EBREI 9,24-28; 10,19-23 – TESTO E COMMENTO BIBLICO

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EBREI 9,24-28; 10,19-23 – TESTO E COMMENTO BIBLICO

Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. E invece una volta sola, ora, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso.
E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Avendo dunque, fratelli, piena fiducia di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero in pienezza di fede, con il cuore purificato dalla cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso.

COMMENTO
Ebrei 9,24-28; 10,19-23
L’efficacia del sacerdozio di Cristo
Il brano è situato nella parte centrale dello scritto in cui si affronta il tema del sacerdozio e del sacrificio di Cristo (Eb 5,11 – 10,39). Il centro di questa sezione consiste nella proclamazione di Cristo come Sommo sacerdote dei beni futuri (Eb 9,11). Essa è preceduta da un invito all’attenzione e alla generosità (5,12-6,20) e da un approfondimento su Gesù sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek (7,1-28). Per illustrare la perfezione di questo sacerdozio, esso viene confrontato con quello antico, terrestre prefigurativo (8,1-6), espressione di un’alleanza imperfetta e provvisoria (8,7-13) e dotato di istituzioni inefficaci (9,1-10). Il sacerdozio di Gesù invece comporta nuove istituzioni da lui rese efficaci (9,11-14), una nuova alleanza capace di operare la purificazione (9,15-23) e un nuovo culto che apre l’accesso al santuario celeste (9,24-28), causa di salvezza eterna (10,1-18). Questa sezione termina con un invito alla fedeltà e all’impegno (10,19-39)
Il testo proposto dalla liturgia è preso dal brano che descrive efficacia del sacerdozio di Cristo in quanto esso si configura come un ingresso nel santuario celeste; ad esso è aggiunta una parte dell’esortazione finale.
Ingresso di Cristo nel «santuario» celeste (9,24-28)
Nella prima parte del brano liturgico (vv. 24-26) la «perfezione» del sacrificio di Cristo viene identificata nel fatto che egli ha avuto accesso a Dio nel santuario «celeste». Ispirandosi a Es 25,9, l’autore dello scritto ritiene infatti che il vero santuario si trovi in cielo, dove risiede Dio, mentre il Santo dei santi, cioè la parte più sacra del tempio di Gerusalemme, ne era solo una «figura». Inoltre egli afferma che Cristo ha offerto non il sangue degli animali, ma se stesso a Dio «una volta sola, alla pienezza dei tempi». Siccome egli è il Figlio, incaricato di portare a compimento il piano salvifico di Dio (cfr. 4,8), la sua offerta volontaria ha avuto un’efficacia infinita, eliminando una volta per tutte i peccati. Ciò gli toglie la necessità di entrare nel santuario ogni anno, come era costretto a fare l’antico sommo sacerdote.
Infine l’accesso definitivo al Padre consente a Cristo di essere continuamente «presente» al suo cospetto «in nostro favore». Proprio per questo il suo sacerdozio è ancora in funzione: Cristo non solo ci ha salvato, ma continua a salvarci. L’autore ribadisce in forma ancora più sintetica quanto in precedenza aveva già detto contrapponendo il sacerdozio di Cristo a quello levitico: «Quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo; egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (7,23-25).
L’affermazione riguardante il carattere unico e definitivo del sacrificio di Cristo viene poi ribadita mediante un’analogia ripresa dall’esperienza umana (vv. 27-28). La morte, strettamente collegata con il «giudizio», è presentata qui come un evento definitivo in quanto, da una parte, chiude l’esperienza terrena dell’uomo e, dall’altra, rappresenta il momento cruciale in cui viene fatta una valutazione inappellabile della vita ormai conclusa. Secondo l’autore tutto ciò si verifica, a un livello più alto, in Cristo: la sua morte è definitiva soprattutto perché comporta la liberazione di tutti gli uomini dal peccato. E appunto per questo quando «apparirà una seconda volta» per il giudizio, la sua venuta non avrà più a che fare con il peccato. Il suo «giudizio» servirà solo a separare coloro che «lo aspettano per la loro salvezza» da coloro che l’hanno respinto. Implicitamente dunque si mettono in guardia i credenti dal trascurare la «salvezza» che egli ha offerto loro «una volta per tutte». In seguito l’autore li avvertirà che, se peccheranno dopo aver ricevuto la verità, rimarrà loro solo «una terribile attesa del giudizio» (10,27): infatti «è terribile cadere nelle mani del Dio vivente!» (10,31). La salvezza, guadagnata a così caro prezzo da Cristo, è troppo grande perché possa essere sottovalutata o respinta.
L’ingresso dei credenti (10,19-23)
Nell’esortazione finale della sezione centrale della lettera l’autore ritorna sul messaggio enunciato poco prima e ne tira le conseguenze per i lettori. Egli sottolinea che Gesù, sommo sacerdote, è giunto realmente al cospetto di Dio mediante il suo sangue. Il suo ingresso ha avuto luogo attraverso il velo, che rappresenta simbolicamente la sua carne. Così facendo ha aperto la strada ai credenti, perché possano, guidati da lui, presentarsi di fronte a Dio e diventare pienamente partecipi dei beni promessi. Questo ingresso per i credenti in Cristo richiede un fede intensa e una purificazione interiore che deriva da un bagno purificatore che si identifica con il battesimo. Inoltre è richiesta una speranza che non vacilla, perché si basa su uno che per definizione è fedele, cioè Dio. In questa prospettiva il sacerdozio di Cristo diventa la premessa di un sacerdozio esteso a tutti i credenti, che a loro volta lo eserciteranno in favore di tutti gli uomini.

