Archive pour novembre, 2015

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Publié dans:PRAY FOR PARIS |on 14 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

INVOCAZIONE PER LA PACE – PREGHIERA DI NAHMAN DI BRESLAVIA

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/06/07/0415/00948.html#Testi in lingua italiana

« Invocazione per la pace » (Giardini Vaticani, 8 giugno 2014, ore 19) – Testi della celebrazione

Parte terza: Invocazione per la pace (in ebraico)

Preghiera di Nahman di Breslavia

Signore della Pace,
Divino Sovrano, al quale appartiene la pace!
Costruttore di Pace
Creatore di tutte le cose!
Sia Tua volontà porre fine alla guerra e allo spargimento di sangue nel mondo,
diffondere pace perfetta e meravigliosa in tutto il mondo,
così che le nazioni non leveranno la spada l’una contro l’altra,
né impareranno più la guerra.

Aiutaci e salva tutti noi,
fa’ che meritiamo di restare fortemente ancorati alla virtù della pace.
Fa’ che ci sia una pace vera e perfetta
fra ogni persona e il suo prossimo,
e fra marito e moglie,
e fa’ che non ci siano divisioni fra i popoli, neppure nel loro cuore.

Fa’ che ognuno ami la pace e persegua la pace
sempre nella verità e nell’integrità,
fa’ che non cadiamo preda delle divisioni
neanche quando provengono da quanti non sono in accordo con noi.

Fa’ che nessuno di noi mai disonori alcuno sulla terra,
grande o piccolo
e che davvero possiamo meritare di rispettare il comandamento
« ama il prossimo tuo come te stesso »,
con tutto il cuore, con tutto il corpo, con tutta l’anima e tutti i nostri averi.

Fa’ che ciò che è scritto sia realizzato in noi:
« Concederò la pace sulla terra,
e voi riposerete, e nessuno vi farà temere;
allontanerò gli animali pericolosi dalla terra,
e nessuna spada attraverserà la vostra terra ».
Dio che è pace, ci benedica con la pace!

Preghiera per la pace

Concedi pace, bontà, benedizione, grazia, amore e rispetto, e misericordia; a noi e a tutto il nostro popolo d’Israele e a tutto il mondo. Benedici tutti noi con la luce del Tuo Volto, Padre nostro. Perché con la luce del Tuo Volto, Tu ci ha dato O Signore nostro Dio, una Torah di Vita, amore e rispetto, e rettitudine e benedizione e misericordia e vita e pace. Sia la tua volontà benedire tutti noi con la Tua Pace.

Publié dans:PREGHIERE PER LA PCE |on 14 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

APOCALYPSE – FIGURES DIVERSES

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http://www.artbible.net/2NT/REVELATION%20-%20MISC%20IMAGES%20…%20APOCALYPSE%20-%20FIGURES%20DIVERSES/slides/12%207%20ANGELS%20WITH%20TRUMPET.html

Publié dans:immagini sacre |on 13 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (12) – ESCATOLOGIA: L’ATTESA DELLA PARUSIA.

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20081112.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 12 novembre 2008   

SAN PAOLO (12) – ESCATOLOGIA: L’ATTESA DELLA PARUSIA.

