Archive pour novembre, 2015

Cristo Re dell’universo

Cristo Re dell'universo dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 20 novembre, 2015 |1 Commentaire »

RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI – CAP. I, VV. 1-11 -

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RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI – CAP. I, VV. 1-11  -

San Paolo scrive quest’amabilissima lettera ai Filippesi con sentimenti intensi e personali, questo ci consente di penetrare il suo cuore segreto dove scopriremo che la sua grande passione è Gesù Cristo e la sua missione diffondere il Vangelo. L’esperienza avuta sulla via di Damasco dove vide una gran luce e udì la voce del Signore Gesù che gli diceva: “Saulo Saulo, perché mi perseguiti?”(At, 9-4), fu l’evento fondamentale che cambiò la sua vita.  Saulo di Tarso era un eccellente rabbino formatosi alla scuola di Gamaliele, uno dei migliori maestri del suo tempo, dal quale ricevette una profonda educazione religiosa secondo le dottrine dei farisei. Di carattere molto forte e volitivo, egli immediatamente colse la portata dirompente del cristianesimo sull’ebraismo e il pericolo rappresentato da questa nuova setta che andava costituendosi e che, basandosi sulla fortissima testimonianza di Cristo, lo riconosceva come il Messia. Nonostante la sua giovane età decise di intervenire, addirittura chiedendo un’autorizzazione scritta per essere libero di perseguitare i cristiani con ogni mezzo, in ogni luogo, anche fuori dai confini di Israele. Dobbiamo avere cognizione della grande statura morale e dell’irruenza di questo giovane perché solo così potremo capire chi egli sia, la sua grande intelligenza pratica, la sua volontà di arrivare al fondo delle cose e di spingere il suo impegno fino all’estremo.  L’evento decisivo della sua conversione è descritto esplicitamente tre volte negli Atti degli Apostoli e riferita in alcune sue lettere (cfr Gal 2, 11-15; 1Cor 15, 8-10). In (At 9,1-9) troviamo la descrizione narrativa dell’accaduto, che è raccontato nuovamente dallo stesso Paolo sia nella sua arringa difensiva davanti ai giudei di Gerusalemme che volevano condannarlo a morte, (At 22, 6-11), sia durante la comparizione a Cesarea davanti al re Marco Giulio Agrippa (At 26, 12-18). San Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, afferma che un’irruenza come la sua aveva bisogno di un intervento divino per essere giustamente indirizzata verso il bene; ed è l’esperienza di Cristo risorto che d’ora in poi, salda, resterà il fulcro della sua vita.  Dopo essere rimasto accecato dalla visione di una grande luce, ricevette la visita del discepolo Anania inviato dal Signore per ridargli la vista e colmarlo di Spirito Santo mediante il battesimo. Dopo pochi giorni iniziò la sua missione proclamando nelle sinagoghe Gesù Figlio di Dio. Da allora in poi non si stancherà mai di approfondire gli insegnamenti di Gesù e affermerà nella lettera ai Corinzi che ogni dono speciale che si riceve da Dio deve essere rivolto a beneficio degli altri: tutta la sua vicenda umana, impegnativa e faticosa, sarà in questa direzione.

 La conversione di Saulo di Tarso a seguito del suo incontro con Cristo Risorto, sulla via che conduce a Damasco, è stata un’esperienza unica e irripetibile, tuttavia abbiamo una testimonianza riconducibile ai nostri giorni, quella del metropolita Anthony Bloom (1914-2003), impegnato fortemente nell’ecumenismo e scrittore, il cui servizio pastorale si svolse in Inghilterra. In un libro sulla preghiera racconta di una sua giovanile ricerca sul senso della vita, non sentendosi appagato da una felicità senza scopo, e così risponde alla domanda rivoltagli in un’intervista inserita nel volume stesso, su cosa gli accadde:  “Cominciai a cercare nella vita un significato diverso da quello che potevo trovare attraverso l’avere uno scopo. Lo studio e il rendersi utili non mi convincevano affatto. Tutta la mia vita, fino a quel momento, era stata concentrata su obiettivi immediati e, improvvisamente, tali obiettivi diventavano insoddisfacenti. Provai in me stesso qualcosa di intensamente drammatico, e tutto intorno a me sembrò piccolo e privo di significato.  Passavano i mesi e nessuna novità appariva all’orizzonte, un giorno, eravamo in Quaresima ed io ero allora membro di una delle organizzazioni russe per la gioventù a Parigi, uno dei capi venne da me e disse: “Abbiamo invitato un prete a parlare con te, vieni.” Replicai con violenta indignazione che non sarei andato. Io non amavo la chiesa. Non credevo in Dio e non volevo perdere il mio tempo. Il capo era astuto; mi spiegò che tutti gli appartenenti al mio gruppo avevano agito esattamente nello stesso modo e che, se nessuno fosse andato, saremmo stati tutti screditati perché il prete era venuto e sarebbe stata una vergogna se nessuno fosse stato presente al suo discorso. “Non ascoltare, mi disse il capo, non mi importa che tu ascolti, solamente siedi e fai semplicemente atto di presenza”. Io ero disposto a dare alla mia organizzazione giovanile quella grande prova di fedeltà, così assistetti a tutta la predica. Non intendevo ascoltare ma le mie orecchie erano attente e la mia indignazione non faceva che aumentare.  Ebbi una visione di Cristo e del cristianesimo che destò in me una profonda avversione. Quando la predica fu terminata, corsi a casa per controllare che cosa ci fosse di vero in quanto lui aveva detto. Chiesi a mia madre se avesse il Vangelo per capire quanto fosse fondata la mostruosa impressione che avevo ricavato dalla predica. Non mi aspettavo nulla di buono dalla mia lettura, così contai i capitoli dei quattro Vangeli per essere certo di leggere il più breve, evitando così di perdere tempo senza necessità. Iniziai a leggere il Vangelo secondo Marco.  Mentre leggevo l’inizio di quel Vangelo, prima di arrivare al terzo capitolo, mi accorsi improvvisamente che dall’altra parte della mia scrivania c’era una presenza, ed ebbi l’assoluta certezza che era Cristo, e questa certezza non mi ha mai lasciato. Questo fu il reale momento di trasformazione. Poiché Cristo era vivo, ed io ero stato alla sua presenza, potevo affermare con certezza che quanto il Vangelo diceva circa la crocifissione del profeta di Galilea era vero, e il centurione aveva ragione quando aveva detto: “Costui è veramente il Figlio di Dio.”  Fu alla luce della resurrezione che potei spiegare con certezza la storia del Vangelo, sapendo che ogni cosa in esso contenuta era vera poiché l’impossibile evento della resurrezione era per me più certo di qualsiasi altro avvenimento storico. Dovevo credere nella storia mentre sapevo che la resurrezione era una realtà. Io non scoprii il Vangelo, come vede, iniziando con il primo messaggio dell’annunciazione, esso non mi apparve come una storia alla quale si poteva o meno prestar fede. Cominciò come un evento che lasciò dietro di sé tutti i problemi di incredulità, poiché si trattava di un’esperienza diretta e personale. E questa convinzione le è rimasta durante tutta la sua vita? Non ci sono stati momenti durante i quali ha dubitato della sua fede? Dentro di me acquisii la certezza assoluta che Cristo è vivente e che certe cose sono esistite. Non avevo tutte le risposte, tuttavia, dopo essere passato attraverso quell’esperienza, ero certo che davanti a me esistevano risposte, visioni, possibilità. Questo è ciò che intendo per fede: non dubitare, nel senso di essere in uno stato di confusione o di perplessità, ma dubitare allo scopo di scoprire la realtà della vita, il genere di dubbio che fa sì che si voglia indagare e scoprire di più, che fa sì che si voglia esplorare”.  Quest’esperienza si collega a quella di Paolo poiché Anthony Bloom nel leggere le scritture sente, percepisce la presenza di Gesù come il Vivente, il Risorto. La Chiesa è interprete di una strana mediazione per cui pur avvicinando a Gesù pare essere l’ostacolo più grande per arrivarci; Bloom con questo stato d’animo si accosta al Vangelo e questo segnerà la sua vita fino a fargli abbracciare la vita monastica e a divenire un grande comunicatore della fede anche ai giovani.  Confrontandoci con questi fatti comprendiamo la necessità di andare oltre la conoscenza erudita dei testi sacri, di entrare in un contatto reale con il Cristo confessato come il Vivente. La Lectio divina è per sua natura una lettura pregata della Bibbia, non uno studio biblico. Coglie i frutti dell’esegesi per capire il senso letterale della scrittura, le intenzioni degli autori nel loro limite umano, ma poi, attraverso l’assimilazione del testo (ruminatio) è aperta all’incontro con Gesù.  Alcune penetranti frasi di San Paolo di ricchissimo contenuto sollecitano la riflessione sul senso della vita o possono dare indicazioni pratiche; l’attenzione è necessaria per coglierle durante la Lectio e poi inoltrarsi in un cammino che, iniziato nella lettura personale, comunitaria o liturgica, prosegua nei giorni quando i versetti che più colpiscono illuminano un aspetto o fanno da controcanto rispetto a qualcosa che stiamo vivendo. Se docili alla Parola troveremo la nostra gioia e la nostra pace e faremo un’esperienza vera, personale, della vita cristiana nella relazione con il Signore risorto e presente; questo ci renderà liberi anche da turbamenti di fronte a certe letture ipercritiche e riduzioniste riguardo a Gesù.   Fil 1,1 “Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi”

