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L’ARMATURA DI DIO (EF 6,13-17)

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L’ARMATURA DI DIO (EF 6,13-17)

esortazione rivolta ai cristiani, da uno studio biblico del Ministero Sabaoth

« Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio… » Efesini 6:13-17 L’Apostolo Paolo, guidato dallo Spirito Santo, in Efesini 6:14 ci consiglia cosa fare per resistere nei giorni di lotta. Egli dice che dobbiamo vestire l’armatura di Dio per poter far fronte ai giorni malvagi. Nel testo sono elencate le varie parti di cui è composta questa armatura. Ogni pezzo designa le forme di attacco del nemico contro di noi e la provvidenza di Dio verso ogni tipo di attacco. L’armatura è di Dio, quindi è Lui che ci provvede ogni pezzo. Noi non sappiamo quando arriverà il giorno malvagio, perciò dobbiamo indossare sempre l’armatura di Dio. Tutti i pezzi dell’armatura rappresentano armi da difesa ad eccezione della spada dello Spirito che è arma di attacco.

LA VERITÀ COME CINTURA DEI FIANCHI (v.14) Il primo attacco è quello contro la verità di Dio, contro ciò che Dio proclama. È dai tempi dell’Eden che Satana cerca di conquistare l’uomo con la menzogna, l’inganno e le mezze verità. « Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna. » Giovanni 8:44 Cosa significa avere cinti i fianchi della verità? Ai tempi biblici la tunica era un indumento usato sia dagli uomini che dalle donne, l’unica differenza era che gli uomini usavano una tunica fino alle caviglie e in genere di un solo colore, ricamata ai bordi e al collo: « Quando gli uomini dovevano lavorare o correre sollevavano il fondo della tunica e lo infilavano nella cintura per acquistare maggiore libertà di movimento. Si diceva « cingersi i fianchi », e tale espressione divenne una metafora per indicare l’essere pronti. Ad esempio, Pietro raccomanda di aver le idee chiare invitando i cristiani a « cingersi i fianchi » della mente (I Pietro 1:13, testo latino). Anche le donne sollevavano l’orlo della tunica quando dovevano trasportare oggetti da un luogo all’altro. Le Scritture confermano: « Mangiatelo in questa maniera: con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del Signore. » Esodo 12:11 Quindi bisogna cingersi i fianchi con la verità ed essere pronti a proclamare la verità di Dio. Gesù afferma: « Santificali nella verità: la tua parola è verità ». Giovanni 17:17 Allora cingiamoci con la verità attraverso lo studio, la meditazione, la confessione e l’ubbidienza alla Parola di Dio.

LA CORAZZA DELLA GIUSTIZIA (v.14) L’attacco in quest’area si manifesterà sottoforma di accusa, condanna e orgoglio, cercherà di colpire i nostri sentimenti. Satana cercherà di accusarci davanti a noi stessi e di accusare Dio e i fratelli, lanciando su di noi sentimenti di colpa anche per i peccati già confessati e quindi già perdonati. La Parola di Dio in Romani 8:1 dichiara: « Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù… » Egli cercherà anche di investirci con orgoglio spirituale, con « bontà personale », così da portarci a peccare contro Dio, contro i fratelli, la Chiesa, le nostre autorità, ecc. In genere quando accettiamo queste cose per noi è arrivato il giorno malvagio. Dobbiamo dunque essere custoditi dalla giustizia di Dio, credendo che tutto ciò che abbiamo è frutto della Sua bontà, non permettendo che il diavolo ci accusi o ci condanni, perché siamo già stati giustificati da ogni fallo e delitto. « …vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono – infatti non c’è distinzione… » Romani 3:22 « essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura… » Romani 1:25-26

LE CALZATURE AI PIEDI (lo zelo per annunciare il Vangelo) (v.15) Qui l’attacco avviene in forma di persecuzione e disanimo per soffocarci e toglierci dal territorio di Dio, provocando passività, cadute in compromessi, ed ogni altra cosa, pur di portarci ad una posizione di comodità. Il compromesso con il peccato o la semplice passività sono tattiche molto usate dal nemico. Molti credenti nelle Chiese sono passivi e accettano tutto ciò che succede loro senza reagire e combattere per ciò che posseggono. Uno dei primi frutti che si manifestano nella nostra vita cristiana quando veniamo a Gesù, è lo zelo per la propagazione del Vangelo. Infatti desideriamo che i nostri famigliari, amici, colleghi e tutto il mondo conoscano come noi i benefici della salvezza e l’immensa gioia che questa porta, ma subdolamente Satana innalza qualcuno per diffamarci, per darci dei « pazzi », per scoraggiarci o ancora, per mettere persone ambigue sul nostro cammino, proponendoci anche ottime occasioni lavorative o qualsiasi altra attrattiva pur di distrarci e portarci via il nostro zelo. Questa forma di attacco purtroppo non si manifesta solo nella vita dei neofiti, ma in modo continuo nella vita di ogni singolo credente. Il profeta Ezechiele menziona l’ozio e la vita facile tra i peccati di Sodoma (« Ecco, questa fu l’iniquità di Sodoma, tua sorella: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane, e nell’ozio indolente; ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero. » Ezechiele 16:49). Certamente questa non è la volontà di Dio per noi, per questo dobbiamo difenderci mantenendo i nostri cuori pieni di zelo per la propagazione del Vangelo, non accettando nulla di meno nelle nostre vite di un cuore che bruci per Dio e per la salvezza delle anime. Tutto ciò allontanerà da noi questo tipo di attacco. Ricordiamoci che le calzature dello zelo coprono i piedi e questo significa che senza zelo non possiamo correre bene. Se il diavolo riesce a rubarcelo saremo fermati.

LO SCUDO DELLA FEDE (v.16) La Bibbia dichiara: « Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che ricompensa tutti quelli che lo cercano ». Ebrei 11:6 « …poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: ‘Il giusto per fede vivrà’. » Romani 1:17 « Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. » I Giovanni 5:4 È chiaro che Satana cercherà di minare la nostra fede in modo da non essere più graditi a Dio e non potere più adempiere alla sua volontà di vivere per fede e di vincere il mondo. L’attacco maligno in questo caso avverrà attraverso l’incredulità, il dubbio e le paure. Lo scudo è l’arma di difesa più importante perché se usato bene può proteggere anche tutto il corpo. Questo attacco alla nostra fede può avvenire in svariati modi: con l’incredulità, il dubbio e le paure. La Bibbia dice che la fede è certezza (Ebrei 1:1), perciò noi rimaniamo fermi su questa certezza acquisita attraverso la Parola di Dio per resistere agli attacchi maligni (« Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo. » I Pietro 5:9).

