Archive pour novembre, 2015

PAOLO, IL FARISEO CHIAMATO DA DIO

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PAOLO, IL FARISEO CHIAMATO DA DIO    di: p. Fabrizio Tosolini          

  Nella Lettera ai Filippesi Paolo vanta le sue origini: « Circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile » (Fil 3,5-6). In Gal 1,13-14 evidenzia la propria intransigenza come persecutore: « Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo; superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri ».  

I FARISEI E IL MOVIMENTO DI GESÙ I Farisei sembrano essere gli eredi dei gruppi di Giudei che nel II sec. a.C. si erano opposti al progetto di ellenizzazione forzata di Antioco IV Epifane, prima sostenitori e poi perseguitati dalla dinastia Asmonea. Pongono in grande rilievo lo studio della Legge, ritenendo che essa possa guidare il comportamento umano e santificarlo fin nelle azioni più comuni. Per mettere in pratica la Legge in ogni azione della giornata, in particolare per quanto riguarda il prendere cibo, devono sottoporla a minuziosa analisi in modo da trovarvi tutte le indicazioni necessarie. Al tempo di Gesù e di Paolo sembra che le confraternite farisaiche fossero concentrate a Gerusalemme e dintorni (la vita in comune rendeva più facile l’osservanza delle regole alimentari); appartenevano in media agli strati sociali più bassi e vivevano poveramente. Il movimento che nasce attorno a Gesù mostra molti tratti di similitudine sia con gli Esseni che con i Farisei. I Vangeli presentano i Farisei come duri avversari del Cristo a motivo della separazione che avviene dopo la distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C., verso la fine del I sec. Al tempo di Gesù l’opposizione veniva da parte dei Sadducei, in particolare dalla famiglia di Anna e Caifa, sulla base di considerazioni politiche (in quanto discendente di Davide, Gesù aveva tutti i diritti di aspirare al trono di Israele). Giunto a Gerusalemme, Paolo deve essersi unito a qualcuna delle confraternite farisaiche e aver con loro studiato la Legge. Atti dice sotto la guida di Gamaliele. Non è impossibile che in questo tempo Paolo abbia sentito parlare di Gesù e forse lo abbia anche visto, quando il Rabbi di Nazaret saliva alla Città Santa.  

LA REAZIONE DI PAOLO AL MOVIMENTO DI GESÙ  La predicazione di Gesù, e su Gesù da parte della prima comunità, deve aver suscitato in Paolo una forte reazione negativa: durante la sua vita pubblica Gesù mostra un’autorità superiore alla Legge e si attribuisce prerogative, quale quella di perdonare i peccati e di riformare il servizio nel Tempio, che sono solo di Dio; e questo sulla base della precisa coscienza di essere Figlio di Dio in modo superiore a quello di tutto Israele e di essere inviato da Dio per salvare il mondo e portare a tutti lo Spirito. Gesù era stato crocifisso e, siccome moriva della morte dei maledetti, Dio non poteva essere con lui. Ma i suoi seguaci stavano riempiendo Gerusalemme e il mondo giudaico della notizia della sua glorificazione, con un successo notevolissimo e con minaccia non solo per la funzione espiatrice del Tempio, ma anche per le tradizioni tramandate da Mosé (cf. At 6,13-14). Per questo, probabilmente, Paolo passa all’azione, mosso da quello zelo che era tipico delle comunità farisaiche e delle loro accese discussioni riguardo alla Legge. Non ci è chiaro come egli in concreto perseguiti i cristiani. È verosimile che si sia mosso in modo personale, autonomo, come un battitore libero, approfittando delle riunioni nelle sinagoghe per accusare pubblicamente i cristiani, contraddire il loro messaggio, obbligarli a fare pubblicamente delle affermazioni o dei giuramenti che andassero contro la loro fede (cosa che farà qualche decina d’anni dopo anche Plinio il Giovane). In questo modo egli ottiene la loro condanna da parte dei responsabili delle sinagoghe; condanna che, se non necessariamente comportava conseguenze fisiche (c’erano problemi di giurisdizione), di sicuro diventava un ostracismo morale che rendeva ai cristiani, doppiamente rifiutati (dai greci in quanto giudei, dai giudei in quanto cristiani), la vita molto difficile. È anche possibile che, in vista di questo, abbia ottenuto da parte del Sinedrio lettere di autorizzazione, che garantivano la sua autorità e ortodossia, e gli davano così una notevole forza di coercizione.  