 San Paolo scrive la Lettera ai Filippesi secondo il modello delle lettere antiche: inizia con il nome dei mittenti e dei destinatari e prosegue con una frase che ben disponga i destinatari a ricevere il testo, la “captatio benevolentiae”, ma lo fa con estrema libertà e si comprende che intenzionalmente usa quelle formule personalizzandole, dando a esse l’intensità e la forza di ciò che vuole esprimere e definendo il genere di relazione che lo lega alle comunità.  Esempio ne è la Lettera ai Galati che, dopo l’indirizzo, con tono brusco e senza alcun elogio, inizia immediatamente con l’ammonizione alla comunità cristiana nella quale l’Apostolo considerava vi fosse il serio pericolo di una deviazione dalla purezza del Vangelo da lui predicato e al quale i Galati avevano aderito credendo alla salvezza proclamata in Gesù Cristo.  La comunità cristiana di Filippi era stata personalmente fondata dall’apostolo. Le fonti a nostra disposizione sono gli Atti degli Apostoli scritti da San Luca, discepolo e compagno di Paolo (Cfr. Fm 24), da lui chiamato il “caro medico” in Col 4,14. Le molte notizie biografiche che gli Atti ci hanno trasmesso non sono state scritte come una cronaca, ma hanno uno scopo teologico: mostrarci come Paolo segua l’esempio di Cristo e come la vita di Cristo sia inserita nella vita stessa della Chiesa.  Dopo decenni di critica negativa degli Atti, l’esegesi contemporanea li sta molto rivalutando riguardo alla storicità dei fatti narrati. In essi sono descritti i tre viaggi missionari compiuti da Paolo. Durante il suo secondo viaggio, il primo in Europa, la cui meta sarà Corinto, si ferma a Filippi, nella Macedonia. At 9,11-15: “11Salpati da Tròade, facemmo vela verso Samotràcia e il giorno dopo verso Neàpoli e 12di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; 13il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite.14C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: « Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa ». E ci costrinse ad accettare.” Paolo aveva annunciato il Signore morto e risorto che, proprio per essere passato attraverso la morte può perdonare tutti i peccati, occorreva solamente accogliere la salvezza che solo Lui può donare. Dalla conversione di Lidia, prima donna europea nelle comunità paoline, e attorno a lei, nasce la comunità cristiana di Filippi. Probabilmente alla fine del secondo viaggio Paolo scrive ai Filippesi con i quali aveva intrattenuto ottimi rapporti, chiamandoli “santi”. Paolo ritiene che tutti quelli che hanno accolto il Signore Gesù siano santi per vocazione, cioè siano separati per il Signore, appartenenti a Lui. Definisce però se stesso e Timoteo, il discepolo che lo accompagna e che considera come un figlio, servi, secondo un’altra tradizione, schiavi. E’ inusuale che qualcuno si presenti come schiavo, soprattutto scrivendo a Greci, ma trovandosi ora in prigione a causa della sua predicazione, è ben felice di essere schiavo di Gesù Cristo.  In un’altra lettera affermerà che, comunque, dobbiamo servire, o Dio, e questo ci rende liberi, o il potere, il piacere, il denaro, i nostri idoli, e connota la sua schiavitù: egli è schiavo di Cristo. Per i greci la schiavitù era la peggior condizione perché solo gli uomini liberi avevano la dignità di cittadini; Paolo non ha paura di rivolgersi loro e dire: io sono schiavo di Gesù.  Papa Gregorio Magno si è definito, servo dei servi di Dio, da allora i Papi si fregiano di quest’appellativo, lo stesso Gesù dopo l’ultima cena lavò i piedi e disse di fare come Lui aveva fatto. Paolo dirà ancora: “Servire Dio è regnare”. Fin dall’incipit dell’epistola cogliamo e dobbiamo considerare la dirompente energia di Paolo che ribalta la realtà dalle radici perché l’incontro con Cristo riqualifica e capovolge la nostra ottica sul mondo, sulla realtà.  I vescovi e agli episcopi sono gli altri destinatari della lettera; questo ci fa intendere che la comunità si è ingrandita e si è strutturata, anche se, solo nel secondo secolo, Ignazio di Antiochia potrà parlare di un vescovo per ogni diocesi e distinguere nettamente i ministeri di vescovi, presbiteri e diaconi. Tuttavia, fin da ora, si delineano funzioni diverse e ministeri. Siamo dunque al cospetto di una piccola, vera Chiesa, così com’era stata voluta da Gesù che scelse i dodici apostoli, dove gli episcopi, gli anziani, vigilano e i diaconi organizzano il servizio alla comunità.  At 1,2 “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”  Paolo con questa formula chiede e augura una dimensione di pace piena accostando la parola greca “karis” al saluto ebraico “shalom”, augura così una pace proiettata verso il compimento e la pienezza della vita che possono venire solamente dal Signore Gesù; questa formula non era usuale in ambiente greco e la troviamo pronunciata quasi esclusivamente nelle lettere paoline.  At 1,3-4 “Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera” Comincia ora la preghiera dell’apostolo ed è molto bello ascoltare la preghiera di Paolo. Solitamente si dice che chi ti ammette all’ascolto della sua preghiera, ti ammette nel suo cuore, nella sua intimità. Paolo ringrazia Dio ogni volta che ricorda i Filippesi usando in greco, la parola “eukaristò”, termine che evoca per noi l’eucarestia. Fare memoria nella preghiera: se vivessimo con grande intensità questa dimensione di cura di tutti quelli che ci sono stati affidati dal Signore nel nostro ricordo orante, come ci insegna Paolo, sperimenteremmo la dimensione della gioia, tema fondamentale di questa epistola.  Realmente, infatti, pregare per gli altri suscita una gioia intima; farci carico dei pesi dei fratelli e portarli davanti a Dio dona una profonda gioia al nostro spirito. Paolo ne ha la consapevolezza perchè il pensiero dei Filippesi consola il suo cuore, non solo nel ricordo dell’ospitalità di Lidia, ma perché essi costantemente trasformano la loro esperienza di fede in dono, servizio, riconoscenza, diversamente da quello che accadeva in altre comunità e che lo preoccupava.  Questa lettera quindi che non serve a correggere, non è stata scritta neanche per spiegare un tema teologico come la lettera ai Romani, ma è semplicemente un segno di amicizia che ha lo scopo di confermare, di confortare, di esortare e stimolare alla perseveranza trovandosi lui in prigione e temendo che qualcuno si scoraggi. Il rischio era reale, perchè gli stessi Filippesi, pur essendo una comunità modello, si trovano a dover affrontare non pochi problemi esterni e anche qualcuno interno.  Fil 1,5-6 “…a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”  Siamo al motivo a fondamento della gioia e della scrittura della lettera: la propagazione del Vangelo, questo è ciò che lo anima, questo è il compito primario cui assolvono i suoi amici Filippesi. Paolo è un estroverso, non è geloso della sua esperienza come poi dirà di Cristo: “6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8).  Sull’esempio di Cristo Paolo non tiene nulla per sé, ma condivide ogni dono del Signore con gli altri. Il suo non è un atteggiamento moralistico, ma è spinto dall’entusiasmo di sentirsi colmo dell’amore di Dio; attribuisce la conversione dei Filippesi all’azione dello Spirito Santo, infatti, nonostante egli sia ora in catene, il messaggio di Gesù continua a propagarsi attraverso l’impegno dei suoi amici cooperatori nella sua opera fin da quel lontano giorno della conversione di Lidia.  Si mostra certo che la diffusione del Vangelo disegnerà una geografia nuova, cambierà il corso degli eventi seppur non senza difficoltà, dato il rifiuto di molti, ma è certo che l’esperienza della fede cristiana si svilupperà e progredirà nella storia, fino alla fine dei tempi.  Fil 1,7 “È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo”  San Paolo ha un cuore aperto, non guarda solo a sé ma all’amore che sta suscitando questa “koinonia”, termine che indica comunione, compartecipazione, partecipazione alla Grazia. San Pacomio, padre dei monaci cenobiti, termine che indica il vivere insieme, usa questo stesso termine per definire la sua comunità; la koinonia è quella degli apostoli nella prima comunità a Gerusalemme durante la Pentecoste, cioè la comunione piena suscitata dallo Spirito Santo.  Ad Atene Paolo non si era sottratto dal parlare di Cristo e della sua Resurrezione nell’areopago davanti a pagani, ai giudei ma anche a filosofi stoici ed epicurei che là si radunavano e che lo avevano per la maggior parte schernito. Poi, a Corinto, nonostante vi fosse arrivato con gran trepidazione ed estrema debolezza, avendo confidato solo nella potenza della Croce del Signore, vi erano state molte conversioni ed egli se ne era quasi stupito; non le attribuisce però al suo eloquio ma solo a Cristo Gesù che, facendosi riconoscere, trasforma la vita. Dopo aver fondato la comunità di Filippi, avendone visti i buoni inizi e conoscendone la costanza fino al presente, nonostante le difficoltà, si dice certo che Cristo li manterrà fedeli, e prega per la loro perseveranza fino al giorno di Cristo, egli attende sempre il ritorno del Signore e la sua preghiera è sempre orientata verso il compimento finale.  Gesù è presente ogni giorno nel mistero della nostra vita, egli è da scorgere nel chiaro-scuro della fede, ma la nostalgia della sua presenza definitiva è così forte in San Paolo, da fargli desiderare di barattare la vita con la morte, afferma: “Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (v 21) perché finalmente, come dice san Giovanni, lo vedrò come Egli è. Essendo stato afferrato da Cristo Risorto, ha colto il cuore della Pasqua, la vita donata fino in fondo, la morte sofferta e la resurrezione che significa la vittoria sulla morte e sul peccato. Per Paolo solo questo conta. Non sappiamo se abbia conosciuto Gesù perché ci comunica poche notizie sulla sua vita terrena, in ogni caso l’ha conosciuto secondo lo Spirito e brama solo di vederlo; egli lo desidera per tutti. Sa che ogni uomo è destinato a quest’incontro definitivo, ma sa anche che è necessario un dono speciale del Signore per conservare la fede giorno dopo giorno; nella seconda lettera a Timoteo che, anche se d’incerta attribuzione, riporta le sue parole testamentarie Paolo dice: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.” (2 Tm 4,7).  Prega dunque fiducioso, ogni giorno, per i Filippesi perchè possano essere perseveranti fino all’incontro con Cristo. Paolo ci dirà in questa lettera, e approfondirà maggiormente il tema nella lettera agli Efesini, quanto la vita spirituale sia un combattimento. La vita è un combattimento il cui esito positivo non è scontato, ma è un dono.  Fil 1,8-11 “ Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” Paolo chiama Dio a testimonianza del profondo affetto che nutre per tutti loro nell’amore di Cristo Gesù. Questo è il tono fondamentale della lettera: egli scrive alla sua comunità, ma fra lui e i suoi c’è sempre Gesù, essi sono tra loro uniti dal fatto che tutti sono compartecipi della Grazia e della proclamazione e condivisione del Vangelo, della comunione di vita cristiana e del suo consolidamento, e allora prega perché l’amore, cioè la carità, si arricchisca rendendoli integri, irreprensibili, ricolmi dei doni di giustizia che solo il Signore può concedere.  Con le ultime parole della sua preghiera, Paolo rileva il dinamismo della vita spirituale pur nei momenti di stanchezza. Vale sempre la pena di pregare per crescere nella vita spirituale, per scoprire l’efficacia della Parola di Dio nelle situazioni concrete con cui dobbiamo confrontarci, per chiedere che la carità, la partecipazione al dono di Dio, si arricchisca sempre più in conoscenza e in discernimento. Egli vuole indubbiamente una fede ragionata, anche riguardo al progetto di Dio, ma vuole che la conoscenza di Gesù, del suo Vangelo, delle sue logiche, consenta ai Filippesi di usare il giusto discernimento di fronte ai loro problemi concreti.  I Filippesi non erano esenti da ciò che affliggeva in modo pericoloso i Galati: anch’essi erano tentati da predicatori giudeo-cristiani che sostenevano la necessità di osservare la legge mosaica, la cui adesione era simboleggiata dal rispetto della pratica della circoncisione, estranea all’uso pagano. Paolo ne coglie il pericolo, e lo spiegherà nelle lettere ai Galati in maniera accesa, per poi tornare sull’argomento, con maggiore ampiezza, nella pacata e lucida argomentazione della grande lettera ai Romani. l di là dalle profonde implicazioni soteriologiche, sono indubbie le conseguenze negative che l’imposizione ai pagani di pratiche non indispensabili ed estranee alla loro cultura comportava. Cristo con la sua Pasqua aveva abbattuto i muri di separazione e divisione e questa buona novella richiedeva decisioni che ne consentissero la diffusione senza ostacoli.  Di fronte a questa situazione è necessario che i Filippesi, e come loro tutti i credenti nei momenti di dubbio, sappiano ben discernere come comportarsi per scegliere nella libertà propria dei cristiani “non fra il bene e il male ma fra il bene e il meglio”, come dice Sant’Agostino. La gioia, la condivisione del vangelo, il discernimento, il giorno del Signore, questi i temi accennati in questi primi versetti che ritroveremo nel corso della lettura della Lettera ai Filippesi.

