Archive pour octobre, 2015

22 OTTOBRE : SAN GIOVANNI PAOLO II – MEMORIA FACOLTIVA (Atti 22,3)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1988/documents/hf_jp-ii_hom_19880125_unita-cristiani.html

22 OTTOBRE : SAN GIOVANNI PAOLO II – MEMORIA FACOLTIVA

(è difficile scegliere tra tanto qualcosa per presentare in questa occasione Giovanni Paolo II, ho scelto, con un criterio un po’ a caso, l’omelia del 25 gennaio 1988)

SANTA MESSA NELLA BASILICA DI SAN PAOLO A CONCLUSIONE DELL’OTTAVARIO PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Lunedì, 25 gennaio 1988

1. “Io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia . . . pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi” (At 22, 3).

La chiesa riascolta oggi il discorso straordinario che l’uomo in catene (At 22, 2), dall’alto della scalinata tra la torre e il Tempio di Gerusalemme (At 21, 35), rivolse un giorno in lingua ebraica (At 22, 2), al popolo in tumulto. È un discorso che ci aiuta a comprendere la sconvolgente novità della nostra fede, il suo carattere di avvenimento imprevedibile, di irruzione folgorante nella nostra esistenza, che ne viene messa in questione e indotta a riconsiderare tutte le certezze sulle quali precedentemente si reggeva. “Io perseguitai a morte questa nuova dottrina . . .” (At 22, 4), dice Paolo. È sconcertante costatare come, a volte, la violenza delle passioni umane sembri trovare alimento proprio nello zelo per Dio. La spiegazione di ciò va cercata nella precarietà di un equilibrio spirituale che induce il soggetto a vedere in ogni “novità” una minaccia, tanto più temibile quanto meno essa appare omogenea all’universo dei significati che fino a quel momento danno consistenza alla sua vita. Accade allora che un simile equilibrio, fragile perché intimamente insicuro, tenda a scomporsi ben presto nella violenza, motivata – se la questione è religiosa – con lo zelo per la religione. Ma si tratta di zelo “non illuminato” (Rm 10, 1), come dirà Paolo stesso giudicando, alla luce della propria esperienza, il comportamento dei suoi connazionali. 2. Negli Atti degli Apostoli, troviamo, al contrario, un esempio di zelo illuminato tanto più significativo in quanto si pone quando ormai si va profilando la tensione tra la Sinagoga e la Chiesa nascente. È l’esempio di Gamaliele, dottore della Legge (At 5, 34), il quale parlando agli Israeliti, li esortava: “Lasciate stare questi uomini e rimandateli: perché se questo disegno, o quest’opera, è dagli uomini si dissolverà; ma se è da Dio non potrete dissolverla” (At 5, 33). Questa è la voce di un uomo veramente radicato nel mistero, capace di portare in se stesso la pazienza di Dio nella storia. L’atteggiamento di Gamaliele non indulge ad un irenismo facile, privo di convinzioni realmente rassodate nello spirito, e perciò incosciente sia della posta in gioco che della costante minaccia che grava su di essa. Gamaliele è un uomo pieno di zelo per Dio; egli sa andare incontro alle crisi inevitabili della storia con quella fiducia salda e serena, che è propria dell’uomo veramente radicato nella luce e nell’amore dell’Eterno. 3. Lo “zelo non illuminato”, di cui parla l’Apostolo, è frutto dell’insicurezza ansiosa, dell’amore cieco, il quale non sa maturare nella conoscenza del mistero. Il fanatismo, che ne consegue, è il fallimento nell’amore di Dio. Quante volte nella storia questo fallimento doloroso ha lasciato le sue cicatrici nel tessuto invisibile dell’unità della Chiesa! Quante volte anche fra i cristiani, in luogo del discernimento tranquillo di una fede salda perché aperta realmente al mistero, ha prevalso la timidezza ansiosa pronta al rifiuto – magari al rifiuto violento – sintomo infallibile di insicurezza e di crisi! L’esperienza di Paolo di Tarso deve illuminarci e ravvivare la nostra speranza. Il suo zelo focoso e intollerante si scontra con la luce che lo acceca e lo atterra. Gli occhi della sua mente gradatamente si aprono a tale luce sino alle altezze di una visione interamente rinnovata di ogni cosa, così che allo zelo ardente del suo cuore si dischiudono gli spazi sconfinati dell’amore. In questa celebrazione eucaristica, nel ricordo delle esperienze storiche vissute, invochiamo questa luce su tutta la Chiesa. 4. Invochiamola sorretti dalla speranza. Ad essa ci invita il profeta Isaia con le parole riportate dalla liturgia odierna: “Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti . . .” (Is 25, 6). La speranza dei popoli, e specialmente quella del popolo che Dio si è scelto, si esprime nel simbolo umanissimo di un banchetto alla fine della storia, “sopra il monte”. Il mangiare e bere dell’uomo, su quel monte, diventerà finalmente eucaristia; esso sarà consapevolmente vissuto nello spazio interiore di quel rendimento di grazie continuo e spontaneo, nel quale, finalmente, l’uomo troverà se stesso, aderendo alla verità che lo costituisce. La fede è l’alba di questa condizione finale, liberata dell’uomo che realizza pienamente nell’amore la sua verità di creatura. Il banchetto di cui il profeta ci parla si svolge in una luce della quale la fede, nella sua penombra, è anticipazione fascinosa, ed