SULLA VIA DI DAMASCO LA CONVERSIONE  L’apparizione di Gesù sulla via di Damasco costringe Paolo a ristrutturare tutto il suo mondo interiore. In quanto fariseo credeva nella risurrezione. Ora Gesù, vivo, si fa riconoscere da lui come colui che il Padre ha glorificato, e che, nello stesso tempo, manifesta la sua vita risorta nella Chiesa creando con essa una nuova storia. Non solo: dalla risurrezione risulta confermato quanto Gesù diceva di sé, di essere venuto e di donare se stesso per la salvezza di tutti gli uomini. Così che in Paolo l’attitudine di difensore della tradizione di Israele si rovescia nell’impegno di mettere tutti a contatto vivente, per mezzo della tradizione della comunità, con l’intenzione salvifica del Risorto. In questo modo Paolo riconosce che la Legge non può liberare dal peccato, se il Figlio di Dio è dovuto morire per espiare i peccati; anzi, se la Legge ha fornito le ragioni ad alcuni israeliti per condannare il Figlio di Dio, quel modo di interpretarla non ha più valore. La Legge ormai parla solo di Cristo e di ciò che lui è venuto a portare.   DALLA CONVERSIONE LA MISSIONE  Paolo vede che il rapporto che Cristo instaura con lui avviene non più a partire dalla buona volontà umana, ma nasce e cresce per l’azione della potenza del Risorto, per la presenza dello Spirito che dà testimonianza allo spirito dell’uomo, lo guida alla confessione di fede e alla vita secondo la nuova Legge, che è la sua ispirazione nel profondo del cuore. Questa nuova Legge guida immancabilmente il cristiano sulle orme di Cristo, il quale si dona per la comunità degli uomini fino a perdere per loro le sue prerogative divine. Anche Paolo vedrà che ai doni mistici individuali è preferibile lo svuotamento di sé in vista della costruzione della famiglia di Dio, così che Cristo sia tutto in tutti. In questo modo Paolo esperimenta, interiormente ed esteriormente, nei gloriosi anni dell’impegno missionario, la mirabile corsa della Parola di Dio. Da povera e piccola parola annunziata, essa entra nel cuore e in esso si sviluppa, trasformandolo, operando in esso la fede, la speranza, la carità. La santificazione dello spirito umano si irradia nella vita visibile nel comportamento storico, nel cammino della comunità, la quale a sua volta diventa parola: parola irresistibile nella dinamica delle sue relazioni interne, quando tutti dicono le parole di Dio (cf. 1 Cor 14,25); parola che di nuovo diventa seme sulla bocca e nella vita degli annunciatori che essa invia. Sembra impossibile che Paolo abbia colto tutto questo nei brevi momenti in cui il Risorto gli fa conoscere la sua potenza. Eppure si può serenamente pensare che sia stato così, proprio come un grande albero è già tutto presente nel seme nascosto nella terra.  

LE CONVERSIONI SONO L’OPERA DI DIO  Il libro degli Atti racconta tre volte l’esperienza della conversione di Paolo. L’apostolo stesso la paragonerà alla creazione (cf. 2 Cor 4,5). Sembra incredibile quanto poco poi, nell’esperienza comune della Chiesa, siano valutate le conversioni. Il fatto stesso di collocarne alcune in un’aura di straordinarietà contribuisce a distanziarle dalla vita. Eppure sono per antonomasia l’opera di Dio, il fuoco dal cielo che anche lo stesso Elia può solo invocare. Le comunità dovrebbero ritrovarsi sempre di nuovo attorno alle esperienze di conversione quasi come davanti alla Scrittura e davanti all’Eucaristia. Sono le conversioni quel mondo nuovo che Dio continua a scrivere nelle tenebre, facendole diventare giorno luminoso di risurrezione. Il resto rimane notte.  

