LA SECONDA LETTERA AI CORINZI – LA GLORIA DEL MINISTERO

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Esercizi per sacerdoti

LA SECONDA LETTERA AI CORINZI – LA GLORIA DEL MINISTERO

SESTA MEDITAZIONE

10 Novembre 2004

(…) e davanti agli occhi del nostro cuore l’immagine gloriosa del tuo Figlio, perché in Lui possiamo riconoscere il tuo amore e la tua misericordia. E plasma i nostri cuori con la forza dello Spirito, perché possiamo conoscere quello che tu vuoi, desiderare quello che ci chiedi, compiere nella obbedienza della fede il tuo disegno di amore per tutti gli uomini. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.– I – Paolo è ministro del Vangelo Siamo così arrivati al cap. 4 della seconda Lettera ai Corinzi, sempre all’interno di quella apologia del ministero che Paolo deve fare per evitare le accuse di avversari che se la prendono con lui, ma prendendosela con lui mettono una ipoteca anche sul Vangelo che Paolo ha annunciato, e quindi sul cammino di fede che la comunità di Corinto ha percorso. Paolo dice così: «[1]Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo; [2]al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. [3]E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, [4]ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio. [5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. [6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 1-6). 1. Se Paolo è ministro del Vangelo lo è solo per una scelta libera e gratuita e immeritata da parte di Dio. Dunque, se Paolo è ministro del Vangelo – ministro (come abbiamo sentito) della Nuova Alleanza – non è certamente per un merito suo, per doti particolari umane di cui lui sia portatore, ma è solo per una scelta libera e gratuita e immeritata da parte di Dio. Questo discorso Paolo lo rifà frequentemente, anche perché ritornando sulla sua esperienza è costretto a riconoscere, e lo fa con gioia, che la sua vocazione non era preparata certamente da lui: è stato chiamato quando era persecutore della Chiesa, quindi in un atteggiamento che non meritava niente davanti a Dio. Se rileggete il cap. 1, 11-16 della Lettera ai Galati, ritrovate questa dimensione chiarissima di consapevolezza di Paolo, il quale può solo rispondere alla chiamata di Dio con la disponibilità della sua chiamata: il «non ci perdiamo d’animo». Dove, il “non ci perdiamo d’animo”, intendetelo non tanto dal punto di vista psicologico – “non siamo depressi psicologicamente”, ma dal punto di vista concreto; cioè non smettiamo di fare il nostro dovere di apostolo; siamo stati chiamati dal Signore per questo, comunque vada, che vada bene o male, che ci sia un ritorno o un rifiuto, che ci siano tribolazioni o gioie, in ogni modo non smettiamo di predicare il Vangelo: «non ci perdiamo d’animo». 2. Noi presentiamo alle coscienze la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo. E di fronte alle critiche, Paolo può solo appellarsi alla schiettezza di un comportamento che non ha dei sottointesi, che non ha dei doppi fini. Lo abbiamo già visto nella Seconda Meditazione e quindi non ci torniamo sopra nei particolari. Ma il versetto 2 lo riprende e in modo bellissimo: «rifiutando le dissimulazioni vergognose», quindi senza nascondere niente del Vangelo, neanche quello che può fare difficoltà. «(…) senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio», quindi nessuna tattica per ottenere il consenso o per fare pressioni psicologiche sugli ascoltatori: «ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio». L’annuncio del Vangelo è così: “È sotto lo sguardo di Dio”, perché è parola di Dio quella che deve essere annunciata e niente altro. È «davanti a ogni coscienza», perché in fondo la coscienza è solo lei che può dire il sì o il no alla Parola che viene annunciata. Noi presentiamo alle coscienze la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo, e chi ascolta deve ritornare alla sua coscienza e vedere che cosa gli dice la coscienza a proposito di quell’Annuncio e di quella Parola. 