insieme fervida aspettazione ed incessante domanda. In questa luce l’uomo, alla fine, saprà ricevere se stesso e le cose come un dono, vivendo la libertà suprema della lode. “Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli, e la coltre che copriva tutte le genti” (Is 25, 7). L’amore dell’uomo, come la esperienza di san Paolo ci aiuta a comprendere, è prigioniero di questa “coltre”; e si consuma vanamente nel timore e nella diffidenza, nella violenza generata dal timore, fino a quando non riceve un raggio almeno della luce divina. Tale luce, per la quale “sono in attesa le isole” si è svelata sulla croce, in quel mistero del Messia sofferente ed abbandonato, “scandalo per i Giudei, follia per i pagani”, nel quale lo sguardo della fede riconosce l’impensabile profondità dell’amore di Dio. Il monte sul quale Dio ha squarciato il velo e imbandito il banchetto è, secondo la fede della Chiesa, quello stesso sul quale è stata piantata la croce del Signore. 5. Di tale evento la Chiesa sa di essere stata fatta banditrice dal suo Signore: “Andate per il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15). Nella figura di Paolo essa ricorda e venera l’esempio più grande di una vita apostolica spesa nell’adempimento di questo comando del Signore, una vita consumata nella passione missionaria alimentata dalla rivelazione straordinaria del “mistero nascosto nei secoli”: cioè del disegno di innestare tutte le genti nell’eredità della promessa, nell’attesa operosa del banchetto finale già iniziato nel memoriale della morte del Signore. La Chiesa, sulle orme di Paolo, ha conosciuto lungo i secoli esempi mirabili di zelo missionario, di zelo per Dio, radicato in un amore maturo; esempi di zelo per la promessa in via di compimento. Nel corso di quest’anno ricorderemo la conversione del Principe Vladimiro di Kiev e del suo popolo, per la quale, con l’ingresso nella Chiesa degli slavi dell’Est, trovò compimento ideale la magnifica opera missionaria dei santi Cirillo e Metodio. La memoria di questo evento così ricco di frutti per la causa del Vangelo, ma anche, possiamo ben dirlo, per la cultura della famiglia umana, ci darà occasione di riflettere sui compiti che attendono la Chiesa ai nostri giorni e di approfondire, nella fede, il senso della sua storia passata, e l’appello che viene da essa per il presente. 6. Nel contesto di questa celebrazione conclusiva della Settimana di preghiere per l’Unità dei cristiani il pensiero si indirizza, prima di tutto, alla Chiesa sorella del Patriarcato di Mosca che ha assunto gran parte dell’eredità cristiana dell’antica Rus’ di Kiev. Ad essa l’intera comunità cattolica, nella persona del Vescovo di Roma, porge l’abbraccio della pace del Signore in quest’ora solenne della sua storia. Possa la memoria del Battesimo di san Vladimiro ravvivare la coscienza di quei vincoli strettissimi di comunione che già ci uniscono ai nostri fratelli ortodossi; insieme alla consapevolezza della loro importanza ai fini della ricostruzione dell’unità visibile di tutti i battezzati. A nessuno può sfuggire, infatti, sino a che punto l’evangelizzazione del nostro mondo dipende in misura determinante dall’unità di tutti i cristiani, d’Oriente e d’Occidente, come segno visibile dell’amore di Dio operante nella storia. Mi rallegro pertanto, rendendone grazie a Dio, dei progressi costanti nella reciproca comprensione con tutte le Chiese e comunità ecclesiali con le quali siamo in dialogo. Il progresso continuo del movimento ecumenico, malgrado le difficoltà di una così difficile storia, è in se stesso un chiaro indirizzo della volontà del Signore, al quale rinnoviamo incondizionata obbedienza. 7. Voglio ricordare in particolar modo i fratelli e le sorelle della Chiesa cattolica ucraina, costruita con le pietre vive della loro fede, che si collega con l’eredità di san Vladimiro. Essi, obbedendo alla voce della loro coscienza, sono nella piena comunione cattolica conservando l’eredità orientale. Il Concilio Vaticano II, grazie al suo approfondimento ecclesiologico, ha aperto una nuova via di incontro con l’Oriente cristiano, con il quale noi oggi speriamo non lontana la piena comunione. 8. Vorrei estendere ancora il mio augurio di pace e di prosperità a tutte le care popolazioni – ai Russi, agli Ucraini, ai Bielorussi – nelle quali vivono, come parte essenziale della loro storia e della loro cultura, le comunità dei fedeli ortodossi e cattolici che celebrano, nella memoria del Millennio, l’inizio della loro storia cristiana. Affido infine a Maria, memoria vivente dei grandi eventi della Chiesa in tutto il corso della sua storia, queste riflessioni con le quali ho voluto anticipare alcuni dei contenuti di due documenti di prossima pubblicazione; il mio vivo desiderio è che tutti ci prepariamo a prendere parte, nello spirito – valutando in modo adeguato la grande rilevanza ecclesiale, ecumenica e culturale dell’avvenimento – alla grande festa dei nostri fratelli ortodossi e cattolici, eredi di san Vladimiro. Possa questa importante ricorrenza affrettare la piena realizzazione della preghiera di Gesù nel cenacolo: “Ut omnes unum sint . . .”.