L’ELMO DELLA SALVEZZA (v.17) L’elmo della salvezza ci parla di un attacco nella mente. La mente è la sede dell’anima dove risiedono le nostre emozioni, i desideri, la volontà, ecc. ed è proprio nella nostra mente che Satana cercherà di intrufolarsi con i suoi pensieri per farci pensare in modo carnale, facendoci desiderare il mondo dei sensi invece del mondo dello Spirito. Per difenderci da questi attacchi dovremo continuamente ricordarci che la salvezza è totale e che comprende anche l’anima. La nostra mente viene rinnovata di continuo e dal momento in cui accettiamo Gesù il destino della nostra anima è la salvezza, quindi non dobbiamo permettere a nessun tipo di pensiero che non sia in accordo con la Parola di Dio di occupare le nostre menti. Così facendo saremo protetti dagli intenti maligni. « Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. » Filippesi 4:8

LA SPADA DELLO SPIRITO, LA PAROLA DI DIO (v.17) La spada rappresenta chiaramente un’arma di attacco ed è l’unica arma di attacco presente nell’armatura del credente. Dato che dunque dobbiamo attaccare, lasciamo ogni dubbio sulla Parola di Dio. Il diavolo cercherà sempre di rubare la Parola di Dio dai nostri cuori, così che non produca frutto (Matteo 13:19), o ancora cercherà di accecare le nostre menti così da non farci riconoscere la verità (II Corinzi 4:4). Non solo, ma si intrufolerà in mezzo ai santi con « …dottrine di demoni… » (I Timoteo 4:1), con accuse sulle nostre vite, su chi siamo in Gesù, sui fratelli, ecc. Come lo farà? Seminando nella mente dubbi, confusioni e incomprensioni che noi dovremo immediatamente confrontare con la Parola di Dio per respingerli. Ogni volta che veniamo attaccati dobbiamo chiederci se ciò che riceviamo nella nostra mente provenga dal diavolo oppure dalle persone che ci stanno intorno e se sia in accordo o in disaccordo con la Parola di Dio. È importante inoltre non dimenticare che il diavolo usa le persone che ci stanno intorno per colpirci, soprattutto quelle a noi più vicine o che abbiano maggior influenza affettiva su di noi, sempre che essi si lascino manipolare. « …il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. » Efesini 6:12

ALCUNE CARATTERISTICHE DELLE ARMI DA COMBATTIMENTO SPIRITUALI « …infatti le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno da Dio il potere di distruggere le fortezze, poiché demoliamo i ragionamenti e tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio… » II Corinzi 10:4-5a Sono armi date da Dio.

ARMI DI LUCE « La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. » Romani 13:12 Se una persona inizia la battaglia spirituale e si trova nel peccato ne rimarrà ferita.

ARMI DI GIUSTIZIA « …con le armi della giustizia a destra e a sinistra… » II Corinzi 6:7b lett: le armi di destra, offensive (la spada), e di sinistra, difensive (lo scudo). La giustizia di Dio è dunque la nostra arma di difesa e di attacco.

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 18 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

GESÙ CRISTO, ATTRAVERSO GLI INNI DELLE LETTERE DI PAOLO

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Pianazze Villa Regina Mundi

Esercizi spirituali al clero

GESÙ CRISTO, ATTRAVERSO GLI INNI DELLE LETTERE DI PAOLO

IX MEDITAZIONE – 1° SETTEMBRE 2000

Leggiamo la Lettera di Paolo ai Filippesi dall’inizio del capitolo 2° perché credo che anche il contesto abbia un suo significato. Scrive Paolo: «1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2, 1-11).

