RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI – CAP. I, VV. 1-11 -

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RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI – CAP. I, VV. 1-11  -

San Paolo scrive quest’amabilissima lettera ai Filippesi con sentimenti intensi e personali, questo ci consente di penetrare il suo cuore segreto dove scopriremo che la sua grande passione è Gesù Cristo e la sua missione diffondere il Vangelo. L’esperienza avuta sulla via di Damasco dove vide una gran luce e udì la voce del Signore Gesù che gli diceva: “Saulo Saulo, perché mi perseguiti?”(At, 9-4), fu l’evento fondamentale che cambiò la sua vita.  Saulo di Tarso era un eccellente rabbino formatosi alla scuola di Gamaliele, uno dei migliori maestri del suo tempo, dal quale ricevette una profonda educazione religiosa secondo le dottrine dei farisei. Di carattere molto forte e volitivo, egli immediatamente colse la portata dirompente del cristianesimo sull’ebraismo e il pericolo rappresentato da questa nuova setta che andava costituendosi e che, basandosi sulla fortissima testimonianza di Cristo, lo riconosceva come il Messia. Nonostante la sua giovane età decise di intervenire, addirittura chiedendo un’autorizzazione scritta per essere libero di perseguitare i cristiani con ogni mezzo, in ogni luogo, anche fuori dai confini di Israele. Dobbiamo avere cognizione della grande statura morale e dell’irruenza di questo giovane perché solo così potremo capire chi egli sia, la sua grande intelligenza pratica, la sua volontà di arrivare al fondo delle cose e di spingere il suo impegno fino all’estremo.  L’evento decisivo della sua conversione è descritto esplicitamente tre volte negli Atti degli Apostoli e riferita in alcune sue lettere (cfr Gal 2, 11-15; 1Cor 15, 8-10). In (At 9,1-9) troviamo la descrizione narrativa dell’accaduto, che è raccontato nuovamente dallo stesso Paolo sia nella sua arringa difensiva davanti ai giudei di Gerusalemme che volevano condannarlo a morte, (At 22, 6-11), sia durante la comparizione a Cesarea davanti al re Marco Giulio Agrippa (At 26, 12-18). San Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, afferma che un’irruenza come la sua aveva bisogno di un intervento divino per essere giustamente indirizzata verso il bene; ed è l’esperienza di Cristo risorto che d’ora in poi, salda, resterà il fulcro della sua vita.  Dopo essere rimasto accecato dalla visione di una grande luce, ricevette la visita del discepolo Anania inviato dal Signore per ridargli la vista e colmarlo di Spirito Santo mediante il battesimo. Dopo pochi giorni iniziò la sua missione proclamando nelle sinagoghe Gesù Figlio di Dio. Da allora in poi non si stancherà mai di approfondire gli insegnamenti di Gesù e affermerà nella lettera ai Corinzi che ogni dono speciale che si riceve da Dio deve essere rivolto a beneficio degli altri: tutta la sua vicenda umana, impegnativa e faticosa, sarà in questa direzione.