“Che tutti siano una cosa sola”.

Amen!

Fede, Speranza, Carità

Fede, Speranza, Carità dans immagini sacre Virt%C3%B9_Teologali

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Publié dans:immagini sacre |on 21 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

IL « GRANDE MISTERO» LA LETTURA DI Ef 5, 21-33 NELLA MULIERIS DIGNITATEM – ALBERT VANHOYE,

http://www.laici.va/content/dam/laici/documenti/donna/bibbia/italiano/IL%20%20GRANDE%20MISTERO%C2%BB%20LA%20LETTURA%20DI%20Ef%205%2021%2033%20NELLA%20MULIERIS%20DIGNITATEM.pdf

IL « GRANDE MISTERO» LA LETTURA DI Ef 5, 21-33 NELLA MULIERIS DIGNITATEM

ALBERT VANHOYE, S.J. Rettore della Facoltà di Sacra Scrittura nel Pont. Istituto Biblico dell’Università Gregoriana. Membro della Pont. Commissione Biblica Pubblicato in: AA.VV., Dignità e vocazione della donna: per una lettura della Mulieris Dignitatem. Testo e commenti. Città del Vaticano 1989.

 Libreria Editrice Vaticana

I1 21 agosto scorso, la seconda lettura della celebrazione eucaristica domenicale era il celebre passo della Lettera agli Efesini che si rivolge alle mogli e ai mariti per esortarli a una condotta matrimoniale pienamente cristiana, cioè ispirata dal mistero pasquale di Cristo. Nel luogo dove mi trovavo, questa lettura suscitò vive reazioni. «Questo testo, osservava una persona, mette tutti a disagio, in particolare i sacerdoti che lo debbono commentare nell’omelia. Preferiscono non parlarne». Un’altra aggiungeva: «Se a leggerlo durante la messa fosse stata invitata Suor Tizia, femminista, sono certa che avrebbe rifiutato, perché questo testo è ritenuto inaccettabile dalle femministe». Il punto nevralgico era evidentemente l’esortazione indirizzata alle mogli, cioè di «essere sottomesse ai mariti» (E f 5, 22. 24). Fissati su questo punto molto contestato ai nostri tempi, molti uditori e uditrici non danno più la minima attenzione agli altri contenuti del brano, per quanto siano illuminanti e profondi. In tale situazione, la Lettera Apostolica Mulieris dignitatem ci offre un insegnamento quanto mai opportuno. Sapendo evidentemente che le reazioni negative provocate dai vv. 22-24 ostacolano una lettura proficua dell’insieme del testo, Giovanni Paolo II ha scelto di omettere questi versetti nella prima presentazione che egli fa del brano, all’inizio del cap. VII della Lettera Apostolica (n. 23). In questo posto, vengono letti soltanto i vv. 25-32. Tale scelta si giustifica perfettamente, dal fatto che il tema del capitolo non è la situazione delle mogli, ma «La Chiesa-Sposa di Cristo», secondo l’orientamento preso dal testo paolino, il quale presenta tutto «in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5, 32). Come l’apostolo in Ef 5, 25-32, così la Lettera Apostolica invita i cristiani a innalzare i loro sguardi al di sopra delle loro preoccupazioni e rivendicazioni immediate, per contemplare il «grande mistero» dell’amore estremo di Cristo per la Chiesa e dell’unione sponsale della Chiesa con Cristo. Senza contemplazione, il popolo non può che perire. Se i cristiani si lasciano intrappolare in problematiche sociologiche, non potranno mai trovare le soluzioni feconde, che lo Spirito di Cristo vuole ispirare. La contemplazione di Colui che è stato trafitto (Gv 19, 37) è la principale sorgente di luce e di forza, che permette di progredire nell’amore. «Cristo ha amato la Chiesa e ha consegnato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5, 25-26): ecco la rivelazione più profonda sul rapporto tra Dio e le persone umane e nel contempo sul senso delle relazioni tra uomo e donna. A tale proposito, la Lettera Apostolica non si stanca di tornare, con un senso di meraviglia e di esultanza, al «principio», quale viene descritto nel Libro della Genesi, né di ammirare l’armonia che esiste, nel disegno di Dio, tra l’inizio e la fine, tra la creazione e la redenzione. Sin dall’inizio, Dio ha creato l’uomo e la donna per una relazione di amore, la quale si esprime «mediante un dono sincero di sé» (Gaudium et Spes 24, citato più volte nella Lettera Apostolica). Questo disegno creatore trova il suo compimento e, allo stesso tempo, il suo superamento nel dono di sé che Cristo, per puro amore, attuò nel mistero pasquale a favore della sua Chiesa, che Egli voleva «farsi comparire davanti tutta gloriosa, senza macchia né ruga né alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5, 27). A sua volta, questo «grande mistero» dell’amore di Cristo e della Chiesa costituisce una rivelazione dell’essere intimo di Dio stesso. Infatti l’amore di Cristo per la Chiesa, che raggiunge il culmine nel dono dello Spirito Santo (cf. Gv 19, 30; 20, 22), rispecchia la sorgente eterna, dalla quale sgorga, cioè l’amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo (cf. Gv 14, 23-26; 15, 9). Soltanto alla fine di tutta questa contemplazione si rivela fino a che punto è vero che: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). Come lo scrive il Santo Padre nel settimo paragrafo della Lettera: «Il fatto che l’uomo, creato come uomo e donna, sia immagine di Dio non significa solo che ciascuno di loro individualmente è simile a Dio, come essere razionale e libero. Significa anche che l’uomo e la donna, creati come “unità dei due” nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione di amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio». Il rapporto di rivelazione è reciproco. Da una parte, l’unione d’amore tra marito e moglie manifesta, come immagine, la vita intima dei Dio-Amore (1 Gv 4, 16) e ci consente di conoscerla per analogia. D’altra parte, la rivelazione dell’amore divino attraverso il dono che Cristo fece di se stesso, negli eventi tragici della sua passione, manifesta in che senso deve orientarsi l’unione d’amore dell’uomo e della donna, cioè non nel senso sterile di una ricerca della propria soddisfazione, bensì nel senso fecondo di un amore oblativo: «Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa…» (Ef 5, 25-26). L’uomo non può mai considerare la donna come «oggetto di dominio e di possesso maschile» (Lett. Apost. n. 10). Egli deve combattere questa sua tendenza dominatrice, la quale renderebbe impossibile l’autentica comunione delle persone. Invece di voler «possedere» la moglie come un «oggetto», il marito deve sempre rispettare in lei la dignità di «soggetto», cioè di persona libera, con la quale egli si trova in rapporto di amore e di dono. Sull’esempio di Cristo, il marito sarà disposto non soltanto a dare se stesso nelle circostanze ordinarie della vita quotidiana, ma a sacrificare se stesso per sua moglie, quando si tratterà di affrontare eventuali prove. Infatti, la frase dell’apostolo, che torna a tre riprese nelle lettere paoline (Gal 2, 20; Ef 5, 2. 