Archive pour octobre, 2015

LA SOLITUDINE (Gv 16,32; Sal 25,16; Is 66, 13)

http://camcris.altervista.org/es_solitudine.html

LA SOLITUDINE (Gv 16,32; Sal 25,16; Is 66, 13)

Gesù disse: « Mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me » (Giovanni 16:32).

Gesù amava gli uomini e andava loro incontro, ma è stato incompreso e rigettato. Parecchi versetti parlano della sua solitudine: « Ognuno se ne andò in casa sua. Gesù andò al monte degli Ulivi » (Giovanni 7:53; 8:1). « Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo » (Luca 9:58). Il suo popolo non l’ha riconosciuto come il Messia promesso (Giovanni 1:10). Persino i suoi discepoli l’hanno compreso poco. In questa solitudine, Gesù viveva presso Dio suo Padre. Ha potuto dire: « Il Padre… non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono » (Giovanni 8:29). Eppure, a causa dei nostri peccati che aveva preso su di sé per salvarci, è stato necessario che fosse abbandonato da Dio durante le tre ore d’oscurità totale sulla croce. Ma è rimasto perfetto nel suo amore. Per questo, se ci capita di trovarci nella solitudine e nel lutto, possiamo andare al Signore Gesù. Si è già trovato in tali circostanze e simpatizza con noi, perché è vivente e ci ama. Sono molti a farne l’esperienza. Quando era in prigione, l’apostolo Paolo ha potuto scrivere: « Tutti mi hanno abbandonato… Il Signore però mi ha assistito e mi ha reso forte » (2 Timoteo 4:16,17). Confidando in Lui, puoi conoscere Dio come Padre (Giovanni 20:17). Un Padre che ci ama e che non ci abbandonerà mai.

« Volgiti a me, e abbi pietà di me, perché io sono solo e afflitto » (Salmo 25:16). Gesù stesso dice in Matteo: « Io sono con voi tutti i giorni ». Dio è sensibile verso chi si sente solo, ho potuto sperimentarlo personalmente. Infatti, in un momento particolare Egli mi è stato tanto vicino, ed è stata l’unica persona che mi ha dato la forza, e che tuttora mi sta accanto invogliandomi ad andare avanti. Mi rendo conto di essere graziata, poiché ho Gesù per amico ed Egli ha voluto che lo diventassi. Sono dispiaciuta per coloro che non conoscono il Signore, in questi momenti comprendo quanto sia importante la presenza di Dio nella mia vita. È deludente affermare che una delle tante conseguenze di questo stato, vale a dire la solitudine, sia dovuta proprio alla totale indifferenza delle persone che hai accanto. Come ti senti in questo momento? Forse ti trovi in una condizione di solitudine, allora voglio dirti che c’è Qualcuno interessato alla tua vita. Quel Qualcuno è una persona che io stesso ho incontrato e mi ha dato tanta gioia: Gesù Cristo il Figlio di Dio. Ed ora so di non essere più sola. Gesù mi è accanto ogni giorno, Egli è il tutto della mia vita.

« Come un uomo consolato da sua madre, così io consolerò voi » (Isaia 66:13). Il più breve versetto della Bibbia è questo: « Gesù pianse » (Giovanni 11:35). Gesù, il figlio di Dio, colui mediante il quale è stato fatto il mondo, e che sostiene ogni cosa con la parola della sua potenza (Ebr. 1:1-3), ha pianto sulla terra. Era « uomo di dolore, famigliare col patire » (Isaia 53:3). Ha pianto sulla città colpevole, Gerusalemme, che stava per respingerlo e metterlo a morte col supplizio della croce. E come abbiamo letto prima, ha pianto con le due sorelle del lutto (Giovanni 11) che avevano perso il loro fratello Lazzaro. Eppure, di lì a poco, lo avrebbe resuscitato. Voi che forse siete stanchi e affaticati, avete provato le compassioni del Signore Gesù? Lui, il Figlio eterno di Dio, è venuto nel mondo per dare soccorso e consolazione a coloro che incontrano l’afflizione, la sofferenza, il lutto. Egli è « un aiuto sempre pronto nelle distrette » (Salmo 46:1). Se lo conoscete come vostro Signore e vostro Amico, non piangerete mai come coloro che non hanno speranza. Le vostre lacrime, vuole asciugarle, poiché Egli stesso ha sofferto i più grandi dolori, quando è andato alla morte della croce, per salvarci. Nel vostro dispiacere, o anche nella vostra disperazione, andate ai suoi piedi, inginocchiatevi davanti a Lui e invocateLo. Egli riempirà il vostro cuore di pace e di consolazione. Ponete in Lui la vostra fiducia, Egli è accanto a voi. Egli vi ama del più tenero amore.