FABRIZIO TOSOLINI

LETTERA AGLI EBREI 5, 1-6 – IL SACERDOZIO

http://www.eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/le-dimanche-jour-du-seigneur/commentaires-de-marie-noelle-thabut/

COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 25 OCTOBRE 2015

SECONDA LETTURA – LETTERA AGLI EBREI 5, 1-6

IL SACERDOZIO DEL VECCHIO TESTAMENTO

Certamente si potrebbe scrivere Ebrei in due colonne: la colonna di sinistra, c’è il piano (si fa per dire) del Vecchio Testamento, l’altra, quella del Nuovo Testamento; o in altre parole, ciò che è stato prima di Cristo e ciò che è stato; per l’autore, come il Nuovo Testamento, in quanto Gesù Cristo, tutto è cambiato; trascorre il suo tempo nel confrontare questi due regimi a dire: non; accettare senza esitazione la novità portata da Gesù; la novità di Cristo non è un tradimento alla religione dei vostri padri: è un compimento . Come si disse Gesù: « Non sono venuto per abolire la legge ei profeti, sono venuto a realizzare. « (Mt 5, 17). In Gesù Cristo, eppure tutto è nuovo, tutto è in linea con l’Antico Testamento. Oggi, l’autore cita tre punti specifici: il primo punto, il sommo sacerdote è un uomo come tutti gli altri; secondo punto, è il ponte tra Dio e l’uomo (lui è « sacerdote »); questi due punti li abbiamo visti nei passi che abbiamo letto la Domenica precedente; terzo punto, la missione del sommo sacerdote risultante da una chiamata di Dio. Lasciate che i nostri due colonne: nell’Antico Testamento, si ricorda che i sacerdoti dovrebbero essere separate per uomini: la parola « unto » nell’Antico Testamento significava « separati ». Così, tra le dodici tribù di Israele era stato scelto, oltre ad una particolare tribù, quella di Levi. I discendenti di Levi (il Leviti) non hanno avuto un particolare territorio, erano sparsi su tutto il territorio, e sono stati dedicati al servizio del Tempio. I ricavi sono pari a una quota dei offerte fatte nel Tempio. L’istituzione del sacerdozio ha preso forma nel corso dei secoli e diversi sacerdoti sono stati distinti in funzione delle varie classi di funzioni da svolgere nel tempio. Dovete immaginare quello che potrebbe essere il servizio di un luogo di culto dove si svolgono ogni giorno sacrifici, e giganteschi pellegrinaggi con più cori; se si pensa che in alcune occasioni, sono stati sacrificati in una cerimonia diverse migliaia di animali, si immagina il personale necessario; il secondo libro dei Re racconta ad esempio che Salomone sacrificato alla dedicazione del tempio che aveva costruito 22 miglia buoi e 120.000 capo di bestiame piccolo! Mosè e suo fratello Aronne erano entrambi figli di Levi; più tardi, sono i figli di Aronne hanno riservato il privilegio del sommo sacerdote; quindi non era più sufficiente per essere un levita, era diventato parte della famiglia di Aronne. Questo sommo sacerdote aveva nominato per un solo anno il diritto di entrare nel Santo dei Santi (la parte più sacra del tempio di Gerusalemme) in Yom Kippur, cioè dell’Espiazione. Questo è il regime del Vecchio Testamento. Una volta lì, il nostro autore ha ovviamente un problema per riempire la colonna di destra di Gesù Cristo! Perché una cosa è certa: Gesù non discendeva da Levi, né Aaron, lui scende dal Davide attraverso suo padre (non sappiamo l’origine di Maria, ma è la paterna importava). Così la logica del Vecchio Testamento, Gesù non può ricevere il titolo di sommo sacerdote. A meno che … A meno che Dio è ancora libero di chiamare chi vuole! Il nostro autore dice: « Noi non attribuiamo a se stesso l’onore di essere un sommo sacerdote, viene ricevuto dalla chiamata di Dio ». La chiamata di Dio è per alcuni di loro nascita, sono stati i Leviti; ma per Gesù, Dio ha deciso diversamente: prima se il Figlio si è fatto uomo, è proprio quello di essere il mediatore, il « ponte » tra Dio e gli uomini; secondo, ancora una volta, la libertà di Dio al di là di tutti i nostri sistemi: il Salmo 109/110 dice: « Il Signore ha giurato di non si pente: Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchisedek . « (Sal 109/110, 4).