25), non si limita a dire che «Cristo ha amato e ha dato se stesso», ma adopera un verbo più espressivo: «Cristo ha amato e ha consegnato se stesso». All’aspetto di dono generoso questo verbo aggiunge l’idea di esposizione a gravi pericoli. Nella Bibbia, infatti, questo verbo viene regolarmente adoperato per significare un intervento ostile contro una persona o un popolo: vuol dire «dare in mano» ai nemici perché infliggano una sorte tremenda. Nei testi paolini, lo stesso verbo, usato paradossalmente con il pronome riflessivo, esprime la follia della croce: Gesù «ha consegnato se stesso» a una morte infame, per trasformare la sorte miserabile, meritata dai peccatori, in via regale del più grande amore. «Ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi» (Ef 5, 2). Tale è l’ideale d’amore proposto dall’apostolo ai mariti cristiani. Chi lo prende sul serio, trova la forza di affrontare, con la grazia di Cristo, ogni possibile prova nella propria vita coniugale e di farne un’occasione di progresso nell’amore. Può sorprendere il fatto che, nel brano di Ef 5, 21-33, l’esortazione all’amore sia rivolta solo ai mariti e non ugualmente alle mogli. Una prima possibile spiegazione di questa mancanza è che l’uomo, più della donna, ha bisogno di tale esortazione. Per sua natura, la donna è più attenta alle relazioni tra le persone, più disposta ad amare e a dare se stessa. Invece l’uomo, generalmente, è più interessato a realizzare un’opera, a organizzare il mondo, a dominare. Per questo motivo, è spesso tentato di strumentalizzare le altre persone, considerandole come mezzi, invece di rispettarle come soggetti dotati di dignità uguale alla sua. Tutti sanno che in molti ambienti la moglie è stata tradizionalmente apprezzata con criteri economici! Conveniva quindi che l’esortazione all’amore prendesse dì mira i mariti. Un’altra spiegazione sembra più probabile ancora: l’attenzione dell’apostolo si è fermata ai mariti a causa del mistero che contemplava, cioè il mistero dell’unione di Cristo con la Chiesa. In questo mistero, la parte pienamente rivelata è quella dell’amore di Cristo per la Chiesa. Cristo è andato fino all’estremo, «ha amato sino alla fine» (Gv 13, 1; cf. 19, 28-30). Invece, la Chiesa, chiamata a «camminare nella carità» (Ef 5, 1) e effettivamente messasi in cammino, non ha ancora amato sino alla fine. Ne risulta che, nell’analogia adoperata in Ef 5, 21-33, un modello perfetto di amore esiste per i mariti, ma non esiste ancora per le donne. Questo fatto, evidentemente, costituisce un limite di quest’analogia. La Lettera Apostolica non manca di osservare che ogni analogia ha sempre i suoi limiti (n. 25). *** Lo stesso principio vale ugualmente quando si tratta dell’altra parte dell’esortazione, quella che riguarda la sottomissione della moglie al marito, sull’esempio della sottomissione della Chiesa a Cristo. Abbiamo detto che questo è attualmente il punto che provoca reazioni allergiche. La Lettera Apostolica aiuta molto a ridimensionare il problema (n. 24). Per cominciare, Giovanni Paolo II osserva che il principio della sottomissione della moglie al marito era «profondamente radicato nel costume e nella tradizione religiosa del tempo», il che porta a relativizzarlo, adesso che i tempi sono cambiati. Ma, nota ancora il Santo Padre, l’apostolo stesso introduce già un cambiamento decisivo, poiché mostra che la sottomissione «deve essere intesa e attuata in un modo nuovo: come una sottomissione reciproca nel timore di Cristo» (ivi). Effettivamente, l’esortazione indirizzata alle mogli (Ef 5, 22-24) viene nella Lettera agli Efesini come una esemplificazione dell’atteggia- mento cristiano al quale tutti sono invitati: «Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5, 21). Similmente, nella Lettera ai Galati, dopo aver affermato fortemente la libertà cristiana, Paolo prosegue paradossalmente: «Mediante l’amore fatevi schiavi gli uni degli altri» (Gal 5, 13). Tra cristiani, non può mai esistere una relazione unilaterale di completa dominazione da una parte e di completa sottomissione dall’altra, perché Gesù ha decisamente proibito situazioni del genere: «Per voi non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve» (Lc 22, 26; cf. Mt 20, 24-28; Mc 10, 41-45; Gv 13, 13-15). La relazione cristiana è sempre di servizio reciproco (il che, tuttavia, non significa egualitarismo). Perciò il Santo Padre può sottolineare i limiti dell’analogia: «Mentre nella relazione Cristo-Chiesa la sottomissione è solo della Chiesa, nella relazione marito-moglie la “sottomissione” non è unilaterale, bensì reciproca!» (MD, 24). In questo carattere reciproco della sottomissione, la Lettera Apostolica discerne l’elemento nuovo portato dal messaggio evangelico. Il principio della sottomissione della moglie al marito era tradizionale, «antico» La «novità evangelica» in materia è consistita nel proclamare la sottomissione reciproca. È chiaro che se la preoccupazione dell’apostolo fosse stata di mantenere il principio antico della sottomissione unilaterale della moglie al marito, egli non avrebbe messo all’inizio del brano l’affermazione della sottomissione reciproca e non avrebbe poi esortato i mariti all’amore oblativo; li avrebbe piuttosto incoraggiati ad esercitare la loro autorità con fermezza. L’assenza di correlazione tra l’esortazione rivolta alle mogli e quella rivolta ai mariti non manca di significato; essa manifesta a modo suo la novità evangelica. Oramai «tutte le ragioni in favore della “sottomissione” della donna all’uomo nel matrimonio debbono essere interpretate nel senso di una “reciproca sottomissione” di ambedue “nel timore di Cristo”» (MD, 24). Non basta però esprimere detta novità perché si traduca subito in realtà effettiva. La Lettera Apostolica lo fa accuratamente notare. «La consapevolezza che nel matrimonio c’è la reciproca “sottomissione dei coniugi nel timore di Cristo”, – e non soltanto quella della moglie al marito -, deve farsi strada nei cuori, nelle coscienze, nel comportamento, nei costumi». Per trasformare realmente i rapporti tra le persone, su questo punto come su tanti altri, il fermento cristiano ha bisogno, – la storia purtroppo lo dimostra, – di tempi lunghissimi, tanto più che il lavoro è sempre da ricominciare, per ogni nuova generazione. «È questo un appello che non cessa di urgere, da allora, le generazioni che si succedono, un appello che gli uomini devono accogliere sempre di nuovo». In realtà, si tratta di un appello a una non facile conversione, personale e collettiva. Siamo però tanto abili a eludere le esigenze di conversione! Quando il testo di Ef 5, 21-32 viene proclamato in chiesa, quante persone notano l’esortazione iniziale alla «sottomissione reciproca»? Per lo più, gli uomini sono attenti a quanto viene richiesto dalle donne, la sottomissione ai mariti, e le donne sono attente a quanto viene richiesto dai mariti, l’amore generoso per le mogli. Ciascuno sottolinea l’esigenza che s’impone all’altro, a vantaggio suo, ignorando quella che riguarda lui stesso a vantaggio dell’altro. Nessuno, in fondo, accetta di sottomettersi all’altro. Eppure la novità evangelica non elimina l’esigenza di sottomissione, anche se la trasforma profondamente. In «sottomissione reciproca» c’è ancora «sottomissione». Il vangelo ha valorizzato immensamente la sottomissione volontaria, sbarazzandola da ogni traccia di servilismo e unendola strettamente all’amore. Ci fa capire che chi preferisce la propria volontà a quella della persona amata non sa ancora che cosa sia amare (cf. Gv 14, 21; 15, 10). Gesù ha manifestato il suo amore nell’obbedienza della croce (cf. Gv 14, 31; Fil 2, 8; Ebr 5, 8). Un cristiano, una cristiana, che accetta per amore una situazione di sottomissione e di servizio si trova più vicino a Cristo e ne dovrebbe provare una gioia profonda. Il «grande mistero» dell’unione di Cristo e della Chiesa, che si rispecchia nel sacramento del matrimonio, comprende questo aspetto realistico. La Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II invita le cristiane e i cristiani a meditarlo. Di fatto, chi vuole vivere nell’amore autentico ha bisogno anzitutto di aprirsi nella meditazione e nella preghiera al dinamismo di amore «mite e umile» (Mt 11, 29) messo in moto da Cristo.

