Cristo (1Cor 12, 27; Rm 12, 5; Ef 5, 30), tradotta dall’autore della lettera agli Ebrei con la potente espressione “colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine”(Eb 2, 11), con grande rilevanza a livello teoretico per conoscere sia l’essere sia l’esistenza. Conseguenze. Paolo insiste tanto su questa unione radicale fondamentale essenziale con Cristo, perché non solo vuole affermare ma anche coinvolgere il credente a pregare il Padre come lo pregava lo stesso Gesù e con le sue stesse parole. Difatti traduce il termine aramaico “Abbà” di Marco (14, 36) pronunciato nella straziante preghiera del Getsemani, con il termine greco “Padre”. L’importanza dell’identificazione – Abbà-Padre – rivela e riassume nella preghiera l’aspetto trinitario delle Persone divine. L’appello al Padre nella preghiera in Cristo manifesta il mistero della Trinità. Difatti, l’attività interiore di Cristo nel credente si esercita mediante lo Spirito Santo, il quale realizza ciò che il Cristo ha operato nell’uomo, per volontà del Padre e per missione da lui ricevuta. Così scrive “se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non appartiene a Cristo” (Rm 8, 9). E Paolo precisa: l’adozione a figli è stata conferita all’uomo mediante il Cristo, e sono figli di Dio “coloro che vengono mossi dallo Spirito di Dio”, che abita in noi mediante Cristo. Il dono dello Spirito è il dono della vita divina: è lo Spirito del Padre e lo Spirito di Cristo, che nel credente grida e fa esclamare “Abbà, Padre”. Lo stesso Spirito che pregava in Gesù, ora prega nel credente. Per questo, la preghiera, per Paolo, è una misteriosa e stupenda simbiosi, come un’onda travolgente dello Spirito, che è il mutuo amore del Padre e del Figlio, per cui l’uomo ama Dio e Dio ama se stesso nell’uomo. Pensiero che certamente ha ispirato la profonda intuizione del Beato Giovanni Duns Scoto nel descrivere l’inizio dell’azione dello Spirito: “in primo luogo, Dio ama se stesso; in secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri; in terzo luogo, Dio vuole essere amato degnamente da un amore estrinseco; e in quarto luogo, prevede l’unione ipostatica, che lo può amare degnamente, cioè Cristo” (Rep Par, III, d. 7, q. 4, nn. 3-4; ed. minor n. 65-69). Con questa profonda intuizione, Duns Scoto pensa di dare una plausibile spiegazione sia all’Essere-Agire di Dio sia all’evento dell’Incarnazione come espressione massima della sua libertà d’amore, con il quale evento si autorivela pienamente nella storia e nell’uomo. In questo modo, la speculazione teologica del Beato sgancia completamente il legame del mistero dell’Incarnazione dal mistero del peccato e, di conseguenza, da quello della Redenzione, che viene letto invece come altra manifestazione del mistero d’amore liberissimo di Cristo, interprete fedele della Volontà del Padre, con il qule si identifica. L’interpretazione di Duns Scoto si gioca esclusivamente sulla massima e assoluta libertà del mistero di Dio nell’autorivelarsi ad extra, e nella massima e assoluta libertà di Cristo nell’accettare tale Volontà e compierla ugualmente nella totale libertà, senza alcuna possibile e immaginabile costrizione estrinseca o di qualsiasi condizionamento di qualsiasi genere. Una volta accettata liberamente la Volontà del Padre, l’azione del Cristo procede nella storia come una logica conseguenza del suo amore, come una specie di “necessità conseguente”. Certo, davanti a Dio, tutto è presente eternamente nell’attimo del suo amore. L’uomo invece necessita distinguere almeno logicamente nell’eterno presente diversi istanti, secondo i limiti delle proprie capacità intellettive e anche delle sue scelte ermeneutiche. Secondo tratto: “Ringrazio continuamente il mio Dio in Cristo Gesù”(1Cor 1, 4) La preghiera in genere indica la risposta dell’uomo alla Divinità, da cui si crede di dipendere e a cui eleva spontaneo il suo sentimento di ringraziamento e di richiesta. Per poter rispondere, si suppone una chiamata almeno in modo generico, percepita con libertà razionale. La risposta dipende dal grado di conoscenza che si ha della Divinità, per analogia al principio affermato sopra dallo stesso Paolo. Due sono le conoscenze principali della Divinità: in modo impersonale e in modo personale. La prima è la massima conclusione razionale raggiunta dall’uomo, senza alcun apporto con la fede, ed è sempre una conoscenza imperfetta. La conoscenza personale invece ha come fondamento la rivelazione, cioè l’autorità stessa che si crede e che perfeziona la conoscenza umana della stessa Divinità. La preghiera fondamentalmente ha due aspetti: quello rivolto al Dio impersonale e quello rivolto al Dio personale. Il nostro riferimento è certamente basato sulla fede in Dio che, secondo Poalo, si auto-rivela pienamente in Cristo Gesù. E sempre secondo Paolo, anche la preghiera rivolta al Dio personale si estrinseca principalmente in due momenti direttamente proporzionati alla conoscenza che si ha di Cristo Gesù, il momento del ringraziamento e il momento della domanda, l’uno con l’altro intrecciantesi. Pensiero che il Beato Duns Scoto utilizza speculativamente attraverso le due auto-definizioni bibliche di Dio: “Io sono colui che sono e colui che agisco” (Es 3,14), e “Dio è carità” (1Gv 1, 4), per fondare la sua interpretazione della storia della salvezza, dando vita a una specifica metafisica e a una specifica teologia in chiave di prospettiva cristocentrica. Ascoltiamo l’Apostolo delle Genti: “Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, … alla Chiesa di Dio che è in Corinto… Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunioe del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!” (1Cor 1, 1.4-9). Primo principio: gloria di Dio. Cristo con la sua avventura storica rivela due avvenimenti essenziali: l’auto-rivelazione di Dio e il suo disegno di salvezza. Di fronte a questa meraviglia, la memoria di ciò che Dio ha fatto sollecita nel credente sentimenti fondamentali di lode e di ringraziamento. Dall’iniziativa divina nasce nel credente il sentimento contemplativo della lode e del ringraziamento come risposta e dovere. Questo agire divino tecnicamente Paolo lo chiama con l’espressione “gloria di Dio”, che indica la stessa natura divina manifestata con segni sensibili. La “gloria” può chiamarsi anche irradiamento esteriore dell’infinità di Dio, e in forza di questo elemento esteriore e sensibile la “gloria” può essere oggetto di contemplazione da parte del credente. Nell’AT sono documentate alcune manifestazioni di Dio nel “culto” per mezzo del fuoco o della nube (al Sinai, all’ingresso del Tabernacolo… Es 16,10. 24, 17); nella “storia” al passaggio del Mar Rosso, miracolo della manna… (Es 14, 4-18); i Salmisti celebrano la gloria di Dio nella creazione; i Profeti annunciano che un giorno la “gloria di Dio” si sarebbe manifestata su tutta la terra a vantaggio degli uomini. Gli agiografi del NT hanno visto l’adempimento della profezia nel mistero dell’Incarnazione: nascita morte resurrezione e ascensione al cielo di Cristo Gesù, con le dovute differenze tra autore e autore. I Sinottici, per es., concentrano la loro attenzione sul segno della Trasfigurazione, per esprimere la “gloria di Dio”; Giovanni, invece, presentando i miracoli come “segni”, inculca l’idea che gli stessi miracoli manifestano la “gloria di Dio”; Paolo, infine, parla della “gloria” di Gesù con riferimento alla resurrezione e ascensione al cielo, e, quindi, con significato escatologico. Paolo sintetizza al massimo questo primo aspetto della preghiera con la pienezza della rivelazione di Dio in Cristo Gesù, come Mediatore, per il dono dell’esistenza; come Redentore, per il dono della grazia; e come Glorificatore, per il dono della gloria. Secondo principio: la domanda. La preghiera di domanda se considerata in sé, cioè avulsa da ogni riferimento al Regno o alla Gloria di Dio, potrebbe impantanarsi e isterilirsi, perché le richieste non sempre sono in armonia con la salvezza. Per evitare tale pericolo, Paolo enuncia un principio generale: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10,31). Dietro qualsiasi domanda, Paolo è come cristallizzato intorno alla gloria di Dio, nel senso che alterna ringraziamento e implorazione, come il movimento dell’onda del mare verso la riva, del flusso e riflusso, come quello della cozza che si apre per mangiare e si chiude per digerire, o come quello del cuore in diastole e in sistole: ogni implorazione deve avere il suo termine e compimento nel ringraziamento definitivo del Regno. In questo modo la preghiera conserva il suo valore di fede e di dedizione “per completare ciò che manca ancora alla fede”(1Ts 3,10) di coloro ai quali ha fatto conoscere il Vangelo, perché crescano nella speranza e facciano crescere la carità, fino “alla pienezza della conoscenza di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale” (Col 1,9-10), al fine di “comprendere quale sia la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità della carità di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3,18-19). Principio che in Duns Scoto si traduce con il relativo motto “Ora et Cogita, Cogita et Ora” (pregare studiando e studiare pregando), che da un lato sintetizza alla perfezione il metodo di indagine del Pensatore francescano tra fede e ragione, tra divino e umano, tra teoria e prassi, tra pensare e agire, tra speculazione e attività, tra contemplazione e apostolato; e dall’altro costituisce il vero e autentico pensare cristiano e francescano, senza eccedere nell’uno o nell’altro scoglio del dilemma, anche se a volte nella storia sembrano esserci delle profonde eccezioni Terzo principio: pregare sempre. In sintonia con il precetto di Cristo di “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1), Paolo è in continuo movimento di preghiera e di lavoro, in perenne atteggiamento di orante, in continuo stato d’animo permanente, in costante disposizione dello spirito. Più che pregare si può dire che è preghiera. Sublime sintesi del suo pensiero spirituale. E questo suo stato d’animo, lo richiede anche ai suoi fedeli. Così per es., scrive: “state sempre lieti, pregate senza posa, in ogni cosa rendete grazie; questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18). La volontà di Dio si riferisce all’intera triade gioia-preghiera-rendimento di grazie, che costituisce anche la maniera non solo di pregare ma anche di vivere, dal momento che tra pregare e vivere c’è profonda unità e comunione. La gioia o la perfetta letizia – come effetto della salvezza – è assicurata e alimentata dalla preghiera, che feconda le radici dello spirito. E così ritorna il ciclo ermeneutico espresso agli Efesini: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della