GESÙ SACERDOTE ALLA MANIERA DI MELCHISEDEC

Chi era Melchisedec? Siamo nel tempo di Abramo, vale a dire ben prima della istituzione dei leviti: Loth è stato vittima di un raid e fatto prigioniero, Abramo è volato in suo aiuto per consegnare. In tal modo, si è guadagnato una reputazione di uomo forte nella regione. Lì incontra Melchidésech. Ma la Bibbia presenta questo personaggio che era finora sconosciuto come re di Salem (pensiamo che questo è forse il futuro di Gerusalemme); e un po ‘più basso, in modo che non sappiamo nulla della sua ascendenza, il testo specifica « Lui era sacerdote del Dio altissimo ». Questo significa che ci può essere un sacerdozio legittima a parte i figli di Aronne, perché, vi ricordo che Melchisedec era un contemporaneo di Abramo, e quindi non scendevo di Levi che ha vissuto diverse generazioni dopo. Questo salmo è stato scritto probabilmente da qualcuno che era molto critica del sacerdozio di Gerusalemme, e immaginò un sacerdozio liberato dai vincoli di appartenenza alla famiglia di Levi; più tardi, tra i primi cristiani, chi si aspettava un Messia-sacerdote e sono stati obbligati ad ammettere che Gesù non discendeva da Levi, hanno fatto riferimento a questo salmo che ha riconosciuto il titolo di sommo sacerdote Melchisedec; Ci hanno letto l’annuncio che il Messia sarebbe traboccare tutte le categorie e le istituzioni dell’Antico Testamento, anche quelli del sacerdozio. Infine, per fare un patto con Abramo, Melchisedec, questo straordinario sacerdote, gli offrì un sacrificio a base di pane e del vino. Ovviamente, l’autore di Ebrei effettuata la connessione! Per lui, è chiaro: Gesù è il nuovo Melchisedec, è perfettamente in linea con l’Antico Testamento.

Publié dans:Lettera agli Ebrei |on 3 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

Jesus is God

Jesus is God dans immagini sacre CHRIST
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Publié dans:immagini sacre |on 2 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

SALMO 142, 1-11: PREGHIERA NELLA TRIBOLAZIONE – GIOVANNI PAOLO II

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/04-05/1-Salmo_142.html

SALMO 142, 1-11: PREGHIERA NELLA TRIBOLAZIONE

Papa Giovani Paolo II

Il Salmo 142, l’ultimo dei cosiddetti «Salmi penitenziali» nel settenario di suppliche distribuite nel Salterio (cf Sal 6; 31; 37; 50; 101; 129; 142) viene pregato alle lodi del giovedì, della IV settimana del Salterio. La tradizione cristiana ha utilizzato questo tipo di salmi per invocare dal Signore il perdono dei peccati. Il testo che vogliamo approfondire era particolarmente caro a San Paolo, che ne aveva dedotto una radicale peccaminosità in ogni creatura umana: «Nessun vivente davanti a te, (o Signore), è giusto» (v. 2). Questa frase viene assunta dall’Apostolo a base del suo insegnamento sul peccato e sulla grazia (cf Gal 2,16; Rm 3,20). La Liturgia delle Lodi ci propone questa supplica come proposito di fedeltà e implorazione di aiuto divino agli inizi della giornata. Il Salmo infatti ci fa dire a Dio: «Al mattino fammi sentire la tua grazia, poiché in te confido» (Sal 142,8).

Dinanzi al male del mondo Il Salmo inizia con un’intensa e insistente invocazione rivolta a Dio, fedele alle promesse di salvezza offerta al popolo (cf v. 1). L’orante riconosce di non avere meriti da far valere e quindi chiede umilmente a Dio di non atteggiarsi a giudice (cf v. 2). Poi egli tratteggia la situazione drammatica, simile ad un incubo mortale, in cui si sta dibattendo: il nemico, che è la rappresentazione del male della storia e del mondo, lo ha condotto fino alle soglie della morte. Eccolo, infatti, caduto nella polvere della terra, che è già un’immagine del sepolcro; ecco le tenebre, che sono la negazione della luce, segno divino di vita; ecco, infine, «i morti da gran tempo», cioè i trapassati (cf v. 3), tra i quali gli sembra di essere già relegato.