Cari fratelli e sorelle,

il tema della risurrezione, sul quale ci siamo soffermati la scorsa settimana, apre una nuova prospettiva, quella dell’attesa del ritorno del Signore, e perciò ci porta a riflettere sul rapporto tra il tempo presente, tempo della Chiesa e del Regno di Cristo, e il futuro (éschaton) che ci attende, quando Cristo consegnerà il Regno al Padre (cfr 1 Cor 15,24). Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti. Probabilmente nell’anno 52 san Paolo ha scritto la prima delle sue lettere, la prima Lettera ai Tessalonicesi, dove parla di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia, avvento, nuova e definitiva e manifesta presenza (cfr 4,13-18). Ai Tessalonicesi, che hanno i loro dubbi e i loro problemi, l’Apostolo scrive così: “Se infatti crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti” (4,14). E continua: “Prima risorgeranno i morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così saremo sempre con il Signore” (4,16-17). Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però un messaggio semplice e profondo: alla fine saremo sempre con il Signore. E’ questo, al di là delle immagini, il messaggio essenziale: il nostro futuro è “essere con il Signore”; in quanto credenti, nella nostra vita noi siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vità eterna, è già cominciata. Nella seconda Lettera ai Tessalonicesi Paolo cambia la prospettiva; parla di eventi negativi, che dovranno precedere quello finale e conclusivo. Non bisogna lasciarsi ingannare – dice – come se il giorno del Signore fosse davvero imminente, secondo un calcolo cronologico: “Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo!” (2,1-3). Il prosieguo di questo testo annuncia che prima dell’arrivo del Signore vi sarà l’apostasia e dovrà essere rivelato un non meglio identificato ‘uomo iniquo’, il ‘figlio della perdizione’ (2,3), che la tradizione chiamerà poi l’Anticristo. Ma l’intenzione di questa Lettera di san Paolo è innanzitutto pratica; egli scrive: “Quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni tra di voi vivono una vita disordina, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità” (3, 10-12). In altre parole, l’attesa della parusia di Gesù non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire in questo mondo. Proprio così cresce la nostra responsabilità di lavorare in e per questo mondo. Vedremo la stessa cosa domenica prossima nel Vangelo dei talenti, dove il Signore ci dice che ha affidato talenti a tutti e il Giudice chiederà conto di essi dicendo: Avete portato frutto? Quindi l’attesa del ritorno implica responsabilità per questo mondo. La stessa cosa e lo stesso nesso tra parusia – ritorno del Giudice/Salvatore – e impegno nostro nella nostra vita appare in un altro contesto e con nuovi aspetti nella Lettera ai Filippesi. Paolo è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di condanna a morte. In questa situazione pensa al suo futuro essere con il Signore, ma pensa anche alla comunità di Filippi che ha bisogno del proprio padre, di Paolo, e scrive: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, affinchè il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno tra voi” (1, 21-26). Paolo non ha paura della morte, al contrario: essa indica infatti il completo essere con Cristo. Ma Paolo partecipa anche dei sentimenti di Cristo, il quale non ha vissuto per se, ma per noi. Vivere per gli altri diventa il programma della sua vita e perciò dimostra la sua perfetta disponibilità alla volontà di Dio, a quel che Dio deciderà. È disponibile soprattutto, anche in futuro, a vivere su questa terra per gli altri, a vivere per Cristo, a vivere per la sua viva presenza e così per il rinnovamento del mondo. Vediamo che questo suo essere con Cristo crea una grande libertà interiore: libertà davanti alla minaccia della morte, ma libertà anche davanti a tutti gli impegni e le sofferenze della vita. È semplicemente disponibile per Dio e realmente libero.           E passiamo adesso, dopo avere esaminato i diversi aspetti dell’attesa della parusia del Cristo, a domandarci: quali sono gli atteggiamenti fondamentali del cristiano riguardo alla cose ultime: la morte, la fine del mondo? Il primo atteggiamento è la certezza che Gesù è risorto, è col Padre, e proprio così è con noi, per sempre. E nessuno è più forte di Cristo, perché Egli è col Padre, è con noi. Siamo perciò sicuri, liberati dalla paura. Questo era un effetto essenziale della predicazione cristiana. La paura degli spiriti, delle divinità era diffusa in tutto il mondo antico. E anche oggi i missionari, insieme con tanti elementi buoni delle religioni naturali, trovano la paura degli spiriti, dei poteri nefasti che ci minacciano. Cristo vive, ha vinto la morte e ha vinto tutti questi poteri. In questa certezza, in questa libertà, in questa gioia viviamo. Questo è il primo aspetto del nostro vivere riguardo al futuro. In secondo luogo, la certezza che Cristo è con me. E come in Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà anche certezza della speranza. Il futuro non è un buio nel quale nessuno si orienta. Non è così. Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è buio, c’è tanta paura del futuro. Il cristiano sa che la luce di Cristo è più forte  e perciò vive in una speranza non vaga, in una speranza che dà certezza e dà coraggio per affrontare il futuro.           Infine, il terzo atteggiamento. Il Giudice che ritorna —  è giudice e salvatore insieme —  ci ha lasciato l’impegno di vivere in questo mondo secondo il suo modo di vivere. Ci ha consegnato i suoi talenti. Perciò il nostro terzo atteggiamento è: responsabilità per il mondo, per i fratelli davanti a Cristo, e nello stesso tempo anche certezza della sua misericordia. Ambedue le cose sono importanti. Non viviamo come se il bene e il male fossero uguali, perché Dio può essere solo misericordioso. Questo sarebbe un inganno. In realtà, viviamo in una grande responsabilità. Abbiamo i talenti, siamo incaricati di lavorare perché questo mondo si apra a Cristo, sia rinnovato. Ma pur lavorando e sapendo nella nostra responsabilità che Dio è giudice vero, siamo anche sicuri che questo giudice è buono, conosciamo il suo volto, il volto del Cristo risorto, del Cristo crocifisso per noi. Perciò possiamo essere sicuri della sua bontà e andare avanti con grande coraggio.           Un ulteriore dato dell’insegnamento paolino riguardo all’escatologia è quello dell’universalità della chiamata alla fede, che riunisce Giudei e Gentili, cioè i pagani, come segno e anticipazione della realtà futura, per cui possiamo dire che noi sediamo già nei cieli con Gesù Cristo, ma per mostrare nei secoli futuri la ricchezza della grazia (cfr Ef 2,6s): il dopo diventa un prima per rendere evidente lo stato di incipiente realizzazione in cui viviamo. Ciò rende tollerabili le sofferenze del momento presente, che non sono comunque paragonabili alla gloria futura (cfr Rm 8,18). Si cammina nella fede e non in visione, e se anche sarebbe preferibile andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore, quel che conta in definitiva, dimorando nel corpo o esulando da esso, è che si sia graditi a Lui (cfr 2 Cor 5,7-9). Infine, un ultimo punto che forse appare un po’ difficile per noi. San Paolo alla conclusione della sua prima Lettera ai Corinzi ripete e mette in bocca anche ai Corinzi una preghiera nata nelle prime comunità cristiane dell’area palestinese: Maranà, thà! che letteralmente significa “Signore nostro, vieni!” (16,22). Era la preghiera della prima cristianità, e anche l’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, si chiude con questa preghiera: “Signore, vieni!”. Possiamo pregare anche noi così? Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga la nuova Gerusalemme, perchè venga il giudizio ultimo e il giudice, Cristo. Penso che se sinceramente non osiamo pregare così per molti motivi, tuttavia in un modo giusto e corretto anche noi possiamo dire, con la prima cristianità: “Vieni, Signore Gesù!”. Certo, non vogliamo che adesso venga la fine del mondo. Ma, d’altra parte, vogliamo anche che finisca questo mondo ingiusto. Vogliamo anche noi che il mondo sia fondamentalmente cambiato, che incominci la civiltà dell’amore, che arrivi un mondo di giustizia, di pace, senza violenza, senza fame. Tutto questo vogliamo: e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza la presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente giusto e rinnovato. E anche se in un altro modo, totalmente e in profondità, possiamo e dobbiamo dire anche noi, con grande urgenza e nelle circostanze del nostro tempo: Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi che tu conosci. Vieni dove c’è ingiustizia e violenza. Vieni nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in tanti parti del mondo. Vieni dove domina la droga. Vieni anche tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono solo per se stessi. Vieni dove tu sei sconosciuto. Vieni  nel modo tuo e rinnova il mondo di oggi. Vieni anche nei nostri cuori, vieni e rinnova il nostro vivere, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire luce di Dio, presenza tua. In questo senso preghiamo con san Paolo: Maranà, thà! “Vieni, Signore Gesù!”, e preghiamo perché Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi.