1. L’unanimità L’Inno è inserito in un’esortazione, a una parenési paolina, all’unione fraterna e all’unanimità di cuore. Questa parenési paolina è un appello accorato, che vuole avere come suo fondamento e base l’evento compiutosi in Cristo. In questo modo di pensare c’è un elemento importante: tra la fede e il comportamento c’è e deve esserci un legame interno di armonia. Quello che è avvenuto in Gesù Cristo diventa la regola di quello che il cristiano è chiamato a fare. Lo abbiamo già incontrato molte altre volte (nelle Lettere di San Paolo questo è usuale). Quando Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi vuole invitare i cristiani a partecipare alla colletta che lui sta facendo per la Chiesa di Gerusalemme, interpretando questa colletta come una solidarietà che nasce dalla decisione di vicinanza e di comunione, riporta il fondamento a Gesù Cristo, il quale «da ricco che era, si è fatto povero, per arricchire noi con la sua povertà» (2 Cor 8, 9). Se questo è il mistero che sta all’origine della nostra vita, non possiamo evidentemente tenere una ricchezza per noi senza avere la disponibilità alla condivisione, a sentire la povertà degli altri come qualche cosa che ci interpella, come Gesù Cristo ha fatto nei nostri confronti. Credo che le applicazioni potrebbero essere tantissime. Il contenuto della nostra fede motiva, ma non solo, da una forma ai nostri pensieri e decisioni: «amatevi gli uni e gli altri; così come Dio ha amato voi in Cristo» (cfr. 1 Pt 1, 22-23); «perdonatevi come Dio vi ha perdonato» (Col 3, 13); «accoglietevi come siete stati accolti» (cfr. Rm 15, 17)… In pratica è molto chiaro: l’evento di Cristo deve diventare la forma dell’esistenza della comunità cristiana. In concreto, la forma che l’evento di Cristo trasmette è la comunione e il servizio reciproco. L’inizio dell’Inno è molto solenne: «Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo». Quindi: “Se Cristo è sorgente di un’esperienza nuova che deve diventare consolazione e esortazione reciproca”. «Se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia». La gioia di Paolo può essere completata solo attraverso l’unanimità dei cristiani di Filippi: «con l’unione dei vostri spiriti», che fondamentalmente (in modo molto banale) vuole dire: “tirate pari”. Cioè, camminate con lo stesso orientamento: il vostro sforzo nell’indirizzo delle vostre decisioni deve essere solidale e orientato in un’unica direzione. È su questo che si gioca l’unanimità, evitando alcuni atteggiamenti e vizi, che sono distruttivi per la vita della comunità. Il primo è la erizeian, cioè «lo spirito di parte». Ricordate che a Corinto non erano stati immuni da questo “spirito di parte”, erano sorte delle piccole fazioni interne alla comunità (cfr. 1 Cor 1, 10-12). Lo “spirito di parte” ti pone di fronte all’altro con un preconcetto, per cui uno se sta dalla tua parte va tutto bene e se eventualmente l’altro è dalla parte opposta va tutto male (c’è sempre un motivo per trovare “il pelo nell’uovo”). Questa parzialità, “spirito di parte”, è fuori dalla verità e quindi dalla carità. Insieme allo “spirito di parte” la kenodocsian, la vanagloria; il cercare l’affermazione di sé nell’apparenza senza orientare in realtà la vita a quello che effettivamente è importante e decisivo. Allora: «Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria». Un passo parallelo (relativamente) è nella Lettera di Giacomo, dove scrive: «Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza» (Gc 3, 13). Vuole dire: la saggezza non si misura dalle parole ma dai comportamenti; deve essere dimostrata nella condotta. «Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità» (Gc 3, 14). Vuole dire: non cercate delle motivazioni false per decisioni o atteggiamenti che sono determinati da gelosia e da spirito di contesa; non andate a cercare dei motivi per sostenere le vostre ragioni (:“l’ho fatto per questo e per quest’altro, che è per la ricerca della verità e del bene”). Tutto questo è semplicemente l’espressione di un animo che è deformato di dentro, che è determinato da una gelosa amarezza. «Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura (“pura” vuole dire: non doppia, non falsa); poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia» (Gc 3, 15-17). Allora è come un ritornare alla radice dei propri comportamenti nella comunità per vedere se queste radici sono sane o malate. 2. L’umiltà «3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri». Viene fuori la virtù, che poi sarà richiamata anche nel corso dell’Inno, dell’umiltà. Una virtù, per certi aspetti, tipicamente cristiana o giudeo-cristiana, ma certamente lontana dal pensiero greco. L’umiltà nel pensiero greco è spesso equiparata alla meschinità, all’uomo che ha dei pensieri bassi, che non sa rendersi conto della dignità, della libertà, della responsabilità e del valore della persona. Invece in una concezione cristiana l’umiltà è fondamentale, anzi è una virtù sociale e non individuale. Non è semplicemente qualche cosa che serve all’edificazione della persona, ma edifica la comunità, anzi le permette di sopravvivere. Al di fuori dell’umiltà scompare la possibilità di tenere in piedi una comunità autentica. Questa umiltà intendetela innanzitutto in riferimento a una presa di posizione nei confronti degli altri: considerare gli altri superiori a se stessi senza cercare il proprio interesse ma anche quello degli altri. È questo che decide dell’umiltà. Ricordate che tra le tante cose che sono dette nell’Inno all’amore sulla carità una è proprio questa: l’amore non cerca ciò che è suo. In italiano è stato tradotto in un modo un po’ diverso: “non cerca il suo interesse”. Il testo dice qualche cosa di più: “non cerca ciò che è suo”; è capace di dimenticare qualche cosa di sé, anche dei propri diritti, pur di cercare il bene della comunità attraverso la valorizzazione e l’onore reso agli altri: «considerare gli altri superiori a se stesso». Paolo sa che questo appello all’amore e all’umiltà tocca i punti sensibili della persona, perché l’autocompiacimento è uno degli atteggiamenti istintivi più usuali in noi. Proprio perché sotto sotto sappiamo che vagliamo poco, abbiamo bisogno di apparire molto per coprire un po’ la realtà di quello che sappiamo di noi stessi. Il bisogno di vanità, di affermazione, nasce dalla consapevolezza, in fondo autentica, che di fronte alla realtà del mondo siamo ben poca cosa. Diceva il mio insegnante di Sacra Scrittura: “Quello che sappiamo è solo una piccola porzione rispetto agli spazi infiniti della nostra ignoranza”. Quindi consapevoli di questo abbiamo bisogno di sentirci approvati e riconosciuti. È un’autodifesa. Un’esortazione all’umiltà non è così facile da accettare; ci vuole una capacità di liberazione interiore da se stessi. 3. L’imitazione di Gesù Cristo nasce da un’esperienza presente Allora cerchiamo il fondamento di tutto questo: «5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù». La traduzione di questo versetto è piuttosto problematica e in ogni modo non è come dice qui. Innanzitutto “abbiate in voi” vuole dire: “abbiate tra di voi”, e non “dentro di voi”. Quindi: “Abbiate tra di voi”, nei vostri rapporti gli uni con gli altri. Qui si tratta di un’etica comunitaria da impostare. Dice Paolo: quello che dovete avere tra di voi è un pensiero, un atteggiamento, che è anche in Cristo Gesù. Il senso è essenzialmente questo: la vostra esistenza di comunità cristiana è un’esistenza in Cristo. “In Cristo” vuole dire: il Signore risorto, attraverso il suo Spirito, esercita una vera e propria signoria sulla vostra esistenza. Il Cristo risorto è un Cristo vivo, operante, che esercita un influsso. E la comunità cristiana è dentro a questo influsso, è animata da questa realtà viva di Gesù Cristo. Allora, voi pensate e agite lì dentro: pensate tutto quello che vi pare, purché sia coerente con il fatto che voi siete in Cristo Gesù; fate tutto quello che volete, purché sia coerente con il fatto che voi siete in Cristo Gesù. Non potete essere in Cristo Gesù e usare dei comportamenti radicalmente in contraddizione con il Signore nel quale voi credete e vivete. Il senso è che l’appartenenza della comunità a Cristo deve determinare il suo stile di vita: i suoi pensieri e desideri, le sue decisioni, i suoi comportamenti e le sue speranze. “Abbiate tra di voi quel tipo di sentimenti”, di pensiero e di atteggiamento che è giusto e possibile avere in Cristo Gesù. Per capire meglio quali tipi di sentimenti sia possibile avere in Cristo Gesù bisogna conoscere Cristo Gesù, che Gesù Cristo e il suo Spirito sia entrato nella nostra riflessione, nel nostro cuore e nella nostra vita. Allora Paolo richiama questo Inno che ci mette davanti il mistero di Cristo. Credo che il discorso non riguardi solo l’imitazione di Gesù Cristo (ma da questo punto di vista ci sono esegeti che la pensano in modo diverso), cioè non vuole dire solo: pensate che sentimenti aveva Gesù Cristo e voi cercate di averne dei simili; guardate come si è comportato lui e voi imitate il comportamento di Cristo. Cioè tutto questo è molto vero, non è sbagliato e ci sta dentro bene, ma c’è qualche cosa di più. Voglio dire: il comportamento cristiano non nasce dall’esame di un avvenimento del passato che io cerco di ricordare perché è bello e giusto e poi cerco di imitare. Il comportamento cristiano nasce da un’esperienza presente. Non è che devo pensare a Cristo di duemila anni fa perché è stato grande e dico: adesso provo a fare lo stesso. Il problema è che il Cristo di duemila anni fa è il Cristo vivente, presente, efficace e attivo. Io sono sotto la sua sovranità, al suo Spirito, ed è con questa presenza viva del Signore che ho a che fare. La comunione che come credenti viviamo con lui, non è senza conseguenze sui nostri rapporti reciproci. Inevitabilmente, se l’esperienza di Gesù è vera, condiziona in un modo o nell’altro il rapporto con i fratelli. 