GIOVANNI PAOLO II – (Sal 148, 1-6)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2002/documents/hf_jp-ii_aud_20020717.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 luglio 2002

Salmo 148: Glorificazione di Dio Signore e Creatore Lodi della Domenica della 3a settimana (Sal 148, 1-6)

1. Il Salmo 148 che ora si è levato a Dio costituisce un vero «cantico delle creature», una sorta di Te Deum dell’Antico Testamento, un alleluia cosmico che coinvolge tutto e tutti nella lode divina. Così lo commenta un esegeta contemporaneo: «Il salmista, chiamandoli per nome, mette in ordine gli esseri: sopra il cielo, due astri secondo i tempi, e a parte le stelle; da un lato gli alberi da frutto, dall’altro i cedri; su di un piano i rettili, e su un altro gli uccelli; qui i principi e là i popoli; in due file, forse dandosi la mano, giovani e fanciulle… Dio li ha stabiliti dando loro posto e funzione; l’uomo li accoglie, dando loro posto nel linguaggio, e così disposti li conduce alla celebrazione liturgica. L’uomo è « pastore dell’essere » o liturgo della creazione» (L. Alonso Schökel, Trenta salmi: poesia e preghiera, Bologna 1982, p. 499). Seguiamo anche noi questo coro universale, che risuona nell’abside del cielo e che ha come tempio il cosmo intero. Lasciamoci conquistare dal respiro della lode che tutte le creature innalzano al loro Creatore. 2. Nel cielo troviamo i cantori dell’universo stellare: gli astri più lontani, le schiere degli angeli, il sole e la luna, le stelle lucenti, i «cieli dei cieli» (cfr v. 4), cioè lo spazio stellare, le acque superiori che l’uomo della Bibbia immagina conservate in serbatoi prima di riversarsi come piogge sulla terra. L’alleluia, cioè l’invito a «lodare il Signore», echeggia almeno otto volte e ha come meta finale l’ordine e l’armonia degli esseri celesti: «Ha posto una legge che non passa» (v. 6). Lo sguardo si volge poi all’orizzonte terrestre dove si snoda una processione di cantori, almeno ventidue, cioè una specie di alfabeto di lode, disseminato sul nostro pianeta. Ecco i mostri marini e gli abissi, simboli del caos acquatico su cui è fondata la terra (cfr Sal 23,2), secondo la concezione cosmologica degli antichi semiti. Il Padre della Chiesa san Basilio osservava: «Neppure l’abisso fu giudicato spregevole dal salmista, che lo ha accolto nel coro generale della creazione, anzi con un linguaggio suo proprio completa anch’egli armoniosamente l’inno al Creatore» (Homiliae in hexaemeron, III, 9: PG 29,75). 3. La processione continua con le creature dell’atmosfera: il fuoco delle folgori, la grandine, la neve, la nebbia e il vento tempestoso, considerato un veloce messaggero di Dio (cfr Sal 148,8). Subentrano poi i monti e le colline, ritenute popolarmente le creature più antiche della terra (cfr v. 9a). Il regno vegetale è rappresentato dagli alberi da frutto e dai cedri (cfr v. 9b). Il mondo animale, invece, è presente attraverso le fiere, il bestiame, i rettili ed i volatili (cfr v. 10). E infine, ecco l’uomo che presiede la liturgia della creazione. Egli è definito secondo tutte le età e distinzioni: fanciulli, giovani e vecchi, principi, re e nazioni (cfr vv. 11-12). 