Padre Stefano, Abbazia di San Miniato al Monte (FI)

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34A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO – B: CRISTO RE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/34a-Domenica_Cristo_Re-B-2015/12-34a-Domenica-Cristo_Re-B-2015-SC.htm

34A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO – B: CRISTO RE

* Dn 7,13-14 – Il suo potere è un potere eterno. * Dal Salmo 92 – Rit.: Venga, Signore, il tuo regno di luce. * Ap 1,5-8 – Il principe dei re della terra ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio. * Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il suo Regno che viene. Alleluia. * Gv 18,33b-37 – Tu lo dici; io sono re.

« Dunque tu sei re? » Già l’antifona all’inizio della messa, ripresa dall’Apocalisse (5,12), ci introduce all’esatta comprensione della festa odierna: « L’Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore ». È il canto di « miriadi di miriadi » e di « migliaia di migliaia » di angeli (v. 11) che, a nome di tutta la creazione, intendono celebrare Cristo quale autore della salvezza universale e nelle cui mani sono i destini del mondo. La sua « sovranità », però, nasce solo dalla morte di croce, in fin dei conti dalla sua debolezza: è l’immagine dell’ »Agnello » che esprime tutto questo, e anche il fatto che egli appaia come « immolato ».

Una « regalità » crocifissa Perciò non si tratta per niente di una festa « trionfalistica », come il titolo di « re » dato a Cristo potrebbe anche far pensare, ma piuttosto di una confessione di fede nella universale potenza « salvante » di Cristo, che attinge tutta la sua forza dalla croce, che è segno più di sconfitta che di vittoria. Però la sconfitta si è di fatto cambiata in vittoria, proprio perché l’amore non perde mai: e Cristo sulla croce ha manifestato il suo più grande amore verso gli uomini, dando loro testimonianza di come la vita ha un senso solo se donata per gli altri, infrangendo il cerchio delle chiusure, degli egoismi, delle contese che, di fatto, tendono sempre a colpire i più deboli. Egli è diventato re proprio in quanto vittima del « potere » ingiusto: perciò la sua « regalità » non può assumere la figura di una specie di « contropotere »! Essa è sinonimo di amore, di donazione, di servizio, di umiltà, di pacificazione, di ribellione ad ogni ingiustizia e prepotenza, di cui lui è stato la vittima più illustre.