3. L’annuncio del Vangelo diventa “velato”, non si riesce a vedere lo splendore che c’è nell’Annuncio dell’amore di Dio per noi, perché la paura e la seduzione del mondo cancella tutto, e il Vangelo perde la sua energia. Ma alla predicazione di Paolo viene fatta una obiezione, e cioè che il suo Vangelo sembra rimanere «velato». E “velato” perché la presentazione non è forte, non è solenne, non è capace di incidere come dovrebbe essere. «[16] (…) Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1, 16). Quando uno annuncia il Vangelo deve avere una energia, una forza immensa; e Paolo invece si presenta con debolezza, la sua predicazione non è così efficace o bella come quella di Apollo; è confrontato con altri predicatori e da quel punto di vista sembra che, almeno per quanto riguarda la retorica, Paolo ci rimetta nel confronto. E quindi criticano Paolo dicendo che alla fine la sua predicazione è debole: “Il Vangelo che Paolo annuncia rimane velato, non manifesta tutta la sua energia, tutta la sua verità”. Ma Paolo risponde: “Può essere vero che a volte il Vangelo che Paolo predica rimane velato, ma non rimane velato perché è predicato male, perché quel Vangelo che viene annunciato non ha tutta l’energia che proviene da Dio: al contrario la forza ce l’ha e tutta!”. Quando rimane velato è per quelle persone «[4]alle quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio». Ora, «il dio di questo mondo» è quel dio, che è il mondo in quanto tale, quando viene percepito come potenza minacciosa o seducente. Era il discorso che abbiamo fatto anche nella Quinta Meditazione, portate pazienza se lo esplicito un po’. Con la parola “mondo” s’intende la realtà: la realtà materiale, la realtà sociale, la realtà culturale… e tutti questi elementi che fanno parte dell’esperienza dell’uomo. Solo che il mondo, l’uomo lo può percepire in modo diverso: lo percepisce dalla sua individualità, dalla sua coscienza. E a volte il mondo – invece che la creazione di Dio da usare nella prospettiva dell’obbedienza a Dio – viene percepito come una potenza dalla quale ci viene la vita e dalla quale ci viene la minaccia della morte. Il mondo è antico e non è stato fatto sulla mia misura, e a volte con questo mondo io mi scontro come di fronte a qualche cosa che è opaco e non riesco a vedere bene, che è rigido e non riesco a plasmare secondo i miei desideri; il mondo mi tocca adattarmi e subirlo, e verrà un momento in cui questo mondo mi schiaccerà e verrà quella volta che dovrò crepare, ma il mondo continuerà a vivere, mentre a me mi toglierà la vita. Il mondo mi può dare la vita: mi dà le 2500 calorie di cui ho bisogno per stare in piedi, e mi darà la morte, mi toglierà la vita. Il mondo inteso così – ed è inevitabile che ci sia questa dimensione – tende a diventare una potenza; cioè una “potenza”, vuole dire: una forza, una specie di destino, alla quale sono costretto a sottomettermi come quello che chiede l’elemosina della vita al mondo, ed è quindi quello che cerca di difendersi dalle minacce del mondo e della morte. Quando succede questo, il mondo è fondamentalmente un idolo, è diventato il mio dio; e quanto questo succede non c’è dubbio che l’“annuncio del Vangelo diventa velato”: non si riesce a vedere lo splendore che c’è nell’Annuncio dell’amore di Dio per noi, perché il mondo cancella tutto, la paura del mondo cancella tutto, la seduzione del mondo cancella tutto, e il Vangelo perde la sua energia. 4. Il Vangelo è potente quando incontrando la coscienza riesce a liberarla dalla presa del mondo, delle cose, e quindi riesce a immetterla dentro al dinamismo dell’amore, della gratuità. Il Vangelo è potente quando si incontra con una coscienza libera o quando incontrando la coscienza riesce a liberarla dalla presa del mondo, delle cose, e quindi riesce a immetterla dentro al dinamismo dell’amore, della gratuità. Non so se sono riuscito a spiegarmi. Provo a prendere due versetti di Giovanni per dire qualche cosa del genere, di sintesi. Uno è al cap. 5 nel discorso con i Giudei. Gesù ricorda le testimonianze che ha a