 La conversione di Saulo di Tarso a seguito del suo incontro con Cristo Risorto, sulla via che conduce a Damasco, è stata un’esperienza unica e irripetibile, tuttavia abbiamo una testimonianza riconducibile ai nostri giorni, quella del metropolita Anthony Bloom (1914-2003), impegnato fortemente nell’ecumenismo e scrittore, il cui servizio pastorale si svolse in Inghilterra. In un libro sulla preghiera racconta di una sua giovanile ricerca sul senso della vita, non sentendosi appagato da una felicità senza scopo, e così risponde alla domanda rivoltagli in un’intervista inserita nel volume stesso, su cosa gli accadde:  “Cominciai a cercare nella vita un significato diverso da quello che potevo trovare attraverso l’avere uno scopo. Lo studio e il rendersi utili non mi convincevano affatto. Tutta la mia vita, fino a quel momento, era stata concentrata su obiettivi immediati e, improvvisamente, tali obiettivi diventavano insoddisfacenti. Provai in me stesso qualcosa di intensamente drammatico, e tutto intorno a me sembrò piccolo e privo di significato.  Passavano i mesi e nessuna novità appariva all’orizzonte, un giorno, eravamo in Quaresima ed io ero allora membro di una delle organizzazioni russe per la gioventù a Parigi, uno dei capi venne da me e disse: “Abbiamo invitato un prete a parlare con te, vieni.” Replicai con violenta indignazione che non sarei andato. Io non amavo la chiesa. Non credevo in Dio e non volevo perdere il mio tempo. Il capo era astuto; mi spiegò che tutti gli appartenenti al mio gruppo avevano agito esattamente nello stesso modo e che, se nessuno fosse andato, saremmo stati tutti screditati perché il prete era venuto e sarebbe stata una vergogna se nessuno fosse stato presente al suo discorso. “Non ascoltare, mi disse il capo, non mi importa che tu ascolti, solamente siedi e fai semplicemente atto di presenza”. Io ero disposto a dare alla mia organizzazione giovanile quella grande prova di fedeltà, così assistetti a tutta la predica. Non intendevo ascoltare ma le mie orecchie erano attente e la mia indignazione non faceva che aumentare.  Ebbi una visione di Cristo e del cristianesimo che destò in me una profonda avversione. Quando la predica fu terminata, corsi a casa per controllare che cosa ci fosse di vero in quanto lui aveva detto. Chiesi a mia madre se avesse il Vangelo per capire quanto fosse fondata la mostruosa impressione che avevo ricavato dalla predica. Non mi aspettavo nulla di buono dalla mia lettura, così contai i capitoli dei quattro Vangeli per essere certo di leggere il più breve, evitando così di perdere tempo senza necessità. Iniziai a leggere il Vangelo secondo Marco.  Mentre leggevo l’inizio di quel Vangelo, prima di arrivare al terzo capitolo, mi accorsi improvvisamente che dall’altra parte della mia scrivania c’era una presenza, ed ebbi l’assoluta certezza che era Cristo, e questa certezza non mi ha mai lasciato. Questo fu il reale momento di trasformazione. Poiché Cristo era vivo, ed io ero stato alla sua presenza, potevo affermare con certezza che quanto il Vangelo diceva circa la crocifissione del profeta di Galilea era vero, e il centurione aveva ragione quando aveva detto: “Costui è veramente il Figlio di Dio.”  Fu alla luce della resurrezione che potei spiegare con certezza la storia del Vangelo, sapendo che ogni cosa in esso contenuta era vera poiché l’impossibile evento della resurrezione era per me più certo di qualsiasi altro avvenimento storico. Dovevo credere nella storia mentre sapevo che la resurrezione era una realtà. Io non scoprii il Vangelo, come vede, iniziando con il primo messaggio dell’annunciazione, esso non mi apparve come una storia alla quale si poteva o meno prestar fede. Cominciò come un evento che lasciò dietro di sé tutti i problemi di incredulità, poiché si trattava di un’esperienza diretta e personale. E questa convinzione le è rimasta durante tutta la sua vita? Non ci sono stati momenti durante i quali ha dubitato della sua fede? Dentro di me acquisii la certezza assoluta che Cristo è vivente e che certe cose sono esistite. Non avevo tutte le risposte, tuttavia, dopo essere passato attraverso quell’esperienza, ero certo che davanti a me esistevano risposte, visioni, possibilità. Questo è ciò che intendo per fede: non dubitare, nel senso di essere in uno stato di confusione o di perplessità, ma dubitare allo scopo di scoprire la realtà della vita, il genere di dubbio che fa sì che si voglia indagare e scoprire di più, che fa sì che si voglia esplorare”.  