« Tu sei il re dei Giudei? » I testi biblici, comunque, molto ben armonizzati tra di loro, ci aiuteranno a comprendere meglio quanto veniamo dicendo. E incominciamo proprio dal Vangelo di Giovanni (18,33-37), che ci descrive il drammatico incontro di Gesù con Pilato che, pur con tutta la punta amara di scetticismo di fronte alla « verità » (v. 38), rimane turbato dall’atteggiamento e dalle maestose parole di quel prigioniero, incriminato di sovversione politica e di aspirazione alla « regalità ». Proprio in questa luce glielo devono aver presentato i Giudei, traducendo in termini politici le sue pretese messianiche. In realtà, è di qui che incomincia l’interrogatorio di Pilato: « Tu sei il re dei Giudei? » (v. 33).

« Il mio regno non è di questo mondo » Al che Gesù replica, insinuando che la domanda gli possa essere stata suggerita proprio dai Giudei (v. 34). Pilato però risponde sdegnosamente: « Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto? » (v. 35). Fa valere a questo punto il suo potere (« Ti hanno consegnato a me »), quasi per intimidire Gesù, che indirettamente risponde solo ora alla domanda iniziale: « Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei » (v. 36). Se parla di un « suo » regno, vuol dire che egli è davvero « re »! Per non far nascere, però, troppe perplessità nel procuratore romano, Gesù precisa subito la natura del suo « regno » con due formule, che di fatto aprono e chiudono la sua risposta: « Il mio regno non è di questo mondo… il mio regno non è di quaggiù ». Egli esclude dunque che il suo « regno » possa identificarsi con qualsiasi organizzazione o struttura politica, che disponga di mezzi economici o di strumenti di aggressione o di difesa, come potrebbe essere, ad esempio, un esercito: infatti, nessuno è sceso a « combattere » per difenderlo e impedire che fosse « consegnato » ai Giudei o a Pilato (v. 36): perciò egli può star tranquillo! Però ancora non emerge quale sia la configurazione vera del suo « regno »: ha soltanto escluso che sia una realtà politica, che possa eventualmente entrare in conflitto o in competizione con quella rappresentata in quel momento dal procuratore romano. Le affermazioni più esplicite le farà, invece, alla ulteriore domanda di Pilato che incalza: « Dunque, tu sei re? » (v. 37).

« Per questo sono nato: per rendere testimonianza alla verità » È a questo punto che egli, ribadendo la sua regalità, ne descrive anche la natura del tutto spirituale e trascendente: « Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce » (v. 37). A prima vista sembrerebbe che la risposta non colpisca il problema: che c’entra la « verità » con il « potere », che la regalità rappresenta ed esprime? Non è anzi la « verità » il nemico principale di quelli che esercitano il potere? Almeno allora le cose andavano così: e purtroppo non soltanto allora! Gesù afferma qui un concetto nuovo di « regalità », che egli è venuto a proporre agli uomini e che è ritagliato dalla sua vita, così come si è svolta fin qui e soprattutto come si svolgerà in conseguenza di questo drammatico incontro con il « potere », rappresentato da Pilato e dai Giudei, che non accetta di venir controllato dalla « coscienza » degli uomini liberi. Egli è venuto « per rendere testimonianza alla verità » (v. 37): questa è la « missione » che il Padre gli ha affidato e che egli non può in alcuna maniera tradire, anche a costo della vita. In questa « fedeltà » alla sua missione sta la sua « regalità »: né lusinghe, né minacce, né calcoli d’interesse lo sottrarranno al suo compito. Egli è veramente, in maniera radicale, « dominatore » di se stesso e degli eventi; non però come sfida altezzosa verso gli altri, ma come fedeltà sovranamente libera al Padre che lo ha « mandato ».

« La verità vi farà liberi » D’altra parte, sappiamo molto bene che per Giovanni la « verità » non è né un concetto, né un insieme di concetti che esprimono la realtà oggettiva, come più comunemente si pensa, quanto la « rivelazione » dell’amore di Dio in Cristo, che perciò può presentare se stesso come la « verità » assoluta (14,6). Si entra nel disegno salvante di Dio, che si rivela in Cristo, soltanto accettandolo come l’inviato del Padre e ascoltando le sue parole: « Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (8,31). La « verità » rende « liberi » perché ci apre al disegno di Dio e ci fa vedere che tutti gli uomini sono anch’essi una piccola particella della « verità » del Padre e perciò degni di essere amati, e non tiranneggiati, come fanno invece molte volte i re della terra. A questo punto si capisce facilmente la forza dell’espressione di Gesù: « Per questo io sono nato… per rendere testimonianza alla verità » (v. 37). Se tutta la sua vita è stata una testimonianza alla « verità », lo è soprattutto in questo confronto davanti alle autorità romane e giudaiche, che volevano che egli rinnegasse o ritirasse le sue pretese « messianiche »; e lo sarà specialmente nell’accettazione serena della sua condanna a morte.

« Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce » Gesù però non vuol essere « solo » in questa testimonianza alla verità, e perciò afferma: « Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce » (v. 37). Anche Pilato, dunque, può appartenere al suo regno, se lo vuole, se avrà il coraggio di resistere alle manovre raggiranti dei Giudei che vogliono strappargli a tutti i costi la condanna di un innocente. Il problema è di stare dalla parte della « verità » sempre, costi quello che costi, senza compromissioni o cedimenti. Questa è la « regalità » che il Cristo propone e partecipa a tutti quel- li che credono nel suo nome: una regalità esaltante, ma anche crocifiggente!

« Ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio d’uomo » Rimanendo in questa prospettiva, è chiaro che la prima lettura resta notevolmente al di sotto del clima creato dal testo del Vangelo di Giovanni. Infatti il brano di Daniele ci presenta la visione notturna del misterioso « figlio dell’uomo » più come quadro di potenza che di regalità « spirituale »: « Guardando nelle visioni notturne, / ecco apparire, sulle nubi del cielo, / uno simile ad un figlio di uomo: / giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, / che gli diede potere, gloria e regno; / tutti i popoli, nazioni e lingue lo serviranno; / il suo potere è un potere eterno, / che non tramonta mai, e il suo regno è tale / che non sarà mai distrutto » (Dn 7,13-14). È nota l’importanza di questo testo, che verrà applicato da Gesù a se stesso proprio davanti al sommo sacerdote che sta per condannarlo a morte. Il che significa che Gesù interpretava l’espressione « figlio dell’uomo » (in aramaico bar nashà) in senso « personale », anche se nel testo c’è la possibilità di interpretarlo in senso collettivo in quanto espressione del « popolo dei santi dell’Altissimo » (7,27). In realtà, non c’è contrapposizione fra le due interpretazioni, nel senso che il re messianico è sempre intimamente legato con il suo « popolo ». È bensì vero che qui la « regalità » è intesa in senso piuttosto esteriore; ma in realtà si tratta dell’affermazione della sovranità di Dio contro le potenze del male, rappresentate dalle quattro bestie (Dn 7,1-8), che verranno alla fine vinte dai « santi dell’Altissimo » dopo un periodo di sofferenza e di persecuzione. A questo punto riemerge la dimensione di un « regno », che è pur sempre frutto di sofferenza e di dolore. In ogni modo, è evidente che solo il Nuovo Testamento ci dà la chiave per capire il senso vero di quella che sarà di fatto la « regalità » del « Figlio dell’uomo »: una regalità, che stranamente nasce dal trono più antiregale che si potesse mai immaginare, cioè dalla croce, proprio come portava il « titulus » che vi si era voluto ironicamente scrivere: « Gesù Nazareno, il re dei Giudei » (Gv 19,19). Più che ironia, il titolo esprimeva ormai una paradossale realtà!

