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A RUSSIAN ICON OF THE DESCENT INTO HELL AND RESURRECTION OF CHRIST, CIRCA 1820

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GIOVANNI CRISOSTOMO – OMELIE SULLA LETTERA AI ROMANI (9,2-3)

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GIOVANNI CRISOSTOMO – OMELIE SULLA LETTERA AI ROMANI (9,2-3)

In quella città per la prima volta i seguaci di Gesù di Nazareth vennero chiamati “cristiani” sin dal primo decennio dell’era cristiana. Quattro secoli dopo, Antiochia è ancora uno dei centri più importanti della Chiesa d’Oriente. In particolare da quando un giovane sacerdote aveva cominciato a predicare. Il suo nome è Giovanni e i secoli successivi lo chiameranno “Crisostomo”, ovvero “bocca d’oro” per la semplicità ed insieme la profondità e bellezza della sua predicazione. Siamo nel 392 e Giovanni – vista la situazione della sua comunità particolarmente in crisi – sceglie come tema del suo annuncio la speranza. E lo fa attraverso la testimonianza del suo autore prediletto: Paolo e la sua Lettera ai Romani. Tutti si aspettano una lettura inevitabilmente teologica, visto il contenuto della lettera paolina. Al contrario, il Crisostomo parte dalla vita concreta e – alla luce del testo sacro – ne illumina la sfida: «Se sei scettico sulle realtà future, devi invece crederci in base a quelle presenti che già hai ricevuto». Infatti «la nostra speranza è certa e inamovibile perché Colui che ce l’ha annunciata vive per sempre». Questo genera la fiducia e la pazienza, vero antidoto alla disperazione. «Per mezzo di Cristo abbiamo anche avuto accesso, mediante la fede, a questa grazia nella quale rimaniamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio» (Rm 5,2). 2. Nota come Paolo precisa sempre tutti e due gli aspetti, ciò che viene da Cristo e ciò che viene da noi. Solo che da Cristo ci vengono molte eIn quella città per la prima volta i seguaci di Gesù di Nazareth vennero chiamati “cristiani” sin dal primo  svariate cose: è morto per noi, ci ha riconciliati, ci ha dato accesso e ci ha comunicato un’ineffabile grazia; per parte nostra invece ci mettiamo solo la fede. Per questo dice: «…mediante la fede, a questa grazia nella quale rimaniamo». Dimmi: quale grazia? Quella di essere resi degni di conoscere Dio, quella di essere liberati dall’errore, di conoscere la verità, di conseguire tutti i beni mediante il Battesimo. Per questo, infatti, ci ha dato accesso alla grazia, perché ottenessimo questi doni; non solo, dunque, per avere la remissione e la liberazione dai peccati, ma per godere di infiniti pregi. E non si ferma qui, perché annuncia anche altri beni, quelli indicibili che superano la mente e la ragione. Infatti, parlando di «grazia» si riferisce alle realtà presenti che abbiamo conseguite, ma quando dice: «E ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio», rivela tutte le realtà future. E giustamente dice: «Nella quale rimaniamo», perché così è la grazia di Dio: non ha fine né limiti ma si espande sempre più, cosa che per gli uomini non si verifica. Facciamo un esempio: uno può prendere il comando, la gloria, il potere, ma non «rimane» stabilmente in essi, perché ben presto ne decade: se anche non lo spodesta un altro, sopraggiungerà la morte a spazzarlo via. Per le cose di Dio non è così: non c’è uomo o tempo o circostanza e neppure lo stesso diavolo o la morte che possa venire a cacciarcene. Anzi, quando moriremo le possiederemo più pienamente e cresceremo sempre più nel loro godimento. Pertanto, se sei scettico sulle realtà future, devi invece crederci in base a quelle presenti che già hai ricevuto. Per questo dice: «E ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio», perché impari quale disposizione d’animo deve avere l’uomo di fede. Questi deve ostentare certezza non solo delle cose che gli sono state date, ma anche di quelle future come se gli fossero già state date. Infatti uno si vanta di ciò che ha già ottenuto. Ora, poiché la speranza delle cose future è sicura e certa quanto le cose già date, noi – dice Paolo – ci vantiamo a pari titolo anche di quelle, e per questo le chiama «gloria». Se infatti concorrono alla gloria di Dio, è certo che accadranno, se non per noi, per Lui. Ma cosa vado dicendo – obietterai – che i beni futuri sono degni di vanto? Quelli presenti sono già di per sé così pieni di mali che possiamo proprio andarne fieri! Ecco allora che Paolo aggiunge: «E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni» (Rm 5,3). Pensa quanto grandi debbono essere le realtà future se andiamo orgogliosi di quelle che sembrano piene di dolore ! Tanto grande è il dono di Dio e nulla vi è in esso di sgradevole. Nelle realtà esteriori i combattimenti comportano fatiche, dolori e tribolazioni, che le corone e i premi convertono in soddisfazione. Nel nostro caso non è così, perché la lotta ci procura non minore soddisfazione del premio. Poiché infatti le prove erano numerose, mentre il regno restava affidato alla speranza; poiché sottomano c’erano realtà funeste, mentre quelle propizie restavano nell’aspettativa – e tutto questo prostrava i più deboli – ecco che dà loro il premio prima ancora della vittoria, dicendo che bisogna vantarsi anche nelle tribolazioni. E si noti che non dice: «Dovete vantarvi», ma: «Ci vantiamo», rivolgendo l’esortazione alla sua propria persona. Quindi, poiché poteva sembrare strano ed assurdo affermare che uno se lotta con la fame, se è in catene o tra i tormenti, se è oltraggiato e schernito, deve vantarsi, si preoccupa di fondare il discorso e, quel che è più, giunge ad affermare che è giusto vantarsi non solo per le realtà future ma anche per quelle presenti. Cioè, le tribolazioni sono per se stesse cosa buona. Per quale motivo? Perché spingono alla pazienza. E infatti dopo aver detto: «Ci vantiamo nella speranza», continua adducendone il motivo: «Ben sapendo che la tribolazione produce pazienza» (Rm 5,3). Osserva ancora una volta la puntigliosità con cui Paolo capovolge la logica del discorso: dato che le tribolazioni provocavano assai spesso la rinuncia ai beni futuri e gettavano nella disperazione, afferma che proprio in forza delle tribolazioni bisogna essere fiduciosi e non disperare dei beni futuri. Dice infatti: «La tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude» (Rm 5,3-5). Le tribolazioni, dunque, non solo non distruggono questa speranza, ma la costruiscono. Infatti, anche prima dell’avvento dei beni futuri, la tribolazione produce un frutto eccellente, la pazienza, e rende idoneo chi è sottoposto alla prova. Inoltre dà il suo contributo ai beni futuri, in quanto porta al culmine in noi il vigore della speranza. Niente infatti produce una valida speranza quanto una buona coscienza.