Quest’esperienza si collega a quella di Paolo poiché Anthony Bloom nel leggere le scritture sente, percepisce la presenza di Gesù come il Vivente, il Risorto. La Chiesa è interprete di una strana mediazione per cui pur avvicinando a Gesù pare essere l’ostacolo più grande per arrivarci; Bloom con questo stato d’animo si accosta al Vangelo e questo segnerà la sua vita fino a fargli abbracciare la vita monastica e a divenire un grande comunicatore della fede anche ai giovani.  Confrontandoci con questi fatti comprendiamo la necessità di andare oltre la conoscenza erudita dei testi sacri, di entrare in un contatto reale con il Cristo confessato come il Vivente. La Lectio divina è per sua natura una lettura pregata della Bibbia, non uno studio biblico. Coglie i frutti dell’esegesi per capire il senso letterale della scrittura, le intenzioni degli autori nel loro limite umano, ma poi, attraverso l’assimilazione del testo (ruminatio) è aperta all’incontro con Gesù.  Alcune penetranti frasi di San Paolo di ricchissimo contenuto sollecitano la riflessione sul senso della vita o possono dare indicazioni pratiche; l’attenzione è necessaria per coglierle durante la Lectio e poi inoltrarsi in un cammino che, iniziato nella lettura personale, comunitaria o liturgica, prosegua nei giorni quando i versetti che più colpiscono illuminano un aspetto o fanno da controcanto rispetto a qualcosa che stiamo vivendo. Se docili alla Parola troveremo la nostra gioia e la nostra pace e faremo un’esperienza vera, personale, della vita cristiana nella relazione con il Signore risorto e presente; questo ci renderà liberi anche da turbamenti di fronte a certe letture ipercritiche e riduzioniste riguardo a Gesù.   Fil 1,1 “Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi”

 San Paolo scrive la Lettera ai Filippesi secondo il modello delle lettere antiche: inizia con il nome dei mittenti e dei destinatari e prosegue con una frase che ben disponga i destinatari a ricevere il testo, la “captatio benevolentiae”, ma lo fa con estrema libertà e si comprende che intenzionalmente usa quelle formule personalizzandole, dando a esse l’intensità e la forza di ciò che vuole esprimere e definendo il genere di relazione che lo lega alle comunità.  Esempio ne è la Lettera ai Galati che, dopo l’indirizzo, con tono brusco e senza alcun elogio, inizia immediatamente con l’ammonizione alla comunità cristiana nella quale l’Apostolo considerava vi fosse il serio pericolo di una deviazione dalla purezza del Vangelo da lui predicato e al quale i Galati avevano aderito credendo alla salvezza proclamata in Gesù Cristo.  La comunità cristiana di Filippi era stata personalmente fondata dall’apostolo. Le fonti a nostra disposizione sono gli Atti degli Apostoli scritti da San Luca, discepolo e compagno di Paolo (Cfr. Fm 24), da lui chiamato il “caro medico” in Col 4,14. Le molte notizie biografiche che gli Atti ci hanno trasmesso non sono state scritte come una cronaca, ma hanno uno scopo teologico: mostrarci come Paolo segua l’esempio di Cristo e come la vita di Cristo sia inserita nella vita stessa della Chiesa.  