IL SIGNIFICATO DI ESSERE NATO A TARSO NELLA FIGURA DI SAN PAOLO – Prof Buscemi

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Tarso e il suo influsso su Paolo

IL SIGNIFICATO DI ESSERE NATO A TARSO NELLA FIGURA DI SAN PAOLO

Testo di: Alfio Marcello BUSCEMI, San Paolo, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1996, 23-27.

L’ambiente della fanciullezza di Paolo è certamente quello della Tarso degli inizi del I secolo d.C. Tarso, al dire dell’Apostolo, era “una città non senza importanza” (At 21,39): fin dai tempi antichissimi degli Ittiti fu capitale della Cilicia, la regione costiera di quella parte della penisola dell’Asia Minore che fa angolo tra la penisola stessa e il continente a cui si attacca e che si estendeva, da Nord verso Sud, dalle catene del Tauro e dell’Antitauro e dai monti della Siria fino al mare, mentre da Est ad Ovest, copriva la zona dal monte Amano, posto ai confini con la Siria, fino alla Panfilia. La regione si divideva: in Cilicia Piana o Campestre (dove si trovavano Tarso, la capitale, e Soli, famosa per i “solecismi” del suo linguaggio), e in Cilicia Montana, che andava da Soli fino ai confini con la Panfilia. La Cilicia, schiacciata sul mare dai monti della Siria, dal Tauro e dall’Antitauro, comunicava con il resto della penisola dell’Asia Minore attraverso le famose Porte Cilicie, un valico tra il Tauro e l’Antitauro, mentre con la Siria intesseva le sue comunicazioni attraverso le Porte Siriache e le Porte Amaniche. Storicamente appartenne al regno degli Ittiti con il nome di Kizzuwatna verso il 1200 a.C. – ricordata nell’Iliade come alleata di Troia: Andromaca, moglie di Ettore, era una principessa della Cilicia – passò poi, sotto gli Assiri (IX sec. circa), sotto i Persiani (fino al IV sec. a.C.) e infine divenne parte dell’impero di Alessandro Magno e dopo la sua morte l’ereditarono i Seleucidi. Ai tempi di Paolo, comunque, tutta la regione era unita con la Siria nell’unica provincia romana di Siria-Cilicia (cf Gal 1,21 ss.). Tarso era la città più rappresentativa di tutta la Cilicia e godeva nell’antichità fama mondiale. Le sue origini sono molto antiche e risale probabilmente ai tempi dell’impero ittita (XIV sec. a.C.); il suo nome si trova sull’obelisco nero di Salmanassar III verso la metà del IX sec. a.C.; Sennacherib verso il 698 a.C., dopo averla catturata, la rase al suolo; Ciro nel 401 a.C. l’annesse al Regno persiano; poi essa passò ai Seleucidi, che le cambiarono il nome in Antiochia sul Cidno; passata ai Romani verso il 47 a.C. prese il nome di Juliopolis, in onore di Giulio Cesare. Godette i favori di Antonio (a Tarso avvenne il celebre incontro tra Antonio e Cleopatra, come racconta Plutarco nelle sue “Vite Parallele”) e di Augusto (privilegiò la città soprattutto per onorare il suo precettore Atenodoro e il precettore di suo nipote, l’accademico Nestore). Tarso fu in primo luogo una città commerciale che richiamava gente da ogni parte e dava ai propri cittadini la possibilità di girare il mondo. Dal suo porto marittimo, chiamato Rhegma piccole imbarcazioni risalivano continuamente la corrente del Cidno, fiancheggiata da magazzini ed arsenali, per raggiungere il centro della città dove si potevano incontrare gente di ogni razza e lingua: abitanti della Cilicia, della Licaonia, della Cappadocia, dell’Asia Minore in genere, della Siria, della Mesopotamia, della Grecia e della lontana Roma. Significative sono le parole di Plutarco, nel descrivere la traversata di Cleopatra sul Cidno: «Risalì il fiume Cidno su un battello dalla poppa dorata, con le vele di porpora spiegate al vento. I rematori lo spingevano contro corrente, vogando con remi argentati, al suono di un flauto e si accompagnavano zampogne e liuti. Lei era sdraiata sotto un baldacchino trapuntato d’oro, acconciata come le Afroditi che si vedono nei quadri, e una frotta di schiavetti, somiglianti agli Amori dipinti, ritti ai due lati le facevano vento. Allo stesso modo, le più formose delle sue ancelle in vesti di Narcisi e Grazie stavano alcune sopra la sbarra del timone, altre sui pennoni. Profumi meravigliosi si spandevano lungo le rive al passaggio della nave, levandosi dall’incenso che sovente vi veniva bruciato. Gli abitanti o l’accompagnarono fin dalla foce, o lungo il fiume sulle due sponde, oppure scesero dalla città per assistere al suo passaggio. Antonio, seduto sul tribunale, rimase solo nella piazza, tanta fu la folla che uscì incontro alla regina; e fra tutta quella gente corse una voce, che Afrodite veniva in tripudio a unirsi a Dioniso per il bene dell’Asia». [Vite parallele, V, 26 (tr. C. Carena, Milano 1966)]. Una tale varietà di popolazione contribuiva non solo a dare a Tarso l’aspetto di città dedita al commercio, ma l’apriva agli influssi culturali di tutto il mondo, rendendola una vera città cosmopolita di tipo ellenistico. La sua importanza culturale fu tale da poter gareggiare con Atene ed Alessandria, secondo la testimonianza del geografo Strabone: «Tra i suoi abitanti regna un così grande zelo per la filosofia e per ogni ramo della formazione universale, che la città supera sia Atene che Alessandria e ogni altra città, in cui ci sono scuole e studi filosofici. Cosa particolarmente notevole che a Tarso gli avidi di sapere sono tutti del posto, i forestieri non vi si fermano volentieri; anzi anche gli stessi cittadini di Tarso non si fermano nel luogo, ma vanno altrove per il completamento della loro formazione e, quando sono giunti al termine, vivono volentieri all’estero». Tarso diede i natali a molti rinomati filosofi (Antipatro, Archedamo, Nestore, Atenodoro Cordilio, amico di M. Catone, Atenodoro, figlio di Sandon e precettore di Augusto), grammatici (Artemidoro, Diodoro) e poeti (Dionside, Boeto e forse anche Arato – di cui Paolo in At 17,28 riporta il detto “Di lui [Giove] infatti siamo anche stirpe”) dell’antichità ellenistica. Il clima cosmopolita di Tarso favoriva anche un certo sincretismo religioso. Elementi assiri, persiani ma soprattutto greci – introdotti dai vari dominatori di turno – si aggiunsero alle antiche credenze indigene della città, basate su due divinità principali: Ba’al Tarz, probabilmente l’antichissima divinità anatolica Tarku, vi figura come il signore supremo e in periodo ellenistico venne identificato con Zeus; accanto ad esso, ma di origine più recente, il dio Sandon identificato con Heracles. In suo onore, secondo Dione Crisostomo, ogni anno a Tarso si celebravano “i misteri di Sandon o Eracle”, comprendenti due fasi rituali: 1) la statua del dio veniva bruciata con grande solennità su una grande pira rappresentando la morte del dio; 2) ad essa seguivano danze sfrenate con cui si celebrava la risurrezione del dio. Sandon-Eracle assumeva, pertanto, i connotati di una divinità del ciclo stagionale della vegetazione e la cerimonia rappresentava il riprodursi della vegetazione che muore sotto i raggi cocenti del sole in estate e che rinasce a vita nuova in primavera. A questa religiosità misterica la popolazione indigena affiancava anche culti della religione ufficiale greco-romana e quelli degli stranieri abitanti a Tarso. In questo clima di libertà, anche i giudei godevano il diritto di esercitare il loro culto sinagogale, la pratica della circoncisione, l’osservanza del sabato e di tutte le altre opere legali. A confronto con il sincretismo religioso pagano, il giudaismo con il suo assoluto monoteismo, con la sua morale legalistica, con la sua forte coscienza razziale, doveva apparire diverso e strano. Comunque, gli ebrei dovevano essere abbastanza numerosi a Tarso, di condizione benestante e raggruppati in una quartiere particolare, dato che non era loro permesso di appartenere ad una tribù pagana. Nonostante questo volontario isolamento, caratteristico di tutti gli ebrei della diaspora, gli ebrei di Tarso dovevano essere abbastanza ellenizzati: conoscevano bene la lingua greca, si adattavano alle costumanze politico-commerciali e a volte, per motivi apologetico-missionari, ne assumevano anche il linguaggio filosofico per illustrare meglio ai pagani il valore religioso e morale della Torà. Paolo più in là dirà ai Romani: “Sono debitore ai greci e ai barbari, ai sapienti e agli ignoranti” (Rm 1,14). Comunque, in nessun modo si adattavano alla religiosità pagana, ai loro miti e ai loro riti, verso cui nutrivano una profonda avversione. Paolo si vanterà d’essere “Israelita, ebreo da ebrei, fariseo figlio di farisei”, volendo sottolineare così la stretta ortodossia della sua gente giudaica di Tarso, in seno alla quale era vissuto e si era adeguato ai principi rigidi della sua religione (Gal 1,13-14; Fil 3,4-5; At 23,6; 26,4). Anche ai costumi morali i giudei reagivano piuttosto rigidamente, anche se vi erano numerosi casi di adeguamento per quanto riguardava la frequenza della palestra, del ginnasio e dei giuochi. Ma per lo più disprezzavano e cercavano di allontanarsi dalla morale decadente del pagani (Rm 1,18-32). Forse, un certo fascino poteva esercitare la morale stoica, ma probabilmente anch’essa spesso veniva rigettata seguendo il detto del Talmud: “Maledetto l’uomo che alleva porci, e maledetto chi insegna a suo figlio la sapienza greca” (Baba Qamma 82b). Comunque, è chiaro che, vivendo a contatto con la popolazione pagana e dovendo continuamente commerciare con essa, si apprendevano anche involontariamente detti, modi di dire e tanti usi che erano generalizzati all’interno della polis di Tarso.