3. Ordunque, coloro che hanno vissuto rettamente non devono perdere la fede nelle realtà future, così come, invece, molti di coloro che di vivere rettamente non si sono curati – e sono quindi oppressi da cattiva coscienza – vorrebbero che non ci fosse né giudizio né remunerazione. Che dire, dunque: i beni promessici sono affidati alla speranza? Certo, ma non alle speranze umane, che spesso vengono a cadere coprendo di vergogna chi vi si era affidato, perché colui da cui ci si aspettava sostegno o è morto o, se è ancora vivo, ha cambiato idea. Per i nostri beni non è così, perché la nostra speranza è certa e inamovibile. Colui che ce l’ha annunciata vive per sempre e noi, che siamo destinati a godere di essi, anche se moriamo risorgeremo, e non c’è niente e nessuno che possa svergognarci come se a caso ci fossimo stoltamente esaltati per fallaci speranze. Dopo aver sgombrato ogni dubbio con queste parole, Paolo non si ferma alle realtà presenti ma chiama in causa di nuovo quelle future, ben sapendo che i più deboli e coloro che spasimano per il presente non si sarebbero accontentati di quanto detto. Egli dunque conferma la fede nei beni futuri in base a quelli già dati. Qualcuno infatti potrebbe dire: «E se Dio non volesse concederci la sua grazia?». Che ne abbia il potere e che duri in eterno e viva lo sappiamo tutti, ma da dove sappiamo che egli anche lo voglia? Da quanto si è già verificato. E cos’è che si è verificato? L’amore che ha mostrato per noi. In che modo? Donandoci lo Spirito Santo. Per questo, dopo aver detto che la speranza non delude, ne dà dimostrazione aggiungendo: «Perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori» (Rm 5,5). Non ha detto: «È stato dato», ma «È stato riversato nei nostri cuori», sottolineando la prodigalità. Infatti quello che ci ha fatto è stato il dono più sublime; non il cielo e la terra e il mare, ma un dono più prezioso di tutti questi, che da uomini ci ha fatti diventare angeli, figli di Dio e fratelli di Cristo. Qual è questo dono? Lo Spirito Santo! Se dunque Dio non avesse voluto, dopo le nostre pene, incoronarci di una grande vittoria, non ci avrebbe elargito, prima di esse, dei doni così grandi. Ora invece quanto sia ardente il suo amore per noi si rivela in questo, che non ci ha dato una piccola e breve gratificazione, ma ha riversato l’intero flusso dei suoi doni, e questo prima che affrontassimo la lotta. Così, anche se non sei affatto degno, non disperare, perché presso il giudice hai un grande avvocato: l’amore. Per questo, quando dice che la speranza non delude, intende riportare tutto non alle nostre opere ma all’amore di Dio.

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, OMELIE SU SAN PAOLO – DE LAUDIBUS S. PAULI,

http://liturgiadomenicale.blogspot.it/2008/06/san-giovanni-crisostomo-omelie-su-san.html

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, OMELIE SU SAN PAOLO – DE LAUDIBUS S. PAULI,

Hom. II, l-6.10, in PG 50, 477-484.

Più di tutti gli uomini Paolo ha mostrato che cosa è l’uomo, quanto grande è la nobiltà della nostra natura e quanta virtù questo essere vivente è capace di accogliere in sé. Ogni giorno Paolo diventava più vigoroso. Nonostante i pericoli crescessero per lui, rinnovava il suo impegno; manifestava questo atteggiamento dicendo: Dimentico del passato e proteso verso il futuro (Fil 3,13). Se era in attesa della morte, esortava a condividere questa gioia, dicendo: Godetene e rallegratevi con me. Fil 2,18. Mentre incalzavano pericoli, oltraggi, ogni infamia, esultava di nuovo e scrivendo ai Corinzi arrivava a dire: Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle persecuzioni (2 Cor 12,10). Ha chiamato le medesime sofferenze armi della giustizia (2 Cor 6,7), facendo vedere che anche da esse traeva i frutti più rigogliosi ed era ovunque invincibile da parte dei nemici. Ovunque fustigato, insultato, oltraggiato, avanzando solennemente come in un corteo trionfale e innalzando continui trofei in ogni parte della terra, così se ne andava fiero e ringraziava Dio dicendo: Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo (2 Cor 2,14). Andava dietro alla vergogna e all’oltraggio a causa dell’annuncio del vangelo più di quanto noi andiamo a caccia degli onori. Aveva in se stesso la cosa più sublime di tutte, l’amore di Cristo; con questo si ritenne più beato di tutti, senza di questo non faceva voti di entrare nella categoria delle persone altolocate e potenti (Cf Ef 1, 21; Col 1,16). Con l’amore di Cristo voleva invece trovarsi fra gli ultimi, anzi fra coloro che ricevono supplizi (Cf 2 Cor 6,9), piuttosto che, senza di esso, fra i più insigni e onorati. Il solo castigo per lui consisteva nel perdere questo amore. Tale eventualità rappresentava per lui la geenna, la punizione, innumerevoli mali, come d’altra parte la sua gioia stava nel raggiungerlo: ciò costituiva la vita, il mondo, gli angeli, il presente, il futuro, il Regno, la promessa, innumerevoli beni. Riteneva che nessun’altra cosa, che non conduceva a questo amore, non fosse né dolorosa né piacevole, mentre non teneva in alcun conto tutti i beni visibili così come l’erba imputridita. Despoti e popoli spiranti alterigia gli sembravano zanzare; la morte, le pene, gli innumerevoli supplizi, quasi fossero giochi da bambini, quando si trattava di sopportarli a causa di Cristo.

Paolo viveva in prigione come se fosse il cielo stesso, accoglieva ferite e staffilate più volentieri di coloro che portano via i premi, amava le fatiche non meno delle ricompense, pensando che le fatiche fossero una ricompensa; perciò le chiamava anche una grazia (Cf Fil 1,29). Fa’ attenzione: era un premio per lui essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo, mentre rimanere nella carne costituiva il combattimento; tuttavia preferisce questo a quello e dice che gli è più necessario (Cf Fil 1,23-24). Essere anàtema, separato da Cristo (Cf Rm 9,3), era una lotta e una sofferenza, anzi anche al di là della lotta e della sofferenza, mentre essere con lui era la ricompensa bramata; preferisce però quelle a questa a causa di Cristo. Ma forse qualcuno potrebbe dire che tutto ciò gli era piacevole a causa di Cristo. Lo sostengo anch’io: quanto è per noi motivo di angustia, a lui generava una grande gioia. A che parlare dei pericoli e delle altre tribolazioni? Era anche in un’ansia continua, per cui diceva: Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? (2 Cor 11,29). Vi prego di non ammirare soltanto, ma di imitare anche questo modello di virtù; così potremo condividere con lui le medesime corone. Se ti meravigli ascoltando che, se ti comporterai virtuosamente come lui, raggiungerai le medesime ricompense, ascoltalo mentre esprime questo concetto: Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione (2 Tm 4,7-8). Vedi come chiama tutti a condividere i medesimi premi? Poiché dunque sono proposte a tutti le stesse ricompense, sforziamoci tutti di divenire degni dei beni promessi. Non guardiamo soltanto alla grandezza e allo splendore delle sue virtù, ma anche all’intensità del suo impegno, per mezzo del quale si è attirato una grazia così grande, e alla comunanza di natura, perché ha condiviso tutto con noi. Così ciò che è molto arduo da raggiungere ci apparirà facile e agevole e, dopo esserci affaticati per questo breve tempo, porteremo continuamente quella corona eterna e immortale, per la grazia e la bontà di nostro Signore Gesù Cristo, al quale è la gloria e la potenza ora e sempre nei secoli dei secoli.