« Ha fatto di noi un regno di sacerdoti » A questa realtà, ormai però « partecipata », ci richiama la seconda lettura, ripresa dal prologo dell’Apocalisse, in cui si celebra Cristo come « principe dei re della terra » (1,5), che verrà « sulle nubi » a giudicare le nazioni (v. 7), proprio come aveva predetto Daniele (7,13): « A colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen » (vv. 5-6). Anche più tardi nella visione della corte celeste, quando « l’Agnello immolato » si presenterà ad aprire i sette sigilli, i quattro esseri viventi e i ventiquattro seniori canteranno un inno per celebrare la sua regalità, fiorita dal suo sangue: « Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra » (5,9-10). È chiaro dunque che per l’autore dell’Apocalisse la regalità di Cristo nasce dalla sua immolazione di croce, che è la più alta « testimonianza » da lui resa alla « verità » di Dio, di se stesso, del mondo.

La universale « regalità » dei cristiani Più rilevante, però, in questi testi dell’Apocalisse, è la netta affermazione che tutti i redenti partecipano a questa sua regalità: « Ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre » (1,6). Il Concilio Vaticano II ha riscoperto questa dimensione di « regalità » di tutti i credenti e invita in modo particolare i laici ad esercitarla per fare entrare in tutte le strutture della società la « sovranità » dell’amore e della verità, che Cristo ha testimoniato con tutta la sua vita, soprattutto con la sua morte. « Questa potestà egli (Cristo) l’ha comunicata ai discepoli, perché anch’essi siano costituiti nella libertà regale e con l’abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato, anzi, servendo a Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i loro fratelli al re, servire al quale è regnare. Il Signore infatti desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici, il regno cioè della verità e della vita, il regno della santità e della grazia, il regno della giustizia, dell’amore e della pace; e in questo regno anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio. Certamente una grande promessa e un grande comandamento è dato ai discepoli: « Infatti tutto è vostro, ma voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio » (1 Cor 3,23) ».

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

Jerusalem – Holy Sepulchre

 Jerusalem – Holy Sepulchre dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 19 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE : « MA IN TUTTE QUESTE COSE NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI IN VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI » (ROMANI 8:37).

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DA « MEDITAZIONI DEL MATTINO E DELLA SERA »

di C. H. Spurgeon

Meditazione del mattino del 23 aprile

« MA IN TUTTE QUESTE COSE NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI IN VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI » (ROMANI 8:37).

Noi andiamo a Cristo per ricevere misericordia, e troppo spesso guardiamo alla legge per ottenere forza per vincere i nostri peccati. Paolo ci rimprovera così: « O Galati insensati! Chi vi ha ammaliati per non ubbidire alla verità, voi, davanti ai cui occhi Gesù Cristo è stato ritratto crocifisso fra voi? Questo solo desidero sapere da voi: avete ricevuto lo Spirito mediante le opere della legge o attraverso la predicazione della fede? Siete così insensati che, avendo cominciato nello Spirito, vorreste finire nella carne? » (Galati 3:1-3). Porta i tuoi peccati alla croce di Cristo, poichè il vecchio uomo può solo esservi crocifisso: noi siamo crocifissi con Lui. L’unica arma con cui è possibile combattere il peccato è la lancia che forò il costato di Gesù. Per fare un esempio – se vuoi vincere il tuo temperamento collerico, come puoi fare? È probabile che tu non abbia mai provato a portare a Gesù quel problema nel modo giusto. Come sono stato salvato? Sono andato a Gesù così com’ero, e ho creduto che Lui potesse salvarmi. Allo stesso modo devo comportarmi per liberarmi del mio cattivo carattere. È il solo modo. Devo andare alla croce e dire a Gesù: « Signore, io credo che Tu me ne puoi liberare ». Questo è l’unico modo per dare il colpo di grazia al tuo problema. Sei tentato dalla concupiscenza? Senti che il mondo ti irretisce? Puoi sforzarti di combattere contro questo male quanto vuoi, ma se è un peccato ossessionante non ne puoi essere liberato in altro modo che attraverso il sangue di Gesù. Portalo a Cristo. Digli: « Signore, ho creduto in Te, e il Tuo nome è Gesù, poichè Tu salvi il Tuo popolo dai suoi peccati; Signore, questo è uno dei miei peccati; salvami da esso! » Le ordinanze sono nulla senza Cristo come mezzo di mortificazione. Le tue preghiere, il tuo pentimento, le tue lacrime – tutte queste cose messe insieme – non valgono nulla senza di Lui. Nessuno all’infuori di Gesù può fare del bene ai peccatori sofferenti, come anche ai santi sofferenti. Devi essere vincitore in Colui che ti ha amato, se vuoi vincere. I nostri allori devono crescere tra le Sue olive nel Getsemani.

PROVE STORICHE DA FONTI NON CRISTIANE SULL’ESISTENZA E SULLA VITA DI GESÙ CRISTO

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PROVE STORICHE DA FONTI NON CRISTIANE SULL’ESISTENZA E SULLA VITA DI GESÙ CRISTO

elaborato sulla base di uno studio di M. Gleghorn

Nota del curatore: come ho sottolineato nell’indice di questa sezione del sito, ho voluto riportare alcuni documenti riguardanti le conferme storiche e archeologiche in quanto possono tornare utili a quanti si confrontano con discussioni su determinate questioni. La nostra fede, tuttavia, non si fonda sulle conferme che abbiamo dalle scienze, ma unicamente sull’incontro che abbiamo fatto con il Signore Gesù, e sulla comunione che abbiamo con Lui giorno per giorno da quanto lo abbiamo conosciuto nella nostra vita. Nonostante l’evidenza dell’accuratezza e della fedeltà storica del Nuovo Testamento della Bibbia, molte persone rifiutano di accettarne e crederne il contenuto perché vogliono un riscontro in fonti non bibliche e non cristiane che ne avvalorino le affermazioni. Alcuni agnostici ed atei affermano che escludendo « qualche oscuro riferimento in Giuseppe Flavio e simili », non ci sono prove storiche della vita di Gesù al di fuori della Bibbia. La realtà è che tali prove esistono, e in questo articolo ne osserveremo qualcuna.

Prove dagli annali di Cornelio Tacito Cominciamo con un passaggio che lo storico Edwin Yamauchi definisce « probabilmente il riferimento più importante a Gesù al di fuori del Nuovo Testamento ». Cornelio Tacito è comunemente riconosciuto come storico tra i più scrupolosi, come ci attesta anche l’antica testimonianza di Plinio il Giovane che ne loda la diligenza; Tacito si dedicò infatti con gran scrupolo alla raccolta di informazioni e notizie, utilizzando non solo fonti letterarie, ma anche documentarie. Per la sua posizione politica, egli aveva accesso agli acta senatus (i verbali delle sedute del senato romano) e agli acta diurna populi romani (gli atti governativi e le notizie su ciò che accadeva giorno per giorno). Riportando la decisione dell’imperatore Nerone di riversare sui Cristiani la colpa dell’incendio che distrusse Roma nel 64 d.C., Tacito scrisse: « Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato all’estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato » (Tacito, Annali XV, 44). Cosa possiamo apprendere da questo antico (e piuttosto animoso) riferimento a Gesù e ai primi Cristiani? Notiamo, innanzi tutto, che Tacito riporta che il titolo di Cristiani deriva da una persona realmente esistita, chiamata Christus, il nome latino per Cristo. Di lui si dice che ha subìto « l’estrema condanna », alludendo ovviamente al metodo romano di praticare l’esecuzione capitale mediante la crocifissione. Questi avvenimenti sono avvenuti « durante il regno di Tiberio » e per decisione di Ponzio Pilato. Ciò conferma le affermazioni del Vangelo sulle circostanze della morte di Gesù. Tacito riporta anche le seguenti notizie sulla persecuzione verso i cristiani: « Alla pena vi aggiunse lo scherno: alcuni ricoperti con pelli di belve furono lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad altri fu appiccato il fuoco in modo da servire d’illuminazione notturna, una volta che era terminato il giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo e dava giochi nel Circo, ove egli con la divisa di auriga si mescolava alla plebe oppure partecipava alle corse con il suo carro. . . . [I cristiani] erano annientati non per un bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di un individuo. » Come Tacito, anche Svetonio (120 d.C.), scriba dell’imperatore Adriano, fa riferimento a Gesù ed i suoi seguaci nelle Epistole (X, 96). Nella « Vita di Claudio », inoltre, egli scrive: « Claudio espulse i giudei da Roma, visto che sotto l’impulso d’un certo Christus non cessavano di agitarsi » (Claudius 25). Ci sono inoltre altri autori antichi, fra i quali Epitteto, Galeno, Celso, l’imperatore Marco Aurelio, il siriaco Mara Bar Serapion e Luciano di Samosata; questi e altri hanno fatto allusioni a Gesù e ai cristiani. (N.d.r.: Per quanto riguarda i commenti sulle « nefandezze » di cui si accusavano i Cristiani, si rimanda alle note a fine pagina).