suo favore, quelle del Padre, quelle della Legge, ecc., e dice: «[43]Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. [44]E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5, 43-44). Ora, quando il mondo diventa quel luogo dal quale cerco la mia gloria – cioè il senso della mia vita lo cerco nell’applauso, nel riconoscimento degli altri – evidentemente diventa impossibile la fede; perché la fede è invece accogliere il senso della mia vita come dono da parte di Dio del Padre. Ma fino a che io sono attaccato alla lode degli altri, come quello che dà sostanza alla mia vita – per cui la devo trovare a tutti i costi, debbo pagare qualunque prezzo pur di averla perché è quella che mi fa vivere –, allora la fede diventa impossibile. Un altro versetto Gv 3, 19-20: «[19]E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. [20]Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere». Che, tradotto vuole dire: è impossibile credere fino a che le opere dell’uomo sono opere malvagie – siccome la fede è fede nell’amore di Dio e nella santità che viene da Dio – non posso credere. Il che non vuole dire evidentemente che io sia predeterminato, ma vuole dire che quando il Vangelo è annunciato o io riconosco il mio peccato e mi converto, o altrimenti sono costretto a rifiutare il Vangelo. Sono costretto a dire di no al Vangelo, perché il Vangelo mi chiede la conversione, il Vangelo illumina la mia vita e fa venire a galla tutto il mio egoismo: quindi o lo riconosco come egoismo e lo combatto – ed è quindi il cammino di conversione; oppure se non voglio riconoscere il mio egoismo l’unica possibilità che mi resta è togliere il Vangelo. 5. Quando il Vangelo non è accettato è perché il mondo è diventato dio per l’uomo, ed è il non potere arrivare alla fede. Detto con una immagine (un po’ stupida ma dopo la potete dimenticare). Se ho la faccia sporca e si accende la luce i casi sono due: o mi lavo la faccia e allora posso stare alla luce, o spengo la luce per potere tenere la faccia sporca. Nel momento in cui il Vangelo, che è rivelazione dell’amore di Dio, illumina la vita dell’uomo: o l’uomo cambia pelle e quindi si lascia rinnovare da quella luce riconoscendo il suo errore e facendo il cammino della conversione; o altrimenti inevitabilmente cancellerà la luce, dirà che quella non è luce, che è falsità, è ipocrisia… Allora è questo che sta dietro al discorso di Paolo, perché dice: quando il Vangelo non è accettato, (poi dopo ci sarebbe da ragionare e discutere in lungo su questo, e fare tutte le distinzioni che volete), è perché «il dio di questo mondo» – cioè questo mondo diventato dio per l’uomo – ha accecato la mente incredula, perché l’uomo non possa vedere lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» – non possa vedere che Cristo è bello della bellezza di Dio, è splendente dello splendore di Dio, è vero della verità di Dio, è santo della santità di Dio –; non vedere questo è evidentemente non potere arrivare alla fede, ad accogliere il Vangelo. Ma «il dio di questo mondo», nasconde la gloria di Gesù, la bellezza di Gesù. 6. È a Cristo che deve essere sottomessa la gente, insieme con noi; la comunione nasce esattamente da lì: siamo tutti in grado di riconoscere Gesù come nostro Signore. Questo porta ad una stupenda definizione del ministero (e questa è ancora da imparare a memoria): «[5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4, 5). Quindi la predicazione non è predicazione di se stessi – Paolo non è un leader non ha bisogno di consensi –, ma l’unica cosa che gli interessa è la gioia di Cristo, la gloria del Signore, cioè quello che annuncia il Vangelo. Quindi dirigendo l’attenzione degli uomini non su di sé, per ottenere un riconoscimento di qualunque genere, ma un diritto all’attenzione su Gesù per condurre alla fede e all’amore in Lui. «(…) non predichiamo noi stessi», non ci interessa essere grandi a motivo della fede degli ascoltatori. “Predichiamo Cristo Gesù Signore”. “Signore”, vuole dire che noi gli siamo sottomessi, e che noi vogliamo