GIOVANNI PAOLO II – SANTA MESSA NELLO STADIO ABBASSYINE DI DAMASCO 2001

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/2001/documents/hf_jp-ii_hom_20010506_damascus.html

SANTA MESSA NELLO STADIO ABBASSYINE DI DAMASCO

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 6 maggio 2001

1. « SAULO, SAULO PERCHÉ MI PERSEGUITI? »

Egli rispose: « Chi sei, o Signore? » E la voce: « Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare » (At 9, 4-6).

È da pellegrino che sono venuto oggi a Damasco, per ravvivare la memoria dell’avvenimento che ebbe luogo qui, duemila anni fa: la conversione di San Paolo. Mentre si reca a Damasco per combattere e imprigionare coloro che professano il nome di Cristo, giunto alle porte della città, Saulo fa l’esperienza di una straordinaria illuminazione. Lungo la via, Cristo risorto si presenta a lui e, sotto l’influsso di questo incontro, si produce in lui una profonda trasformazione: da persecutore diventa apostolo, da oppositore del Vangelo, ne diviene missionario. La lettura degli Atti degli Apostoli ricorda con abbondanza di particolari questo avvenimento che ha cambiato il corso della storia: quest’uomo « è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome » (At 9, 15-16). La ringrazio vivamente, Beatitudine, per le sue cordiali parole di accoglienza all’inizio di questa celebrazione. Tramite la sua persona, saluto con affetto i Vescovi e i membri della Chiesa greco-melkita cattolica di cui è il Patriarca. Formulo fervidi voti anche ai Cardinali, ai Patriarchi, ai Vescovi, ai sacerdoti e ai fedeli di tutte le Comunità cattoliche, di Siria e di altri Paesi della regione. Mi rallegro della presenza fraterna dei Patriarchi, dei Vescovi e dei fedeli delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Li saluto molto cordialmente. Ringrazio di tutto cuore il Ministro rappresentante del Presidente della Repubblica e i membri della comunità musulmana che hanno voluto unirsi, in questa occasione, ai loro amici cristiani. 2. L’avvenimento straordinario che si è verificato non lontano da qui è stato decisivo per il futuro di Paolo e della Chiesa. L’incontro con Cristo ha trasformato radicalmente l’esistenza dell’Apostolo, poiché l’ha colpito nell’intimo del suo essere e lo ha aperto pienamente alla verità divina. Paolo ha accettato liberamente di riconoscere questa verità e di impegnare la propria vita nella sequela di Cristo. Accogliendo la luce divina e ricevendo il Battesimo, il suo essere profondo è divenuto conforme all’essere di Cristo; così la sua vita è stata trasformata ed egli ha trovato la sua felicità riponendo la sua fede e la sua fiducia in Colui che lo ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirevole luce (cfr 2 Tm 1, 12; Ef 5, 8; Rm 13, 12). L’incontro nella fede con il Risorto è infatti una luce lungo il cammino degli uomini, una luce che sconvolge l’esistenza. Sul volto splendente di Cristo, la verità di Dio si manifesta in modo evidente. Teniamo, anche noi, lo sguardo fisso sul Signore! O Cristo, luce del mondo, effondi su di noi e su tutti gli uomini quella luce proveniente dal cielo che ha avvolto il tuo Apostolo! Illumina e purifica gli occhi del nostro cuore per insegnarci a vedere ogni cosa alla luce della tua verità e del tuo amore per l’umanità! La Chiesa non ha altra luce da trasmettere al mondo se non la luce che gli viene dal Signore. Noi che siamo stati battezzati nella morte e nella risurrezione di Cristo, abbiamo ricevuto l’illuminazione divina e ci è concesso di essere figli della Luce. Ricordiamo la bella esclamazione di San Giovanni Damasceno che sottolinea l’origine della nostra vocazione ecclesiale comune: « Mi hai fatto venire alla luce adottandomi come tuo figlio e mi hai inscritto fra i membri della tua Chiesa santa e immacolata » (Trattato De fide orthodoxa,1)! Sulla nostra strada, la Parola di Dio è una lampada che risplende; essa ci consente di conoscere la verità che rende liberi e che santifica. 3. « Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani » (Ap 7, 9). Questo brano della liturgia di oggi, tratto dal libro dell’Apocalisse, ci mostra, a suo modo, l’opera che si è realizzata attraverso il ministero apostolico di San Paolo. Infatti, questi ha avuto un ruolo essenziale nell’annuncio del Vangelo fuori dai confini del Paese di Gesù. Tutto il mondo allora conosciuto, a cominciare dai Paesi intorno al Mediterraneo, è divenuto terra dell’evangelizzazione paolina. E possiamo dire che, in seguito, nel corso dei secoli fino ai nostri giorni, l’immenso sviluppo dell’annuncio evangelico ha costituito, in un certo modo, il seguito logico del ministero dell’Apostolo delle Genti. Ancora oggi, la Chiesa porta in sé i frutti della sua attività apostolica e fa riferimento costante al ministero missionario di San Paolo, divenuto, per intere generazioni di cristiani, pioniere e ispiratore di qualsiasi missione. Sull’esempio di Paolo, la Chiesa è invitata a volgere il suo sguardo fino agli estremi confini del mondo, per proseguire la missione affidatale di trasmettere la luce del Risorto a tutti i popoli e a tutte le culture, nel rispetto della libertà delle persone e delle comunità umane e spirituali. La moltitudine immensa degli uomini di ogni origine è chiamata a rendere gloria a Dio. Poiché, come dice Sant’Efrem: « I tesori che ci dai, non hai alcun bisogno di comunicarceli. Non hai bisogno che di una cosa: che dilatiamo il nostro cuore per portare i tuoi beni, consegnandoti la nostra volontà e ascoltandoti con le nostre orecchie. Tutte le tue opere risplendono delle corone intrecciate dalla saggezza della tua bocca, che dice: Tutto questo è molto buono » (Diathermane, 2, 5-7). Come Paolo, i discepoli di Cristo sono di fronte ad una grande sfida: devono trasmettere la Buona Novella con un linguaggio adeguato ad ogni cultura, senza perderne la sostanza né snaturarne il senso. Non abbiate paura dunque di testimoniare anche voi con la parola e con tutta la vostra vita fra i vostri fratelli e le vostre sorelle questa gioiosa novella: Dio ama tutti gli uomini e li invita a formare una sola famiglia nella carità, poiché sono tutti fratelli! 4. Questa gioiosa novella deve esortare tutti i discepoli di Cristo a ricercare con ardore le vie dell’unità, perché facendo propria la preghiera del Signore « che tutti siano uno », rendano una testimonianza sempre più autentica e credibile. Mi rallegro vivamente delle relazioni fraterne che già esistono fra i membri delle Chiese cristiane del vostro Paese e vi incoraggio a svilupparle nella verità e nella prudenza, in comunione con i vostri Patriarchi e i vostri Vescovi. All’alba del nuovo millennio, Cristo ci chiama e andare gli uni verso gli altri nella carità che fa la nostra unità. Siate orgogliosi delle grandi tradizioni liturgiche e spirituali delle vostre Chiese d’Oriente! Esse appartengono al patrimonio dell’unica Chiesa di Cristo e costituiscono dei ponti fra le diverse sensibilità. Fin dagli albori del cristianesimo, la vostra terra ha conosciuto una vita cristiana fiorente. Sulla scia dell’eredità spirituale di Ignazio di Antiochia, di Efrem, di Simeone o di Giovanni Damasceno, i nomi di molti Padri, monaci, eremiti e tanti altri santi che sono la gloria delle vostre Chiese, rimangono presenti nella memoria viva della Chiesa universale. Con il vostro attaccamento alla terra dei vostri padri, accettando generosamente di vivere qui la vostra fede, anche voi, oggi, testimoniate la fecondità del messaggio evangelico che è stato trasmesso di generazione in generazione. Con tutti i vostri concittadini, senza distinzione di appartenenza comunitaria, continuate incessantemente nei vostri sforzi in vista dell’edificazione di una società fraterna, giusta e solidale, dove ciascuno sia pienamente riconosciuto nella sua dignità umana e nei suoi diritti fondamentali. Su questa terra santa, Cristiani, Musulmani ed Ebrei sono chiamati a lavorare insieme, con fiducia e audacia, e a far sì che arrivi presto il giorno in cui ogni popolo vedrà rispettati i suoi diritti legittimi e potrà vivere nella pace e nell’intesa reciproca. Possano i poveri, gli ammalati, le persone disabili e gli emarginati essere sempre, fra di voi, dei fratelli e delle sorelle rispettati e amati! Il Vangelo è un potente fattore di trasformazione del mondo. Attraverso la vostra testimonianza di vita, che gli uomini di oggi possano scoprire la risposta alle loro aspirazioni più profonde e i fondamenti della convivialità all’interno della società! 5. Famiglie cristiane, la Chiesa conta su di voi e ha fiducia in voi per comunicare ai vostri figli la fede che avete ricevuto, attraverso i secoli, dopo l’Apostolo Paolo. Rimanendo unite e aperte a tutti, difendendo sempre il diritto alla vita fin dal concepimento, siate focolai di luce, pienamente conformi al disegno di Dio e alle autentiche esigenze della persona umana! Date un posto importante alla preghiera, all’ascolto della Parola di Dio e alla formazione cristiana, dove troverete un sostegno efficace per rispondere alle difficoltà della vita quotidiana e alle grandi sfide del mondo di oggi. La partecipazione regolare all’Eucaristia domenicale è una necessità per qualsiasi vita cristiana fedele e coerente. È un dono privilegiato dove si realizza e si annuncia la comunione con Dio e con i fratelli. Fratelli e sorelle, non vi stancate di cercare il volto di Cristo che si manifesta a voi. È in Lui che troverete il segreto della libertà vera e della gioia del cuore! Lasciate vibrare nel più profondo di voi stessi il desiderio di fraternità autentica fra tutti gli uomini! Mettendovi con entusiasmo al servizio degli altri troverete un senso alla vostra vita, poiché l’identità cristiana non si esprime nell’opposizione agli altri, ma nella capacità di uscire da sé per andare verso i fratelli. L’apertura al mondo, con lucidità e senza timore, fa parte della vocazione del cristiano, consapevole della propria identità e radicato nel suo patrimonio religioso che esprime la ricchezza della testimonianza della Chiesa. 6. « Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10, 27-30). Sono le parole del Vangelo di oggi, con le quali Gesù Cristo stesso ci mostra il meraviglioso dinamismo dell’evangelizzazione. Dio che, molte volte e in diversi modi, aveva parlato ai Padri attraverso i profeti, alla fine ha parlato attraverso suo Figlio (cfr Eb 1, 1-2). Questo Figlio, della stessa sostanza del Padre, è il Verbo di vita. È Lui stesso a dare la vita eterna. È venuto perché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza (cfr Gv 10, 10). Alle porte di Damasco, nel suo incontro con Cristo risorto, San Paolo ha appreso questa verità e ne ha fatto il contenuto della sua predicazione. La meravigliosa realtà della Croce di Cristo, sulla quale si è realizzata la Redenzione del mondo, si è presentata davanti a lui. Paolo comprese questa realtà e ad essa dedicò tutta la sua vita. Fratelli e sorelle, leviamo lo sguardo verso la Croce di Cristo per scoprirvi la fonte della nostra speranza! In essa troviamo un autentico cammino di vita e di felicità. Contempliamo il volto amorevole di Dio che ci offre suo Figlio per fare di tutti noi « un cuore solo e un’anima sola » (At 4, 32). Accogliamolo nella nostra vita per trarne ispirazione e realizzare il mistero di comunione che incarna e manifesta l’essenza stessa della Chiesa. La vostra appartenenza alla Chiesa deve essere per voi e per tutti i vostri fratelli e sorelle un segno di speranza che ricorda che il Signore raggiunge ciascuno sul suo cammino, spesso in modo misterioso e inaspettato, come ha raggiunto Paolo sulla via di Damasco, avvolgendolo nella sua fulgida luce.