Prove da Plinio il Giovane Un’altra importante fonte di prove storiche su Gesù e sui primi Cristiani si trova nelle lettere di Plinio il Giovane all’imperatore Traiano. Plinio fu allievo del famoso retore Quintiliano, ed era il governatore romano di Bitinia, in Asia Minore, e del Ponto. Egli ci ha lasciato una raccolta di epistole contenute in 10 libri, l’ultimo dei quali contiene il carteggio ufficiale tra lui e l’imperatore Traiano. Queste lettere risalgono per lo più al periodo del governatorato di Plinio in Bitinia, ovvero agli anni 111-113, e sono una fonte documentaria di eccezionale importanza. In una delle sue lettere, egli chiede consiglio a Traiano sul modo più appropriato di condurre le procedure legali contro le persone accusate di essere Cristiane (cfr. Plinio, Epistole X,96). Plinio dichiara di avere necessità di consultare l’imperatore riguardo a tale questione, poiché un gran numero di persone, di ogni età, sesso e ceto sociale, erano state accusate di essere Cristiani. Il procedimento di Plinio è il seguente: egli interroga i presunti Cristiani, e se essi risultano tali, e non ritrattano entro il terzo interrogatorio, li manda a morte. Per coloro che neghino di essere Cristiani, o dicano di esserlo stato in passato, anche vent’anni prima (allusione alle apostasie dovute alla persecuzione di Domiziano?), egli pretende la dimostrazione di quanto affermano, inducendoli a sacrificare agli dei, a venerare l’effigie dell’imperatore e a imprecare contro Gesù Cristo. A un certo punto della sua lettera, Plinio riporta alcune informazioni sui Cristiani: « Essi avevano l’abitudine di incontrarsi in un certo giorno prestabilito prima che facesse giorno, e quindi cantavano in versi alternati a Cristo, come a un dio, e pronunciavano il voto solenne di non compiere alcun delitto, né frode, furto o adulterio, né di mancare alla parola data, né di rifiutare la restituzione di un deposito; dopo ciò, era loro uso sciogliere l’assemblea e riunirsi poi nuovamente per partecipare al pasto – un cibo di tipo ordinario e innocuo » (Plinio, Epistole, trad. di W. Melmoth, revis. di W.M.L. Hutchinson, vol. II, X,96). Questo passaggio ci fornisce un interessante scorcio della vita e delle pratiche dei primi Cristiani. Innanzi tutto, leggiamo che i Cristiani si incontravano regolarmente un certo giorno per adorare. Poi, leggiamo che la loro adorazione era diretta a Cristo, e ciò dimostra che essi credevano fermamente nella Sua divinità. Inoltre, la frase di Plinio che sottolinea come i Cristiani cantassero inni a Cristo « come a un dio », viene interpretata da uno studioso come riferimento al fatto singolare che, « a differenza degli dèi che venivano adorati dai romani, Cristo era una persona che era vissuta sulla terra » (M. Harris, « References to Jesus in Early Classical Authors »). Se questa interpretazione è corretta, allora Plinio comprendeva che i Cristiani stavano adorando una persona realmente esistita che però reputavano essere Dio stesso. Questa conclusione concorda perfettamente con la dottrina della Bibbia secondo cui Gesù è Dio ma venne nel mondo come uomo. Non solo la lettera di Plinio ci conferma ciò che i primi Cristiani credevano sulla persona di Gesù, ma rivela anche la grande considerazione in cui tenevano i Suoi insegnamenti. Ad esempio, Plinio nota che i Cristiani « pronunciavano il voto solenne » di non violare alcuno standard morale, il che trova la sua fonte negli insegnamenti e nell’etica di Gesù. Inoltre, il riferimento di Plinio all’usanza Cristiana di condividere un pasto comune fa evidentemente riferimento alla loro osservanza di prescrizioni Cristiane come la comunione fraterna e lo « spezzare il pane » insieme, di cui parla il Nuovo Testamento (Habermas, « The Historical Jesus »). Plinio sottolinea anche che il loro era « un cibo di tipo ordinario e innocuo », quindi rigetta le false accuse di « cannibalismo rituale » sollevate da alcuni pagani, come Cecilio (cfr. Bruce, « Christian Origins », 28), insieme ad altre simili dicerie (infanticidio, riunioni edipodee e cene tiestee in cui ci si cibava di infanti), e non ritiene i Cristiani pericolosi membri di sodalizi sovversivi. Circa le molte calunnie contro i Cristiani (su cui aveva anche fatto leva Nerone per accusarli dell’incendio di Roma), il cartaginese Quinto Settimio Fiorente Tertulliano (160-222 circa), avvocato e letterato, dichiarò espressamente che esse non avevano nulla a vedere con i motivi delle sentenze di morte: « Le vostre sentenze », scrive, « muovono da un solo delitto: la confessione dell’essere cristiano. Nessun crimine è ricordato, se non il crimine del nome ». Egli anzi cita la formula di queste sentenze: « In fin dei conti, che cosa leggete dalla tavoletta? ‘Egli è cristiano.’ Perché non aggiungete anche omicida? ».