Pharao and his army perish in the red sea

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http://www.artbible.net/1T/Exo1401_Redsea_myriampsong/pages/15%20SPECULUM%20PHARAO%20AND%20HIS%20ARMY%20PERISH%20IN%20THE.htm

Publié dans:immagini sacre |on 20 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

IL TEMA DELLA FEDE NEL CAMMINO NEL DESERTO

http://christusveritas.altervista.org/teologia_virtu_teologali_fede_5.htm

IL TEMA DELLA FEDE NEL CAMMINO NEL DESERTO

Il cammino nel deserto è il banco di prova della fede di Israele. Vedremo adesso quali caratteristiche ha avuto questa fede connessa all’esperienza esodale della liberazione. A partire dai primi interventi di Mosè ci sembra che la caratteristica più evidente della fede richiesta a Israele in vista della sua liberazione, sia l’accoglienza di una parola non confermata in modo immediato dalle circostanze. In sostanza, la parola della fede non può attendere alcuna dimostrazione a misura d’uomo per essere creduta. Essa merita fiducia in virtù di Colui che parla, non in base alle possibilità della sua dimostrazione. Nei Vangeli sinottici, come vedremo, questa caratteristica apparirà ancora più marcata nelle esigenze poste da Cristo ai suoi discepoli. Però, fin dall’esperienza esodale della liberazione, la fede appare come un atteggiamento che permette all’uomo di attraversare le contraddizioni della vita e le smentite delle promesse di bene, lasciando sempre un margine di attesa, in cui Dio possa intervenire a cambiare le cose, quando voglia e come voglia. Dio non interviene affatto nella vita della persona, quando essa, dinanzi alle delusioni della storia, sentenzia che il domani non porterà nulla di buono né di migliore. Questo atteggiamento preclude all’uomo qualunque esperienza autentica dell’azione di Dio. Tornando a Israele, dobbiamo registrare la stranezza delle circostanze concomitanti ai primi interventi di Mosè. Dopo il suo primo dialogo col Faraone e la richiesta di lasciar partire Israele (cfr. Es 5,1-5), vengono appesantite oltremodo le misure oppressive a scapito del popolo. Sembra proprio che l’intervento di Mosè abbia come primo risultato il peggioramento delle condizioni della schiavitù in cui versa la gente della sua stirpe (cfr. Es 5,6-14). Perfino Mosè si sente fortemente disorientato (cfr. Es 5,22-23). Il Signore lo invita ad attendere senza cadere nel pessimismo (cfr. Es 6,1). Qualcosa di simile accade qualche tempo dopo. Mosè si presenta di nuovo al Faraone; investito del potere carismatico, che Dio gli ha concesso per confermare la sua parola (cfr. Es 4,1-9), opera dei segni prodigiosi per dimostrare al Faraone di essere sostenuto dalla potenza di Dio. Pensa che la partita possa chiudersi lì, mentre invece i maghi d’Egitto, in un primo tempo, imitano alla perfezione, l’uno dopo l’altro, i segni che egli compie col suo bastone (cfr. Es 7,10ss). Vi sono però alcuni fenomeni che essi non possono riprodurre (cfr. Es 8,14). Ad ogni modo, la fede di Mosè deve misurarsi con l’indurimento del Faraone, in parte determinato dalle imitazioni dei maghi. Così, la promessa della liberazione sembra ancora una volta smentita dai fatti. Solo dopo la serie delle dieci piaghe, il Faraone li lascerà andare. Celebrano la Pasqua e partono nella notte. Dopo l’uscita dall’Egitto, si verifica un’altra situazione di grande significato teologico: l’esercito egiziano insegue il popolo e lo trova accampato presso il mare (cfr. Es 14,9). Qui la fede si rivela come la capacità di rischiare per il Signore, senza sapere in anticipo cosa Lui farà per noi, quando e come lo farà. Basta la certezza che Egli interverrà. Le nostre categorie umane, però, non sono in grado di prevedere in cosa consisterà il suo intervento. Israele è uscito dall’Egitto e si è inoltrato nel deserto. Dio, che a Mosè aveva talvolta svelato l’imminente futuro (cfr. Es 3,21-22; 4,21), non dice nulla su questo punto. Non gli anticipa alcunché sull’apertura del mare che salverà Israele da una sicura strage. Solo all’ultimo momento, Dio gli dice: « Alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo » (Es 14,16). Il testo vuole dire che vi sono delle particolari guarigioni che hanno bisogno di una disponibilità a rischiare, pur senza sapere cosa Dio farà. In realtà il Signore, spesso ci libera sul campo mentre combattiamo, perché non è disposto a svelarci tutto in anteprima: ciò eliminerebbe lo spazio per la fede fiduciale, che a sua volta è parte integrante dell’esperienza di liberazione. Taluni non entrano nel campo di battaglia perché vogliono riposare su alcune garanzie; la fede esige tutt’altro comportamento. Dio non ci dice in anticipo che il mare si aprirà; ci chiede di fidarci di Lui nel compiere quelle cose impossibili che Lui stesso ci ha chiesto di fare. La necessità del coraggio, come parte integrante della fede che opera liberazioni e guarigioni, si vede anche nel libro di Daniele. La risposta dei tre giovani al re Nabucodonosor è molto