Possa il Risorto, la cui Pasqua, quest’anno è stata celebrata da tutti i cristiani insieme, farci il dono della comunione nella carità! Amen.

Jesus, the servant of the Lord

Jesus, the servant of the Lord dans immagini sacre novena24aprile_019

http://www.crocifissomonreale.it/la_festa_del_3_maggio.htm

Publié dans:immagini sacre |on 16 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

EBREI 4,14-16; 5,7-9 – II LETTURA

 

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Ebrei%204,14-16;%205,7-9

EBREI 4,14-16; 5,7-9 – II LETTURA

Fratelli, 14 poiché abbiamo un grande sommo sacerdote che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.  5,7 Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; 8 pure essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.   COMMENTO Ebrei 4,14-16; 5,7-9 Gesù sacerdote misericordioso Nella seconda sezione dello scritto (3,1-5,10) viene affrontato il tema del sommo sacerdote «misericordioso e fedele», preannunziato in 2,17-18. L’autore procede però in un ordine inverso rispetto a quello adottato nell’annunzio tematico. Anzitutto Gesù può e deve essere considerato come il sommo sacerdote «fedele» (3,7-4,13). Ma Gesù è anche un sommo sacerdote «misericordioso»: questa prerogativa viene spiegata in 4,14 – 5,10. Questo brano termina con l’affermazione che proprio nella passione, dove «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (5,8), Gesù è stato «proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek» (5,10). Viene così anticipata la terza parte della lettera, quella centrale (5,11 – 10,39), in cui si dimostra che il sacerdozio di Cristo supera gli schemi del culto veterotestamentario, che avevano la loro più alta espressione nel sacerdozio levitico, in quanto realizza il misterioso sacerdozio «secondo l’ordine di Melchisedek» dei cui si parla il Sal 110,4. In Eb 4,14 – 5,10 l’autore mostra dunque come la piena solidarietà di Cristo con gli uomini rappresenti un elemento costitutivo del suo sacerdozio. Il testo si può facilmente dividere in due parti: nella prima (4,14-16), di evidente carattere esortativo, l’autore si esprime alla prima persona plurale («…manteniamo ferma la professione della nostra fede… Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia»); la seconda parte contiene invece una descrizione del ruolo e della condizione del sommo sacerdote dell’AT, cui fa seguito l’applicazione a Cristo (5,1-10). La liturgia propone solo la prima parte e alcuni versetti della seconda.