sottomettere a Gesù la gente, e non a noi… ci mancherebbe altro che la gente fosse sottomessa a noi! È a Cristo che deve essere sottomessa, insieme con noi; la comunione nasce esattamente da lì: siamo tutti in grado di riconoscere Gesù come nostro Signore. «(…) quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù». Ci interessa solo la vostra vita, il vostro cammino di fede. 7. Il primo giorno della creazione si ritrova dentro l’esperienza di ogni uomo che giunga alla fede: “Vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo”. «[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6). Ricordate il primo giorno della Creazione, quando in mezzo al caos dell’origine, Dio pronuncia quella parola: «[3]Sia la luce! E la luce fu. [4]Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre» (Gen 1, 3-4). E quel momento è l’inizio dell’ordinamento del mondo, il caos incomincia a prendere forma, e ci si comincia a vedere, quello che era tenebra è mandato indietro dalla creazione della luce; il primo giorno della creazione, immenso come avvenimento. Ebbene, a Paolo è capitato qualche cosa del genere (cfr. At 26, 9-18), perché quando stava andando a Damasco all’improvviso una luce lo ha accecato, e da quel momento lì in poi Paolo ha visto le cose in tutt’altro modo. Di Gesù Cristo ne aveva sentito parlare anche prima, e se ne era fatto una idea, della chiesa e del credente aveva una sua visione. Ma in quel momento sulla via di Damasco è cambiato tutto, è stato per lui come il primo giorno della creazione, come quel momento in cui Dio ha detto «Sia la luce», e le tenebre che ricoprivano gli occhi di Paolo si sono dileguate, e Paolo ha potuto vedere. E che cosa ha visto? «La gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo», ha visto Cristo glorioso, lo ha visto risplendente della luce di Dio, e quella visione non si è più cancellata dalla memoria del cuore di Paolo. E credo che alla fine sempre l’atto di fede è qualche cosa del genere. Attenzione, s’intende non così splendente come quella di Paolo sulla via di Damasco, ci mancherebbe altro. Ma l’atto di fede è sempre “vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo”: è il mettersi davanti a Dio con la coscienza e dire con la coscienza che Gesù Cristo ha ragione, che il modo giusto di pensare e di vivere e di morire è il Suo; è dire, come dice Pietro: «[68] Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; [69]noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 68-69). È dire una parola di questo genere, è una illuminazione: «(…) né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16, 17). Dicevo, il primo giorno della creazione si ritrova dentro l’esperienza di ogni uomo che giunga alla fede. «[9] Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche Zaccheo era figlio di Abramo» (Lc 19, 9). L’incontro con Gesù comporta o realizza esattamente questo: «[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo». – II – Abbiamo il tesoro in vasi di argilla «[7]Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. [8]Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; [9]perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, [10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 7-12). 1. Solo l’umiltà, solo l’essere piccoli, il sapere di valere niente, può permettere di portare il tesoro del Vangelo. È la potenza di Dio dentro al Vangelo, non la potenza o la grandezza dell’Apostolo. Ebbene, è un po’ che ci sentiamo dire da Paolo la “gloria del ministero”, la “gloria della Nuova Alleanza”, la “gloria del credente”, la “gloria di Cristo che rifulge sopra di noi”… Di tutte queste cose sembra che siamo in un contesto di luminosità, di pienezza, di vittoria. Allora bisogna essere molto precisi, molto concreti: “abbiamo questo tesoro in vasi di argilla”. E “vaso d’argilla” non è solo il corpo. No, vaso d’argilla è la nostra persona umana; vaso d’argilla è l’Apostolo con la sua intelligenza e la sua volontà, è un povero uomo. E tutta questa gloria di cui abbiamo parlato è contenuta in un recipiente di