Sorge una speranza L’esistenza stessa del Salmista è devastata: manca ormai il respiro e il cuore sembra un pezzo di ghiaccio, incapace di continuare a battere (cf v. 4). Al fedele, atterrato e calpestato, restano libere solo le mani, che si levano verso il cielo in un gesto che è, al tempo stesso, di implorazione di aiuto e di ricerca di sostegno (cf v. 6). Il pensiero infatti gli corre al passato in cui Dio ha operato prodigi (cf v. 5). Questa scintilla di speranza riscalda il gelo della sofferenza e della prova in cui l’orante si sente immerso e in procinto di essere travolto (cf v. 7). La tensione, rimane, comunque, sempre forte; ma un raggio di luce sembra profilarsi all’orizzonte. Passiamo, così, all’altra parte del Salmo (cf vv. 7-11).

Compiere il volere di Dio Essa si apre con una nuova, pressante invocazione. Il fedele sentendo quasi sfuggirgli la vita, lancia a Dio il suo grido: «Rispondimi presto, Signore, viene meno il mio spirito» (v. 7). Anzi, egli teme che Dio abbia nascosto il suo volto e si sia allontanato, abbandonando e lasciando sola la sua creatura. La scomparsa del volto divino fa piombare l’uomo nella desolazione, anzi, nella morte stessa, perché il Signore è la sorgente della vita. Proprio in questa sorta di frontiera estrema fiorisce la fiducia nel Dio che non abbandona. L’orante moltiplica le sue invocazioni e le appoggia con dichiarazioni di fiducia nel Signore: «Poiché in te confido… perché a te si innalza l’anima mia… a te mi affido… sei tu il mio Dio…». Egli chiede di essere salvato dai suoi nemici (cf vv. 8-12) e liberato dall’angoscia (cf v. 11), ma fa anche ripetutamente un’altra domanda, che manifesta una profonda aspirazione spirituale: «Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio» (v. 10a; cf vv. 8b. 10b.). Questa ammirevole domanda la dobbiamo fare nostra. Dobbiamo capire che il nostro bene più grande è l’unione della nostra volontà con la volontà del nostro Padre celeste, perché soltanto così possiamo ricevere in noi tutto il suo amore, che ci porta la salvezza e la pienezza della vita. Se non è accompagnata da un forte desiderio di docilità a Dio, la fiducia in Lui non è autentica.

In attesa del giorno luminoso L’orante ne è consapevole ed esprime quindi questo desiderio. La sua è allora una vera e propria professione di fiducia in Dio salvatore, che strappa dall’angoscia e ridona il gusto della vita, in nome della sua «giustizia», ossia della sua fedeltà amorosa e salvifica (cf v. 11). Partita da una situazione quanto mai angosciosa, la preghiera è approdata alla speranza, alla gioia e alla luce, grazie ad una sincera adesione a Dio e alla sua volontà, che è una volontà di amore. È questa la potenza della preghiera, generatrice di vita e di salvezza. Fissando lo sguardo verso la luce del mattino della grazia (cf v. 8), San Gregorio Magno, nel suo commento ai sette Salmi penitenziali, così descrive quell’alba di speranza e di gioia: «È il giorno illuminato da quel sole vero che non conosce tramonto, che le nubi non rendono tenebroso e la nebbia non oscura… Quando apparirà Cristo, nostra vita, e cominceremo a vedere Dio a viso aperto, allora fuggirà ogni caligine delle tenebre, svanirà ogni fumo dell’ignoranza, sarà dissipata ogni nebbia della tentazione… Quello sarà il giorno luminoso e splendido, preparato per tutti gli eletti da Colui che ci ha strappato dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto. La mattina di quel giorno è la Risurrezione futura… In quel mattino brillerà la felicità dei giusti, apparirà la gloria, si vedrà l’esultanza, quando Dio astergerà ogni lacrima dagli occhi dei santi, quando ultima sarà distrutta la morte, quando i giusti rifulgeranno come il sole nel regno del Padre. In quel mattino, il Signore farà sperimentare la sua misericordia… dicendo: “Venite, benedetti dal Padre mio” (Mt 25,34). Allora sarà manifesta la misericordia di Dio, che nella vita presente la mente umana non può concepire. Il Signore ha infatti preparato, per quelli che lo amano, ciò che occhio non vide né orecchio udì né mai entrò nel cuore dell’uomo» (PL 79, coll. 649-650).