L’adesione a Cristo sommo sacerdote (Eb 4,14-16) Precedentemente l’autore aveva presentato Gesù come un sacerdote degno di fede. Ora riprende questo tema, facendone il punto di partenza di una pressante esortazione: «Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede» (v. 14). Sebbene il sacerdozio di Cristo sia stato consumato sulla croce (cfr. 5,9), esso continua a esercitarsi ancora oggi nei «cieli», dove egli è penetrato con la sua morte cruenta e ormai siede alla destra della maestà «divina» (cfr. 1,3). L’appellativo «Figlio di Dio», sul quale è stato messo l’accento nel prologo (cfr. 1,1-4) e nella prima parte della lettera (cfr. 1,5-8), è attribuito qui direttamente al «Gesù» storico, allo scopo di sottolineare ancora una volta il fondamento del suo ruolo sacerdotale (cfr. 3,6): in quanto Figlio, egli è un sacerdote potente, capace di «salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (7,25). In Gesù morto e risorto si è attuato quel «sacerdozio» di cui le istituzioni cultuali dell’AT erano soltanto un’«ombra» (10,1; cfr. 8,5): questa certezza deve spingere il credente a «mantenere salda», cioè a rinnovare e rinvigorire la sua «professione di fede». Solo così potrà entrare in un rapporto vivo con lui e godere i frutti della sua mediazione sacerdotale. All’esortazione iniziale fa seguito una frase esplicativa con cui si esclude una possibile interpretazione errata del sacerdozio di Cristo: «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (v. 15). La grandezza del sacerdozio di Cristo non esclude, anzi esige che egli sia solidale con la famiglia umana, che deve rappresentare davanti a Dio: egli infatti è «uomo» in mezzo agli uomini e perciò è capace di comprendere fino in fondo i loro limiti e i loro peccati. Il verbo «compatire» (sympatheō) è tipico della lettera agli Ebrei (cfr. 10,34): esso non significa semplicemente una qualche partecipazione alla sorte dell’altro, ma una vera e propria consonanza di affetti profondi: è l’amore che spinge a patire con chi patisce! Gesù ha dimostrato questa sua compassione perché proprio lui, che è e rimane sempre il «Figlio di Dio» (cfr. v. 14), si è assoggettato ai limiti e alle prove comuni della vita, compreso il dramma della morte (cfr. 5,7-10), come un qualsiasi essere umano (cfr. 2,14-18). Precedentemente l’autore aveva detto che Gesù, «proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). La solidarietà di Gesù con l’umanità ha però un limite: egli si assimila in tutto alla condizione umana «escluso il peccato». Si afferma così la perfetta santità di Cristo, che esclude ogni sua partecipazione alla comune situazione di peccato. In realtà questa prerogativa non diminuisce la sua solidarietà con gli uomini, anzi rappresenta la condizione indispensabile perché egli possa effettivamente andare loro incontro e salvarli. Un peccatore infatti ha bisogno prima di tutto di essere lui stesso salvato: solo chi è santo può salvare gli altri! Per questo si dirà tra poco che il sacerdozio antico era inefficace perché il sommo sacerdote doveva offrire sacrifici prima di tutto per i propri peccati (cfr. 5,3). La santità quindi non impedisce a Cristo di essere totalmente simile a noi, partecipe dello stesso sangue e della stessa carne (cfr. 2,14): al contrario, gli consente di essere «redentore» in senso pieno, senza limiti di sorta. Inoltre lo costituisce modello della vita nuova, redenta, che tutti i credenti devono ormai condividere. L’autore conclude con una nuova esortazione: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno» (v. 16). L’invito iniziale a mantenere salda la professione di fede viene qui ripreso, dopo lo sviluppo riguardante la compassione di Gesù, sotto forma di richiamo ad accostarsi con piena fiducia al «trono della grazia», cioè alla presenza del Dio misericordioso. Dopo che Cristo «ha attraversato i cieli», Dio non deve essere più ricercato in un santuario terreno, ma proprio là dove egli si trova, cioè nel suo santuario celeste. In forza della mediazione di Cristo i credenti devono ormai sentirsi sicuri che Dio non negherà loro la salvezza e l’aiuto necessario tutte le volte che ne avranno bisogno.