4. Il mistero dell’Incarnazione Allora guardiamo chi è questo Cristo Gesù nel quale siamo inseriti, per comprendere la dinamica della nostra esistenza: «6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Dal punto di vista esegetico i problemi sono infiniti ma non ci interessano (quindi non interessa sapere se l’Inno l’ha scritto San Paolo o se è precedente o ci ha aggiunto delle parole o dei versetti o se va diviso in due strofe o in tre… sono tutte questioni molto interessanti, però diventerebbero lunghissime). Lo prendiamo nel suo dinamismo: due movimenti contrapposti uno all’altro. 4.1. Movimento di abbassamento Innanzitutto è un movimento di discesa. Punto di partenza: «6 il quale, pur essendo di natura divina». Vuole dire: la sua esistenza è determinata dalla forma di Dio; è la forma di Dio che lo qualifica. Tanto che un po’ più avanti dice che è pari a lui. Siccome la sua forma è divina, il suo status, la sua dignità è di Dio, pari pari: «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Vuole dire: non ha considerato lo status che gli competeva per la sua identità (siccome era in forma divina gli competeva lo stato dell’uguaglianza con Dio, quindi aveva ogni diritto). Questa uguaglianza con Dio la poteva considerare come un tesoro da sfruttare, come una ricchezza da custodire con le unghie e con i denti perché non gli venisse tolta, quindi aveva la possibilità di esercitare ogni potere perché gli competeva, ne aveva il diritto. Ma in realtà ha rinunciato a consideralo così, non l’ha considerato come un’occasione da non lasciarsi sfuggire: «non considerò un tesoro geloso». “Tesoro geloso” è una modalità di esprimersi: è un tesoro che uno tiene gelosamente per sé per timore che gli sia portato via. Ma al contrario: «7 spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini». Sono tre espressioni che esprimono fondamentalmente il mistero dell’Incarnazione. Notate che siamo di fronte ad un atto libero. Questa persona preesistente assume un’esistenza da schiavo; l’assume, quindi significa che non lo era; era libero e liberamente ha assunto questa condizione. Si annuncia in questo modo un atto, una decisione, che trasforma essenzialmente il mondo, perché introduce nel mondo il mistero stesso di Dio. È l’avvenimento fondamentale e centrale dell’Incarnazione, che ha superato una volta per sempre la frattura tra il mondo di Dio e il mondo degli uomini. «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is. 63, 19b); è esattamente questo che viene annunciato: «spogliò se stesso», «svuotò se stesso»; «da ricco che era, si fece povero» (2 Cor 8, 9). C’è un’ode di Salomone che dice: «poiché la sua bontà fece piccola la sua grandezza, egli divenne come io sono»; ed è in questa povertà della condizione umana che Dio si è rivelato. Si potrebbe dire: si è mostrato così nobile da non avere paura di farsi plebeo, di farsi piccolo. È così grande che la sua grandezza non è costretta a difenderla, è capace di donarla, di metterla in gioco: «assumendo la condizione di servo», cioè il modo di esistere dello schiavo. Chiaramente la sottolineatura vuole evidenziare il contrasto: in forma di Dio, pari a Dio – in forma in condizione di servo. Forse questo discorso del servo può fare riferimento alla condizione umana, come sottomessa a delle potenze dalle quali è condizionata: la morte (che abbiamo già detto, quindi non c’è bisogna di ritornarci sopra). La condizione dell’uomo è essenzialmente un’esperienza condizionata. L’uomo può desiderare l’infinito, però è costretto a fare i conti (con i casuali), con l’effimero, con il frammentario, perché l’esistenza dell’uomo è questa: «assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini». Tutte queste tre espressioni insieme dovrebbero indicare l’Incarnazione. 4.1.1. L’obbedienza Poi la carriera umana di Gesù. Fatto uomo: «apparso in forma umana»; il testo continua: «8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce». «Umiliò se stesso», è probabilmente il motivo per cui l’Inno è stato scelto. Perché c’era stato detto prima di «non fare nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma… con tutta umiltà, considerare gli altri superiori a noi stessi». Il Cristo incarnato «8 umiliò se stesso facendosi obbediente». Il modo concreto dell’umiltà è esattamente l’obbedienza; e che l’obbedienza sia evento fondamentale nella vita di Gesù lo abbiamo già ricordato con la Lettera agli Ebrei: «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti quelli che obbediscono ai suoi comandi» (Eb 5, 8-9). E soprattutto bisognerebbe leggere il cap. 5, 12ss della Lettera ai Romani, dove il discorso è la contrapposizione Adamo-Cristo, che è essenzialmente la contrapposizione tra disobbedienza-obbedienza: per la disobbedienza di uno siamo tutti in una condizione di miseria; per l’obbedienza di uno solo tutti sono costituiti giusti. Quindi si può dire che nel cap. 5° della Lettera ai Romani il dramma del mondo è descritto come dramma tra disobbedienza e obbedienza. Gesù Cristo, uomo, ha percorso il cammino dell’esistenza umana, l’agire e il patire storico, in tutte le esperienze di limitatezza, di povertà, di condizionamento e di provvisorietà. Fino all’ultima espressione della povertà umana: la morte. Il Cristo ha detto di sì alla vita umana e al suo punto finale che è la morte. Notate che il discorso per il nostro Inno è soprattutto dell’indicare un cammino di abbassamento. Dio-uomo, ma uomo-servo, ma «servo… fino alla morte e alla morte di croce». Questo è l’unico accenno nel nostro Inno al significato salvifico della morte di Gesù. Perché quello che l’Inno vuole descrivere non è l’opera di redenzione in quanto tale, ma è il mistero di abbassamento nel quale la redenzione è compiuta. Quindi la parola “croce” richiama la redenzione immediatamente in un contesto cristiano, ma non è come gli inni della Lettera ai Colossesi e agli Efesini centrati proprio sull’opera redentiva. Qui è centrato sul cammino di abbassamento e di obbedienza fino alla morte. 4.2. Movimento di innalzamento A questo punto l’Inno ha la sua svolta, all’improvviso cambia tutto: l’itinerario è arrivato al termine, alla morte di croce, oltre quello non si può andare. Ma «9 Per questo Dio l’ha esaltato». Qui cambia il soggetto. Finora il soggetto era Cristo Gesù, ora il soggetto diventa Dio. Vuole dire: questa è la risposta di Dio al percorso che Gesù Cristo ha fatto. Gesù Cristo ha vissuto una carriera a rovescio, che dalla condizione divina lo ha portato alla morte in croce; ebbene Dio non è stato muto di fronte a questa scelta di Gesù Cristo, ma ha risposto con la sua potenza: «9 Per questo Dio lo ha esaltato». Anche qui la traduzione non è esatta, perché il testo dice: «lo ha sovraesaltato», uperipsosen, quindi lo ha innalzato ancora al di sopra (dopo vediamo in che senso). In ogni modo quello che si vuole dire è che Dio ha dato a Cristo una posizione di sovranità, lo ha innalzato «e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome». Chiaramente “nome” vuole dire un potere, una dignità, una forza, una energia che lo pone al di sopra di qualunque altro potere, si può dire che lo ha innalzato al di sopra dei cieli. Se voi pensate ad una visione cosmologica dove l’innalzamento significhi un aumento di potere, “salire sopra i cieli” vuole dire: acquistare potere sopra i cieli e sopra la terra, chi è in cielo domina la terra, chi è al di sopra dei cieli domina i cieli e la terra. Ebbene, è questo che è stato dato a Gesù Cristo. Il verbo tradotto con «gli ha dato il nome» è il verbo echarisato, che indica come una grazia, un dono. La prospettiva si gioca nel dono. Il Padre risponde con infinita liberalità e generosità all’atteggiamento e al comportamento di Gesù, e gli dà questo nome, potere, «al di sopra di ogni altro nome» perché è nel nome di Gesù. Ed è la prima volta che nell’Inno viene fuori “il nome”, e stranamente il nome Gesù. Perché il nome Gesù? Probabilmente perché sottolinea la dimensione umana, l’umanità. Poteva usare anche il nome Cristo, che avrebbe indicato una dignità messianica, invece usa il nome di “battesimo”, cioè il nome della sua umanità. Il Gesù, che è il Gesù di Nazaret, «10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami». E qui viene citato Isaia al cap. 45°, dove si annuncia che le nazioni pagane, quelle che finora hanno combattuto Israele, un giorno verranno e insieme con Israele si inchineranno, si prostreranno, davanti alla sovranità di Dio; Dio viene riconosciuto come sovrano da tutte le nazioni, e non solo da Israele, anche dai nemici degli israeliti insieme con loro e fanno la proskynesin, l’adorazione, e la proclamazione della grandezza di Dio (cfr. Is 45, 14). Però qui cambia tutto, perché tutte queste realtà e potenze non s’inchinano davanti a Dio, ma davanti a Gesù Cristo, che ha percorso il cammino dell’umiliazione «fino alla morte e alla morte di croce», e lo proclamano Signore. “Signore” è il termine greco con cui la Bibbia dei LXX traduce il tetragramma. Quando nel testo ebraico c’è JHWH, la traduzione greca traduce Kirios. Quindi è un nome specificamente divino. Quel uperipsosen, che dicevo prima, il sovraesaltato, è usato ancora nella Bibbia greca solo per Dio. Allora l’onore che viene riconosciuto a Gesù Cristo non è semplicemente sovramondano, è un onore divino, pari pari. Chiaramente non pensate che questo sia in contraddizione o in concorrenza con l’onore stesso di Dio, perché «11 ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Quindi è dentro a questo mistero immenso della gloria di Dio Padre che è riconosciuta effettivamente la divinità di Gesù Cristo. Quando ritrovare: «ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» intendetelo in riferimento alle “potenze” (di cui avevamo già detto nell’ottava meditazione). Non vuole dire gli angeli, gli uomini e i morti; ma tutte le potenze che dominano l’universo in qualunque luogo si trovino. C’è un riconoscimento di signoria offerto a questo Cristo che è proclamato Signore. È in questo, uperipsosen, (lo ha sovraesaltato), che ora ha qualche cosa che prima non aveva. È partito dalla forma divina, e uno potrebbe dire che aveva tutto. Si, è vero, aveva tutto, ma adesso nella sua umanità è Signore sopra l’universo, perché ha conquistato questa posizione di dominio con un itinerario paradossale di abbassamento. 