Dopo decenni di critica negativa degli Atti, l’esegesi contemporanea li sta molto rivalutando riguardo alla storicità dei fatti narrati. In essi sono descritti i tre viaggi missionari compiuti da Paolo. Durante il suo secondo viaggio, il primo in Europa, la cui meta sarà Corinto, si ferma a Filippi, nella Macedonia. At 9,11-15: “11Salpati da Tròade, facemmo vela verso Samotràcia e il giorno dopo verso Neàpoli e 12di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; 13il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite.14C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: « Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa ». E ci costrinse ad accettare.” Paolo aveva annunciato il Signore morto e risorto che, proprio per essere passato attraverso la morte può perdonare tutti i peccati, occorreva solamente accogliere la salvezza che solo Lui può donare. Dalla conversione di Lidia, prima donna europea nelle comunità paoline, e attorno a lei, nasce la comunità cristiana di Filippi. Probabilmente alla fine del secondo viaggio Paolo scrive ai Filippesi con i quali aveva intrattenuto ottimi rapporti, chiamandoli “santi”. Paolo ritiene che tutti quelli che hanno accolto il Signore Gesù siano santi per vocazione, cioè siano separati per il Signore, appartenenti a Lui. Definisce però se stesso e Timoteo, il discepolo che lo accompagna e che considera come un figlio, servi, secondo un’altra tradizione, schiavi. E’ inusuale che qualcuno si presenti come schiavo, soprattutto scrivendo a Greci, ma trovandosi ora in prigione a causa della sua predicazione, è ben felice di essere schiavo di Gesù Cristo.  In un’altra lettera affermerà che, comunque, dobbiamo servire, o Dio, e questo ci rende liberi, o il potere, il piacere, il denaro, i nostri idoli, e connota la sua schiavitù: egli è schiavo di Cristo. Per i greci la schiavitù era la peggior condizione perché solo gli uomini liberi avevano la dignità di cittadini; Paolo non ha paura di rivolgersi loro e dire: io sono schiavo di Gesù.  Papa Gregorio Magno si è definito, servo dei servi di Dio, da allora i Papi si fregiano di quest’appellativo, lo stesso Gesù dopo l’ultima cena lavò i piedi e disse di fare come Lui aveva fatto. Paolo dirà ancora: “Servire Dio è regnare”. Fin dall’incipit dell’epistola cogliamo e dobbiamo considerare la dirompente energia di Paolo che ribalta la realtà dalle radici perché l’incontro con Cristo riqualifica e capovolge la nostra ottica sul mondo, sulla realtà.  I vescovi e agli episcopi sono gli altri destinatari della lettera; questo ci fa intendere che la comunità si è ingrandita e si è strutturata, anche se, solo nel secondo secolo, Ignazio di Antiochia potrà parlare di un vescovo per ogni diocesi e distinguere nettamente i ministeri di vescovi, presbiteri e diaconi. Tuttavia, fin da ora, si delineano funzioni diverse e ministeri. Siamo dunque al cospetto di una piccola, vera Chiesa, così com’era stata voluta da Gesù che scelse i dodici apostoli, dove gli episcopi, gli anziani, vigilano e i diaconi organizzano il servizio alla comunità.  At 1,2 “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”  Paolo con questa formula chiede e augura una dimensione di pace piena accostando la parola greca “karis” al saluto ebraico “shalom”, augura così una pace proiettata verso il compimento e la pienezza della vita che possono venire solamente dal Signore Gesù; questa formula non era usuale in ambiente greco e la troviamo pronunciata quasi esclusivamente nelle lettere paoline.  At 1,3-4 “Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera” Comincia ora la preghiera dell’apostolo ed è molto bello ascoltare la preghiera di Paolo. Solitamente si dice che chi ti ammette all’ascolto della sua preghiera, ti ammette nel suo cuore, nella sua intimità. Paolo ringrazia Dio ogni volta che ricorda i Filippesi usando in greco, la parola “eukaristò”, termine che evoca per noi l’eucarestia. Fare memoria nella preghiera: se vivessimo con grande intensità questa dimensione di cura di tutti quelli che ci sono stati affidati dal Signore nel nostro ricordo orante, come ci insegna Paolo, sperimenteremmo la dimensione della gioia, tema fondamentale di questa epistola.  