Cristo sommo sacerdote «compassionevole» (Eb 5,7-9) Nella seconda parte della pericope l’autore mostra come il sacerdozio di Cristo debba essere compreso specialmente a partire dal suo atteggiamento di solidarietà e compassione nei confronti dei peccatori. A tale scopo egli propone anzitutto una definizione di sacerdote quale emerge dall’esperienza del popolo ebraico  e poi la applica a Cristo (5,1-10). La liturgia omette la descrizione del sacerdozio levitico e le affermazioni riguardanti la chiamata di Cristo come sacerdote, proponendo soltanto i versetti riguardanti la sua solidarietà con l’umanità, quale appare dalla sua preghiera per essere liberato dalla morte: «Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà » (v. 7). Se è vero infatti che per ottenere il sommo sacerdozio bisognava essere chiamati, così come era stato chiamato Aronne, è vero anche che esso era un onore (cfr. 5,4), per ottenere il quale parecchi erano disposti persino ad affrontare aspre guerre. Il sacerdozio di Cristo invece è tale che neppure l’unico abilitato ad esercitarlo aveva il desiderio di accedervi perché implicava già in partenza l’identificazione con la vittima, e quindi la totale offerta di sé al Padre; l’onore certamente sarebbe venuto con l’ingresso nei cieli, ma la via per accedervi passava per la croce. È questo che ha spaventato Cristo stesso quando stava ormai per raggiungere il culmine della sua opera sacerdotale. Egli infatti, giunto al termine della sua vita terrena «offrì» (prosenenkas) a Dio preghiere e suppliche. Questo verbo è il participio aoristo di prosferō, il verbo tecnico con cui indica solitamente l’attività sacrificale propria del sacerdote («offrire in sacrificio»; cfr. 5,1.3; 8,3) e l’offerta che Cristo ha fatto di se stesso sulla croce (cfr. 7,27; 9,14.28). Prima che sulla croce, la sua offerta sacrificale ha avuto dunque luogo nell’orto degli Ulivi, dove ha rivolto al Padre la sua preghiera, accompagnata da «forti grida e lacrime». Le «preghiere e suppliche con forti grida e lacrime» sono quasi certamente quelle che Cristo ha elevato a Dio durante la sua passione. (cfr. Mc 14,33-36 e par.). In questo testo non si parla di «forti grida e lacrime», ma solo di una preghiera accorata di Cristo: è chiaro che l’autore di Ebrei, pur avendo in mente i fatti accaduti nel Getsemani, non si riferisce ai vangeli scritti, ma alla tradizione orale, che egli ha ulteriormente drammatizzato. Più difficile da spiegare è il significato della frase «fu esaudito per la sua pietà (apo tēs eulabeias, Vg: pro sua reverentia)». Se con la sua preghiera Gesù voleva ottenere di essere liberato dalla morte, di fatto non è stato esaudito, come appare chiaramente dal racconto evangelico. Perciò alcuni studiosi hanno supposto che nel testo originale fosse scritto che egli «non» fu esaudito, sebbene fosse figlio di Dio; in seguito il «non» sarebbe stato eliminato per motivi dottrinali. Questa ipotesi però non è accettabile, in quanto non è suffragata da testimonianze o varianti di codici; inoltre, essa toglierebbe non poco alla drammaticità del testo e alla sua densità teologica. Altri invece, facendo leva sul fatto che il termine eulabeia significa anche «timore», «paura», traducono così il passo: «… fu esaudito (venendo liberato) dalla paura (della morte)». Ma anche questa spiegazione non convince, perché Gesù ha realmente pregato per essere liberato dalla morte, come risulta anche dal racconto dei vangeli. Secondo una terza interpretazione, l’autore non intenderebbe semplicemente la morte fisica, ma il tipo di morte affrontata da Cristo. Questi ha voluto partecipare alla comune condizione umana «per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (2,14-15). La morte è intesa qui come lo strumento mediante il quale gli uomini sono tenuti sotto la schiavitù del diavolo, e di conseguenza riguarda direttamente solo i peccatori (cfr. Sap 2,24; 3,1). Da questa morte Cristo è stato effettivamente liberato non solo perché Dio gli ha dato la forza per superare la prova, ma anche e soprattutto perché si è servito della sua morte fisica per eliminare la morte stessa in quanto realtà strettamente collegata con il peccato, trasformandola in un grande gesto di affidamento a Dio. L’autore fa poi questa riflessione: «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì» (v. 8). L’«obbedienza» (hypakoē) che Cristo imparò dalla sua sofferenza consiste nell’adesione radicale al progetto di Dio, che lo ha guidato nelle scelte decisive della sua vita. La sottomissione alla volontà del Padre viene presentata spesso nel NT come un aspetto caratteristico del comportamento di Gesù (cfr. Mc 14,36; Gv 4,34; 10,18). Paolo in modo speciale sottolinea come l’obbedienza di Cristo si sia manifestata nella sofferenza della morte (cfr. Fil 2,8; Rm 5,19). Ma ciò che la lettera agli Ebrei mette maggiormente in luce, in piena sintonia con il racconto evangelico della passione, è il fatto che questa obbedienza non è stata spontanea e quasi scontata, ma ha richiesto una notevole dose di impegno e di fatica per superare la naturale paura della morte. L’aspetto più specifico del sacerdozio di Cristo sta quindi nell’accettazione libera, anche se sofferta, della morte, che certo non è stata voluta dal Padre, ma imposta dalle circostanze concrete della storia. Le modalità con cui è stata esaudita la sua preghiera aiutano dunque a comprendere retrospettivamente in che cosa essa consisteva.

Dall’esperienza terrena di Cristo l’autore ricava questa conclusione: «Reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek» (vv. 9-10). Proprio a causa della sua obbedienza Cristo «fu reso perfetto» (teleiōtheis). Nell’AT l’appellativo di «perfetto» (ebr. tamîm) compete non a Dio, ma all’uomo che adempie tutto ciò che, in campo morale o rituale, è richiesto per poter accedere a Dio (cfr. Gn 17,1; Dt 18,13; 2Sam 22,26). Il verbo teleioō, « perfezionare » è molto importante per l’autore della lettera agli Ebrei, che lo usa ben nove volte, delle quali tre applicato a Cristo (2,10; 5,9; 7,28) come espressione dell’opera di Dio in lui. La «perfezione» ottenuta da Cristo non deve però intendersi in senso morale: essa è piuttosto quella che gli deriva dall’aver raggiunto il «fine» (tēlos) della sua esistenza terrena, cioè dall’attuazione della salvezza che il Padre aveva progettato di realizzare per mezzo suo in favore degli uomini. L’obbedienza di Cristo ha come risultato la salvezza eterna di tutti coloro che «gli obbediscono». Obbedire significa qui accettare la totalità del messaggio di Cristo, ma soprattutto seguire l’esempio che egli ha offerto a tutti nel suo affidarsi all’amore del Padre, anche quando poteva sembrare che il Padre l’avesse abbandonato (cfr. Mt 27,46). Il Padre dal canto suo ha talmente accettato l’offerta sacrificale di Cristo da proclamarlo, proprio in virtù di essa, «sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek».

Linee interpretative L’autore della Lettera agli Ebrei si è assunto l’arduo compito di presentare la vicenda umana di Gesù in termini sacrificali. Il concetto di sacerdozio, quale di fatto si ricava sia dall’AT sia dalla più normale esperienza religiosa, implica la possibilità di compiere un’efficace mediazione tra Dio e gli uomini: «Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati» (5,1). La mediazione perfetta però esige che il sacerdote sia veramente rappresentativo delle due parti in causa: solidale con Dio e al tempo stesso con gli uomini. In questo senso Gesù rappresenta il sacerdote ideale, perché è il «figlio di Dio» (4,14; 5,8), «che ha attraversato i cieli» e gode di una potenza di intercessione infinita presso «il trono della grazia» (4,16); ma nello stesso tempo si è fatto simile a noi, «essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15). La prova più grande (che è stata anche una forte tentazione), a cui è stato sottoposto Gesù nel suo radicale assimilarsi agli uomini, è la morte:  da essa egli, in quanto Figlio, aveva il diritto di essere esentato, e invece le è andato incontro coscientemente, pur sentendone la naturale ripugnanza (5,7). Nell’accettazione, pur sofferta, della morte Gesù realizza il massimo di amore verso Dio e verso gli uomini. Verso Dio tale amore si manifesta in forma di radicale «obbedienza» (5,8); verso gli uomini assume i caratteri della più totale «condivisione». Proprio per questa dimensione di amore, totalmente libero e perciò anche estremamente sofferto, la morte di Cristo è presentata come un vero «sacrificio»: la stessa preghiera, con cui domanda di essere liberato dalla morte, ma al tempo stesso si affida al Padre, diventa un’offerta sacrificale (5,7). Non stupisce pertanto che il Padre gradisca questa offerta al punto tale da farla rifluire, come dono di salvezza, su tutti gli uomini: «E, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (5,9). A questo sacrificio totalmente nuovo e diverso si ricollega il sacerdozio di Cristo, che l’autore definisce come un sacerdozio «alla maniera di Melchisedek» (5,10), il misterioso personaggio che è presentato come «re di Salem» e «sacerdote del Dio Altissimo» (Gen 14,17-20). Con questo riferimento a Melchisedek però egli, più che definire la natura del sacerdozio di Cristo, vuole affermarne la novità e anche la rottura nei confronti del vecchio sacerdozio levitico. La presentazione in termini sacrificali dell’esperienza di Gesù ha un alto significato teologico, comprensibile soprattutto a persone che vivevano l’esperienza sacrificale di Israele. In pratica però, pur affermando la solidarietà di Gesù con l’umanità, l’autore rischia di perdere la dimensione vissuta della sua partecipazione alle sofferenze, alle lotte e al cammino di liberazione dei più poveri quale appare dai vangeli. Senza volerlo, l’autore ha aperto la strada a una nuova ritualizzazione del cristianesimo che ha fatto sentire i suoi effetti nei secoli successivi.>