pochissimo valore, anzi è giusto, è necessario che sia così: «[7] abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi». C’è un commento stupendo ebraico al Libro del Deuteronomio che dice: “Come il vino non può essere conservato in recipienti d’oro o d’argento ma solo in quello che è il minimo valore tra i recipienti, cioè in vaso d’argilla, così anche le parole della Torah possono essere conservate solo da uno che si umilia…”. “Solo da uno che si umilia”, perché se uno è arrogante è insopportabile! Che una persona arrogante porti un tesoro come il Vangelo è assolutamente insopportabile, diventa oppressivo per chiunque. Solo l’umiltà, solo l’essere piccoli, il sapere di valere niente, può permettere di portare il tesoro del Vangelo. Quindi il “vaso d’argilla” è necessario! È necessario perché l’uomo non si faccia grande, e perché chi ascolta non si senta oppresso dall’uomo, perché possa riconoscere che è la potenza di Dio ad agire. È la potenza di Dio dentro al Vangelo, non la potenza o la grandezza dell’Apostolo. 2. Paolo conosce Dio, conosce la forza di Dio, e diventa nella sua esperienza una immagine vivente del Vangelo. Allora, per questo Paolo, descrivendo la sua esperienza di Apostolo, fa l’elenco delle afflizioni. Non è l’unica volta, se le volete ritrovare potete leggere: nella prima Lettera ai Corinzi il cap. 4, 9-13; nella seconda Lettera ai Corinzi cap. 6, 4-5; al cap. 11, 23-29; 12, 10; la Lettera Romani 8, 35; quindi ci ritorna sopra molte volte. Qui lo fa in un modo caratteristico, perché descrive una condizione di debolezza, di abbattimento ma che non porta mai ad andare fuori gioco a perdere la partita; per cui dice: «[8]Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; [9]perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi». Dice un commentatore americano che “siamo sempre knock down, ma non ci capita mai di essere knock out”. “Non sono mai in ko, al tappeto, al tappeto fin che volete ma l’arbitro non riesce a contare fino a dieci”: al nove si rialza e riparte e combatte e ricomincia daccapo. L’immagine a cui Paolo fa riferimento dovrebbe essere quella del lottatore, di un lottatore che le prende, che è contorto, viene lacerato, ma non cede mai. E “non cede mai” non per una sua forza intrinseca, ma per la liberazione di Dio. Questo discorso del “non cede mai” uno potrebbe anche prenderlo in una prospettiva storica. Seneca, testimone dello stoicismo, dice che “la persona retta sta forte e diritta sotto qualsiasi peso, perché conosce le sue forze, sa quello di cui è capace”. Ma Paolo non sa quello di cui è capace, e non sono le sue forze che lo fanno rialzare in piedi ma è la forza del Signore: conosce Dio, conosce la forza di Dio, e diventa nella sua esperienza una immagine vivente del Vangelo. 3. L’esperienza di Paolo è quella del “chicco di grano” che muore per potere vivere ed essere fecondo E di fatto la vita e la morte di Paolo sono vita e morte per la vita dei Corinzi. La sua unione con Gesù si esprime in questa partecipazione alle Sue sofferenze. «[10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 10-12). La cosa interessante è che quando qui si parla di “morte”, Paolo non usa il termine normale zantos che è la morte, ma usa il termine nekrôsis. E nekrôsis, vuole dire: il processo di morte, il morire quotidianamente, ogni giorno un pezzo di lui muore; le sofferenza a cui egli si sottomette ogni giorno per il ministero lo uccidono un poco la volta. C’è questo processo che Paolo sperimenta in sé, ma nello stesso tempo quel processo è semplicemente parte del mistero Pasquale, del mistero di morte e di vita, di vita perduta e di risurrezione. E quella vita nuova che scaturisce dalla adesione a Cristo si manifesta sempre più intensamente in Paolo; insomma, la sua esperienza è quella del “chicco di grano” che muore per potere vivere, per potere essere fecondo (cfr. Gv 12, 24). E di fatto la vita e la morte di Paolo sono vita e morte per la vita dei Corinzi: «[12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita». Fa impressione