crezione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1, 3-5). La preghiera allora è la nostra risposta di fede al dono divino: quanto più è sentita la chiamata, tanto più è semplice e profonda la risposta, che si riveste di gioia e di pace al presente e al futuro. La disponibilità alla preghiera se da un lato esclude ogni formalismo, dall’altro si esprime in ogni forma dello Spirito, così che il colloquio interiore con Dio si riflette anche negli atteggiamenti e nelle parole. E’un modo di esprimere la continuità della preghiera nella vita e con la vita, come il motto del Beato ha ben tradotto e consegnato alla storia “Ora et Cogita, Cogita et Ora”, fatto proprio dal cristiano che si lascia incantare ed entusiasmare dalle meraviglie dell’amore divino nella sua massima libertà, che il Pensatore francescano ha saputo interpretare e costruire una perfetta e armonica visione teologica imperniata nella persona del Cristo, fondamento cuore e culmine del disegno di Dio, modello esemplare di ogni perfezione umana e spirituale e dono giusto per chiunque lo accetta con fede e lo vive nell’amore. Terzo tratto: “L’amore di Cristo ci spinge”(2Cor 5, 14) Con questo tratto si vuole accennare alla dimensione mistica della preghiera in Paolo, come esempio e modello anche per la nostra vita di preghiera. Se per vita mistica s’intende comunemente un senso spirituale di passività nei confronti dell’azione di Dio, e un’ansia apostolica di annunciare la parola divina, allora Paolo è non solo un vero mistico, ma è anche il più grande di tutti i mistici della storia della santità. Il primo aspetto dell’esperienza mistica di Paolo può essere chiamato “mistica contemplativa” (dal greco epìgnosis o conoscenza profonda del mistero), mentre il secondo aspetto “mistica dinamica” (dal greco dynamis o investitura della missione di evangelizzare). Questi due aspetti della vita mistica di Paolo hanno origine nell’esperienza unica e irripetibile della cristofania sulla via di Damasco: c’è la rivelazione del Cristo che illumina Paolo fin nel profondo, e anche la presa divina che essa comporta. Ascoltiamo Paolo: “Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2Cor 5,14-17). Tenendo presente questo contesto insieme ad altri significativi passi sparsi un po’ per tutte le sue lettere, si può distinguere la riflessione in due momenti principali, come suggeriscono gli stessi termini epìgnosis e dynamis, ossia contemplazione e potenza, carattere contemplativo e carattere dinamico. Il primo, quello della mistica contemplativa, può essere fondato sulla meravigliosa espressione “l’amore del Cristo ci spinge”, che riporta all’esperienza interiore fatta del Cristo risorto che segna profondamente l’esistenza e l’attività spirituale di Paolo. La cristofania del mistero della resurrezione viene da Paolo stesso paragonata alla conoscenza del Cristo: “conoscere Cristo e la potenza della sua resurrezione” (Fil 3,10). E’ un “conoscere” non basato solo sull’esperienza esteriore del comune processo conoscitivo umano, ma è un “conoscere” basato su un’esperienza interiore, il cui germe di vita nuova gli è stato gettato nell’animo dallo stesso Cristo, quando lo invase sulla via di Damasco. La “nuova creatura” in Paolo è dono di Cristo e costituisce anche il modello per tutte le “nuove creature” che si svilupperanno all’ombra della fede in Cristo. La differenza tra l’esempio di Paolo e gli altri fedeli è dato dal fatto che in Paolo il dono dell’esperienza divina è completo diretto e immediato, anche se la consapevolezza è soggetta alle leggi del progresso storico-esistenziale, mentre nell’uomo il dono di fede viene dato in germe da sviluppare e crescere con il contributo fattivo del ricevente, riconfermando ancora una volta il principio della lettera agli Ebrei: “Colui che santifica e coloro che sono santificati appartengono alla stessa origine o natura” (Eb 2,11). Il termine che richiede una certa attenzione è quello di “conoscere”(epìgnosis), che Paolo utilizza nell’esprimere la conoscenza del mistero di Cristo risorto, e che s’identifica con quello di “fede” e di “amore”, con la precisazione che la fede è più statica, mentre la conoscenza è progresso e crescita conformemente al progresso della carità, che detiene sempre un certo primato (cf 1Cor 13,13). Oltre a questa differenza teologica, c’è anche una differenza essenziale insita nella stessa semantica del termine conoscere in base al termine episteme, nel senso che si conosce una cosa quando se ne conosce la causa. Nella classicità due sono i significati più importanti del termine “conoscere”: quello strettamente intellettuale e quello che si estende verso la sua operosità; il primo è un sapere per il sapere, l’altro un sapere per agire. Entrambi questi significati poggiano su impegno e forze proprie dell’uomo, e si aprono al massimo verso la contemplazione di una Divinità impersonale, cioè che non ha né può avere alcun legame o relazione con il mondo umano e tanto meno con il cosmo. In Paolo invece il termine epìgnosis ha un ardente tensione verso il Dio personale “il Quale è al di sopra a tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,6), e dal cui amore in Cristo Geù niente può separarlo “né morte né vita, né presente né avvenire… né alcun’altra creatura” (Rm 8,38). Questa conoscenza del mistero o epìgnosis non appartiene all’ordine umano del processo conoscitivo, ma è dono e frutto dello Spirito di Sapienza e di rivelazione. Per questo motivo è stato avvicinato alla stessa natura della fede e dell’amore. Evidente quindi che l’oggetto di tale conoscenza forte o biblica riguarda direttamente il mistero del disegno di Dio rivelato in Cristo Gesù prima della fondazione del mondo… Il secondo momento, invece, quello della mistica dinamica, deriva ugualmente dal termine epìgnosis, che rivela nello stesso tempo la dimensione operativa e dinamica, perché da esso riceve forza ed efficacia. In molti passi delle sue lettere, Paolo insiste su questo punto specialmente in quelle in cui rivelano il tratto autobiografico. Per es., ai Galati rivendica la sua autorità apostolica di fronte ai falsi apostoli: “Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunciassi in mezzo ai pagani” (Gal 1, 15-16). Da questo riferimento autobiografico, si può ricavare anche il significato dato all’aspetto di “mistica dinamica”: annunciare il Vangelo, testimoniare il Cristo risorto e convertire i pagani. Caratteristiche che coincidono pure con i grandi temi della mistica dinamica di Paolo. E’ convinto che la grazia dello Spirito gli infonde sia l’ardore missionario, sia la forza che sostiene la sua fragilità. Così trova riscontro il versetto “l’amore del Cristo ci spinge”, ci domina, ci comprime. Paolo sperimenta in sé la potenza dello Spirito che con il suo dinamismo interiore lo obbliga ad avangelizzare: “guai a me se non non annunciassi il Vangelo”(1Cor 9,16). Questa potenza dello Spirito è lo stesso Spirito di Cristo a cui dà testimonianza: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Di questa esperienza mistica Paolo ne è pienamente consapevole, dal momento che scrive: “Io Paolo, il primogenito di Cristo per voi Gentili”(Ef 3,1). A questa esperienza mistica di Paolo rivelata dallo Spirito, può essere avvicinata con molta convinzione l’esperienza mistica del Beato Giovanni Duns Scoto, che ha avuto l’ardire speculativo di penetrare con il suo ardente cuore, pazzo di Cristo, nel maestoso e sublime disegno di Dio, fondamento di ogni mistica umana, secondo la teoria degli istanti logici dell’agire divino, già citato sopra ma lo si richiama per la sua potente bellezza: “In primo luogo, Dio ama se stesso; in secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri; in terzo luogo, Dio vuole essere amato da un altro che lo possa amare sommamente, e parlo di un amore a lui estrinseco; e in quarto luogo, prevede l’unione [ipostatica] della natura umana destinata ad amarlo sommamente, anche se nessuno avesse dovuto peccare”. Intuizione di ineffabile fecondità, perché rivela l’agire di Dio nel suo mistero d’amore in sé e fuori di sé, che costituiscono i due misteri principali della fede cristiana: unità e trinità di Dio e Incarnazione della seconda persona divina. Misteri che solo la stessa autorivelazione di Dio, come abbiamo più volte affermato, ha potuto concedere all’uomo di conoscere in Cristo, l’unico rivelatore di Dio e unica sua immagine visibile. Solo in Cristo si può conoscere il mistero di Dio e anche il suo disegno d’azione amorosa. Su questa intuizione del Primato di Cristo, il Beato ha costruito la più ardita visione teologica della storia della salvezza nel suo complesso che abbraccia anche la dimensione cosmica. Quarto tratto: “Piacque a Dio fare abitare in Cristo ogni pienezza” (Col 1, 19) Questo versetto appartiene al famoso e stupendo inno cristologico che ora leggiamo per intero, così da avere presente il contesto immediato: “Egli [Cristo] è immagine del Dio invisibile, generato prima della creazione del mondo; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili… Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza” (Col 1, 15-18). Come si vede Paolo presenta le credenziali della persona di Cristo nel disegno della salvezza di Dio. Nel v. 15 è presentato Cristo nella sua identità sostanziale con Dio-Padre attraverso la meravigliosa affermazione “immagine visibile di Dio invisibile”. Che Dio sia invisibile è insegnamento esplicito e formale come Scrittura così della Filosofia. Lo afferma con chiarezza ed evidenza anche Giovanni alla fine del Prologo: “Dio nessuno l’ha mai visto” proprio Cristo “lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il v. 16 descrive di Cristo la sua azione di unico Mediatore con la creazione di tutto ciò che esiste, nei cieli e sulla terra, “e tutte le cose sussistono in Cristo”, che abbiamo già commentato nell’articolo precedente, a cui è bello aggiungere la specifica di Giovanni “tutto è stato fatto per mezzo di Cristo [cioè da Cristo], e senza Cristo niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3), che perfeziona e completare la forza dell’affermazione di Paolo. Il v. 18 descrive la funzione ecclesiale di Cristo: è Capo della Chiesa e principio di coloro che risusciteranno per partecipare alla vita della gloria eterna di Dio, come aveva già scritto ai Galati: “perché ricevessimo l’adozione a figli… ed essere erede per volontà di Dio” (Gal 4,5-7). Nel versetto 19 “piacque a Dio di fare abitare in Cristo ogni pienezza”, il termine che necessità di essere chiarito è quello di “pienezza”. Si possono distinguere due sensi generali di “pienezza”: uno comune, con il significato di “riempire qualcosa o qualcuno perché sia pieno, completo o perfetto”; e uno escatologico che abbraccia vari significati, come per