OMELIA 29A DOMENICA DEL T.O. : « MAESTRO, CONCEDICI DI SEDERE UNO ALLA TUA DESTRA E UNO ALLA TUA SINISTRA »

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18 OTTOBRE2015 | 29A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | APPUNTI PER LECTIO

« MAESTRO, CONCEDICI DI SEDERE UNO ALLA TUA DESTRA E UNO ALLA TUA SINISTRA »

Le tre letture di oggi sono tutte concentrate sulla figura di Cristo in quanto « servo sofferente » che ci riscatta dal male con il suo libero donarsi alla morte. Questo è evidente per la prima e la terza, che si richiamano fra di loro in maniera esplicita, come vedremo subito; ma anche la seconda lettura rimanda alla stessa tematica, sia pure servendosi di una immagine diversa. Cristo « è stato provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato » Essa infatti è ripresa dalla lettera agli Ebrei, che sviluppa il tema del « sacerdozio » di Cristo che si è attuato precisamente nell’immolazione di se stesso al Padre per noi. Precedentemente l’autore aveva scritto che Gesù, « proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova » (Eb 2,18). Nel brano odierno si ribadisce lo stesso concetto: « Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato » (4,15). Il motivo, dunque, per cui Cristo è così vicino ai nostri bisogni e può venirci in aiuto, è soprattutto il fatto che egli per primo ha « esperimentato » la nostra stessa debolezza, le nostre paure, le nostre disillusioni, i nostri smacchi, l’incomprensione, la persecuzione, la morte più violenta che creatura umana abbia mai subito dai propri simili. Questa verità è fondamentale per la vita cristiana. Quando ci sentiamo abbattuti dalla debolezza o dalla tentazione, possiamo sempre dire: « È stato così anche per Gesù! » e, guardando a lui, « guida verso la salvezza » (Eb 2,10), possiamo riprendere fiducia nella lotta contro il male. D’altra parte, il fatto di sapere che egli è ormai nella « gloria » del Padre, presso il quale può sempre « intercedere per noi » (7,25) nella sua veste di sommo sacerdote « per sempre » (v. 14), più che fiducia ci dà sicurezza che realizzerà, a tutti i costi, la nostra « salvezza » definitiva. Da noi siamo deboli, ma con lui siamo potenti, della potenza stessa di Dio: « Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno » (v. 16).

« È cresciuto come un virgulto davanti a lui » La prima lettura ci riporta soltanto alcuni versetti del quarto carme del « servo di Jahvè » (Is 52,13-53,12), nei quali si mette in evidenza come proprio nel destino di sofferenza di questo misterioso personaggio si compirà la salvezza dei fratelli: « Il giusto mio servo giustificherà molti » (v. 11). L’ultima espressione (in ebraico rabbìm = molti) non sta a dire una parte, ma la « moltitudine » dei salvati: perciò è equivalente di « tutti ». Prima però di descrivercene il trionfo, l’autore ci presenta il « servo » nella sua condizione di umiltà, di disprezzo, di abbandono: « È cresciuto come un virgulto davanti a lui / e come una radice in terra arida. / Disprezzato e reietto dagli uomini, / uomo dei dolori che ben conosce il patire » (Is 53,2-3). Se altrove l’immagine del « virgulto » richiama l’idea della gioia (cf 11,1-10), perché sta a indicare che la « vita » continua e le « promesse » di Dio si compiono, qui essa mette in evidenza la difficoltà con cui il « servo » di Dio riesce perfino a sopravvivere: la « terra », che dovrebbe alimentare questa piccola « radice », è « arida » come il deserto, in cui a stento fiorisce qualche segno di vita! Gli altri uomini lo hanno come emarginato: proprio per questo la sua sofferenza è anche più grande, perché è solo a portarne il peso schiacciante. Tanto che può essere definito « uomo dei dolori » (v. 3): in lui l’umanità sembra identificarsi con la sofferenza stessa! Quello che è più strano è che Dio stesso sembra si sia accanito contro di lui: « Al Signore è piaciuto prostrarlo con i dolori » (v. 10). Abbiamo quasi la sensazione di un Dio crudele, che si sia accanito insieme agli altri uomini per demolire il suo « servo »!

« Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce » In realtà, non è così: al di là della sofferenza Dio ha previsto un esito di salvezza per tutti gli uomini, che proprio da quella sofferenza verranno riscattati dal male, dalla loro cattiveria, dal loro egoismo. E quella sofferenza li salverà non perché abbia in sé e per sé un magico valore « catartico », quasi un prezzo da pagare alla divinità adirata contro di loro, come spesso si è pensato, ma perché è l’espressione più grande dell’amore e della fedeltà a Dio, liberamente offerta da un essere creato. Se fra tutti gli uomini c’è ancora uno che sappia così furiosamente amare Dio, fino a farsi massacrare per lui, compiendo fino in fondo la sua « volontà » (v. 10), Dio può continuare ad amarli. In questo caso davvero « uno » riscatta tutti, uno paga per tutti! È quanto possiamo leggere nel testo isaiano, al di là del linguaggio mistico-sacrificale con cui tenta di esprimersi il profeta: « Quando offrirà se stesso in espiazione, / vedrà una discendenza, vivrà a lungo, / si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. / Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce / e si sazierà della sua conoscenza; / il giusto mio servo giustificherà molti, / egli si addosserà la loro iniquità » (vv. 10-11). A questo punto è facile scoprire la fecondità di questo « arido » virgulto (v. 2), la vita che supera la violenza della morte (v. 8), il successo dell’insuccesso. Il « servo » contempla la « luce » e si sazia della « conoscenza » di Dio! Quell’arcano disegno di sofferenza finalmente si svela: è una « sofferenza » per la « vita », che il « servo » riconquisterà non solo per sé, risuscitando dai morti, ma per tutti gli uomini facendoli ritornare nell’amicizia di Dio.

« Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo » È quanto vedremo più chiaramente nel brano di Vangelo, che per un verso sembra essere l’antitesi di quanto ci ha insegnato Isaia e, per un altro verso, ne è la verifica e l’attuazione. La prima parte, infatti, ci descrive l’infantile richiesta dei figli di Zebedeo di avere i primi posti nel « regno », che essi credevano che Gesù avrebbe dovuto instaurare quanto prima. Essi si avvicinarono dunque a Gesù, dicendogli: «  »Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo ». Egli disse loro: « Cosa volete che io faccia per voi? ». Gli risposero: « Concedici di sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra »… » (Mc 10,35-40). In Matteo (20,20-22) non sono i due fratelli a presentare la richiesta, ma la madre che, oltre tutto, è anche più riguardosa nella sua domanda. Si noti infatti la rozzezza, per di più imperiosa, con cui si esprimono i due fratelli: « Noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo » (v. 35). Molto probabilmente san Matteo ha voluto risparmiare ai due apostoli, che hanno avuto un ruolo assai importante nella primitiva Chiesa, una così brutta figura, che invece non risparmia loro Marco nella sua immediatezza e sincerità, anche stilistica. Per ben tre volte, infatti, Gesù aveva preannunciato con parole sempre più esplicite, la sua passione (8,31-33; 9,29-30; 10,32-34). Immediatamente prima l’evangelista ci dice che Gesù « camminava davanti a loro » per salire a Gerusalemme « ed essi erano stupiti » (10,32). Gli apostoli intravedono qualcosa del suo dramma, sono addirittura « pieni di timore » per ciò che potrà succedere; ciò nonostante, pensano più ad accaparrarsi un buon posto nel « regno », che a cercare di capire in che cosa esso veramente consista.