questa affermazione, si può dire che in qualche modo il dinamismo della morte di Gesù – Gesù muore perché noi possiamo vivere, “il mio corpo che è dato per voi perché voi viviate, e il mio sangue che è versato per voi perché il mondo viva” –, questo dinamismo di morte che fa vivere, è partecipato anche dall’Apostolo. Chiaramente la Redenzione la fa solo Gesù Cristo, non c’è dubbio, però quella Redenzione che Gesù Cristo ha operato assorbe in sé anche l’esperienza dell’Apostolo. L’Apostolo ci sta dentro, è in Cristo, vive in Cristo, e quindi le sue sofferenze sono le sofferenze di Cristo, e in quanto sono le sofferenze di Cristo sono sofferenze feconde per la vita dei Corinzi, per la vita degli uomini, dei credenti. Insomma, la sua unione con Gesù si esprime qui, anche qui in questa partecipazione alle Sue sofferenze. – III – La predicazione di Paolo 1. L’Apostolo crede quello che predica: predica che Dio ha risuscitato Gesù Cristo dai morti; e crede che Dio risusciterà anche lui, l’Apostolo, con Gesù Cristo, e risusciterà i Corinzi insieme con l’Apostolo. Nasce inevitabilmente l’interrogativo: se stando così le cose valga davvero la pena a fare l’Apostolo? Perché sembra che le sofferenze siano tante, e le gratificazioni poche. Vale la pena nonostante questo continuare ad essere Apostolo? «[13]Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, [14]convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi» (2 Cor 4, 13-14). Ricordate che nella prima Lettera ai Corinzi san Paolo al cap. 9, parlando della sua predicazione apostolica, ne parlava come di qualche cosa di cui non si può sottrarre: «(…) guai a me se non predicassi il vangelo!» (1 Cor 9, 16); non è possibile sottrarsi, c’è una obbedienza che non può essere messa in dubbio in nessun modo. Qui fa un altro tipo di ragionamento, dice: “È vero che l’esperienza dell’Apostolo è segnata dalla sofferenza, ma la sofferenza non è l’ultima parola, è solo la penultima; l’ultima è la risurrezione, l’ultima è la vita”. Quello che spinge a predicare non è un vantaggio, né il vantaggio economico, ma nemmeno il vantaggio psicologico o sociale o quello di riconoscimento o di sentirsi bravi o cose di questo genere. Quello che spinge a predicare è lo Spirito della fede, lo Spirito che suscita il dinamismo della fede. La fede non può tacere, la fede deve diventare testimonianza. E non è fede, non riesce ad essere contenta e tranquilla fino a che non parla, fino a che non rende testimonianza. E siccome è fede nella risurrezione, inevitabilmente supera, spinge a superare, l’ostacolo delle tribolazioni. L’Apostolo crede quello che predica: predica che Dio ha risuscitato Gesù Cristo dai morti; e crede che Dio risusciterà anche lui, l’Apostolo, con Gesù Cristo, e risusciterà i Corinzi insieme con l’Apostolo. È questa prospettiva che permette di accettare la debolezza attuale: la fede nella risurrezione. E infondo per il Nuovo Testamento non ne esiste un altro: la fede è sempre fede nella risurrezione. Se Dio non ha risuscitato Cristo dai morti non c’è possibilità di avere fede; la morte rimane come potenza invincibile e quindi non è possibile fidarsi di qualche cosa d’altro. Solo la risurrezione di Cristo dai morti è fondamento della fede piena. Tanto che, addirittura per san Paolo, Abramo ha creduto nella risurrezione, perché non si può immaginare una fede che non sia quella, che non sia credere a Dio che chiama le cose che non sono come se fossero, che fa esistere quello che non esiste ancora (cfr. Rm 4, 17). – IV – La Grazia di Dio 1. La Grazia è l’atto di amore di Dio che si piega verso l’uomo. Tutto questo è per i Corinzi: per i Corinzi è la tribolazione di Paolo, e per i Corinzi è anche la consolazione. Se Paolo viene consolato non è solo per la sua consolazione privata, ma è per ché possa consolare i Corinzi; lo leggevamo al cap. 1, 3-11. Tutto quindi diventa utile dentro l’azione di Dio, anzi tutto questo si trasforma in gloria di Dio. E qui, portate pazienza, facciamo una piccola riflessione; dice san Paolo: «[15]Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio» (2 Cor 4, 15). E qui trovate quel termine fondamentale della teologia paolina che è il termine “Grazia”, che vuole dire: l’atto di amore di Dio che si piega verso l’uomo; dirà san Paolo: «[9]Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9). Questa è la Grazia: “da ricco si fa povero”. 