Realmente, infatti, pregare per gli altri suscita una gioia intima; farci carico dei pesi dei fratelli e portarli davanti a Dio dona una profonda gioia al nostro spirito. Paolo ne ha la consapevolezza perchè il pensiero dei Filippesi consola il suo cuore, non solo nel ricordo dell’ospitalità di Lidia, ma perché essi costantemente trasformano la loro esperienza di fede in dono, servizio, riconoscenza, diversamente da quello che accadeva in altre comunità e che lo preoccupava.  Questa lettera quindi che non serve a correggere, non è stata scritta neanche per spiegare un tema teologico come la lettera ai Romani, ma è semplicemente un segno di amicizia che ha lo scopo di confermare, di confortare, di esortare e stimolare alla perseveranza trovandosi lui in prigione e temendo che qualcuno si scoraggi. Il rischio era reale, perchè gli stessi Filippesi, pur essendo una comunità modello, si trovano a dover affrontare non pochi problemi esterni e anche qualcuno interno.  Fil 1,5-6 “…a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”  Siamo al motivo a fondamento della gioia e della scrittura della lettera: la propagazione del Vangelo, questo è ciò che lo anima, questo è il compito primario cui assolvono i suoi amici Filippesi. Paolo è un estroverso, non è geloso della sua esperienza come poi dirà di Cristo: “6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8).  Sull’esempio di Cristo Paolo non tiene nulla per sé, ma condivide ogni dono del Signore con gli altri. Il suo non è un atteggiamento moralistico, ma è spinto dall’entusiasmo di sentirsi colmo dell’amore di Dio; attribuisce la conversione dei Filippesi all’azione dello Spirito Santo, infatti, nonostante egli sia ora in catene, il messaggio di Gesù continua a propagarsi attraverso l’impegno dei suoi amici cooperatori nella sua opera fin da quel lontano giorno della conversione di Lidia.  Si mostra certo che la diffusione del Vangelo disegnerà una geografia nuova, cambierà il corso degli eventi seppur non senza difficoltà, dato il rifiuto di molti, ma è certo che l’esperienza della fede cristiana si svilupperà e progredirà nella storia, fino alla fine dei tempi.  Fil 1,7 “È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo”  San Paolo ha un cuore aperto, non guarda solo a sé ma all’amore che sta suscitando questa “koinonia”, termine che indica comunione, compartecipazione, partecipazione alla Grazia. San Pacomio, padre dei monaci cenobiti, termine che indica il vivere insieme, usa questo stesso termine per definire la sua comunità; la koinonia è quella degli apostoli nella prima comunità a Gerusalemme durante la Pentecoste, cioè la comunione piena suscitata dallo Spirito Santo.  Ad Atene Paolo non si era sottratto dal parlare di Cristo e della sua Resurrezione nell’areopago davanti a pagani, ai giudei ma anche a filosofi stoici ed epicurei che là si radunavano e che lo avevano per la maggior parte schernito. Poi, a Corinto, nonostante vi fosse arrivato con gran trepidazione ed estrema debolezza, avendo confidato solo nella potenza della Croce del Signore, vi erano state molte conversioni ed egli se ne era quasi stupito; non le attribuisce però al suo eloquio ma solo a Cristo Gesù che, facendosi riconoscere, trasforma la vita. Dopo aver fondato la comunità di Filippi, avendone visti i buoni inizi e conoscendone la costanza fino al presente, nonostante le difficoltà, si dice certo che Cristo li manterrà fedeli, e prega per la loro perseveranza fino al giorno di Cristo, egli attende sempre il ritorno del Signore e la sua preghiera è sempre orientata verso il compimento finale.  