Prove da Giuseppe Flavio Quelli che forse sono i riferimenti più notevoli a Gesù al di fuori della Bibbia, si trovano negli scritti di Giuseppe Flavio, uno storico giudeo-romano del primo secolo (nacque nel 37 d.C.), che fu prima delegato del Sinedrio e governatore della Galilea, ed in seguito consigliere al servizio dell’imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito. Nelle sue « Antichità giudaiche », egli menziona diverse volte Gesù e i Cristiani. In uno dei riferimenti descrive l’illegale lapidazione dell’apostolo Giacomo, che era a capo della comunità cristiana di Gerusalemme, avvenuta nel 62, descritto come un atto sconsiderato del sommo sacerdote nei confronti di un uomo virtuoso: « Anano … convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli alla lapidazione » (Ant. XX, 200). Questa descrizione combacia con quella fatta dall’apostolo Paolo in Galati 1:19, dove egli parla di « Giacomo, il fratello del Signore ». In un altro passo, Giuseppe Flavio menziona la figura di Giovanni Battista; Erode Antipa, per sposare Erodiade moglie del proprio fratello aveva ripudiato la figlia di Arete, re di Nabatene, la quale si rifugiò dal proprio padre. Ne sorse una guerra nel 36 in cui Erode fu sconfitto, e questo è il commento di Giuseppe Flavio: « Ad alcuni dei Giudei parve che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone – infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni – temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione – parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione – ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso » (Antichità XVIII,116-119). Altrettanto interessante, e davvero sorprendente, è un capitolo della stessa opera, conosciuto come « Testimonium Flavianum », nel quale leggiamo (libro 18, capitolo 3, paragrafo 3): « Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se è lecito chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani » (Giuseppe Flavio, Antichità XVIII, 63-64). Giuseppe Flavio menziona anche Giovanni il Battista, e Giacomo il fratello di Gesù. Egli parla inoltre del battesimo praticato da Giovanni il Battista, dei suoi discepoli, della sua condanna a morte sotto Erode (Antichità XVIII, 5). E’ interessante la seguente citazione dal libro 20 capitolo 9 paragrafo 1 della sua opera: « Festo era ora morto, e Albino era per la strada; così riunì il Sinedrio dei giudici, e portò dinanzi a loro il fratello di Gesù che era chiamato Cristo, il cui nome era Giacomo, e alcuni altri, e quando ebbe formato un’accusa contro di loro come violatori della legge, li consegnò loro per essere lapidati » (Giuseppe Flavio, ibid.). Alcuni studiosi esprimono dubbi sull’autenticità del primo brano di questi due brani; ritengono infatti che Giuseppe Flavio sia realmente l’autore del brano, ma che questo possa essere stato alterato da qualche Cristiano. Il motivo di questi dubbi è che Giuseppe Flavio non era un Cristiano, e quindi essi trovano difficile credere che egli potesse fare affermazioni in favore della divinità di Cristo. Ad esempio, l’affermazione che Gesù era « un saggio » la ritengono originale, mentre sospettano la frase « se è lecito chiamarlo uomo », in quanto essa lascia scorgere l’idea che Gesù potesse essere di natura divina. Allo stesso modo, trovano difficile che un non cristiano possa attribuire a Gesù il titolo di « Cristo ». Notiamo però che secondo il Vangelo ciò fu precisamente quello che fece Pilato; è scritto anche che Erode credeva nei miracoli di Gesù, ma che Gesù non volle compiere alcuno dei miracoli che Erode gli chiese di fare. Né Pilato né Erode erano Cristiani. Dopo la morte di Gesù, persino il centurione romano che era con le guardie arrivò a dire: « veramente costui era Figlio di Dio » (Matteo 27:54). Anche lo storico Eusebio, vissuto agli inizi del IV secolo, conosceva questo passaggio di Giuseppe Flavio e lo accettò come originale; lo stesso fecero Girolamo e Ambrogio. Persino il tedesco A. von Harnack, noto per le sue violente critiche, lo considerò originale. Roger Liebi scrive: « …dal punto di vista della critica dei testi (cioè dall’esame dei vecchi manoscritti tramandatici), non appare giustificato neanche il minimo dubbio in merito a una simile falsificazione. Vi è da aggiungere l’interessante constatazione che Eusebio (263-339) ha conosciuto questo passo, perché lo riporta due volte nei suoi scritti. Una volta nella «Storia della chiesa» I,12 e una volta nella «Demonstratio Evangelica» III,5. Vi è pure da notare che, fra gli altri, il Dott. H. St. John Thackeray, uno dei più importanti studiosi inglesi delle questioni concernenti Giuseppe Flavio, ha di recente constatato che questo passo mostra determinate peculiarità linguistiche che sono caratteristiche di Giuseppe Flavio ». Lo studioso A. Nicolotti commenta: « …se il passo su Gesù fosse stato costruito a tavolino da un interpolatore cristiano, sarebbe stato verosimilmente inserito subito dopo il resoconto di Giuseppe su Giovanni Battista, mentre in Giuseppe l’accenno a Gesù non segue il racconto di Giovanni. D’altra parte, sarebbe strano che Giuseppe abbia omesso di registrare qualche informazione su Gesù, dato che si occupa del Battista, di Giacomo e di altri personaggi del genere; né il cristianesimo, da storico qual era, gli poteva essere ignoto, essendo a quei tempi penetrato fin nella famiglia imperiale. Quando poi Giuseppe più avanti tratta di Giacomo, invece di indicare come si faceva di solito il nome del padre per identificarlo (Giacomo figlio di…), lo chiama « fratello di Gesù detto il Cristo », senza aggiungere altro, lasciando intendere che questa figura era già nota ai suoi lettori. Se a ciò si aggiunge che Flavio Giuseppe parla già di altri « profeti » (come appunto Giovanni, oppure Teuda), è perfettamente plausibile che si sia occupato anche di Cristo ». In ogni caso, anche scegliendo di non considerare i punti « sospetti » di questo passaggio, che diversi studiosi di larga fama (F. K. Burkitt, C.G. Bretschneider, A. von Harnack e R.H.J. Schutt) hanno invece difeso, rimane ugualmente una buona quantità di informazioni che avvalorano la visione biblica di Gesù. Leggiamo che era « un uomo saggio » e che « compì opere straordinare ». E sebbene fosse stato crocifisso per mano di Pilato, i Suoi seguaci « non scomparvero », ma anzi continuarono a seguire la via di Cristo e furono conosciuti come Cristiani. Quando combiniamo queste affermazioni con la frase di Giuseppe: « Gesù, detto Cristo », ne emerge un quadro piuttosto dettagliato che si armonizza bene con i resoconti biblici. Appare sempre più evidente che il « Gesù biblico » e il « Gesù storico » sono la stessa persona.

Prove dal Talmud Babilonese Ci sono solo pochi riferimenti espliciti a Gesù nel Talmud Babilonese, una collezione di scritti rabbinici ebrei, compilata verso il 70-500 d.C. circa. Il primo periodo di compilazione del Talmud è il 70-200 d.C. (Habermas, ibid.). Il passaggio più significativo che fa riferimento a Gesù è il seguente: « Alla vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima dell’esecuzione, un araldo . . . gridava: « Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l’apostasia » (Talmud Babilonese, trad. di I. Epstein, vol. III, 43a/281; cfr. Sanhedrin B, 43b). Esaminiamo questo passaggio. « Yeshu » (o « Yeshua ») è il nome di Gesù in lingua ebraica. Ma allora perché è scritto che Gesù « fu appeso »? Il Nuovo Testamento non dice che Gesù fu crocifisso? Questo è certo, ma il termine « appeso » indica proprio la crocifissione. Ad esempio, in Galati 3:13 leggiamo che Cristo fu « appeso », in Atti 10:39 che fu « appeso al legno », e in Luca 23:39 questo termine viene usato anche per i criminali che furono crocifissi assieme a Gesù. Troviamo questo termine anche in Giuseppe Flavio. Il Talmud afferma inoltre che Gesù fu crocifisso alla vigilia della Pasqua ebraica, proprio come riportato nel Nuovo Testamento (Matteo 26:2; 27:15). Ma che dire allora dell’annuncio dell’araldo, secondo cui Gesù sarebbe dovuto essere lapidato? La condanna che avevano in mente i Giudei era evidentemente la lapidazione (ciò si evince molto chiaramente dal Nuovo Testamento in Giovanni 10:31-33, 11:8, 8:58-59). Furono i Romani a cambiare tale giudizio, mutandolo in crocifissione (cfr. Giovanni 18:31-32). Il passaggio spiega anche il motivo per cui Gesù fu crocifisso. Esso riporta che Egli praticava la « stregoneria » e che aveva « condotto Israele verso l’apostasia ». Dal momento che questa affermazione proviene da una fonte ostile a Cristo, non meraviglia il fatto che questi Ebrei descrivessero la situazione dal loro punto di vista. È interessante, però, notare il parallelismo tra queste accuse e quelle rivolte dai farisei a Gesù nel Nuovo Testamento. Essi infatti, vedendo le liberazione da Lui compiute, lo accusavano di scacciare i demòni « con l’aiuto di Beelzebub, principe dei demòni » (Matteo 12:24). Notiamo anche che questa è una conferma del fatto che Gesù compì realmente delle opere miracolose. A quanto pare i Suoi miracoli erano talmente reali da non poter essere negati pubblicamente, dunque l’unica alternativa era attribuirli alla stregoneria! Allo stesso modo, l’accusa di aver condotto Israele verso l’apostasia, collima con il racconto del Vangelo secondo cui i capi di Israele accusarono Gesù di stare sovvertendo la nazione mediante i Suoi insegnamenti (Luca 23:2,5). Una simile accusa da parte dei religiosi dell’epoca, non fa altro che confermare la realtà della potenza degli insegnamenti di Gesù. Dunque, se letto con attenzione, questo passaggio del Talmud conferma diverse affermazioni che il Nuovo Testamento fa su Gesù.