5. Il significato dell’Inno Credo che il significato di un testo di questo genere sia immenso, infinito. Si può leggere in tanti modi, quindi ne ricordo solo alcuni (poi ci può stare la meditazione personale). 5.1.1. Adamo, che desidera essere come Dio senza Dio Una prima cosa che viene in mente è il confronto con il nostro grande padre Adamo, il quale anche lui aveva a che fare con l’uguaglianza con Dio di cui parla l’Inno; l’esperienza di Adamo è presente come dramma, come desiderio, all’inizio della storia umana. Ma qui c’è esattamente l’opposto. Nel caso di Adamo c’è una persona che è in forma di uomo – non in forma di Dio –, ma che non si accontenta della sua forma di uomo e vuole rapire l’uguaglianza con Dio. Per rapire l’uguaglianza con Dio cerca di percorrere un itinerario di autoaffermazione, cioè di autonomia, di taglio di ogni legame e sottomissione. Il risultato di un itinerario di questo genere è evidentemente la morte. Allora il contrasto non potrebbe essere più evidente. Diceva Ratzinger: “Non è proibito all’uomo desiderare di essere come Dio; il problema è desiderare di essere come Dio senza Dio”. Quindi “il come Dio” vuole dire: al posto di Dio. Questo è il dramma, una radice di peccato. Invece il cammino che l’uomo è chiamato a percorrere è di una sottomissione di un’obbedienza al Padre. In quello c’è il cammino che lo innalza, per grazia di Dio, alla condizione stessa del Signore. 5.1.2. Adamo, che vuole farsi Dio senza Dio Un altro riferimento parallelo ad Adamo, c’è nel cap. 28° di Ezechiele. È una satira contro i re di Tiro. Tiro era costruita su un’isoletta a qualche centinaia di metri dalla costa e siccome era una grande potenza marinara si sentiva onnipotente. Perché una città può essere assediata e assalita, ma assediare un’isola è abbastanza complicato, soprattutto se in quell’isola domina il commercio, quindi le sue navi percorrono tutto il Mediterraneo. Da questo punto di vista Tiro si sente onnipotente: perché, chi mi prende, chi mi circonda? La satira sul re di Tiro (che chiaramente rappresenta la città, non è il re come singolo personaggio) gli dice: «Poiché il tuo cuore si è insuperbito e hai detto: Io sono un dio, siedo su un seggio divino in mezzo ai mari, mentre tu sei un uomo e non un dio, hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto. Con la tua saggezza e il tuo accorgimento hai creato la tua potenza e ammassato oro e argento nei tuoi scrigni; con la tua grande accortezza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore. Perciò così dice il Signore Dio: Poiché hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, ecco, io manderò contro di te i più feroci popoli stranieri; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari. Ripeterai ancora: Io sono un dio, di fronte ai tuo uccisori? Ma sei un uomo e non un dio in balìa di chi ti uccide. Della morte dei non circoncisi morirai per mano di stranieri, perché io l’ho detto. Oracolo del Signore Dio» (Ez 28, 2-10). La posizione marinara, che era il suo vanto – «io siedo su un seggio divino in mezzo ai mari», quindi nessuno mi può conquistare –, diventa l’umiliazione della sua tomba. Muori come quelli che non hanno sepolcro, come quelli che muoiono nel mare, lì è la tua umiliazione. È il discorso fondamentale che la Scrittura riprende dall’inizio alla fine, della ubris dell’uomo che vuole farsi Dio senza Dio. Nel nostro caso c’è invece il cammino opposto, la carriera a rovescio: dell’umiliazione che conduce invece alla dignità, al potere stesso di Dio. 5.2. Il “quarto canto del servo di Jahve” Una seconda traccia di lettura è il “quarto canto del servo di Jahve”. Qualcuno pensa che ci siano dei rapporti tra l’Inno della Lettera ai Filippesi e il “quarto canto del servo di Jahve” (ma è molto discusso, però si possono accostare certamente senza affermare che uno derivi dall’altro). Si possono accostare perché il “quarto canto del servo di Jahve” incomincia: «Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato» (Is 52, 13). Quindi incomincia con un’immagine di gloria, di potere, di elevazione. L’innalzamento di Giovanni (cfr. Gv 12, 32) viene di qui: «il mio servo avrà successo». Ma poi viene raccontato il come questo servo ha raggiunto il successo. È come quella tecnica del flex beech, si comincia dalla finale di un dramma e poi si racconta come ci si è arrivati; fa vedere il risultato e poi descrive il cammino. Ma il cammino è quello dell’umiliazione: «Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?… Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per trovare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si vela la faccia, lo abbiamo disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53, 1.2-3). E continua a raccontare la carriera di questo servo del Signore: «Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti…» (Is 53, 4-5). Fa vedere tutto questo itinerario fino alla morte: «fu eliminato dalla terra dei viventi… con ingiusta sentenza fu tolto di mezzo» (Is 53, 8) Ma a questo punto: «Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo… Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce… il giusto mio servo giustificherà molti… io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino» (Is 53, 10.11.12). Le differenze sono enormi, rispetto al nostro testo, perché Isaia al cap. 52° e 53° è tutto giocato sul tema della redenzione, del riscatto, della liberazione. Però le due immagini dell’abbassamento e dell’innalzamento sono presenti. 5.3. Il Nuovo Testamento Una terza lettura è il Nuovo Testamento: della vita di Gesù letta sotto la prospettiva del servizio: «il Figlio dell’uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per la moltitudine». (Mt 20, 28). E soprattutto il cap. 13° di Giovanni, in cui «Gesù (il giorno prima di morire), prima della festa di Pasqua, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine… Pur sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita» (Gv 13, 1.3-4). Giovanni sembra che giochi su questa immagine del deporre le vesti e del prendere l’asciugatoio, perché alla fine dice il contrario: «Quando ebbe finito di lavare loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro…» (Gv 13, 12). Questa immagine – di Gesù che “depone le vesti” e prende “il grembiule”, che è il segno del servo, e poi “riprende le vesti” – per San Giovanni richiama immediatamente quello che Dio aveva detto nel cap. 10°: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la vita da me stesso… Nessuno me la toglie, ma me lo do io da me stesso, ho il potere di darla e ho il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10, 17.18). Depone e riprende, in mezzo però c’è il servizio, la vita trasformata in umiltà, ma non semplicemente come sentimento, ma come gesto che fa vivere con il dono di se stesso. 5.4. Il significato del mistero di Dio è nel Crocefisso Questo Inno si può leggere in risposta alla domanda per noi fondamentale: chi è Dio? Oppure: dove posso trovare nel mondo un’immagine reale ed effettiva di Dio? Ho bisogno di conoscere qualche cosa del mistero di Dio e cerco nel mondo una traccia; dove? Nella natura, negli avvenimenti belli dell’amore, ecc. Se ha ragione il nostro testo, questa traccia di Dio bisogna cercarlo in un Crocefisso. In quell’uomo innalzato e umiliato sulla croce, lì c’è la traduzione più significativa del mistero di Dio in termini umani. “Significativa” perché Dio, di fronte all’umiliazione del Figlio, lo proclama Signore. Quando il Figlio giunge «fino alla morte e alla morte di croce», lì Dio dice: questo è il Signore. Siccome Signore è il nome stesso di Dio, è come dire: questo è colui nel quale io mi compiaccio, nel quale mi ritrovo (cfr. Mt 3, 17). Ed è molto significativo che Dio si ritrovi esattamente lì: in una vita donata, in una vita trasformata in obbedienza e in amore. Questo si aggiunge alle riflessioni che abbiamo fatto prima sugli altri due Inni e credo che insieme ci aiutino ad avere una cristologia ricca e una cristologia pregata in un contesto di inno e di lode e di riconoscenza a Dio. * Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore, ma dall’Ufficio Pastorale.