 

33A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – B – « IN QUEI GIORNI IL CIELO SI OSCURERÀ… »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/33a-Domenica-B-2015/12-33a-Domenica-B-2015-SC.htm

33A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – B

* In quel tempo sarà salvato il tuo popolo. * Dal Salmo 15 – Rit.: Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. * Eb 10,11-14.18 – Cristo con un’unica oblazione ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. * Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Vegliate e state pronti, perché non sapete in quale giorno il Signore verrà. Alleluia. * Mc 13,24-32 – Il Figlio dell’uomo riunirà i suoi eletti dai quattro venti.

« IN QUEI GIORNI IL CIELO SI OSCURERÀ… »

Siamo ormai alla fine del ciclo liturgico, anche se esso di fatto si conchiuderà con la festa di Cristo, re dell’universo, che celebreremo la Domenica prossima, quale ideale convergere di tutte le cose verso di lui. La Liturgia odierna intende quasi preparargli la strada, dimostrando come tutto volge verso il suo termine, quasi per una intrinseca incapacità a sussistere fuori di lui e senza di lui: così che anche questa caducità delle cose, proprio per sottrarsi al nulla, ha bisogno della sovrana « regalità » di Cristo, nella quale soltanto si riscatta dalla propria labilità ed assume il suo vero significato, che è quello di diventare « annunzio » di una situazione ultima e definitiva, dove persino la « morte sarà inghiottita » dalla vita. Pur nella drammaticità dei testi, che oggi prevalgono nella Liturgia, si intende perciò celebrare la « vittoria » del bene sul male, della vita sulla morte, dell’eternità sul tempo che passa e si logora. È l’attesa del cristiano verso i traguardi che ci stanno davanti che viene stimolata: è la dimensione « escatologica » del nostro vivere che viene così riportata in primo piano, proprio perché « tutta la predicazione cristiana, tutta l’esistenza cristiana e la Chiesa stessa nel suo insieme sono caratterizzate dal loro orientamento escatologico » (J. Moltmann). Vivere nell’attesa della « fine », però, non è un disimpegnarsi dalla storia, ma un immergervisi più profondamente perché la fine rappresenti appunto il massimo di crescita dell’umanità, finalmente fatta degna di entrare nel « regno » senza tramonto di Dio. La dimensione « escatologica » della vita cristiana Il brano di Vangelo è solo una piccola parte, quella saliente, del più lungo discorso « escatologico », che praticamente è l’unico discorso, di una certa ampiezza, riportatoci dal Vangelo di Marco. Prendendo spunto dalla sorpresa meraviglia di uno dei suoi discepoli di fronte alla maestosità del tempio, Gesù rispose: « Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra che non sia distrutta » (Mc 13,2). Successivamente, dietro insistenza ancora degli apostoli, che volevano sapere qualcosa di più preciso sul « tempo » e sui « segni » della catastrofe (v. 4), egli fa una descrizione « apocalittica » della fine del tempio e della città santa (vv. 5-23), che diventa però segno « premonitore » della fine di tutte le cose e annuncio della « parusia », cioè del ritorno glorioso del Signore. È di questa ultima realtà che a Marco interessava soprattutto parlare, quando componeva il suo Vangelo, per l’utilità dei suoi lettori, i quali probabilmente non dovevano avere più eccessiva curiosità circa il destino di Gerusalemme, sia che egli scrivesse prima o dopo la rovina della città santa. Invece non potevano non essere interessati al « ritorno » definitivo di Cristo, con cui era effettivamente intrecciato il loro destino e quello di tutti gli uomini. Il brano che la Liturgia oggi ci fa leggere appartiene precisamente a questa parte, che amplifica ed attualizza il messaggio escatologico di Gesù facendolo diventare « dimensione di fede » per tutti più che « predizione » di cose future che, di fatto, stando almeno al dettato di Marco, sono sconosciute persino al « Figlio dell’uomo » (v. 32), cioè a Gesù stesso. È quanto afferma molto pertinentemente un noto esegeta: « Qualunque sia l’attualizzazione nei confronti delle condizioni di quel tempo, qualunque sia l’attesa storicamente condizionata dell’imminenza della « fine » o della parusia, in questo discorso si giunge sempre a qualche cosa di diverso da un’istruzione su ciò che alla comunità sta per accadere e sul tempo in cui accadrà. Il discorso mira piuttosto a predisporre la comunità cristiana all’avvenire, guidandola al retto comportamento nel presente fino a conseguire quelle virtù escatologiche, che attualmente da essa si richiedono per affrontare il futuro a piede fermo. Ma proprio questo è estremamente attuale ai nostri giorni; poiché mai forse come oggi l’umanità volse lo sguardo all’avvenire per chiedersi in che modo sia possibile superare i gravi problemi dello sviluppo umano, che stanno diventando sempre più urgenti e numerosi. La speranza cristiana ha in questo un grande compito, il quale deve essere peraltro ripensato con novità di intenti e difeso da eventuali atteggiamenti errati ». « Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi » « In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria… » (vv. 