4. Affidiamo ora a san Giovanni Crisostomo il compito di gettare uno sguardo complessivo su questo immenso coro. Egli lo fa con parole che rimandano anche al Cantico dei tre giovani nella fornace ardente, da noi meditato nella scorsa catechesi. Il grande Padre della Chiesa e patriarca di Costantinopoli afferma: «Per la loro grande rettitudine d’animo i santi, quando si accingono a rendere grazie a Dio, usano chiamare molti a partecipare alla loro lode, esortandoli a intraprendere insieme con loro questa bella liturgia. Questo fecero anche i tre fanciulli nella fornace, quando chiamarono l’intera creazione a dar lode per il beneficio ricevuto e a cantare inni a Dio (Dn 3). Lo stesso fa anche questo Salmo, chiamando ambedue le parti del mondo, quella che sta in alto e quella che sta in basso, quella sensibile e quella intelligibile. Così fece anche il profeta Isaia, quando disse: « Giubilino i cieli e si rallegri la terra, perché Dio ha avuto pietà del suo popolo » (Is 49,13). E di nuovo così si esprime il Salterio: « Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, i monti saltellarono come arieti e le colline come agnelli di un gregge » (Sal 113,1.4). E altrove in Isaia: « Le nubi facciano piovere la giustizia » (Is 45,8). Infatti i santi, non ritenendosi sufficienti essi soli nel dar lode al Signore, si volgono da ogni parte coinvolgendo tutti nell’innodia comune» (Expositio in psalmum CXLVIII: PG 55, 484-485). 5. Siamo invitati anche noi ad associarci a questo immenso coro, divenendo voce esplicita di ogni creatura e lodando Dio nelle due dimensioni fondamentali del suo mistero. Da un lato, dobbiamo adorare la sua grandezza trascendente, «perché solo il suo nome è sublime, la sua gloria risplende sulla terra e nei cieli», come dice il nostro Salmo (v. 13). D’altro lato, riconosciamo la sua bontà condiscendente, poiché Dio è vicino alle sue creature e viene specialmente in aiuto al suo popolo: «Egli ha sollevato la potenza del suo popolo… popolo che egli ama» (v. 14), come ancora afferma il Salmista. Di fronte al Creatore onnipotente e misericordioso raccogliamo, allora, l’invito di sant’Agostino a lodarlo, esaltarlo e celebrarlo attraverso le sue opere: «Quando tu osservi queste creature e ne godi e ti sollevi all’Artefice di tutto e dalle cose create per via d’intelletto contempli i suoi attributi invisibili, allora si leva la sua confessione sulla terra e nel cielo… Se son belle le creature, quanto non sarà più bello il Creatore?» (Esposizioni sui Salmi, IV, Roma 1977, pp. 887-889).