Publié dans:LETTERE DI SAN PAOLO: GLI INNI |on 18 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

La Marsigliese, sottotitoli italiano

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LA PREGHIERA DI OGNI MOMENTO – (Atti 20, 32), (2 Cor. 13, 7-9).

http://euntes.net/sanpaolo/preghiera.html

LA PREGHIERA DI OGNI MOMENTO 

« Vi affido al Signore e alla parola della sua grazia … » (Atti 20, 32).
« Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male … Preghiamo Dio anche per la vostra perfezione … » (2 Cor. 13, 7-9).

Paolo trasforma la preoccupazione per gli altri in termini di preghiera o dialogo con Dio. Questo prova che la sua carità è vera e che la sua preghiera è autentica. La preoccupazione dell’apostolo è concentrata sui dettagli e sulle circostanze di tutte le persone, che sono suoi fratelli. Sente di essere legato alla vita degli altri come un’esigenza di Dio Amore. Ama i fratelli per se stessi. Ed ogni cosa diventa motivo di preghiera. La sua grande preoccupazione è che gli uomini realizzino se stessi, che arrivino, cioè, alla perfezione: che si rendano disponibili all’Amore. La vita dell’apostolo arde continuamente di questo inspiegabile zelo da cui fu preso senza averne alcun merito e soltanto per iniziativa di Dio. La vita di Paolo può essere riassunta dai momenti di preghiera: porta ogni cosa nel suo colloquio con il Padre. È inspiegabile per chi non sa pregare … né amare …
Il modo migliore di mettersi in sintonia con gli altri è quello di scoprire in ogni cosa motivo di preghiera. In questo modo si ama in profondità e si sintonizza con gli altri. Questa preghiera ci spinge ad impegnarci per gli altri, a fare qualche cosa, ciò che è più opportuno. Richiede una continua ascesi nella dimenticanza di sé e nel porre gli interessi degli altri al di sopra dei propri. Si vive così la storia degli altri nell’ambito della storia della salvezza che ha il suo centro in Cristo. Ciò è segno che uno si è legato a Cristo fino a partecipare delle sue preoccupazioni e dei suoi ideali. Cristo visse sempre in dipendenza dagli altri. Per questo aveva bisogno e andava in cerca di momenti da dedicare esclusivamente al colloquio col Padre. E da questo colloquio, immediatamente, scaturisce la capacità di amare e di darsi. La capacità di donazione si misura e si accresce in proporzione della capacità di dialogare con Dio. Questa preghiera impegnata, di ogni giorno e di ogni momento, è parte integrante del ministero apostolico. A nessun apostolo viene in mente di farsi dispensare da questa preghiera. Sarebbe come un farsi dispensare dall’amare …

Giotto, la virtù della Fortezza, Cappella degli Scrovegni, Padova

Giotto, la virtù della Fortezza, Cappella degli Scrovegni, Padova dans immagini Giotto_di_Bondone_-_No._41_The_Seven_Virtues_-_Fortitude_-_WGA09268

https://it.wikipedia.org/wiki/Fortezza_(Giotto)

Publié dans:immagini |on 17 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

LE VIRTU’ CARDINALI: LA FORTEZZA – 1

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Celebrazioni/2002-2003/La_Fortezza-1.html

LE VIRTU’ CARDINALI: LA FORTEZZA – 1

Un esempio di fortezza La Signora del sogno dei nove anni aveva detto a Giovannino Bosco, mostrandogli una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi: “Renditi umile, forte e robusto, e ciò che ora vedrai succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli”. E d’improvviso, al posto di quegli animali comparvero altrettanti agnelli mansueti che belavano, correvano e saltellavano. “Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi piccoli amici”, gli aveva detto il Personaggio che gli era comparso prima nel sogno. Umiltà: Don Bosco sapeva bene che ogni cosa buona viene da Dio, per questo non si è mai insuperbito per i grandi risultati delle sue opere. Robustezza: Don Bosco ha sempre dimostrato grande robustezza fisica, e per questo ha potuto affrontare disagi e fatiche e un lavoro quotidiano senza soste di riposo. Fortezza: questo dono dello Spirito Santo lo ha reso davvero forte nello spirito e perseverante nell’affrontare vittoriosamente 62 anni di sudori e di sacrifici per il bene dei suoi ragazzi e tantissime altre persone che accorrevano a lui.