es. “pienezza del tempo”, “compimento della volontà di Dio”, “essere pieni dello Spirito Santo”, “pienezza di Cristo”, ecc. Come esempio del primo senso si può utilizzare l’elogio di Giovanni Battista fatto da Gesù: è il più grande del VT, ma è il più piccolo nel NT; l’espressione di Luca per la Vergine: “piena di grazia”; la differenza dichiarata da Paolo tra peccato e grazia: in Adamo abbondò il peccato, in Cristo sovrabbondò la grazia. Del secondo senso, si possono tener presente i rispettivi significati: di Paolo ai Galati, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio nato da donna” (Gal 4,4), per indicare che il tempo è compiuto ed arrivato per manifestare il disegno della salvezza di Dio, nell’evento di Cristo, che per sé non rientra nelle condizioni o attese umane, ma è esclusivo dono di Dio. Come compimento della volontà di Dio si può tener presente il passo ai Romani in cui Paolo afferma che il compimento della legge trova la sua massima pienezza nell’amore o nella carità, che viene confermato anche da Matteo: “chi ama il prossimo ha adempiuto la legge” (Mt 22,39); e da Giovanni: “tutta la legge trova la sua pienezza nell’amore” (Gv 13, 44). Anche il senso di “pieno di Spirito” ha molti esempi, tra cui: Giovanni Battista che è pieno di Spirito Santo fin dal seno materno (Lc 1); di Gesù al battesimo: “pieno di Spirito Santo, Gesù si allontanò dal Giordano” (Lc 4, 1); alla Pentecoste “tutti furono pieni di Spirito Santo” (At 2, 4). Per quanto riguarda il significato cristologico dato da Paolo all’espressione “ogni pienezza”, bisogna precisare alcune cose. Già nei versetti precedenti aveva elencato le caratteristiche divine di Cristo, per cui non può riverirsi alla pienezza della “divinità” già affermata, ma deve riferirsi a tutto ciò che è fuori del concetto divino, cioè deve riguardare tutto ciò che la natura umana (eccetto il peccato) esige ed esprime alla perfezione. Difatti il successivo testo “in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9), è una conferma nel senso che il Padre in Cristo vuole partecipare la divinità anche ai “figli di adozione”, come viene confermato in più punti da Paolo: “In Cristo anche voi… avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo” (Ef 1,13-14), che permetterà “di comprendere… quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità… di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza, perché siete stati ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 18). Come si può vedere l’espressione paolina è molto complessa e di non facile soluzione. Alla luce della visione teologica del Beato, si può così riassumere il senso dell’espressione paolina: l’Incarnazione è il mistero principale che rivela il mistero di Dio e il suo disegno di salvezza, e con il suo Primato la natura umana del Cristo è alla testa della famiglia umana e dell’intero universo creato, per partecipare il dono della salvezza generale (Ef 1, 10; Rm 8,19-22; 1Cor 3,22; 15, 20-28), così da interpretare anche l’affermazione: “Benedetto, sia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ch ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Crsto… predestinandoci a essere suoi figli adottivi in Cristo” (Ef 1, 3). A fondamento del pensiero teologico di Duns Scoto c’è proprio tutto Paolo e anche Giovanni, come ha notato stupendamente anche Paolo VI nella sua immemorabile Lettera Apostolica Alma parens del1966: “Lo spirito e l’ideale di San Francesco d’Assisi si celano e fervono nell’opera di Giovanni Duns Scoto, dove fa alitare lo spirito serafico del Patriarca Assisiate, subordinando al sapere il ben vivere. Asserendo egli la eccellenza della carità sopra ogni scienza, l’universale primato di Cristo, capolavoro di Dio, glorificatore della Santissima Trinità e Redentore del genere umano, Re nell’ordine naturale e soprannaturale, al cui lato splende di originale bellezza la Vergine Immacolata, Regina dell’universo, fa svettare le idee sovrane del la Rivelazione evangelica, particolarmente ciò che San Giovanni Evangelista e San Paolo Apostolo videro nel piano divino della salvezza sovrastare in grado eminente” (n. 9). Quinto tratto: “La gloria di Dio è sul volto di Cristo”(2Cor 4, 6) In quest’ultimo tratto si vuole evidenziare l’aspetto conclusivo della preghiera autentica che sfocia nella gloria finale del Regno. Ai Romani Paolo scrive “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3,23). Poiché ciò che unisce a Dio è la “grazia”, si possono considerare come sinonimi sia la “grazia” che la “gloria”, con la differenza che la grazia è sempre mezzo per entrare nella gloria, che oltre alla ragione di fine esprime anche la stabilità della stessa grazia. Autore della grazia e della gloria è Cristo Gesù, allora l’espressione “la gloria di Dio” s’identifica con lo stesso Cristo Gesù, onniabbracciante tutte le fasi preistoriche storiche e metastoriche della salvezza, cioè predestinazione incarnazione redenzione e glorificazione. In questo modo, si può anche dire che “la gloria di Dio” è auto-rivelazione di Dio, irradiamento esteriore della sua infinita maestà, ossia l’immagine visibile di Dio invisibile, e come tale può essere oggetto di studio, di contemplazione e di culto. Oltre al contesto ai Corinzi circa il valore della predicazione del Vangelo, Paolo descrive “la gloria di Cristo” anche come conseguenza del suo profondo abbassamento, descritto specialmente anche nella lettera ai Filippesi: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”(Fil 2,5-11). Il testo ai Corinzi così recita: “Se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio… E Dio disse: ‘Rifulga la luce dalle tenebre’, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”(2Cor 4,3-6). In questi testi, Paolo vuole affermare che la gloria di Dio rifulge nell’abbassamento del Verbo nell’Incarnazione, cioè in Cristo Gesù. E, con una scelta di termini ben oculata, cerca di esprimere al meglio il significato del soggetto della nostra riflessione “la gloria di Dio è sul volto di Cristo”. Difatti, il termine “forma”del testo ai Filippesi indica il modo con cui un essere è e si manifesta; il suo manifestarsi riflette esternamente il suo essere interiore. Ed è anche il senso forte del termine “immagine” [Cristo è Immagine visibile di Dio invisibile]. Per sé, quindi, Cristo avrebbe dovuto riflettere sempre esteriormente sul suo volto la gloria di Dio. Invece, ordinariamente Cristo appariva a chi lo vedeva come un semplice “uomo”, nessuno ha potuto sospettare che dietro all’essere umano ci fosse anche il vero Dio, perché divenne tutto simile agli uomini, eccetto il peccato (Eb 4,15). E questo costituisce il significato di “abbassamento” o “umiliazione”, che lo faceva apparire nella “condizione o forma di schiavo”, cioè in un modo in cui l’esteriore non manifestava l’interiore di Cristo, perché non ancora era giunta la sua “ora”. Quindi, c’è un atto di volontà e di scelta, da parte di Cristo, che una volta solo ha voluto parteciparla ad alcuni dei discepoli sul monte Tabor, con il fenomeno della Trasfigurazione, in cui la sua umanità divenne veramente in senso forte “forma” [morphè], da fare esclamare a Pietro “E’ stupendo stare qui”! Ed è proprio questo lembo d’irradiamento della gloria di Cristo, che Paolo contemplò sulla via di Damasco, il giorno della sua chiamata, quando “lo avvolse una luce dal cielo” (At 9,3), che lo rese cieco, fino al momento di ricevere in dono la fede. Appena giunse l’ora di Cristo, quella della Croce, accettata in perfetta obbedienza per la glorificazione del Padre e per l’amore degli uomini, avviene il trionfo dell’esaltazione “attirerò tutti a me”. E’ l’ora della Risurrezione e dell’Ascensione, i due aspetti o momenti della Glorificazione definitiva dell’umanità di Cristo, al cospetto del Padre. Paolo: “Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”(Fil 2,9-11). Così Cristo è proclamato e riconosciuto nell’ordine celeste, nell’ordine terrestre e nell’ordine degli ìnferi come Re dell’Universo assoluto, come viene affermato teologicamente dal Beato Giovanni Duns Scoto con il Primato ontologico di Cristo. Dal contesto di 2Cor 4,3-6, si evince che la “gloria di Dio” meritata da Cristo viene partecipata agli uomini unicamente mediante la fede in Cristo stesso, credere cioè che Cristo è veramente vero Dio e vero Uomo, in tutta la sua triplice portata di unico Mediatore, di unico Redentore e di unico Glorificatore. Così Paolo: “Se confesserai con la bocca che Cristo è il Signore, e crederai con tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. E’ scritto: ‘Chiunque crede in lui non sarà deluso ’ (Is 28, 16). Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, dato che il Signore è di tutti. E’ scritto: ‘Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato ’ (Gl 3,5) ”. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza che uno lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere invitati… La fede dunque dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10, 9-17). Ancora Paolo: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo lo Spirito del Signore” (2Cor 3,18). Testi che esprimono in sintesi il modo come viene partecipata e comunicata agli uomini la gloria di Cristo. Nel primo, la successione degli atti: missione dell’apostolo, annuncio del Vangelo, adesione alla Parola mediante il dono della fede con il battesimo; nell’altro testo, la vita divina viene presentata con il termine di “gloria”. Quasi certamente, qui nel secondo testo, Paolo rivive l’esperienza dell’irradiazione esteriore della gloria di Dio, che segnò la sua chiamata. I due termini – grazia e gloria – non sono perfettamente identici, hanno delle differenze: la gloria dà l’idea della forza invincibile, della pienezza, della luce e dello splendore. Da questo momento della fede, inizia, secondo il Beato Duns Scoto, l’immagine della vita cristiana come una corsa instancabile nello stadio della vita per raggiungere il traguardo della perfezione ed entrare interamente e pienamente nella gloria di Cristo, così da poter esclamare: non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Tutti siamo nello stadio della vita e tutti corriamo per ottenere il premio finale, la glorificazione nel Regno di Dio. Immagine espressa dal Beato anche con quella di raggiungere la Verità con la continua applicazione del suo metodo, di fede e di riflessione in continuo dinamismo. La Verità rende liberi e, quindi, maturi per il premio della gloria Ecco tracciato lo schema dell’avventura umana come ricerca continua di Dio, rivelato dal suo disegno in Cristo Gesù, di cui ogni uomo ne porta immagine e significazione, per identificarsi e partecipare della sua Gloria. Paolo di Tarso e Duns Scoto sono due esempi per gli aspiranti campioni.