 

Blessed Virgin Mary

Blessed Virgin Mary dans immagini sacre gratiae

http://vultus.stblogs.org/the-mother-of-god/2007/07/

Publié dans:immagini sacre |on 27 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

2. DIMENSIONE « JAHWISTICA » DELLA SAPIENZA IN ISRAELE

http://www.nostreradici.it/centrale2.htm

2. DIMENSIONE « JAHWISTICA » DELLA SAPIENZA IN ISRAELE

A partire dal tempo di Salomone la ricerca sapienziale divenne, in misura crescente, un patrimonio sentito nella tradizione di Israele. Essa veniva coltivata alla corte del re, specialmente in scuole destinate alla formazione dei funzionari e degli scribi [14]. Secondo la testimonianza, storicamente attendibile, di Pro 25,1 la raccolta di Pro 25-29 fu compilata dagli uomini di Ezechia, re di Giuda, che attinsero a prodotti più antichi della loro tradizione. Ugualmente al primo periodo monarchico risale, nella sostanza, la raccolta di Pro 10,1-22,16. Non pochi « detti sapienziali » riflettono la vita delle corte. Si pensi, p.es., ai detti che indicano l’atteggiamento da tenere alla presenza del re (Pro 16,12-15; 19,12; 20,2; 22,11.29 … ) o di personalità (23,1- 3; 25,13.15), dove è fondamentale la padronanza della lingua, la prudenza, la longanimità e la pacatezza. La lettura delle parti più antiche del libro dei Proverbi (specialmente i cc 10,1-22,16; 25-29) mostra inoltre che, nella formazione dei funzionari dello stato, si accordava grande importanza alla sapienza « popolare » che si accoglieva e si tramandava in vista di una formazione completa, anche sotto il profilo esistenziale. Il « sapiente » non è colui che possiede solo la scienza, ma colui che unisce al sapere il giudizio e la coerenza della vita. Di particolare importanza e interesse è la questione relativa al rapporto di questa attività sapienziale con la fede in Jhwh. Essa, come è stato rilevato, non è certo « un ramo dello jahvismo » [15]. La sapienza, ovviamente, non ha origine dalla fede israelitica. Israele, piuttosto, la scopre nel quotidiano della propria esistenza, la sviluppa nel legame con la propria tradizione passata, nei contatti con le culture dei popoli confinanti. Questo asserto, però, non può essere inteso nel senso che l’attività sapienziale e la tradizione della fede fossero due grandezze tra loro autonome e che solo nel periodo postesilico abbia avuto luogo la loro saldatura con la teologizzazione della sapienza. Lo afferma esplicitamente il Von Rad quando, riferendosi a Pro 16,7-12, scrive: « Il semplice fatto che nella sapienza delle sentenze antiche i testi riguardanti un’esperienza di Dio e quelli che riguardano un’esperienza del mondo si mescolino tra di loro… parla assolutamente contro l’idea che vi sia una qualche tensione nell’organo della conoscenza… La sua [di Israele] grandezza consiste forse in questo, nel non aver separato la fede dalla conoscenza: le esperienze del mondo erano sempre per lui esperienze di Dio e le esperienze di Dio esperienze del mondo » [16]. La tradizione sapienziale, dunque, già in questa fase antica del suo sviluppo era « tipicamente israelitica » e, col tempo, lo divenne sempre di più, in quanto « di nuovo. essere dell’uomo, risultante dalla rivelazione di Jahvh, doveva ripercuotersi anche sulla sapienza » [17]. Questa dimensione « tipicamente israelitica », alla quale la ricerca scientifica ha incominciato a prestare maggiore attenzione [18], appare sia dai detti sapienzali che affermano i diritti dei poveri, condannando la loro oppressione (cfr Pro 14,31; 17,5; 19,17; 21,13; 28,25.27), sia dalle sentenze che presentano Jhwh come difensore della giustizia (Pro 17,15). In entrambi i casi, infatti, si delinea una concezione affine a quella che conosciamo dall’attività dei profeti del sec. VIII i quali, a loro volta, si richiamavano alla tradizione dell’alleanza, attualizzandola in tutte le sue esigenze vitali nel nuovo contesto socioeconomico e politico che si era venuto a formare. Si potrebbe dire, con una formula sintetica, che « la sapienza in Israele » si sviluppò sempre come sapienza di Israele. Il movimento deuteronomistico, presentando la figura di Salomone che riceve da Jhwh la sapienza e che la esercita amministrando la giustizia, si pone in una linea di profonda continuità con la tradizione precedente. Al tempo stesso la sua opera mette in luce che la sapienza è connessa con la fedeltà a jhwh