24-27). Precedentemente Gesù aveva parlato della grande « tribolazione » di Gerusalemme (vv. 14-23). Travalicando i tempi e adoperando un evidente linguaggio « apocalittico », che non va preso alla lettera e vuole esprimere solamente l’eccezionalità e novità del fatto, egli annuncia qui il suo ritorno come « giudice » alla fine della storia. Questo adunarsi degli « eletti » risponde alle attese dell’ebraismo, con la differenza che nell’Antico Testamento veniva presa in considerazione solo la riunione delle dodici tribù d’Israele; qui invece si parla della « nuova » comunità dei credenti. L’immagine del « Figlio dell’uomo », che « viene sulle nubi del cielo » (v. 26), si ispira chiaramente a Daniele (7,13-14), dove appare appunto questa figura celestiale che viene condotta davanti al trono dell’Altissimo e le vengono dati poteri divini. Qui denota Gesù Cristo in quanto, con la sua risurrezione, è entrato ormai nella gloria del Padre, « siede alla sua destra » (Mc 16,19) e alla fine ritornerà per radunare i suoi « eletti » nel regno che durerà per sempre. I versi che seguono dovrebbero in parte rispondere alla curiosità degli apostoli di sapere « quando » certe cose dovrebbero accadere, come abbiamo sopra ricordato (v. 4); d’altra parte, è anche chiaro che Gesù non vuol per niente rivelare ciò che lui stesso dice di ignorare. Probabilmente ci troviamo davanti a parole dette in circostanze diverse, apparentemente anche contraddittorie, che però nell’intenzione dell’evangelista vogliono creare un clima di « attesa », che non deve disarmare neppure per un attimo, proprio perché « colui che deve venire » può venire ad ogni momento. « Dal fico imparate la parabola » « Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte… » (vv. 28-32). Ci sono dunque dei « segni », che possono far pensare che il Signore sia già « alle porte » (v. 29), come il fico che, quando si intenerisce e mette le foglie, annuncia già l’estate (v. 28). La fine di Gerusalemme ha potuto essere un « segno » per gli uomini di quella « generazione » (v. 30). Tutto, in realtà, può essere e diventare annuncio della fine; ma « quando » essa davvero verrà nessuno lo conosce, « neanche gli angeli nel cielo e neppure il Figlio dell’uomo, ma solo il Padre » (v. 32). Così siamo costretti ad essere sempre « vigilanti », come nei pochi versi, che seguono e concludono il discorso, si dice in maniera esplicita, specie con la parabola del servo-portinaio: « Vigilate dunque, perché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati » (vv. 35-36). È così che l’attesa escatologica, come è già stato accennato, non è un disimpegno, per il cristiano, dalle opere e dal lavoro di ogni giorno, ma una ragione di più per rendere se stesso, le cose e il mondo più degni di far parte, anzi, di costituire il « regno » definitivo di Dio. « Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno » La prima lettura, ripresa da Daniele, ha influenzato non poco, a livello letterario, tutto il discorso escatologico di Gesù. Qui essa fa vedere l’esito finale di una grande lotta, che in trasparenza ci descrive la lunga contesa fra i Seleucidi di Siria e i Lagidi di Egitto per il possedimento della Palestina, con la vittoria dei primi ad opera soprattutto di Antioco IV Epifane (175-165 a.C.), che cercherà di imporre agli Ebrei i costumi dei pagani. Iddio però libererà il suo « popolo » ad opera dei Maccabei: i molti « martiri », che ci furono in quel tempo, egli li restituirà alla vita, mentre i malvagi li condannerà alla « vergogna eterna ». « Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna » (Dn 12,1-3). Era un messaggio di immensa speranza che l’autore del libro di Daniele lanciava ai suoi contemporanei, frustrati ed oppressi (II sec. a.C. circa): bisogna sperare anche oltre la morte! L’ultima parola appartiene sempre a Dio, che ha il potere persino di « risuscitare » da morte. È uno dei pochi testi dell’Antico Testamento, questo, che sembra affermare in maniera esplicita la « risurrezione della carne ». L’uomo, alla fine, ritroverà Dio con tutto se stesso, anche con il proprio corpo. « Aspettando che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi » La seconda lettura continua lo sviluppo della tematica sul sacerdozio di Cristo, che viene qui descritto nella sua « irrepetibilità » e « definitivitezza », a cui nulla si può aggiungere, a differenza di quello levitico, continuamente rinnovabile. « Infatti Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati » (Eb 10,11-14). Vorrei solo notare due cose su questo testo. La prima è che il sacerdozio di Cristo, pur essendo un sacerdozio « crocifisso », è anche un sacerdozio « glorioso »: anche oggi, alla « destra del Padre », egli vive ed attua il suo sacerdozio. Per lui non è un fatto del passato, ma una realtà del presente! La seconda è che anche qui c’è un rimando « escatologico »: « …una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio; aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi » (vv. 12-13). Le ultime parole rimandano al Salmo 110,1. Il Cristo che ci verrà incontro nella parusia è il Cristo « giudice », ma anche il Cristo « sommo sacerdote ». È per questo che la nostra fiducia è anche più grande.

    Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 13 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

Icon of the Holy Trinity

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Publié dans:immagini sacre |on 12 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

SUI PASSI DI PAOLO IN TURCHIA, « CULLA » DEL CRISTIANESIMO (2008)

 

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_brogi3.htm

SUI PASSI DI PAOLO IN TURCHIA, « CULLA » DEL CRISTIANESIMO (2008)

Antiochia, Efeso, Tarso, Iconio, Cesarea di Cappadocia… A pochi giorni dall’apertura dell’ »Anno Paolino », il 29 giugno, ecco cosa resta del passaggio dell’ »Apostolo delle Genti » in Asia Minore. Là dove sbocciò la Chiesa, e oggi dominano « islam » e « laicismo atatürkiano ».     Dal nostro inviato in Turchia, Anna Maria Brogi (« Avvenire », 8/6/’08)                         

Sventola la bandiera con la mezzaluna e la stella su fondo rosso, davanti alla Chiesa di San Pietro ad Antiochia. Sventola per affermare il primato statale. Da questa balconata naturale sulla città e sul Mediterraneo, più che a una Chiesa si accede a una grotta, scavata dall’acqua nel Monte Staurino. O meglio a un sito « museale », come rivela la biglietteria. Per entrare sul « sagrato-terrazza », con i pini e gli olivi, ci vogliono cinque lire turche (due euro e mezzo). Il panorama le vale. Nella Chiesa solo un altare spoglio, una statuetta di Pietro e il « trono » del Santo. Collocati negli anni Trenta, sono posteriori alla facciata di marmo ricamata sul grigio del calcare nel 1863. Dal basso sale l’odore della polvere. Un « caos » senza rumore, attutito dalla distanza e dal vento. Questa è Antiochia di Siria, sull’Oronte, dove fuggirono molti ebrei cristiani al tempo delle prime persecuzioni. Qui arrivò Paolo, chiamato da Barnaba, intorno all’anno 46. E qui avvenne l’incontro con Pietro, narrato nella « Lettera ai Galati ». Forse fu proprio in questa cavità naturale: quale rifugio più amico per una comunità di profughi? Oggi la Chiesetta torna a vivere di tanto in tanto grazie ai pellegrini, che con un permesso vi celebrano Messa. Diventa la casa di tutti il 29 giugno, festività dei Santi Pietro e Paolo, quando accoglie i cristiani locali (un migliaio di differenti riti e confessioni) insieme con le comunità di ebrei e musulmani. Dal porto di Antiochia Paolo salpò per i suoi tre viaggi, che lo portarono nel Mediterraneo orientale su un percorso di 25mila chilometri. Non sembra ricordarsene la città, che pure è « crocevia » dei tre « monoteismi ». Aleppo, in Siria, dista appena ottanta chilometri; ancora meno i resti, sempre oltre frontiera, della Basilica di San Simeone lo Stilita. Di tanta eredità « paleocristiana », in Turchia sembrano riecheggiare quasi solo i « toponimi ». Antiochia, Efeso, Tarso, Iconio, Cesarea di Cappadocia (le odierne Konya e Kayseri). Bastano a evocare personaggi e vicende dei primi secoli di evangelizzazione. In quest’ »Anno Paolino », che si aprirà ufficialmente il 29 giugno, si è deciso di valorizzare questi luoghi, per farne bandiera di benvenuto ai pellegrini d’Europa. E dunque a Tarso uno striscione proclama « St. Paul Yili 2008″, in turco e in inglese (« The Pauline Year »). Sono già arrivati i venditori di « gadget », dalle « iconcine segnalibro » ai cappellini di tela. Ma è l’unico indizio di qualcosa nell’aria. Nelle « viuzze » dell’antico quartiere ebraico, dove Paolo nacque e dove restano le fondamenta della tradizionale « casa », si respira un’atmosfera giovanile da anni Settanta. La zona « pullula » di