San Martino di Tours

San Martino di Tours dans immagini sacre St-Martin-of-Tours3

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GIOVANNI PAOLO II – CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN MARTINO – OMELIA (1996)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1996/documents/hf_jp-ii_hom_19960921_morte-san-martino.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

SANTA MESSA IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN MARTINO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Base aerea 705 di Tours – Sabato, 21 settembre 1996

Cari Fratelli e care Sorelle,

1. “Canterò senza fine le grazie del Signore” (Sal 88, 2). In Francia da sedici secoli la Chiesa canta l’inno alla carità. Attraverso la testimonianza di uomini vivi la Chiesa canta l’inno alla carità scritto da san Paolo nella lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 13, 1-13). Questo inno si eleva da numerose regioni del vostro Paese. San Martino di Tours è un importante testimone della carità evangelica. Ogni anno, l’11 novembre, la liturgia ci ricorda la sua nobile figura. La sua vita è la narrazione delle meraviglie che Dio ha compiuto in lui. Gli eventi che la compongono sono diventati, per così dire, simbolici: legati alla figura di questo santo, prima soldato e poi Vescovo, sono stati conosciuti in tutta la Chiesa. La città in cui fu Vescovo accoglie oggi il Vescovo di Roma, garante dell’unità della Chiesa per la quale Martino operò. Ringrazio di cuore Monsignor Jean Honoré, Arcivescovo di Tours e successore di san Martino, per le parole di benvenuto che mi ha rivolto e saluto di tutto cuore i Cardinali e i Vescovi della Francia e degli altri Paesi che si sono uniti a noi, vi saluto tutti, cari fedeli di questa Diocesi e delle Diocesi vicine. L’anno martiniano in corso è per voi un’occasione privilegiata per riaffermare la parte migliore del vostro patrimonio spirituale. Penso in particolare ai cristiani di Blois e del Loir-et-Cher, la cui Diocesi è stata fondata tre secoli fa. Porgo il benvenuto ai membri dell’Ufficio del Consiglio delle Chiese cristiane in Francia, che oggi hanno voluto unirsi alla nostra preghiera. Saluto di cuore le personalità civili che partecipano a questa celebrazione in onore di una grande figura della vostra nazione. 2. Nato a centinaia di chilometri da qui, in Pannonia, vale a dire in Ungheria, Paese che ho appena visitato, san Martino percorse distanze considerevoli per “annunciare la Buona Novella ai poveri”. Oggi ringrazio il Cardinale László Paskai per aver intrapreso lo stesso cammino. Per amore di san Martino. Il suo culto si diffuse non solo in Francia, ma in tutta l’Europa. La forza duratura della sua influenza svolse un ruolo importante nella conversione di re Clodoveo e nella vita del popolo francese. Migliaia di chiese e di parrocchie presero il suo nome. Conosciamo tutti il famoso evento della vita di san Martino, che ebbe luogo il giorno in cui, ancora soldato, egli incontrò un povero, nudo e tremante per il freddo. Martino prese il suo mantello, lo divise a metà e con esso coprì l’infelice. È proprio questo che dice il Vangelo secondo Matteo che abbiamo appena ascoltato: “(ero) nudo e mi avete vestito” (Mt 25, 36). Durante il giudizio universale, Gesù rivolgerà queste parole a coloro che porrà alla sua destra, a quanti avranno fatto del bene. Essi allora domanderanno “Signore, quando mai ti abbiamo veduto . . .? Quando ti abbiamo visto . . . nudo e ti abbiamo vestito?” (Mt 25, 38). E Cristo risponderà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Donando al povero di Amiens la metà del suo mantello, Martino ha tradotto in un gesto concreto le parole di Gesù che annunciano il giudizio universale: quando alla presenza del Figlio dell’uomo si riuniranno “tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra” (Mt 25, 32-33). Egli dirà a coloro che sono alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). Contemplando la vita di san Martino, e soprattutto il suo ardore nel praticare l’amore verso il prossimo, la Chiesa è giunta subito alla conclusione che il Vescovo di Tours si trovava nel novero degli eletti. 3. Per riconoscere il Cristo presente in ognuno dei suoi “fratelli più piccoli” (Mt 25, 45) bisogna avere percepito la sua presenza nel raccoglimento interiore. Uomo di preghiera, Martino si lasciò completamente prendere da Cristo. Poté affermare, come san Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). La sua esistenza fu contrassegnata dalla ricerca della semplicità. Chiamato suo malgrado all’episcopato, conservò il suo senso d’umiltà e rimase il monaco che aveva voluto essere fin dalla sua adolescenza. Lui, che fu uno dei fondatori del monachesimo d’Occidente, si preoccupò di avere al suo fianco, vicino a Tours, una comunità monastica per condurre una vita di lode alla gloria di Dio e praticare le virtù cristiane, in particolare il perdono ricevuto e concesso. 4. Evangelizzatore dei villaggi e delle campagne, Martino fu un fondatore la cui opera sussiste ai nostri giorni come appello a diffondere il Vangelo fino ai confini della terra (cf. Mt 28, 20). Cari Fratelli e care Sorelle, l’edificazione della Chiesa prosegue. Animate le vostre parrocchie e le vostre comunità con tutta la forza della speranza! Occorre chiedersi: come può la comunità cristiana proporre e difendere i valori evangelici in un mondo che spesso li ignora? Lasciatevi prendere dalla parola di Cristo e mettetela in pratica nella vita di ogni giorno! Ascoltate la parola che la Chiesa trasmette a nome del Signore, sappiate comprenderla e trasmetterla in modo chiaro! Avete ricevuto doni diversi ma in un unico Spirito (cf. 1 Cor 12, 4). Alcuni si dedicano all’animazione della comunità insieme ai loro Pastori, in primo luogo per rendere la liturgia viva e bella; altri si pongono più spontaneamente al servizio umile e generoso dei poveri, degli stranieri, dei malati; altri ancora sapranno meglio portare ai propri fratelli e alle proprie sorelle la Buona Novella, per dire loro come Cristo illumina le vie della vita. Che ognuno accolga nella preghiera ciò che lo Spirito gli suggerisce, che ogni battezzato, di qualsiasi età, si assuma la sua parte di responsabilità e di servizio, in seno a comunità ecclesiali unite, aperte e amichevoli! Avanzerete così lungo il cammino tracciato da san Martino: egli aveva compreso che Cristo vuole raggiungere tutti gli uomini e dire loro che sono amati da Dio e chiamati a conoscerlo. Gesù ha dato la vita per amore di tutta l’umanità. E voi, che siete configurati a Cristo attraverso il battesimo, come risponderete al suo amore? 5. San Martino rimase un buon Pastore fino alla fine. Il racconto della sua morte ci è stato tramandato. Egli fece sue le parole di san Paolo: “Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia” (Fil 1, 20). Ciò che leggiamo nella Lettera ai Filippesi costituisce, in un certo modo, il modello al quale si è conformato. Come san Paolo, poteva dire: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne” (Fil 1, 21-24).Prossimo alla morte Martino, come l’Apostolo, espresse il suo desiderio di morire per essere con Cristo e accettò di continuare a servire come Pastore se gli uomini avevano bisogno di lui. Questo atteggiamento simboleggia tutta la verità dell’esistenza cristiana. 6. Il Vangelo è la via che conduce a Cristo e, attraverso di Lui, alla casa del Padre. Tutti i suoi discepoli vogliono raggiungere questa casa; essi desiderano essere con Cristo. Una tale prospettiva tuttavia non dispensa coloro che professano Cristo dall’impegnarsi nella vita quotidiana. Seguendo Cristo, gli uomini della tempra di san Martino sono consapevoli che il cammino passa per le molteplici forme di servizio del prossimo, incominciando dalla prima di esse, l’annuncio della salvezza operata da Cristo. Tale servizio vi farà avanzare verso la casa del Padre lungo le vie aperte da Cristo. Fratelli e Sorelle, san Martino vi lascia una testimonianza eccezionale di appartenenza a Cristo. La sua totale disponibilità è per voi un modello e un incoraggiamento: continuate ad annunciare il Vangelo, proprio come fece lui, “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (2Tm 4,2)! Offrite la vostra vita a Cristo con fiducia e serenità: egli la prenderà e le permetterà di dare il meglio di sé. San Martino è stato un apostolo ammirevole, ma non è sufficiente ricordarlo. Nelle diverse condizioni presenti, siate a vostra volta membri vivi della Chiesa viva, comunità unite e accoglienti, che sappiano rendere conto della speranza che è in loro (cf. 1 Pt 3, 15). Solo pochi anni ci separano ancora dal terzo millennio: siate puntuali all’appuntamento! San Martino di Tours vi accompagna. Beati siete voi, cristiani di Francia, che avete meritato di ricevere un tale Patrono agli albori della vostra storia! Grazie Chiesa di Tours. Che il sole ti accompagni oggi come ieri a Sainte-Anne-d’Auray! Auguri!