eloquente a questo proposito: « Sappi che il nostro Dio può liberarci dalla fornace… ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi » (Dn 3,17-18). Di fatto, il seguito della storia dimostra che Dio li ha preservati dal fuoco della fornace, ma essi non avevano la certezza che Egli sarebbe intervenuto; l’unica certezza che avevano era che Dio ha il potere di liberare i suoi servi, se vuole. Se poi interverrà, e come interverrà, è un affare che al discepolo non importa, né è affatto necessario averne una cognizione anticipata. Si potrebbe ancora citare il caso di Davide che va incontro a Golia con l’unica arma della sua fionda in un duello sproporzionato, senza avere avuto direttamente o indirettamente alcuna garanzia dell’aiuto di Dio. La sua serenità di coscienza consiste nella consapevolezza di non essere alla ricerca della gloria personale e di voler difendere un onore non suo: « Chi è mai questo filisteo incirconciso per insultare le schiere del Dio vivente? » (1 Sam 17,26). E a Golia dice: « Tu vieni a me con la spada… io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, che tu hai insultato » (1 Sam 17,45). Ma torniamo al cammino nel deserto. Qui la fede si presenta non soltanto come un atteggiamento di fiducia verso Dio, ma anche verso l’uomo di Dio, ossia la mediazione umana usata da Dio come strumento di salvezza. Questo concetto è di grande rilevanza teologica, perché è ciò che sta alla base della struttura sacramentale della Chiesa. Fa parte integrante del simbolo niceno-costantinopolitano l’articolo: « Credo la Chiesa » di seguito a quelli che esprimono la fede in Dio. In sostanza, l’atto di fede completo ha come oggetto Dio in quanto Dio e, inseparabilmente, anche gli strumenti umani che Egli si compiace di associare a Sé nella realizzazione del disegno di Salvezza. Tutto questo sembra già chiaramente anticipato nella fede richiesta a Israele lungo il cammino nel deserto. Il Signore non accetta che il popolo assuma un atteggiamento di sfiducia nei confronti di Mosè; anzi, considera un’offesa fatta a Se Stesso ogni atto di ostilità che colpisce il suo servo. Basta rammentare qualche esempio tra i tanti. Nel libro dei Numeri vi è un episodio in cui perfino Aronne e Maria dubitano della mediazione di Mosè: « Il Signore ha forse parlato solo per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro? » (Nm 12,2). L’idea di fondo, senz’altro vera, è che lo Spirito di Dio non parla solo mediante un canale, ma mediante molti canali possibili. Il punto di osservazione che però falsifica una cosa vera consiste nella negazione che Mosè sia la guida accreditata da Dio fino alla Terra Promessa. I profeti e i veggenti possono essere molti, ma la decisione ultima spetta alla guida accreditata da Dio. Il Signore, infatti, si esprime in risposta alle parole di Aronne e Maria, dicendo che Mosè è « l’uomo di fiducia » (Nm 12,7) in tutta la sua casa. Nella vita della Chiesa tutto ciò si trasferisce nel ministero apostolico che si avvale anche, talvolta, di profeti e veggenti, ma la « parola » che guida il popolo cristiano sulle vie della storia non è quella dei carismatici, bensì quella del Magistero e della predicazione apostolica. Aronne e Maria hanno evidentemente confuso questi ruoli che sono diversi e sono utili finché ciascuno rimane nel posto che Dio gli ha assegnato.Qualcosa di simile accade in occasione della rivolta di Core, Datan e Abiram: anche qui l’autenticità della guida di Mosè viene messa in discussione e, come nell’episodio precedente, Mosè non fa nulla per difendersi; infatti è Dio che prende le sue difese manifestando la propria gloria.Un altro aspetto della fede del deserto, che anticipa ampiamente le esigenze del NT, è la fede che crede contro l’evidenza. La fede non può basarsi su ciò che si vede o su ciò che si dimostra; altrimenti la fede si assimilerebbe alla conoscenza umana. La fede è un genere di conoscenza che differisce sostanzialmente da tutte le altre conoscenze, appunto perché non solo non si appoggia sulla ragione, ma anche perché non cessa di essere valida quando sembra smentita dai fatti. L’episodio a questo riguardo significativo del cammino nel deserto è rappresentato dalle reazioni del popolo alla relazione degli esploratori che hanno fatto un giro di ricognizione nella Terra Promessa. La Terra appare ai loro occhi come straordinariamente ricca e fertile, ma i suoi abitanti sono alti come giganti. Chi potrà sconfiggerli? A questo punto la comunità di Israele viene afferrata dalla tentazione dello scoraggiamento e piange tutta la notte (cfr. Nm 14,1). Il Signore svela a Mosè di sentirsi umiliato da questa sfiducia: « Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? Fino a quando non avranno fede in Me, dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a loro? » (Nm 14,11). Sono parole senza dubbio molto dure: la sfiducia verso Dio è un peccato di grandi proporzioni, al punto da equivalere all’atteggiamento del disprezzo.