Linee interpretative
L’autore non elabora le sue intuizioni in chiave dottrinale, ma guida i suoi lettori a toccare con mano l’efficacia dell’agire sacerdotale di Cristo, confrontandolo con il culto del tempio che, in quanto prefigurativo e ripetitivo, appare ormai inefficace. L’agire sacerdotale di Cristo culmina sulla croce, dove egli offre in sacrificio non il «sangue di capri o di tori», ma il «proprio sangue» (9,11-19), sotto l’impulso di «uno spirito eterno» (9,19), che è lo spirito dell’amore. L’offerta di Cristo è pienamente efficace, perché in essa si fondono il dono di Dio all’umanità e la risposta umana ispirata dalla fede. Proprio a causa della sua capacità di rappacificare definitivamente, «una volta per sempre», l’uomo con Dio, l’offerta sacrificale di Cristo non può essere che unica; essa si differenzia quindi radicalmente dai sacrifici della prima alleanza, i quali con la loro ripetitività dimostravano di non raggiungere lo scopo per cui erano fatti. L’espressione «una volta per sempre» (9,12.26.27.28) sottolinea efficacemente la ricchezza che è propria di ciò che ha valore « definitivo », e quindi non è reiterabile.
Il sacrificio unico e definitivo di Cristo è collegato con l’idea di una nuova «alleanza», la quale viene conclusa in forza del suo sangue versato sulla croce. Questa alleanza, proprio perché nasce dall’amore e tende a creare una risposta di amore, viene descritta sulla falsariga di quella annunziata dal profeta Geremia, le cui parole sono ricordate a più riprese nel corso della lettera (Ger 31,31-34; cfr. Eb 8,6-13; 10,15-18). Cristo appare così come il «mediatore» di una migliore alleanza, la quale si distingue dalla precedente in quanto le sue leggi sono scritte non su tavole di pietra, ma nel «cuore» vivo degli uomini, e come tale esige la santità del cuore e della vita.
L’efficacia del sacrificio di Cristo è descritta, ad analogia di quanto era compiuto dal sommo sacerdote nel giorno dell’espiazione, come un solenne ingresso nel santuario celeste. Con questa potente immagine l’autore mostra come Cristo, con il suo sacrificio, ha annullato la distanza che separa l’uomo dal Dio inaccessibile e santissimo; così facendo egli ha realizzato il desiderio più profondo dell’uomo che, pur essendo confinato nella sua realtà terrestre e peccaminosa, anela ad essere liberato dai suoi limiti, per potersi ricongiungere con l’infinito da cui deriva. In forza della mediazione sacerdotale di Cristo questa possibilità è offerta a tutti e per sempre.
A motivo del suo ingresso nel cielo, al cospetto di Dio, Cristo continua ad esercitare un sacerdozio «celeste»: è chiaro che questo non consiste nell’offrire a Dio nuovi sacrifici, ma semplicemente nel prolungare all’infinito gli «effetti» salvifici dell’unico sacrificio della croce. Il sacerdozio di Cristo trova il suo necessario adempimento nella vita di fede dei credenti: «Per mezzo di lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome» (cfr. Eb 13,15). È questo, anche se l’autore non usa l’espressione, il «sacerdozio regale» che abilita i cristiani a «offrire sacrifici spirituali graditi a Dio» (cfr. 1Pt 2,5). L’unico sacerdozio di Cristo non esclude nella comunità dei credenti la presenza di doni spirituali e di ministeri (cfr. Ef 4,11-13), ma esige che siano esercitati in una dimensione sacerdotale analoga alla sua, cioè in spirito di totale e gratuita offerta di sé a Dio e ai fratelli.

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