Prove da Luciano Il retore scettico Luciano, nato a Samosata intorno al 120 e morto dopo il 180, attivo nell’età degli Antonini, ci ha lasciato un’opera intitolata « La morte di Peregrino ». In essa, egli descrive i primi Cristiani nel seguente modo: « I Cristiani . . . tutt’oggi adorano un uomo – l’insigne personaggio che introdusse i loro nuovi riti, e che per questo fu crocifisso. . . . Ad essi fu insegnato dal loro originale maestro che essi sono tutti fratelli, dal momento della loro conversione, e [perciò] negano gli dèi della Grecia, e adorano il saggio crocifisso, vivendo secondo le sue leggi » (Luciano, De morte Per., 11-13, trad. di H.W. Fowler). Sebbene Luciano si beffi dei primi Cristiani per la loro scelta di seguire « il saggio crocifisso » anziché « gli dèi della Grecia », egli riporta diverse informazioni interessanti. Innanzi tutto, egli dice che i Cristiani servivano « un uomo », che « introdusse i loro nuovi riti ». E sebbene i seguaci di questo « uomo » avevano chiaramente un alto concetto di Lui, molti dei Suoi contemporanei Lo odiavano per i Suoi insegnamenti, al punto che « per questo fu crocifisso ». Pur non menzionandone il nome, è chiaro che Luciano si sta riferendo a Gesù. Ma cosa aveva fatto Gesù per farsi odiare fino a questo punto? Secondo Luciano, aveva insegnato che tutti gli uomini sono fratelli dal momento della loro conversione. E fin qui niente di pericoloso. Ma cosa si intendeva con « conversione »? Significava abbandonare gli dèi Greci, adorare Gesù, e vivere secondo i Suoi insegnamenti. Non è difficile immaginare che una persona venga uccisa per aver insegnato queste cose in quell’epoca. Inoltre, sebbene Luciano non lo dica esplicitamente, il fatto che i Cristiani rinnegassero gli altri dèi e adorassero Gesù, e facessero questo pur essendo consapevoli delle persecuzioni cui andavano incontro, implica che per loro Gesù era senza dubbio più che un essere umano. Perché tante persone arrivassero a questo, rinnegando tutti gli altri dèi, appare evidente che per loro Gesù era un Dio più grande di tutti gli altri dèi che le religioni della Grecia potevano offrire! Ricapitoliamo, dunque, ciò che abbiamo appreso su Gesù da questo studio delle antiche fonti non cristiane. Primo, sia Giuseppe Flavio che Luciano riconoscono che Gesù era un saggio. Secondo, Plinio, il Talmud, e Luciano, implicano che Egli era un insegnante potente e riverito. Terzo, sia Giuseppe che il Talmud indicano che Egli compì opere miracolose. Quarto, Tacito, Giuseppe, il Talmud, e Luciano, menzionano tutti il fatto che Egli fu crocifisso. Tacito e Giuseppe dichiarano che ciò avvenne sotto Ponzio Pilato. E il Talmud dichiara che il periodo era quello della vigilia della Pasqua ebraica. Quinto, ci sono possibili riferimenti alla risurrezione di Gesù sia negli scritti di Tacito che in quelli di Giuseppe. Sesto, Giuseppe racconta che i seguaci di Gesù credevano che Egli fosse il Cristo, cioè il Messia. E infine, sia Plinio che Luciano indicano che i Cristiani adoravano Gesù come Dio. Rendiamoci conto di come anche prendendo in considerazione alcuni degli antichi scritti non cristiani, le verità su Gesù riportate nei Vangeli sono da essi avvalorate e confermate. Naturalmente, oltre alle fonti non cristiane ve ne sono anche innumerevoli Cristiane, come conseguenza della conversione di tanti a ciò che era ed è più che semplicemente un fatto storico. Dato però che l’affidabilità storica dei Vangeli canonici è così saldamente stabilita, e che tramite essi innumerevoli persone hanno conosciuto Gesù personalmente nella loro vita, vi invito a leggere direttamente i Vangeli per avere un resoconto autorevole della vita di Gesù, e più ancora, per conoscerLo personalmente nella vostra vita!

A proposito delle dicerie diffuse sui Cristiani dei primi secoli L’interlocutore pagano Cecilio, rifacendosi alle dicerie in voga al suo tempo, scriveva: « Essi [i Cristiani], raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dèi, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. […] Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d’asino, non saprei per quale futile credenza […] Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l’altare che più ad essi conviene […] Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono un sacro patto […] Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta […] Si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte » (Octavius VIII, 4-IX, 7). A risposta di questo armamentario di accuse infamanti e di seconda mano (Ho sentito dire…), possono valere le parole che il cristiano Giustino rivolgeva in quegli stessi anni ad un altro accusatore del Cristianesimo, il filosofo cinico Crescente: « Veramente è ingiusto ritenere per filosofo colui che, a nostro danno, rende pubblicamente testimonianza di cose che non conosce, dicendo che i Cristiani sono atei e scellerati; e dice ciò per ricavarne grazia e favore presso la folla, che resta ingannata » (II Apologia, VIII). Si noti che questo intervento raccoglie tutte assieme accuse che già circolavano dal secolo precedente, sottintese fin dalle parole di Tacito; ma se alcuni storici si prendevano la briga di verificarne la veridicità, come fece Plinio il Giovane, altri contribuivano a diffonderle. Interessante il riferimento al culto della testa d’asino, una vecchia accusa già usata da Tacito contro gli Ebrei, dalla quale si era già difeso Giuseppe Flavio; di essa abbiamo anche una rappresentazione figurativa, un graffito di età severiana ritrovato sul Palatino, e ora conservato nell’antiquarium, raffigurante la caricatura di un uomo crocifisso con testa d’asino, con ai suoi piedi un altro uomo in atto di adorazione, il tutto accompagnato dalla scritta: « Alessameno adora il suo Dio ».

Note storiche sulle persecuzioni contro i Cristiani nei primi secoli Publio Adriano, successore di Traiano, imperatore dal 117 al 138, ricevette una lettera da Quinto Licinio Silvano Graniano, proconsole d’Asia nel 120 circa, nella quale si richiedevano istruzioni riguardo al comportamento da tenersi con i Cristiani, spesso oggetto di delazioni anonime e accuse ingiustificate. Egli rispose con un rescritto, che ci è pervenuto nella Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, indirizzato al successore di Graniano, Caio Minucio Fundano, in carica nel 122-123. In esso si legge: « Se pertanto i provinciali sono in grado di sostenere chiaramente questa petizione contro i Cristiani, in modo che possano anche replicare in tribunale, ricorrano solo a questa procedura, e non ad opinioni o clamori. E’ infatti assai più opportuno che tu istituisca un processo, se qualcuno vuole formalizzare un’accusa. Allora, se qualcuno li accusa e dimostra che essi stanno agendo contro le leggi, decidi secondo la gravità del reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge denuncia per calunnia, stabiliscine la gravità e abbi cura di punirlo » (Hist. Eccl. IV, 9, 2-3). Gli apologisti, a partire da Giustino, che riporta il testo di questo rescritto in appendice alla sua prima Apologia, hanno interpretato favorevolmente questa disposizione, vedendo nella richiesta di Adriano il primo tentativo di distinguere tra l’accusa di nomen christianus e i suoi presunti flagitia; il semplice nome cristiano non doveva essere perseguito, e gli eventuali reati dovevano essere prima dimostrati tramite regolare processo, come per qualsiasi cittadino. In tal guisa interpretano anche molti studiosi moderni; tuttavia, ancora sotto Antonino Pio i Cristiani erano oggetto di persecuzione solamente in quanto tali. Il successore di Antonino Pio, Marco Aurelio Antonino, imperatore dal 161 al 180, scrisse intorno al 170, in lingua greca, un’opera in 12 libri, intitolata « A se stesso », nella quale raccolse massime, pensieri, ricordi e meditazioni di contenuto filosofico. In essa trova spazio un accenno al martirio dei Cristiani: « Oh, come è bella l’anima che si tiene pronta, quando ormai deve sciogliersi dal corpo, o estinguersi, o dissolversi o sopravvivere! Ma tale disposizione derivi dal personale giudizio, e non da una mera opposizione, come per i Cristiani » (Ad sem. XI, 3). Come già Plinio il Giovane, così anche Marco Aurelio pare essere infastidito dalla ostinazione dei cristiani, che vanno incontro al martirio pur di non rinnegare la propria fede. Per l’imperatore, questo tipo di morte non è frutto di un giudizio interno, sano e ponderato, ma è il frutto di una « una mera opposizione ». Ed è proprio sotto l’impero di questo sovrano « saggio » e filosofo, che prende forma la grande persecuzione che porterà alla morte, tra gli altri, di Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo, Papilo, Agatonice, e dei cosiddetti Martiri di Lione.

Publié dans:STORIA DEL CRISTIANESIMO |on 19 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

Saint Paul died a martyrs’ death by being beheaded in the year 64

Saint Paul died a martyrs’ death by being beheaded in the year 64  dans immagini sacre the-beheading-of-st-paul
http://tomperna.org/2012/06/29/saints-peter-and-paul-apostles-and-pillars-of-the-christian-church/

Publié dans:immagini sacre |on 18 novembre, 2015 |Pas de commentaires »
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