2. La dinamica del dono non è quella della gratuità, anzi per certi aspetti il dono vuole stabilire dei legami, vuole legare indissolubilmente le persone. E con questo atto di amore condiscendente riempie di vita, di dono, il cristiano. Ora, la grazia è dono. Ma il dono per sua natura mette in moto un dinamismo di risposta che di per sé tende ad allargarsi all’infinito. E provo a spiegare meglio se ci riesco. Noi siamo soliti frequentemente parlare del dono come di un gesto gratuito, che non ha ritorno, che non cerca ritorno. Il che per certi aspetti è vero, ma per certi aspetti è falsissimo. In tutta la ricerca etnografica, etnologica, vieni fuori l’idea che il dono esige una risposta, la esige; ma è una risposta di un certo tipo, non è la risposta commerciale che è il do ut des alla pari: ti do una merce e tu mi dai l’equivalente in denaro, questa è una transazione commerciale, mercantile. Ed è una transazione alla pari, fatta la quale ciascuno è libero, non ci sono più impegni di uno nei confronti dell’altro; quindi l’impegno è solo nel momento del passaggio della merce. Il dono no, il dono vuole creare un impegno: ti faccio un dono e tu diventi debitore, verrà il momento in cui dovrai restituirmi il dono, non equivalente. Perché quello che tu mi restituirai sarà un rilanciare la dinamica del dono: mi darai qualche cosa non per pareggiare il conto, ma per stabilire anche in me un debito nei tuoi confronti. E questo dinamismo nel dono tende andare all’infinito, tende a non terminare mai, perché lo scopo del dono non è la transazione commerciale (scopo della transazione commerciale è avere la merce di cui ho bisogno). Lo scopo del dono è stabilire un legame tra le persone: io ti faccio un dono perché tu ti senta legato con me, io ti offro la mia amicizia nel dono, e se tu mi accetti il dono allora accetti la mia amicizia, quindi accetti il legame. E se accetti la mia amicizia, la dovrai esprimere prima o poi l’amicizia, in un modo o nell’altro con un tuo dono. Non importa il valore commerciale, importa che tu esprima l’amicizia. E quando esprimerai l’amicizia, e io accoglierò il tuo dono, si ristabilirà il rapporto e andrà all’infinito. La dinamica del dono non è quella della gratuità, anzi per certi aspetti il dono vuole stabilire dei legami, vuole legare indissolubilmente le persone. 3. È importante il discorso della “Grazia” che viene da Dio, che è grazia che entra nella mia esistenza ma vuole dare alla mia esistenza la forma della grazia, perché la mia vita diventi grazia per gli altri, perché la mia vita diventi dono per gli altri. Ebbene, la grazia di Dio è dono. La grazia di Dio vuole suscitare nell’uomo un dinamismo di risposta; a Dio?… A Dio che cosa posso dare? Evidentemente la lode. Ma il dinamismo di risposta si esprime nel dono fraterno, nel trasmettere quello che ho ricevuto da Dio agli altri, in modo che l’altro ricevendo il dono da me – da Dio attraverso di me – diventi a sua volta stimolato a fare lo stesso. Per cui l’amore che viene da Dio attraverso Gesù Cristo e che raggiunge me, attraverso me deve raggiungere il fratello e attraverso il fratello l’altro fratello e attraverso l’altro il terzo, il quarto… all’infinito. Il dono vuole non finire mai, vuole non terminare mai il suo cammino, il suo dinamismo; vuole coinvolgere in fondo l’umanità intera in un legame di fraternità, di coinvolgimento, in modo che ciascuno è legato con gli altri, in modo che non ci sono delle persone sciolte da vincoli, ma ciascuna riconosce e vive il vincolo con le altre attraverso la trasmissione del dono. Allora capite quanto è importante quel discorso della “Grazia”, della grazia che viene da Dio, che è grazia che entra nella mia