In che consiste la Virtù Cardinale della Fortezza Così recita il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 1808: 1) La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. 2) Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli, nella vita morale. 3) La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. 4) Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. 5) “Mia forza e mio vanto è il Signore” (Sal 118,14). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33).

Preghiamo con il Salmo 17 Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza. Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici. Mi circondavano flutti di morte, mi travolgevano torrenti impetuosi; già mi avvolgevano i lacci degli inferi, già mi stringevano agguati mortali. Nel mio affanno invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio: dal suo tempio ascoltò la mia voce, al suo orecchio pervenne il mio grido. Il Signore tuonò dal cielo, apparve il fondo del mare, si scoprirono le fondamenta del mondo. Stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi liberò da nemici potenti, da coloro che mi odiavano ed eran più forti di me. Mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene.

La fortezza e la ricerca del bene Prima di tutto, la virtù della fortezza assicura da parte di Dio la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Per ogni cristiano il bene, il vero e supremo bene è il Signore Gesù nostro unico Salvatore. Sovente noi ci troviamo di fronte a terribili dubbi, tentennamenti, proposte allettevoli che vorrebbero farci deviare dal nostro Signore fino al punto di rinnegarlo, cambiando credo e religione. Qui parliamo della fortezza che non è la supremazia dei muscoli, del denaro, della tirannia, ma di una fortezza spirituale che ci viene dall’alto, e che conferma la risposta sicura e incrollabile agli interrogativi che San Paolo si pone nella lettera ai Romani, capitolo 8,35-39. “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?”. Non le tribolazioni né i pericoli, non la fame né la nudità e neppure la spada. Nulla, dunque. Perché la forza dell’amore di Dio ci ha conquistati e ci ha resi come una fortezza invincibile; perché nessuna creatura ci potrà separare dall’amore di Cristo Gesù. Certo, quando uno non prega, non legge a dovere la Bibbia, non frequenta la Santa Messa domenicale e i sacramenti, quando uno ascolta più volentieri i nemici della Chiesa e di Gesù Cristo, costui rischia sempre di rinnegare il vero Dio e di mettersi tra coloro che rifiutano lo Spirito Santo.

Preghiamo con il Salmo 1 Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere. Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti. Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina.

Fortezza nelle tentazioni La virtù della fortezza “rafforza la decisione di resistere alle tentazioni” che ci vengono dal mondo e dalla stessa nostra fragilità. È un dono che ci rende capaci di essere fedeli alla vocazione cristiana nello stato in cui ognuno di noi si trova, rispondendo con decisione contro ogni sollecitudine cattiva che vuole farci cadere nella trappola del Maligno. Siamo chiamati a essere vigilanti come le cinque vergini sagge che attendono lo sposo. Non deve mancare in noi l’olio della preghiera allo Spirito Santo, perché questa supplica continua accompagnata dalla vigilanza, formi una vera barriera quando ci assalgono le tentazioni e ci colpiscono le sofferenze che si abbattono a grappoli su di noi. Tutto questo ci rende pazienti ma di una pazienza fatta di fortezza e di fermezza, capace di affrontare mille ostacoli e di suscitare in noi stupende energie di rinnovamento spirituale per noi e per i nostri fratelli.

Preghiamo con il Salmo 7 Signore, mio Dio, in te mi rifugio: salvami e liberami da chi mi perseguita, perché non mi sbrani come un leone, non mi sbrani senza che alcuno mi salvi. Sorgi, Signore, nel tuo sdegno, levati contro il furore dei nemici, alzati per il giudizio che hai stabilito. Giudicami, Signore, secondo la mia giustizia, secondo la mia innocenza, o Altissimo. Poni fine al male degli empi; rafforza l’uomo retto, tu che provi mente e cuore, Dio giusto. La mia difesa è nel Signore, egli salva i retti di cuore. Loderò il Signore per la sua giustizia e canterò il nome di Dio, l’Altissimo.

Don Timoteo Munari SDB

Publié dans:VIZI E VIRTÙ |on 17 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

FEDE E OPERE. SULLA GIUSTIFICAZIONE

http://www.credereoggi.it/upload/2002/articolo130_3.asp

FEDE E OPERE. SULLA GIUSTIFICAZIONE

Editoriale

[Gesù Cristo] è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. (Rm 4,25-5,1) 