« Potete bere il calice che io bevo?… » Gesù nella sua risposta tenta invece di far capire ai due discepoli, che si rivelano anche qui impetuosi ed autentici « figli del tuono » (cf Mc 3,17), la natura del suo regno, decrivendolo con due immagini molto eloquenti: « Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato? » (v. 38). La prima immagine indica normalmente, nella tradizione biblica, il destino di morte e di rovina, stabilito per gli empi in genere (Sal 75,9), o per il popolo infedele (Is 51,17). Talvolta il « calice » indica anche la collera di Dio, il suo giudizio di condanna sul peccato dei popoli pagani. Con tale immagine Gesù vuol dunque dire che il suo destino è di solidarietà e di partecipazione a tutto il male, a tutta l’umiliazione e alla sofferenza che c’è fra gli uomini, fino a sentirsi anche lui un « maledetto », « percosso da Dio ed umiliato » (Is 53,4). Per questo lui stesso avrà paura davanti alla morte e chiederà che questo « calice » passi da lui (Mc 14,36). Anche l’immagine del « battesimo » evoca il destino di una morte dolorosa e violenta: è come un « immergersi » nelle acque della persecuzione e della morte. Se questo è il senso delle parole di Gesù, così come erano stati sprovveduti i due fratelli a fare la richiesta (« Voi non sapete ciò che domandate »: v. 38), altrettanto sono presuntuosi nel rispondere alla controrichiesta di Gesù sul calice e sul battesimo: « Lo possiamo » (v. 38). Che sicurezza potevano dare per il futuro loro che, al presente, sono così fragili e vanitosi? Gesù, comunque, prende per sincera la loro risposta e preannuncia loro il futuro martirio, che Giacomo di fatto consumerà a Gerusalemme nel 44 d.C. ad opera di Erode Agrippa I (At 12,2), anche se non sappiamo niente di preciso riguardo a Giovanni. Però aggiunge che, per quanto riguarda i « primi » posti nel regno (la « destra » o la « sinistra »: v. 40), sarà il Padre ad assegnarli secondo la sua libera volontà: il « regno » appartiene a lui ed è offerta puramente gratuita, su cui le pretese degli uomini non hanno alcun valore. Se di fatto i due daranno la testimonianza del martirio, anche questo sarà solo benevola concessione del Padre!

« Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore » In ogni modo, Gesù approfitta del penoso incidente, che aveva « sdegnato » anche gli altri apostoli (v. 41) forse perché anche loro si erano visti minacciati nelle loro segrete ambizioni, per precisare il significato e il valore dei ruoli di guida nella comunità cristiana: « Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuole essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti » (vv. 42-44). È chiaro che Gesù rimanda qui all’interno dei rapporti « ecclesiali » (« fra voi non è così »: v. 43). Orbene, nella Chiesa i rapporti fra i vari membri che la compongono sono del tutto capovolti da queste scomode parole del Signore: anche qui ci sarà bisogno di qualcuno che sia « il primo », che abbia cioè la responsabilità di coordinare i servizi, di accordare gli animi e le volontà per la « costruzione » della identica « casa » comune, che esprima già l’anticipo del regno di Dio sulla terra. Gesù non nega il diritto di « presidenza » nella Chiesa! Solo che lo lega a condizioni psicologiche e morali, che sono del tutto antitetiche a quelle che normalmente funzionano nella gestione del potere in uso presso le comunità politiche o civili di tutti i tempi, di ieri e di oggi: in queste l’ambizione, il desiderio di primeggiare sono collegati ai vantaggi economici, al lustro e al prestigio che ne derivano. Si comanda per « beneficare » se stesso o i propri amici, e solo in secondo luogo, se pur ci rimane spazio, gli altri! Di qui la crisi di « credibilità » che ha investito un po’ dappertutto l’ »autorità » nello stato e nei corpi intermedi che lo compongono. In altre parole, è necessario che nella Chiesa, a tutti i livelli, si riscopra che l’autorità non viene da nessun altro che da Dio, il quale la dà solo a chi ha le condizioni morali e spirituali per esercitarla come un « servizio »: altrimenti, essa si ridurrà a un mero fatto « giuridico », che riporterà fatalmente la Chiesa al livello delle normali società umane, con tutte le prevaricazioni di cui abbiamo sopra detto. La lezione che Gesù dà ai suoi apostoli è fondamentale, e sembra che fosse molto difficile da imparare, se è vero quello che ci racconta san Luca circa una loro ennesima disputa su chi fosse « il più grande », proprio durante la celebrazione dell’ultima cena. Si sarebbe quasi indotti a pensare che è la tentazione « tipica » di chi è chiamato ad esercitare un qualsiasi ruolo di « presidenza » nella Chiesa!

« Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito… » Gesù però non fa soltanto dei richiami generici ai Dodici, che più degli altri possono subire la seduzione del « potere », ma porta l’esempio di se stesso, che si capisce anche meglio nel contesto dell’ultima cena, a cui ci richiamava or ora san Luca: « Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti » (v. 45). È evidente in questo testo il rimando alla sua imminente morte di croce, in cui il Cristo si acquista il massimo di « autorità » e la « sovranità » su tutte le cose, proprio perché di fatto è diventato « l’ultimo » di tutti, « percosso da Dio ed umiliato », come ci ricordava Isaia (53,4). « Il Figlio dell’uomo, secondo la tradizione biblica, è colui che riceve il potere e il dominio di Dio (Dn 7,13s). Gesù in modo originale interpreta il suo compito storico sovrapponendo al simbolo del Figlio dell’uomo quello del servo sofferente di Is 53. Egli riceve il potere e la gloria solo in quanto « servo »; ma è un servo come quello adombrato nel canto di Isaia, in quanto accoglie su di sé il destino di dolore e di peccato di tutta la comunità umana. Il suo servizio si attua nella fedeltà radicale e nella responsabilità piena verso gli uomini. Per questo la libera accettazione della sua morte violenta diventa il prezzo di liberazione per molti, cioè diventa inizio e fondamento di quel processo di liberazione che coinvolge una moltitudine che ha le dimensioni dell’umanità ». È certo che ci troviamo davanti alle parole più provocatorie di tutto il Vangelo, che in un modo o in un altro coinvolgono tutti nella Chiesa, perché in essa ognuno di noi ha un qualche « servizio » da compiere. E sono parole che portano con sé il « sigillo » drammatico di una esperienza di vita. « Dare la vita » non significa, solo e anzitutto, morire, ma progettare l’intera esistenza in termini di donazione (cf 8,35). Ce n’è del cammino da fare, per arrivare a questo punto! Forse ora arriviamo anche a capire la difficoltà degli apostoli ad afferrare il messaggio di Gesù.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 16 octobre, 2015 |Pas de commentaires »
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