Gesù è presente ogni giorno nel mistero della nostra vita, egli è da scorgere nel chiaro-scuro della fede, ma la nostalgia della sua presenza definitiva è così forte in San Paolo, da fargli desiderare di barattare la vita con la morte, afferma: “Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (v 21) perché finalmente, come dice san Giovanni, lo vedrò come Egli è. Essendo stato afferrato da Cristo Risorto, ha colto il cuore della Pasqua, la vita donata fino in fondo, la morte sofferta e la resurrezione che significa la vittoria sulla morte e sul peccato. Per Paolo solo questo conta. Non sappiamo se abbia conosciuto Gesù perché ci comunica poche notizie sulla sua vita terrena, in ogni caso l’ha conosciuto secondo lo Spirito e brama solo di vederlo; egli lo desidera per tutti. Sa che ogni uomo è destinato a quest’incontro definitivo, ma sa anche che è necessario un dono speciale del Signore per conservare la fede giorno dopo giorno; nella seconda lettera a Timoteo che, anche se d’incerta attribuzione, riporta le sue parole testamentarie Paolo dice: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.” (2 Tm 4,7).  Prega dunque fiducioso, ogni giorno, per i Filippesi perchè possano essere perseveranti fino all’incontro con Cristo. Paolo ci dirà in questa lettera, e approfondirà maggiormente il tema nella lettera agli Efesini, quanto la vita spirituale sia un combattimento. La vita è un combattimento il cui esito positivo non è scontato, ma è un dono.  Fil 1,8-11 “ Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” Paolo chiama Dio a testimonianza del profondo affetto che nutre per tutti loro nell’amore di Cristo Gesù. Questo è il tono fondamentale della lettera: egli scrive alla sua comunità, ma fra lui e i suoi c’è sempre Gesù, essi sono tra loro uniti dal fatto che tutti sono compartecipi della Grazia e della proclamazione e condivisione del Vangelo, della comunione di vita cristiana e del suo consolidamento, e allora prega perché l’amore, cioè la carità, si arricchisca rendendoli integri, irreprensibili, ricolmi dei doni di giustizia che solo il Signore può concedere.  Con le ultime parole della sua preghiera, Paolo rileva il dinamismo della vita spirituale pur nei momenti di stanchezza. Vale sempre la pena di pregare per crescere nella vita spirituale, per scoprire l’efficacia della Parola di Dio nelle situazioni concrete con cui dobbiamo confrontarci, per chiedere che la carità, la partecipazione al dono di Dio, si arricchisca sempre più in conoscenza e in discernimento. Egli vuole indubbiamente una fede ragionata, anche riguardo al progetto di Dio, ma vuole che la conoscenza di Gesù, del suo Vangelo, delle sue logiche, consenta ai Filippesi di usare il giusto discernimento di fronte ai loro problemi concreti.  I Filippesi non erano esenti da ciò che affliggeva in modo pericoloso i Galati: anch’essi erano tentati da predicatori giudeo-cristiani che sostenevano la necessità di osservare la legge mosaica, la cui adesione era simboleggiata dal rispetto della pratica della circoncisione, estranea all’uso pagano. Paolo ne coglie il pericolo, e lo spiegherà nelle lettere ai Galati in maniera accesa, per poi tornare sull’argomento, con maggiore ampiezza, nella pacata e lucida argomentazione della grande lettera ai Romani. l di là dalle profonde implicazioni soteriologiche, sono indubbie le conseguenze negative che l’imposizione ai pagani di pratiche non indispensabili ed estranee alla loro cultura comportava. Cristo con la sua Pasqua aveva abbattuto i muri di separazione e divisione e questa buona novella richiedeva decisioni che ne consentissero la diffusione senza ostacoli.  Di fronte a questa situazione è necessario che i Filippesi, e come loro tutti i credenti nei momenti di dubbio, sappiano ben discernere come comportarsi per scegliere nella libertà propria dei cristiani “non fra il bene e il male ma fra il bene e il meglio”, come dice Sant’Agostino. La gioia, la condivisione del vangelo, il discernimento, il giorno del Signore, questi i temi accennati in questi primi versetti che ritroveremo nel corso della lettura della Lettera ai Filippesi.

Padre Stefano, Abbazia di San Miniato al Monte (FI)

Publié dans : Lettera ai Filippesi |le 20 novembre, 2015 |Pas de Commentaires »

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