Quando si sente il termine giustificazione la prima cosa che viene in mente a molti è quel foglietto, firmato dai genitori, che ciascuno di noi doveva riportare alla maestra una volta tornato a scuola dopo un’assenza. Non potevamo redigere o firmare da soli la nostra giustificazione, anche se a volte, con l’astuzia innocente dei bambini, abbiamo sognato di farlo per evitare un’interrogazione incombente. Non è inutile partire da questa comune e semplice esperienza, apparentemente insignificante, per cercare di illuminare una parola che segna l’originalità della fede cristiana, ma è anche stata causa di incomprensioni e profonde separazioni tra le chiese in Occidente. Giustificazione, nell’esperienza dello scolaro e in quella del peccatore perdonato, è un essere giustificati, un esser riammessi nel consesso da cui la malattia (e analogamente il peccato) li aveva allontanati. Il mistero della giustificazione è contemplare l’azione misericordiosa di Dio che in Cristo riscatta i peccatori per costituirli figli, fino a renderli «partecipi della natura divina» (2Pt 1,4). Diceva il teologo A. Birmelé, in un intervento alla XXXVII Sessione del Segretariato attività ecumeniche: «La grazia guarda e sceglie; è parziale, vive di un partito preso. Dio non è imparziale: ha preso partito per gli esseri umani». La dottrina della giustificazione lo afferma: Dio non è imparziale, anzi rende giusti gli ingiusti, figli i nemici. Davanti a questa affermazione non si può fare a meno di chiedersi perché mai Dio faccia una cosa del genere. Rispondeva Agostino: «Avendo un Figlio unigenito, Dio l’ha fatto figlio dell’uomo, e così viceversa ha reso il figlio dell’uomo figlio di Dio. Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia» (Disc. 185). Riflettere ancora sulla giustificazione non è quindi facoltativo per i cristiani, soprattutto per quanti sono immersi nella cultura del commercio, dello scambio a pagamento, in cui lo spazio per la gratuità e per il dono immeritato si va riducendo a un mero ricordo. La cultura occidentale è stata e sarà sempre tentata di pelagianesimo: salvarsi da soli, mettersi davanti a Dio con una giustizia propria, ecco il «mito» anticristiano di chi non vuole riconoscere l’extra nos della salvezza. La reazione luterana a ogni forma di pelagianesimo portò a interpretare le opere buone che l’uomo compie come «pagamento» per meritarsi la salvezza, finendo per insistere unicamente sulla passività ricettiva degli esseri umani in ordine all’azione di Dio. Questa presa di posizione condusse poi i teologi della Controriforma a sospettare che i luterani non credessero al reale cambiamento dell’uomo giustificato e alla necessità della libera collaborazione all’opera della grazia. Secoli di condanne e di reciproci fraintendimenti, alimentati da un’apologetica aggressiva, hanno scavato tra le confessioni cristiane d’Occidente un fossato. Ci aiuta a risalire alle origini della frattura fra le chiese l’articolo di Jos Vercruysse, che presenta la posizione delle varie comunità riformate (luterani, calvinisti e anglicani) a confronto con le prese si posizione del concilio di Trento e le reciproche condanne dottrinali. Il 1999 segna una tappa fondamentale nel superamento della divisione. In quell’anno è stata firmata dalla Chiesa cattolica e dalla Federazione luterana mondiale la prima Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. La novità di questo testo sta nel fatto che l’accordo raggiunto, pur parziale, non è rimasto al livello del dialogo fra teologi, come nel caso di tanti documenti che hanno preceduto la Dichiarazione, ma è stato ufficialmente sottoscritto dalle chiese. L’iter della stesura e della ricezione del documento, che segna una decisiva acquisizione nel progresso dell’ecumenismo, ci viene presentato nell’articolo affidato a PawelHolc. Un’espressione centrale descrive sinteticamente i risultati raggiunti: «Consenso differenziato». Il treno del dialogo viaggia su una coppia di binari che corrono paralleli, senza convergere in una monorotaia né divergere a rischio di tragici deragliamenti. Pur differenziato e parziale il consenso guadagnato è irrevocabile. Le chiese coinvolte nel dialogo si sono sentite chiamate dalla Dichiarazione congiunta a trovare un nuovo linguaggio, capace di rendere comprensibile agli uomini e alle donne del nostro tempo l’essenziale verità della giustificazione. A questo proposito l’articolo di AndreaToniolo cerca di approfondire il ruolo e le conseguenze della dottrina della giustificazione nella società postmoderna. Egli mette in rilievo il «buon annuncio» della giustificazione per grazia, che libera l’uomo dall’impossibile compito moralistico di salvarsi da solo, e afferma invece il primato della persona al di sopra di ogni conquista o insuccesso individuale. Affinché le chiese possano però confessare insieme la verità da comunicare al mondo assetato di salvezza, è necessario che esse arrivino prima a un consenso più ampio e a una comune espressione delle verità fondamentali. Si apre a questo punto il vasto problema del linguaggio, vera chiave di volta del dialogo ecumenico. Ciò comporta una paziente ermeneutica delle affermazioni del partner di dialogo, per giungere non a sopprimere ogni differenza linguistica, di sottolineature o di formulazione teologica, ma piuttosto a cogliere, nell’espressione dell’altro, i riflessi di una «diversità riconciliata». A questo livello si situa il contributo di BasilioPetrà, che sintetizza i risultati del dialogo tra ortodossi e luterani sul tema della giustificazione. Tale colloquio ha prodotto un’intesa che precede quella cattolico-luterana e ne apre la via, componendo il dissidio sui reciproci malintesi della giustizia imputata e della divinizzazione. Ortodossi e luterani riconoscono adesso che le differenze che permangono nelle loro teologie sono date dalle peculiarità dei loro rispettivi linguaggi, entrambi comunque biblicamente fondati. Anche LucianoBordignon, partendo da una analisi dei limiti dell’espressione scolastica della giustificazione, si sofferma sulle categorie linguistiche che descrivono l’offerta divina della giustizia. L’articolo propone un interessante studio delle metafore di salvezza contenute nei testi biblici. Quindi, rilevata una certa «estraneità» della mentalità cristiana attuale, sia cattolica che luterana, riguardo al tema della giustificazione, afferma l’urgenza di trovare una metafora-chiave che permetta di rimettere in contatto i cristiani di oggi con questo tema centrale per la vita di fede. L’immagine del dono, con i suoi corollari della gratuità e della gratitudine, viene colta come una possibile via per ridare senso esistenziale alla sopita coscienza della giustificazione. Se davvero il cammino dell’ecumenismo teologico, come mostra in modo paradigmatico la vicenda della Dichiarazione congiunta, è avviato verso un sempre più ampio consenso nella fede che rispetti la pluralità dei modi di esprimerla, è anche indispensabile approfondire le basi comuni su cui poggia il consenso. In particolare, il recupero della dimensione biblica della giustificazione. AntonioPitta, riflette sulla radice della giustificazione rappresentata dall’offerta gratuita dell’alleanza veterotestamentaria. Essa fiorisce nel Nuovo Testamento nella letteratura paolina, tanto valorizzata dai fratelli luterani;  questo però non deve condurre a trascurare la prospettiva complementare che sottolinea la lettera di Giacomo. Solo così si arriva a una visione completa del rapporto fede e opere in ordine al nostro tema. Il percorso compiuto nel chiarire la questione della giustificazione mostra, tuttavia, che si è solo agli inizi. Certo, si è riusciti ad accordarsi su un articolo di fede assolutamente centrale, ma sono comunque rimaste aperte varie domande e soprattutto non è stato adeguatamente sciolto il nodo che riguarda la posizione di questo articolo di fede nell’ambito delle teologie cattolica e protestante. Se infatti per i luterani esso è il criterio unico attraverso il quale si può giudicare tutto il complesso dottrinale cristiano, per i cattolici, pur rimanendo centrale, deve essere armonicamente collegato alle altre verità gerarchicamente ordinate. Ci espone questi problemi l’articolo di AngeloMaffeis, che in modo equilibrato sottolinea i risultati raggiunti, senza timore di puntualizzare i motivi che non rendono ancora possibile la piena unità visibile. In particolare si riconosce che non è ancora stata raggiunta un’intesa circa le implicazioni ecclesiali della giustificazione. GiampieroBof ci fa riflettere sul contributo che può fornire oggi la teologia nell’aiutare le chiese a farsi promotrici di giustizia a ogni livello. L’articolo di congedo è affidato a GianniColzani che rilegge il tema della giustificazione seguendo il pensiero di Karl Barth. La sua proposta, pur confessionalmente qualificata, è un tentativo sinceramente cristiano di porre con forza la centralità di Gesù Cristo. La giustizia di Cristo, che diviene nostra in virtù della fede, ha per Barth una vera azione trasformatrice dell’uomo, è una ri-creazione. Nel cogliere gli aspetti positivi della teologia barthiana, Colzani ne rileva anche le fragilità. In particolare la debolezza antropologica: il sola fide, sempre fortemente ribadito, mette l’uomo in una condizione di quasi-estraneità all’opera che Dio compie in lui:  è solo spettatore, mai collaboratore attivo. Un grande merito del dibattito tra autori cattolici e protestanti, a partire dalle posizioni di Barth, è stato quello di chiarire definitivamente il rapporto «motivazione-effetto» tra fede e opere, su cui non sussiste più alcuna disputa.

Nella documentazione non abbiamo voluto far mancare almeno la parte centrale della Dichiarazione (il capitolo 4). L’invito alla lettura, curato da AldoModa,  fa il punto bibliografico sui commenti alla Dichiarazione e aiuta il lettore ad orientarsi nell’approfondimento delle questioni trattate.

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