Copyright 1996 – Libreria Editrice Vaticana

LA SECONDA LETTERA AI CORINZI – LA GLORIA DEL MINISTERO

http://www.cistercensi.info/monari/2004/m200411106.htm

Esercizi per sacerdoti

LA SECONDA LETTERA AI CORINZI – LA GLORIA DEL MINISTERO

SESTA MEDITAZIONE

10 Novembre 2004

(…) e davanti agli occhi del nostro cuore l’immagine gloriosa del tuo Figlio, perché in Lui possiamo riconoscere il tuo amore e la tua misericordia. E plasma i nostri cuori con la forza dello Spirito, perché possiamo conoscere quello che tu vuoi, desiderare quello che ci chiedi, compiere nella obbedienza della fede il tuo disegno di amore per tutti gli uomini. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.– I – Paolo è ministro del Vangelo Siamo così arrivati al cap. 4 della seconda Lettera ai Corinzi, sempre all’interno di quella apologia del ministero che Paolo deve fare per evitare le accuse di avversari che se la prendono con lui, ma prendendosela con lui mettono una ipoteca anche sul Vangelo che Paolo ha annunciato, e quindi sul cammino di fede che la comunità di Corinto ha percorso. Paolo dice così: «[1]Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo; [2]al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. [3]E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, [4]ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio. [5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. [6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 1-6). 1. Se Paolo è ministro del Vangelo lo è solo per una scelta libera e gratuita e immeritata da parte di Dio. Dunque, se Paolo è ministro del Vangelo – ministro (come abbiamo sentito) della Nuova Alleanza – non è certamente per un merito suo, per doti particolari umane di cui lui sia portatore, ma è solo per una scelta libera e gratuita e immeritata da parte di Dio. Questo discorso Paolo lo rifà frequentemente, anche perché ritornando sulla sua esperienza è costretto a riconoscere, e lo fa con gioia, che la sua vocazione non era preparata certamente da lui: è stato chiamato quando era persecutore della Chiesa, quindi in un atteggiamento che non meritava niente davanti a Dio. Se rileggete il cap. 1, 11-16 della Lettera ai Galati, ritrovate questa dimensione chiarissima di consapevolezza di Paolo, il quale può solo rispondere alla chiamata di Dio con la disponibilità della sua chiamata: il «non ci perdiamo d’animo». Dove, il “non ci perdiamo d’animo”, intendetelo non tanto dal punto di vista psicologico – “non siamo depressi psicologicamente”, ma dal punto di vista concreto; cioè non smettiamo di fare il nostro dovere di apostolo; siamo stati chiamati dal Signore per questo, comunque vada, che vada bene o male, che ci sia un ritorno o un rifiuto, che ci siano tribolazioni o gioie, in ogni modo non smettiamo di predicare il Vangelo: «non ci perdiamo d’animo». 2. Noi presentiamo alle coscienze la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo. E di fronte alle critiche, Paolo può solo appellarsi alla schiettezza di un comportamento che non ha dei sottointesi, che non ha dei doppi fini. Lo abbiamo già visto nella Seconda Meditazione e quindi non ci torniamo sopra nei particolari. Ma il versetto 2 lo riprende e in modo bellissimo: «rifiutando le dissimulazioni vergognose», quindi senza nascondere niente del Vangelo, neanche quello che può fare difficoltà. «(…) senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio», quindi nessuna tattica per ottenere il consenso o per fare pressioni psicologiche sugli ascoltatori: «ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio». L’annuncio del Vangelo è così: “È sotto lo sguardo di Dio”, perché è parola di Dio quella che deve essere annunciata e niente altro. È «davanti a ogni coscienza», perché in fondo la coscienza è solo lei che può dire il sì o il no alla Parola che viene annunciata. Noi presentiamo alle coscienze la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo, e chi ascolta deve ritornare alla sua coscienza e vedere che cosa gli dice la coscienza a proposito di quell’Annuncio e di quella Parola. 3. L’annuncio del Vangelo diventa “velato”, non si riesce a vedere lo splendore che c’è nell’Annuncio dell’amore di Dio per noi, perché la paura e la seduzione del mondo cancella tutto, e il Vangelo perde la sua energia. Ma alla predicazione di Paolo viene fatta una obiezione, e cioè che il suo Vangelo sembra rimanere «velato». E “velato” perché la presentazione non è forte, non è solenne, non è capace di incidere come dovrebbe essere. «[16] (…) Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1, 16). Quando uno annuncia il Vangelo deve avere una energia, una forza immensa; e Paolo invece si presenta con debolezza, la sua predicazione non è così efficace o bella come quella di Apollo; è confrontato con altri predicatori e da quel punto di vista sembra che, almeno per quanto riguarda la retorica, Paolo ci rimetta nel confronto. E quindi criticano Paolo dicendo che alla fine la sua predicazione è debole: “Il Vangelo che Paolo annuncia rimane velato, non manifesta tutta la sua energia, tutta la sua verità”. Ma Paolo risponde: “Può essere vero che a volte il Vangelo che Paolo predica rimane velato, ma non rimane velato perché è predicato male, perché quel Vangelo che viene annunciato non ha tutta l’energia che proviene da Dio: al contrario la forza ce l’ha e tutta!”. Quando rimane velato è per quelle persone «[4]alle quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio». Ora, «il dio di questo mondo» è quel dio, che è il mondo in quanto tale, quando viene percepito come potenza minacciosa o seducente. Era il discorso che abbiamo fatto anche nella Quinta Meditazione, portate pazienza se lo esplicito un po’. Con la parola “mondo” s’intende la realtà: la realtà materiale, la realtà sociale, la realtà culturale… e tutti questi elementi che fanno parte dell’esperienza dell’uomo. Solo che il mondo, l’uomo lo può percepire in modo diverso: lo percepisce dalla sua individualità, dalla sua coscienza. E a volte il mondo – invece che la creazione di Dio da usare nella prospettiva dell’obbedienza a Dio – viene percepito come una potenza dalla quale ci viene la vita e dalla quale ci viene la minaccia della morte. Il mondo è antico e non è stato fatto sulla mia misura, e a volte con questo mondo io mi scontro come di fronte a qualche cosa che è opaco e non riesco a vedere bene, che è rigido e non riesco a plasmare secondo i miei desideri; il mondo mi tocca adattarmi e subirlo, e verrà un momento in cui questo mondo mi schiaccerà e verrà quella volta che dovrò crepare, ma il mondo continuerà a vivere, mentre a me mi toglierà la vita. Il mondo mi può dare la vita: mi dà le 2500 calorie di cui ho bisogno per stare in piedi, e mi darà la morte, mi toglierà la vita. Il mondo inteso così – ed è inevitabile che ci sia questa dimensione – tende a diventare una potenza; cioè una “potenza”, vuole dire: una forza, una specie di destino, alla quale sono costretto a sottomettermi come quello che chiede l’elemosina della vita al mondo, ed è quindi quello che cerca di difendersi dalle minacce del mondo e della morte. Quando succede questo, il mondo è fondamentalmente un idolo, è diventato il mio dio; e quanto questo succede non c’è dubbio che l’“annuncio del Vangelo diventa velato”: non si riesce a vedere lo splendore che c’è nell’Annuncio dell’amore di Dio per noi, perché il mondo cancella tutto, la paura del mondo cancella tutto, la seduzione del mondo cancella tutto, e il Vangelo perde la sua energia. 