caffè e « narghilé bar »: nei freschi interni e nei cortili ombreggiati i ragazzi « strimpellano » la chitarra e le ragazze improvvisano cori, tra un tiro e l’altro della pipa ad acqua. Un cartello racconta la storia di Paolo. È scritto in inglese e l’ha posto, nel 1988, la municipalità. Di stranieri, ne arrivano: la regione, stretta tra i monti Tauro e il Mediterraneo, costellata di torrenti e cascate, ha una forte vocazione turistica e richiama gli appassionati delle attività all’aria aperta. Nel Medioevo qui passavano i pellegrini sulla via di Gerusalemme. Oggi come allora, si può sostare al pozzo di San Paolo e berne l’acqua in segno di benedizione: è stato ripulito e l’acqua è tornata potabile. Di Paolo a Tarso resta anche una Chiesa, costruita nell’Ottocento dai cristiani armeni. Non più in uso, è un sito « museale ». In attesa di rianimarsi. Musei all’aperto, fin troppo animati, sono la Cappadocia ed Efeso, mete obbligate del turismo culturale. Accomunate dal cristianesimo delle origini, mantengono pallida traccia di quel loro passato. Nel Parco di Göreme, con le Chiese rupestri, un affresco lascia intuire il volto di Paolo. E nella valle dei « camini delle fate », la più famosa della Cappadocia, le guide raccontano ai pellegrini del passaggio dell’Apostolo da una Chiesetta scavata in quei coni di tufo. Di certo c’è che qui Paolo è transitato, poiché vi si trovava una comunità cristiana, e nel primo secolo la cavità esisteva, pur non essendo Chiesa. Ma la bellezza del sito e la « bizzarria » geologica bastano a soddisfare le aspettative di chi va di fretta. Chi invece sia disposto a ricalcare a passo lento le orme dell’Apostolo può muoversi lungo il « Cammino di San Paolo » (« St. Paul Trail »), un percorso di « trekking » di montagna segnato su sentiero dal 2004: cinquecento chilometri da Perge, vicino ad Antalya, fino a Yalvaç (Antiochia di Pisidia), con un ramo che parte da Aspendos per raggiungere il sito romano di Adada. Fuori dalle rotte del turismo di massa, Antiochia di Pisidia fu sede episcopale e uno dei centri principali del cristianesimo in Asia Minore. Distrutta dalle invasioni arabe nel settimo secolo, conserva le fondamenta della sinagoga dove predicò Paolo, poi trasformata in Basilica. Se il sito non è paragonabile alle glorie di Efeso, ha il pregio del silenzio e invita alla meditazione. A Efeso poco resta di archeologia cristiana. Splendide le vie « colonnate » e le terme, le case del pendio con affreschi e mosaici, la biblioteca di Celso. Mirabilmente intatta la struttura urbanistica. E il Teatro, dove andò in scena quella « rivolta degli orefici » che costrinse l’Apostolo a lasciare la città. Oggi gli studenti vi improvvisano recite e ha ospitato un concerto di Sting. La città di marmo bianco continua a dare spettacolo della propria opulenza. Anche qui, l’impronta cristiana rischia di sfuggire e va inseguita: San Paolo vi abitò per due anni e mezzo, ma l’unico riferimento archeologico certo è il Teatro. Non c’è neanche un cartello, poi, a indicare i resti della Basilica del Concilio. Si trovano subito dopo l’ingresso della « città bassa » (o prima dell’uscita per chi entra dall’alto), prendendo il sentiero sulla destra. Si arriva in un campo e, in mezzo all’erba, stanno quelle pietre così poco sontuose ma che delimitano il luogo dove si riunirono nel 431 i « padri conciliari » e dove proclamarono il « dogma » della « Madre di Dio ». Una targa ricorda che qui pregò Paolo VI il 26 luglio del 1962. Ai turisti non interessa, dicono le guide: «Qui vengono solo i pellegrini».