 Giovanni Paolo II – L’Osservatore Romano, 10-07-2003

NELLA BIBBIA C’È LA BONTÀ DI DIO NON L’OSSESSIONE DEL PECCATO

  http://www.stpauls.it/fc98/2498fc/2498fc15.htm

NELLA BIBBIA C’È LA BONTÀ DI DIO NON L’OSSESSIONE DEL PECCATO

Dai fascicoli sulla Bibbia deduco che il peccato è un’ossessione per ebrei e cristiani. Perché i sacerdoti non insistono sulla necessità di fare il bene più che su quella di rimuginare il male commesso? Silvana – Parma  

Il peccato nella Bibbia non è un’ossessione, ma una constatazione. Non c’è in essa moralismo pignolo, ma severa condanna di un peccato fondamentale e ricorrente: l’idolatria. La Bibbia mette in evidenza una società tutt’altro che ossessionata dal peccato; il riferimento etico era costituito fondamentalmente dai dieci comandamenti, senza tanti cavilli. Furono le scuole rabbiniche che, entrando nei dettagli delle umane situazioni, finirono per soffocare l’essenziale della legge. È contro questa deformazione legalista e fiscale del rapporto con Dio che si scaglia Gesù, dicendo di alcuni maestri della legge: «Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4).

Il moralismo è dei gruppi settari L’antico Israele è immagine della Chiesa. Anche in essa la preoccupazione di concretizzare la norma nei particolari delle diverse situazioni umane rischia di perdere di vista l’essenziale. Non si può negare infatti che la Chiesa ha vissuto epoche di pesante moralismo suscitando un forte senso di colpa più che di peccato. E senza dubbio c’è ancora chi identifica l’annuncio cristiano con terrificanti prediche sul peccato, collegandolo anche con catastrofi naturali e sventure diverse, in stretto rapporto di causa ed effetto, contro le stesse affermazioni di Gesù (Gv 9,3). Ma questo oggi è soprattutto lo stile di quelle sètte o gruppi dalla spiritualità malata che suscitano il senso di colpa per condurre le persone a quel disprezzo di sé che rende succubi e manipolabili da parte di un capo. La Chiesa conciliare, che riconosce umilmente il dovere di permanente conversione, ha riportato in primo piano la Parola di Dio, che ci aiuta a ritrovare l’essenziale, che non nega il peccato, ma non ne fa un’ossessione. Anzi, questa Parola ripete continuamente che la misericordia di Dio è sempre più grande della nostra infedeltà. È necessario richiamare alla memoria la parabola del figlio prodigo? L’essenziale riferimento alla Parola di Dio, inserita proprio con questo scopo in ogni forma del rito della penitenza, mira a condurre a una più esatta valutazione del peccato che non coincide sempre con l’infrazione della legge e non si identifica affatto con il senso di colpa.

Una Parola che libera Il senso di colpa è un disagio umano, psicologico di fronte alla trasgressione di una legge e la paura del castigo. Il peccato è invece la consapevolezza di non aver corrisposto a un progetto, a un dono di Dio per la nostra felicità. Il vero peccato infatti è sempre un male che l’uomo compie prima di tutto contro sé stesso. La Parola di Dio è quindi liberante perché ridimensiona le lunghe liste dei peccati, pur mettendo in luce la nostra fondamentale povertà e infedeltà davanti a Dio. Tutti siamo peccatori, ma non certo nel contesto ossessivo di certe spiritualità malate. Il peccato, ci dice la Bibbia fin dalle prime pagine della Genesi, è parte della nostra storia affinché tutti siamo condotti a riconoscere quell’amore di Dio che è più grande della nostra miseria. La consapevolezza del nostro peccato e di essere tutti dei « perdonati », dei « graziati », ci costringe a essere umili davanti a Dio e davanti ai nostri fratelli.