Publié dans:CAMMINO DELLA FEDE (IL), DESERTO |on 20 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

2 COR 12, 7 “PERCHÉ NON MONTASSI IN SUPERBIA MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE

http://www.gliscritti.it/approf/areopago/spina_carne.htm

Brani di difficile interpretazione nella Bibbia,

2 COR 12, 7 “PERCHÉ NON MONTASSI IN SUPERBIA MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE”

Con questa breve nota vogliamo inaugurare una serie di chiarificazioni che aiutino a comprendere alcuni brani biblici importanti che, ad una prima lettura, possono apparire difficili o addirittura incomprensibili. Essi, invece, grazie alla luce della grande Tradizione della Chiesa ed a quella degli studi recenti degli esegeti, si svelano nella ricchezza del loro sensi. Le brevi note appariranno con il medesimo titolo – “Brani di difficile interpretazione nella Bibbia” – seguito dal numero ordinale della pubblicazione on-line sul sito (I, II, III, ecc.), poi dai versetti e dal tema del brano in questione. L’Areopago

Paolo parla della spina nella carne. E’ un brano importante per capire l’apostolato di Paolo e come Paolo realizza la sua vocazione apostolica. E’ in polemica con chi non lo considera un vero apostolo. Paolo dice: Mi costringete a dire delle cose che non vorrei dire! Se volete saper tutto ve lo dico! Io ho avuto 14 anni fa un contatto con la trascendenza; sono stato al terzo cielo, quasi faccia a faccia con Dio e lì ho avuto delle esperienze, che non posso poi esprimere con la stessa chiarezza e con la stessa vivezza con cui questa esperienza l’ho vissuta. E’ possibile che delle esperienze profonde avute con Dio non si possano poi esprimere! Certe cose non le posso ripetere, però la mia predicazione si basa su questo faccia a faccia con Dio, su queste rivelazioni che ho avuto come dono diretto da Dio. Perché questo essere al terzo cielo non mi desse alla testa, perché non scambiassi questo dono puro di Dio con qualcosa di mio Dio mi ha mandato un contrappeso. Paolo parla di un angelo di satana che lo schiaffeggi, di una spina, di un fascio di spine conficcate nella carne – che mi fanno sentire tutta la mia debolezza. Che cos’è questa metafora che Paolo usa “la spina nella carne”? Secondo tutti gli esegeti moderni – e fondatamente – non è una tentazione di sessualità, come ha interpretato S. Agostino e come a volte viene interpretato, specialmente sulla linea della Vulgata, che traduceva questa espressione: “una spinosità che punge la carne” (stimulus carnis meae), che fa pensare subito alla sessualità. Nel testo greco non c’è l’idea di stimolo. Ovviamente delle spine conficcate nella carne si fanno sentire, ma questo è un fatto che viene dopo; non è la spina stessa. Se la spina sta tranquillamente dove sta non è uno stimolo, diventa uno stimolo, quando la spina viene conficcata nella carne, quando si fa sentire… Cos’è questa spinosità nella carne? Da tutto l’insieme risulta che sono le difficoltà che Paolo trova nel suo apostolato. Difficoltà esterne: persecuzioni, fraintendimenti… e difficoltà interne, personali. Quasi certamente collegate con uno stato fisico che impediva l’apostolato che pure Dio gli chiedeva di fare. E quindi probabilmente era o una malattia o una debolezza di tipo fisico. E’ quella situazione di conti che non tornano in questo senso: Paolo si sentiva inviato da Dio a portare il Vangelo, era guidato dallo Spirito anche nei suoi piani apostolici, faceva dei progetti apostolici e a un certo punto le circostanze esterne e poi le circostanze sue personali – la sua salute – non gli permettevano di realizzarli. I conti allora non gli tornavano! E allora reagisce secondo il suo carattere, pregando, pregando e pregando. Si rivolge al Signore e gli dice: Toglimi questa spina! Cioè: spianami la strada! Vuoi che faccia l’apostolo? Vuoi che annunci il Vangelo? Dammi la possibilità di annunciare il Vangelo! Non mi mettere questi blocchi sulla strada che tu vuoi che io percorra. “Pregai e ad un certo punto mi disse” (non è una visione, ma una presa di coscienza che pian piano matura in Paolo); la risposta del Signore non è quella di spianargli la strada. Gli rimangono tutte le sue difficoltà; ma la risposta è questa: Ti basta il mio amore, la mia benevolenza! (più che la mia grazia). Non è: ti basta quella grazia corroborante che io ti do. Questa è un’interpretazione che rischia di quantizzare il rapporto: quella grazia che ti do, ti sarà sufficiente! Per Paolo il problema è più a monte. Gesù ti dice: io ti amo! Basta! Non ti preoccupare di altro! Quando Paolo riesce a capire questo, si è affidato all’assoluto dell’amore: voglio che tu sia apostolo! Ci sono queste difficoltà che ti impediscono di realizzare quei piani che io stesso ti ho fatto venire in mente! Va bene! C’è anche questo qua, come fare? Pensa a me, pensa al mio amore: l’assoluto è nel mio amore! Il mio amore che si manifesta nel mistero della morte e della risurrezione, nel mistero della debolezza e della forza di Dio. Una volta che Paolo riesce a capire questo… Ti basta di essere amato da me! Ti basta questo coinvolgimento nella debolezza e nella forza del mistero pasquale! Siamo insieme! Più debolezze ci sono e meglio è; non perché le debolezze siano simpatiche, ma perché Paolo vede nelle debolezze, malattie, difficoltà, quella partecipazione alla debolezza di Dio della crocifissione. E poi attraverso questo sa che connessa con questa c’è la risurrezione. Paolo ci dice: di fronte a qualunque difficoltà, la risposta che lui ritiene persuasiva nel suo apostolato è questo affidamento totale del suo apostolato a un Cristo, non solo che provvede, ma che ama e la sua provvidenza è frutto di quest’amore che per Paolo è un qualcosa di assoluto. Allora, quando Paolo si sente davvero così amato da Cristo, sa di essere accanto a lui, di essere nello stesso giro di Cristo, di poter completare nella sua carne quello che manca alla passione di Cristo, come dirà poi nella lettera ai Colossesi. Questo è un punto importante per capire la vocazione di Paolo, per capire la nostra vocazione, per capire ogni vocazione cristiana. Nella nostra vocazione Dio ci dice di farci tutto a tutti. Dobbiamo fare anche i nostri progetti; però il vero realizzatore del nostro apostolato, il vero attualizzatore di noi come dono agli altri nell’apostolato è sempre lui; è un segreto del suo amore verso di noi e verso gli altri. Allora Dio ci dice: lasciatemi fare! Fidatevi pienamente del mio amore! Fate tutto quello che potete, ma guardate a me, fidatevi pienamente del mio amore e io farò. Quando Paolo riesce a capire questo – c’ha messo del tempo! Pregai il Signore tre volte! Vuol dire: pregai il Signore a lungo, con intensità crescente, con tutte le mie forze – alla fine acquista luce.

(Dalla relazione “Dalla vocazione alla giustificazione” di P. Ugo Vanni tenuta al settore Sud della Diocesi di Roma il 20 febbraio 2003. Il testo non è stato rivisto dall’autore)

Publié dans:Lettera ai Corinti - seconda |on 20 octobre, 2015 |Pas de commentaires »
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