25.000 chilometri di Vangelo e persecuzioni

Il primo dei tre viaggi missionari di Paolo in Anatolia risale agli anni 46-47. L’Apostolo era accompagnato da Barnaba e dal cugino di lui, Giovanni Marco. Salparono da Antiochia alla volta di Cipro, sbarcando a Salamina. All’altro capo dell’isola, nella città di Pafo, furono testimoni della conversione del governatore romano Sergio Paolo. Da Pafo si imbarcarono di nuovo, raggiungendo Perge nei pressi dell’attuale Antalya. Da lì si inoltrarono nell’entroterra, spingendosi nel cuore dell’Anatolia centrale, e predicarono il Vangelo ad Antiochia di Pisidia, Iconio, Listri e Derbe. Più tardi, nelle « Lettere », Paolo racconterà le fatiche e le difficoltà di questo primo viaggio, che suscitò molte conversioni ma anche frequenti persecuzioni e ostilità da parte sia degli ebrei sia dei pagani. Paolo ritornò ad Antiochia lungo la stessa strada, salpando da Attaleia (oggi Antalya). Nel 49 l’Apostolo ripartì, accompagnato da Sila. Visitò i cristiani di Derbe, Listra, Iconio e Antiochia di Pisidia. Dall’Anatolia centrale si spostò poi nella regione nord-occidentale, la Misia. Da lì passò in Macedonia e in Grecia e, sulla via del ritorno verso la « Terra Santa », si fermò per breve tempo a Efeso. Nel terzo viaggio, tra il 53 e il 57, passò per Derbe, Listri, Iconio e Antiochia di Pisidia. Da qui si recò a Efeso, dove visse quasi tre anni. A quel periodo risalgono molte delle « Lettere » e forse un breve viaggio a Corinto. Costretto a lasciare Efeso in seguito alla rivolta degli « argentieri » – i quali si ritenevano minacciati dal diffondersi del nuovo culto, che avrebbe « soppiantato » quello della dea Artemide, della quale vendevano statuette d’oro – si recò nella Troade e da lì a Mileto. Proprio a Mileto Paolo convocò gli « anziani » della comunità cristiana di Efeso, ammonendoli a guardarsi non solo dai nemici ma anche dalle insidie interne. Durante il viaggio di ritorno, via mare, in « Terra Santa » fece tappa a Patara in Licia. Al termine del terzo viaggio missionario, l’Apostolo rientrò a Gerusalemme dove nel 59 fu arrestato e, in quanto cittadino romano che si « appellava » all’imperatore, imbarcato alla volta di Roma.

 

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