4. Il Vangelo è potente quando incontrando la coscienza riesce a liberarla dalla presa del mondo, delle cose, e quindi riesce a immetterla dentro al dinamismo dell’amore, della gratuità. Il Vangelo è potente quando si incontra con una coscienza libera o quando incontrando la coscienza riesce a liberarla dalla presa del mondo, delle cose, e quindi riesce a immetterla dentro al dinamismo dell’amore, della gratuità. Non so se sono riuscito a spiegarmi. Provo a prendere due versetti di Giovanni per dire qualche cosa del genere, di sintesi. Uno è al cap. 5 nel discorso con i Giudei. Gesù ricorda le testimonianze che ha a suo favore, quelle del Padre, quelle della Legge, ecc., e dice: «[43]Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. [44]E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5, 43-44). Ora, quando il mondo diventa quel luogo dal quale cerco la mia gloria – cioè il senso della mia vita lo cerco nell’applauso, nel riconoscimento degli altri – evidentemente diventa impossibile la fede; perché la fede è invece accogliere il senso della mia vita come dono da parte di Dio del Padre. Ma fino a che io sono attaccato alla lode degli altri, come quello che dà sostanza alla mia vita – per cui la devo trovare a tutti i costi, debbo pagare qualunque prezzo pur di averla perché è quella che mi fa vivere –, allora la fede diventa impossibile. Un altro versetto Gv 3, 19-20: «[19]E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. [20]Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere». Che, tradotto vuole dire: è impossibile credere fino a che le opere dell’uomo sono opere malvagie – siccome la fede è fede nell’amore di Dio e nella santità che viene da Dio – non posso credere. Il che non vuole dire evidentemente che io sia predeterminato, ma vuole dire che quando il Vangelo è annunciato o io riconosco il mio peccato e mi converto, o altrimenti sono costretto a rifiutare il Vangelo. Sono costretto a dire di no al Vangelo, perché il Vangelo mi chiede la conversione, il Vangelo illumina la mia vita e fa venire a galla tutto il mio egoismo: quindi o lo riconosco come egoismo e lo combatto – ed è quindi il cammino di conversione; oppure se non voglio riconoscere il mio egoismo l’unica possibilità che mi resta è togliere il Vangelo. 5. Quando il Vangelo non è accettato è perché il mondo è diventato dio per l’uomo, ed è il non potere arrivare alla fede. Detto con una immagine (un po’ stupida ma dopo la potete dimenticare). Se ho la faccia sporca e si accende la luce i casi sono due: o mi lavo la faccia e allora posso stare alla luce, o spengo la luce per potere tenere la faccia sporca. Nel momento in cui il Vangelo, che è rivelazione dell’amore di Dio, illumina la vita dell’uomo: o l’uomo cambia pelle e quindi si lascia rinnovare da quella luce riconoscendo il suo errore e facendo il cammino della conversione; o altrimenti inevitabilmente cancellerà la luce, dirà che quella non è luce, che è falsità, è ipocrisia… Allora è questo che sta dietro al discorso di Paolo, perché dice: quando il Vangelo non è accettato, (poi dopo ci sarebbe da ragionare e discutere in lungo su questo, e fare tutte le distinzioni che volete), è perché «il dio di questo mondo» – cioè questo mondo diventato dio per l’uomo – ha accecato la mente incredula, perché l’uomo non possa vedere lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» – non possa vedere che Cristo è bello della bellezza di Dio, è splendente dello splendore di Dio, è vero della verità di Dio, è santo della santità di Dio –; non vedere questo è evidentemente non potere arrivare alla fede, ad accogliere il Vangelo. Ma «il dio di questo mondo», nasconde la gloria di Gesù, la bellezza di Gesù. 6. È a Cristo che deve essere sottomessa la gente, insieme con noi; la comunione nasce esattamente da lì: siamo tutti in grado di riconoscere Gesù come nostro Signore. Questo porta ad una stupenda definizione del ministero (e questa è ancora da imparare a memoria): «[5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4, 5). Quindi la predicazione non è predicazione di se stessi – Paolo non è un leader non ha bisogno di consensi –, ma l’unica cosa che gli interessa è la gioia di Cristo, la gloria del Signore, cioè quello che annuncia il Vangelo. Quindi dirigendo l’attenzione degli uomini non su di sé, per ottenere un riconoscimento di qualunque genere, ma un diritto all’attenzione su Gesù per condurre alla fede e all’amore in Lui. «(…) non predichiamo noi stessi», non ci interessa essere grandi a motivo della fede degli ascoltatori. “Predichiamo Cristo Gesù Signore”. “Signore”, vuole dire che noi gli siamo sottomessi, e che noi vogliamo sottomettere a Gesù la gente, e non a noi… ci mancherebbe altro che la gente fosse sottomessa a noi! È a Cristo che deve essere sottomessa, insieme con noi; la comunione nasce esattamente da lì: siamo tutti in grado di riconoscere Gesù come nostro Signore. «(…) quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù». Ci interessa solo la vostra vita, il vostro cammino di fede. 7. Il primo giorno della creazione si ritrova dentro l’esperienza di ogni uomo che giunga alla fede: “Vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo”. «[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6). Ricordate il primo giorno della Creazione, quando in mezzo al caos dell’origine, Dio pronuncia quella parola: «[3]Sia la luce! E la luce fu. [4]Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre» (Gen 1, 3-4). E quel momento è l’inizio dell’ordinamento del mondo, il caos incomincia a prendere forma, e ci si comincia a vedere, quello che era tenebra è mandato indietro dalla creazione della luce; il primo giorno della creazione, immenso come avvenimento. Ebbene, a Paolo è capitato qualche cosa del genere (cfr. At 26, 9-18), perché quando stava andando a Damasco all’improvviso una luce lo ha accecato, e da quel momento lì in poi Paolo ha visto le cose in tutt’altro modo. Di Gesù Cristo ne aveva sentito parlare anche prima, e se ne era fatto una idea, della chiesa e del credente aveva una sua visione. Ma in quel momento sulla via di Damasco è cambiato tutto, è stato per lui come il primo giorno della creazione, come quel momento in cui Dio ha detto «Sia la luce», e le tenebre che ricoprivano gli occhi di Paolo si sono dileguate, e Paolo ha potuto vedere. E che cosa ha visto? «La gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo», ha visto Cristo glorioso, lo ha visto risplendente della luce di Dio, e quella visione non si è più cancellata dalla memoria del cuore di Paolo. E credo che alla fine sempre l’atto di fede è qualche cosa del genere. Attenzione, s’intende non così splendente come quella di Paolo sulla via di Damasco, ci mancherebbe altro. Ma l’atto di fede è sempre “vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo”: è il mettersi davanti a Dio con la coscienza e dire con la coscienza che Gesù Cristo ha ragione, che il modo giusto di pensare e di vivere e di morire è il Suo; è dire, come dice Pietro: «[68] Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; [69]noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 68-69). È dire una parola di questo genere, è una illuminazione: «(…) né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16, 17). Dicevo, il primo giorno della creazione si ritrova dentro l’esperienza di ogni uomo che giunga alla fede. «[9] Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche Zaccheo era figlio di Abramo» (Lc 19, 9). L’incontro con Gesù comporta o realizza esattamente questo: «[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo». – II – Abbiamo il tesoro in vasi di argilla «[7]Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. [8]Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; [9]perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, [10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 7-12). 