Il sacramento del perdono Per questo la disciplina della Chiesa, pur obbligando alla confessione solo coloro che sono consapevoli di peccato grave (can. 988), sollecita tutti a manifestare in qualche modo la propria povertà e il proprio pentimento, perché nessuno è perfetto. Sicché, non solo si consiglia a tutti il sacramento della penitenza anche per i peccati non gravi, ma all’inizio della Messa è stato posto anche l’atto penitenziale per tutti, per i giovani e per gli anziani, perché il peccato non è legato all’età e non è detto, come lascia supporre la lettrice, che i peccati più gravi siano quelli legati alla fragile gestione della sessualità, tipica dell’età giovanile. Proprio la Bibbia ci esorta a considerare certe idolatrie e certi fariseismi ben più gravi. Non c’è dubbio: alla luce della Parola di Dio ci si accorge che i veri peccatori sono una minoranza. Ci sono invece tante persone fragili, che sbagliano, ma per lo più senza arrivare a quel peccato che per essere tale, oltre alla materia grave, richiede la piena consapevolezza di fare il male e la libera volontà di farlo (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1857). Il che suppone una cattiveria e un rifiuto di Dio radicali. Comunque sia, una cosa è certa: il Vangelo non è stato proclamato per condannare, ma per salvare, per sollecitare a vincere il male con il bene. Dimenticare questo significa tradire la Parola di Dio.

Anastasis, Discesa agli inferi

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http://charleslafond.blogspot.it/2010/04/anastasis.html

Publié dans:immagini sacre |on 1 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

DALLE «LETTERE» DI SAN BRAULIONE, VESCOVO DI SARAGOZZA (dall’Ufficio dei defunti)

http://www.maranatha.it/Ore/def/LETTpage.htm

DALLE «LETTERE» DI SAN BRAULIONE, VESCOVO DI SARAGOZZA

(Lett. 19; PL 80, 655-666)

Cristo risorto speranza di tutti i credenti La speranza di tutti i credenti, Cristo, chiama i trapassati «dormienti», non «morti»; dice infatti: «Il nostro amico Lazzaro s’é addormentato» (Gv 11, 11). Ma anche il santo Apostolo non vuole che ci rattristiamo su quelli che si sono addormentati (cfr. 1 Ts 4, 12) e quindi se teniamo per fede che tutti i credenti in Cristo, come dice il Vangelo, non moriranno per sempre, sappiamo ancora per fede che neanche lui é morto per sempre e nemmeno noi moriremo per sempre. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio discenderà dal cielo e i morti in lui risorgeranno. Ci animi dunque la speranza della risurrezione, perché coloro che ora perdiamo, li rivedremo; basta che crediamo fermamente in lui, obbedendo ai suoi precetti. Egli é l’onnipotente e per questo é più facile a lui risuscitare i morti che a noi svegliare quelli che dormono. Tuttavia ecco che, mentre da una parte facciamo queste affermazioni, dall’altra, portati da non so quale sentimento, ci sfoghiamo in lacrime. Certe nostre nostalgie e certi stati d’animo poi tendono a intaccare la nostra fede. È questo purtroppo il prezzo che dobbiamo pagare alla miseria della nostra condizione umana. Ma nulla ci smuova. Sappiamo infatti che senza Cristo tutto quello che esiste e tutta la nostra vita non é che vanità. O morte, tu che separi i congiunti e, dura e crudele quale sei, dividi coloro che sono uniti dall’amicizia, sappi che é già infranto il tuo dominio. È già spezzato il tuo giogo da colui che ti minacciava con il grido di Osea: «O morte, sarò la tua morte» (Os 13, 14). Perciò con l’Apostolo ti scherniamo: «Dov’é, o morte, la tua vittoria? Dov’é, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15, 55). Quello stesso che ti ha vinto ci ha redento. Egli ha consegnato la sua vita preziosa nelle mani degli empi, per cambiare gli empi in amici diletti. Lunghe sarebbero e numerose le citazioni che si potrebbero trarre dalle divine Scritture a comune conforto. Ma ci basti la speranza della risurrezione e volgere lo sguardo alla gloria del nostro Redentore, nel quale noi riteniamo per fede di essere già risorti, secondo la parola dell’Apostolo: «Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui» (Rm 6, 8). Non apparteniamo a noi stessi, ma a colui che ci ha redenti, dalla cui volontà deve sempre dipendere la nostra; perciò diciamo nella preghiera: «Sia fatta la tua volontà» (Mt 6, 10). È quindi necessario che dinanzi alla morte diciamo con Giobbe: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1, 21). Diciamo queste parole con Giobbe nella nostra condizione di pellegrini, in questo mondo, per poter assomigliare a lui, già in questo mondo, ma poi soprattutto nell’altro.

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