esistenza ma vuole dare alla mia esistenza la forma della grazia, perché la mia vita diventi grazia per gli altri, perché la mia vita diventi dono per gli altri. Allora in questo senso il dinamismo è un dinamismo che si moltiplica; dice così: «[15]Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero (…)» (2 Cor 4, 15). La grazia di Dio è arrivata a Paolo, Paolo lo ha comunicata ai Corinzi, nei Corinzi si deve dilatare per raggiungere «un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio», perché ci sia un inno corale e universale di lode. – V – L’uomo interiore 1. La vita nuova, interiore, che mi è stata donata con il Battesimo è una vita che si rinnova ogni giorno a contatto con la grazia di Cristo. Finiamo brevemente: «[16]Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. [17]Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, [18]perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4, 16-18). Allora, il cammino dell’Apostolo è questa strana tensione, per cui da una parte l’uomo esteriore si disfa: con il passare del tempo, diventando vecchietti, anziani, pian piano le forze vengono meno, le energie si illanguidiscono… tutte queste cose. Però, mentre «l’uomo esteriore» – cioè l’uomo che appartiene al mondo – invecchia e decade, l’«uomo interiore» si rigenera. “L’uomo interiore” è quello che appartiene a Dio, è quello che vive della grazia di Dio, è quello che si apre alla speranza della risurrezione, è quello che può dire: «[20] (…) e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne» – = l’uomo esteriore – io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» – = questo è l’uomo interiore (Gal 2, 20). Per cui posso dire che: «[21]Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Lo ricordate, sono espressioni della Lettera ai Galati e della Lettera ai Filippesi. Quella vita nuova, interiore, che mi è stata donata con il Battesimo è una vita che si rinnova ogni giorno a contatto con la grazia di Cristo. E questo rinnovarsi sostiene, senza paura senza timore, il peso della fatica e del decadimento fisico; e per certi aspetti anche un po’ mentale, almeno la memoria non è così vivace (è difficile imparare una poesia alla nostra età, si fa una grande fatica, mentre da ragazzi ci riuscivamo facilissimamente). Questo cammino è un cammino che noi sperimentiamo; tanto che le tribolazioni, dice Paolo, appaiono addirittura leggere. Non perché siano leggere, ma perché se vengono confrontate con quello che è l’oggetto della nostra speranza non c’è proporzione; il peso della fatica quotidiana è assolutamente poco rilevante, dice Paolo: rispetto a quella gloria che sta davanti a noi come promessa di Dio e come fondamento della nostra speranza. L’esercizio da fare Il compito da fare, è molto semplicemente questo. Innanzitutto il verificare davanti a questa descrizione del ministero il nostro atteggiamento, il nostro modo di vivere il ministero in quella logica che dice al versetto 5: «[5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4, 5). Seconda cosa, verificare l’esperienza della fede come esperienza di luce, di riconoscimento della gloria di Dio sul volto di Cristo. È chiaro, qui non si tratta di fare un riconoscimento dogmatico. Che Gesù Cristo è la seconda persona della SS. Trinità fatto uomo, questo è verissimo, non c’è problema, questo lo condividiamo. Il problema è quello dell’interrogare la coscienza, e del mettere la nostra coscienza di fronte a Gesù Cristo. E chiedere alla nostra coscienza che cosa vede e che cosa capisce e che cosa sente di quel Gesù Cristo che le sta davanti: se può davvero riconoscere che in Lui, in quel Gesù, c’è la bellezza di Dio, la gloria di Dio, e quindi lo splendore della pienezza dell’uomo, del compimento della vita dell’uomo. * Cv. Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e in una forma didattica e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

Publié dans : Lettera ai Corinti - seconda |le 10 novembre, 2015 |Pas de Commentaires »

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