1. Solo l’umiltà, solo l’essere piccoli, il sapere di valere niente, può permettere di portare il tesoro del Vangelo. È la potenza di Dio dentro al Vangelo, non la potenza o la grandezza dell’Apostolo. Ebbene, è un po’ che ci sentiamo dire da Paolo la “gloria del ministero”, la “gloria della Nuova Alleanza”, la “gloria del credente”, la “gloria di Cristo che rifulge sopra di noi”… Di tutte queste cose sembra che siamo in un contesto di luminosità, di pienezza, di vittoria. Allora bisogna essere molto precisi, molto concreti: “abbiamo questo tesoro in vasi di argilla”. E “vaso d’argilla” non è solo il corpo. No, vaso d’argilla è la nostra persona umana; vaso d’argilla è l’Apostolo con la sua intelligenza e la sua volontà, è un povero uomo. E tutta questa gloria di cui abbiamo parlato è contenuta in un recipiente di pochissimo valore, anzi è giusto, è necessario che sia così: «[7] abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi». C’è un commento stupendo ebraico al Libro del Deuteronomio che dice: “Come il vino non può essere conservato in recipienti d’oro o d’argento ma solo in quello che è il minimo valore tra i recipienti, cioè in vaso d’argilla, così anche le parole della Torah possono essere conservate solo da uno che si umilia…”. “Solo da uno che si umilia”, perché se uno è arrogante è insopportabile! Che una persona arrogante porti un tesoro come il Vangelo è assolutamente insopportabile, diventa oppressivo per chiunque. Solo l’umiltà, solo l’essere piccoli, il sapere di valere niente, può permettere di portare il tesoro del Vangelo. Quindi il “vaso d’argilla” è necessario! È necessario perché l’uomo non si faccia grande, e perché chi ascolta non si senta oppresso dall’uomo, perché possa riconoscere che è la potenza di Dio ad agire. È la potenza di Dio dentro al Vangelo, non la potenza o la grandezza dell’Apostolo. 2. Paolo conosce Dio, conosce la forza di Dio, e diventa nella sua esperienza una immagine vivente del Vangelo. Allora, per questo Paolo, descrivendo la sua esperienza di Apostolo, fa l’elenco delle afflizioni. Non è l’unica volta, se le volete ritrovare potete leggere: nella prima Lettera ai Corinzi il cap. 4, 9-13; nella seconda Lettera ai Corinzi cap. 6, 4-5; al cap. 11, 23-29; 12, 10; la Lettera Romani 8, 35; quindi ci ritorna sopra molte volte. Qui lo fa in un modo caratteristico, perché descrive una condizione di debolezza, di abbattimento ma che non porta mai ad andare fuori gioco a perdere la partita; per cui dice: «[8]Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; [9]perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi». Dice un commentatore americano che “siamo sempre knock down, ma non ci capita mai di essere knock out”. “Non sono mai in ko, al tappeto, al tappeto fin che volete ma l’arbitro non riesce a contare fino a dieci”: al nove si rialza e riparte e combatte e ricomincia daccapo. L’immagine a cui Paolo fa riferimento dovrebbe essere quella del lottatore, di un lottatore che le prende, che è contorto, viene lacerato, ma non cede mai. E “non cede mai” non per una sua forza intrinseca, ma per la liberazione di Dio. Questo discorso del “non cede mai” uno potrebbe anche prenderlo in una prospettiva storica. Seneca, testimone dello stoicismo, dice che “la persona retta sta forte e diritta sotto qualsiasi peso, perché conosce le sue forze, sa quello di cui è capace”. Ma Paolo non sa quello di cui è capace, e non sono le sue forze che lo fanno rialzare in piedi ma è la forza del Signore: conosce Dio, conosce la forza di Dio, e diventa nella sua esperienza una immagine vivente del Vangelo. 3. L’esperienza di Paolo è quella del “chicco di grano” che muore per potere vivere ed essere fecondo E di fatto la vita e la morte di Paolo sono vita e morte per la vita dei Corinzi. La sua unione con Gesù si esprime in questa partecipazione alle Sue sofferenze. «[10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 10-12). La cosa interessante è che quando qui si parla di “morte”, Paolo non usa il termine normale zantos che è la morte, ma usa il termine nekrôsis. E nekrôsis, vuole dire: il processo di morte, il morire quotidianamente, ogni giorno un pezzo di lui muore; le sofferenza a cui egli si sottomette ogni giorno per il ministero lo uccidono un poco la volta. C’è questo processo che Paolo sperimenta in sé, ma nello stesso tempo quel processo è semplicemente parte del mistero Pasquale, del mistero di morte e di vita, di vita perduta e di risurrezione. E quella vita nuova che scaturisce dalla adesione a Cristo si manifesta sempre più intensamente in Paolo; insomma, la sua esperienza è quella del “chicco di grano” che muore per potere vivere, per potere essere fecondo (cfr. Gv 12, 24). E di fatto la vita e la morte di Paolo sono vita e morte per la vita dei Corinzi: «[12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita». Fa impressione questa affermazione, si può dire che in qualche modo il dinamismo della morte di Gesù – Gesù muore perché noi possiamo vivere, “il mio corpo che è dato per voi perché voi viviate, e il mio sangue che è versato per voi perché il mondo viva” –, questo dinamismo di morte che fa vivere, è partecipato anche dall’Apostolo. Chiaramente la Redenzione la fa solo Gesù Cristo, non c’è dubbio, però quella Redenzione che Gesù Cristo ha operato assorbe in sé anche l’esperienza dell’Apostolo. L’Apostolo ci sta dentro, è in Cristo, vive in Cristo, e quindi le sue sofferenze sono le sofferenze di Cristo, e in quanto sono le sofferenze di Cristo sono sofferenze feconde per la vita dei Corinzi, per la vita degli uomini, dei credenti. Insomma, la sua unione con Gesù si esprime qui, anche qui in questa partecipazione alle Sue sofferenze. – III – La predicazione di Paolo 1. L’Apostolo crede quello che predica: predica che Dio ha risuscitato Gesù Cristo dai morti; e crede che Dio risusciterà anche lui, l’Apostolo, con Gesù Cristo, e risusciterà i Corinzi insieme con l’Apostolo. Nasce inevitabilmente l’interrogativo: se stando così le cose valga davvero la pena a fare l’Apostolo? Perché sembra che le sofferenze siano tante, e le gratificazioni poche. Vale la pena nonostante questo continuare ad essere Apostolo? «[13]Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, [14]convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi» (2 Cor 4, 13-14). Ricordate che nella prima Lettera ai Corinzi san Paolo al cap. 9, parlando della sua predicazione apostolica, ne parlava come di qualche cosa di cui non si può sottrarre: «(…) guai a me se non predicassi il vangelo!» (1 Cor 9, 16); non è possibile sottrarsi, c’è una obbedienza che non può essere messa in dubbio in nessun modo. Qui fa un altro tipo di ragionamento, dice: “È vero che l’esperienza dell’Apostolo è segnata dalla sofferenza, ma la sofferenza non è l’ultima parola, è solo la penultima; l’ultima è la risurrezione, l’ultima è la vita”. Quello che spinge a predicare non è un vantaggio, né il vantaggio economico, ma nemmeno il vantaggio psicologico o sociale o quello di riconoscimento o di sentirsi bravi o cose di questo genere. Quello che spinge a predicare è lo Spirito della fede, lo Spirito che suscita il dinamismo della fede. La fede non può tacere, la fede deve diventare testimonianza. E non è fede, non riesce ad essere contenta e tranquilla fino a che non parla, fino a che non rende testimonianza. E siccome è fede nella risurrezione, inevitabilmente supera, spinge a superare, l’ostacolo delle tribolazioni. L’Apostolo crede quello che predica: predica che Dio ha risuscitato Gesù Cristo dai morti; e crede che Dio risusciterà anche lui, l’Apostolo, con Gesù Cristo, e risusciterà i Corinzi insieme con l’Apostolo. È questa prospettiva che permette di accettare la debolezza attuale: la fede nella risurrezione. E infondo per il Nuovo Testamento non ne esiste un altro: la fede è sempre fede nella risurrezione. Se Dio non ha risuscitato Cristo dai morti non c’è possibilità di avere fede; la morte rimane come potenza invincibile e quindi non è possibile fidarsi di qualche cosa d’altro. Solo la risurrezione di Cristo dai morti è fondamento della fede piena. Tanto che, addirittura per san Paolo, Abramo ha creduto nella risurrezione, perché non si può immaginare una fede che non sia quella, che non sia credere a Dio che chiama le cose che non sono come se fossero, che fa esistere quello che non esiste ancora (cfr. Rm 4, 17). – IV – La Grazia di Dio 1. La Grazia è l’atto di amore di Dio che si piega verso l’uomo. Tutto questo è per i Corinzi: per i Corinzi è la tribolazione di Paolo, e per i Corinzi è anche la consolazione. Se Paolo viene consolato non è solo per la sua consolazione privata, ma è per ché possa consolare i Corinzi; lo leggevamo al cap. 1, 3-11. Tutto quindi diventa utile dentro l’azione di Dio, anzi tutto questo si trasforma in gloria di Dio. E qui, portate pazienza, facciamo una piccola riflessione; dice san Paolo: «[15]Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio» (2 Cor 4, 15). E qui trovate quel termine fondamentale della teologia paolina che è il termine “Grazia”, che vuole dire: l’atto di amore di Dio che si piega verso l’uomo; dirà san Paolo: «[9]Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9). Questa è la Grazia: “da ricco si fa povero”. 2. La dinamica del dono non è quella della gratuità, anzi per certi aspetti il dono vuole stabilire dei legami, vuole legare indissolubilmente le persone. E con questo atto di amore condiscendente riempie di vita, di dono, il cristiano. Ora, la grazia è dono. Ma il dono per sua natura mette in moto un dinamismo di risposta che di per sé tende ad allargarsi all’infinito. E provo a spiegare meglio se ci riesco. Noi siamo soliti frequentemente parlare del dono come di un gesto gratuito, che non ha ritorno, che non cerca ritorno. Il che per certi aspetti è vero, ma per certi aspetti è falsissimo. In tutta la ricerca etnografica, etnologica, vieni fuori l’idea che il dono esige una risposta, la esige; ma è una risposta di un certo tipo, non è la risposta commerciale che è il do ut des alla pari: ti do una merce e tu mi dai l’equivalente in denaro, questa è una transazione commerciale, mercantile. Ed è una transazione alla pari, fatta la quale ciascuno è libero, non ci sono più impegni di uno nei confronti dell’altro; quindi l’impegno è solo nel momento del passaggio della merce. Il dono no, il dono vuole creare un impegno: ti faccio un dono e tu diventi debitore, verrà il momento in cui dovrai restituirmi il dono, non equivalente. Perché quello che tu mi restituirai sarà un rilanciare la dinamica del dono: mi darai qualche cosa non per pareggiare il conto, ma per stabilire anche in me un debito nei tuoi confronti. E questo dinamismo nel dono tende andare all’infinito, tende a non terminare mai, perché lo scopo del dono non è la transazione commerciale (scopo della transazione commerciale è avere la merce di cui ho bisogno). Lo scopo del dono è stabilire un legame tra le persone: io ti faccio un dono perché tu ti senta legato con me, io ti offro la mia amicizia nel dono, e se tu mi accetti il dono allora accetti la mia amicizia, quindi accetti il legame. E se accetti la mia amicizia, la dovrai esprimere prima o poi l’amicizia, in un modo o nell’altro con un tuo dono. Non importa il valore commerciale, importa che tu esprima l’amicizia. E quando esprimerai l’amicizia, e io accoglierò il tuo dono, si ristabilirà il rapporto e andrà all’infinito. La dinamica del dono non è quella della gratuità, anzi per certi aspetti il dono vuole stabilire dei legami, vuole legare indissolubilmente le persone. 3. È importante il discorso della “Grazia” che viene da Dio, che è grazia che entra nella mia esistenza ma vuole dare alla mia esistenza la forma della grazia, perché la mia vita diventi grazia per gli altri, perché la mia vita diventi dono per gli altri. Ebbene, la grazia di Dio è dono. La grazia di Dio vuole suscitare nell’uomo un dinamismo di risposta; a Dio?… A Dio che cosa posso dare? Evidentemente la lode. Ma il dinamismo di risposta si esprime nel dono fraterno, nel trasmettere quello che ho ricevuto da Dio agli altri, in modo che l’altro ricevendo il dono da me – da Dio attraverso di me – diventi a sua volta stimolato a fare lo stesso. Per cui l’amore che viene da Dio attraverso Gesù Cristo e che raggiunge me, attraverso me deve raggiungere il fratello e attraverso il fratello l’altro fratello e attraverso l’altro il terzo, il quarto… all’infinito. Il dono vuole non finire mai, vuole non terminare mai il suo cammino, il suo dinamismo; vuole coinvolgere in fondo l’umanità intera in un legame di fraternità, di coinvolgimento, in modo che ciascuno è legato con gli altri, in modo che non ci sono delle persone sciolte da vincoli, ma ciascuna riconosce e vive il vincolo con le altre attraverso la trasmissione del dono. Allora capite quanto è importante quel discorso della “Grazia”, della grazia che viene da Dio, che è grazia che entra nella mia esistenza ma vuole dare alla mia esistenza la forma della grazia, perché la mia vita diventi grazia per gli altri, perché la mia vita diventi dono per gli altri. Allora in questo senso il dinamismo è un dinamismo che si moltiplica; dice così: «[15]Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero (…)» (2 Cor 4, 15). La grazia di Dio è arrivata a Paolo, Paolo lo ha comunicata ai Corinzi, nei Corinzi si deve dilatare per raggiungere «un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio», perché ci sia un inno corale e universale di lode. – V – L’uomo interiore 1. La vita nuova, interiore, che mi è stata donata con il Battesimo è una vita che si rinnova ogni giorno a contatto con la grazia di Cristo. Finiamo brevemente: «[16]Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. [17]Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, [18]perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4, 16-18). Allora, il cammino dell’Apostolo è questa strana tensione, per cui da una parte l’uomo esteriore si disfa: con il passare del tempo, diventando vecchietti, anziani, pian piano le forze vengono meno, le energie si illanguidiscono… tutte queste cose. Però, mentre «l’uomo esteriore» – cioè l’uomo che appartiene al mondo – invecchia e decade, l’«uomo interiore» si rigenera. “L’uomo interiore” è quello che appartiene a Dio, è quello che vive della grazia di Dio, è quello che si apre alla speranza della risurrezione, è quello che può dire: «[20] (…) e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne» – = l’uomo esteriore – io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» – = questo è l’uomo interiore (Gal 2, 20). Per cui posso dire che: «[21]Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Lo ricordate, sono espressioni della Lettera ai Galati e della Lettera ai Filippesi. Quella vita nuova, interiore, che mi è stata donata con il Battesimo è una vita che si rinnova ogni giorno a contatto con la grazia di Cristo. E questo rinnovarsi sostiene, senza paura senza timore, il peso della fatica e del decadimento fisico; e per certi aspetti anche un po’ mentale, almeno la memoria non è così vivace (è difficile imparare una poesia alla nostra età, si fa una grande fatica, mentre da ragazzi ci riuscivamo facilissimamente). Questo cammino è un cammino che noi sperimentiamo; tanto che le tribolazioni, dice Paolo, appaiono addirittura leggere. Non perché siano leggere, ma perché se vengono confrontate con quello che è l’oggetto della nostra speranza non c’è proporzione; il peso della fatica quotidiana è assolutamente poco rilevante, dice Paolo: rispetto a quella gloria che sta davanti a noi come promessa di Dio e come fondamento della nostra speranza. L’esercizio da fare Il compito da fare, è molto semplicemente questo. Innanzitutto il verificare davanti a questa descrizione del ministero il nostro atteggiamento, il nostro modo di vivere il ministero in quella logica che dice al versetto 5: «[5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4, 5). Seconda cosa, verificare l’esperienza della fede come esperienza di luce, di riconoscimento della gloria di Dio sul volto di Cristo. È chiaro, qui non si tratta di fare un riconoscimento dogmatico. Che Gesù Cristo è la seconda persona della SS. Trinità fatto uomo, questo è verissimo, non c’è problema, questo lo condividiamo. Il problema è quello dell’interrogare la coscienza, e del mettere la nostra coscienza di fronte a Gesù Cristo. E chiedere alla nostra coscienza che cosa vede e che cosa capisce e che cosa sente di quel Gesù Cristo che le sta davanti: se può davvero riconoscere che in Lui, in quel Gesù, c’è la bellezza di Dio, la gloria di Dio, e quindi lo splendore della pienezza dell’uomo, del compimento della vita dell’uomo. * Cv. Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e in una forma didattica e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

Publié dans:Lettera ai Corinti - seconda |on 10 novembre, 2015 |Pas de commentaires »
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