nell’osservanza dell’insegnamento e dei comandi contenuti « nel libro dell’Alleanza ». Questo criterio, in base al quale l’autore giudica l’operato storico dei re di Giuda e di Israele, testimonia un momento nuovo nel processo della crescente israelitizzazione della sapienza. Poiché il libro dell’alleanza vale per tutto il popolo, la sapienza non è soltanto prerogativa dei funzionari statali, ma dono divino per ogni israelita. La prospettiva secondo cui il Signore fa ascoltare la sua voce a Israele, per educarlo [19], mostra chiaramente che nell’ascolto della Parola si realizza quella « formazione » che ha costituito da sempre il compito specifico dell’attività sapienziale. Nell’accoglienza esistenziale della divina Parola, nell’attuazione delle « leggi e norme », che ne sono l’espressione storica, Israele vive la propria « sapienza e intelligenza », manifestandole « agli occhi dei popoli » (Dt 4,6). L’immagine di tutte le nazioni che vanno ad ascoltare la sapienza di Salomone (cfr 1 Re 5,9-14) attesta quindi la nuova coscienza che la scuola deuteronomistica ha sviluppato: Israele realizza la propria missione, quale strumento della divina benedizione (cfr Gn 12,1-4a), testimoniando in mezzo ai popoli della terra la propria sapienza. La connessione tra la Parola del Signore e la sapienza se da un lato esplicita un processo di israelitizzazione della sapienza, da sempre presente e operante nel vivo della tradizione, dall’altro segna una tappa la cui importanza difficilmente potrà essere esagerata. Ora la via è aperta a comprendere l’attività sapienziale in rapporto sempre più stretto con la rivelazione e, inversamente, a cogliere nella rivelazione la voce della sapienza, la sua proposta. La prima possibilità si incontra in Pro 1-9 (nella cui luce si procedette alla redazione definitiva dello stesso libro dei Proverbi); la seconda via è stata percorsa dalla redazione finale del Deuteronomio nella quale il « Iibro dell’alleanza » è presentato come la « Torah di Mosè »: il libro della vita che nasce dalla sapienza e che insieme è generatore di sapienza per coloro che lo ascoltano e lo praticano [20]. Il fatto che proprio il complesso dei libri che va da Genesi al Deuteronomio sia indicato, nella tradizione ebraica, con il nome « Torah » significa che la prospettiva della redazione conclusiva del Deuteronomio non rimase solo una concezione isolata, ma, in sintonia con il processo di teologizzazione della sapienza, contribuì in modo determinante a configurare la redazione definitiva del Pentateuco [21]. Esso è l’ »insegnamento » che Mosè ha dato e nel quale di generazione in generazione Israele si lascia « ammaestrare » da Dio per essere il popolo della sua proprietà. L’attività sapienziale, sorta come ricerca di « una comprensione profonda e penetrante del reale » [22] ebbe in Israele uno sviluppo sempre più illuminato dalla fede in Jhwh, Dio dell’esodo e dell’alleanza, e, perciò, Dio dei popoli e della loro storia, Dio del mondo e dei suo divenire, Dio creatore. Con la redazione finale del Deuteronomio, che presenta interessanti punti di contatto con Pro 1-9, e quindi con la formazione dei Pentateuco, la ricerca della sapienza appare essenzialmente connessa con la ricerca del Signore, con l’ascolto della sua voce, con l’accoglienza della sua rivelazione. 1 tempi sono maturi per la personificazione della sapienza.  

Abramo vide il mio giorno e fu pieno di gioia, di Andrea Lonardo

http://www.rapidtables.com/tools/notepad.htm

Abramo vide il mio giorno e fu pieno di gioia, di Andrea Lonardo

Il Centro culturale Gli scritti (29/5/2015)

SE NON CI FOSSE UN LEGAME FRA L’ANTICO E IL NUOVO TESTAMENTO, GESÙ SAREBBE COME UN METEORITE PIOMBATO D’IMPROVVISO SULLA TERRA,      sarebbe come un estraneo giunto non si sa da dove e con quale diritto di cambiare le carte in tavola. Se, invece, la sua misericordia è da sempre la causa e il fine della storia della salvezza, ecco che egli viene come l’atteso nella sua casa, come l’ospite per cui tutto è stato preparato. In effetti, è proprio così che Gesù si presenta. All’inizio della sua predicazione a Nazaret, dopo aver letto il brano di Isaia che annunciava da secoli il giorno in cui sarebbe giunto l’anno di misericordia del Signore (cfr. Lc 4,17-19 che cita Is 61,1-2), ecco che Gesù commenta: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Il Cristo ero previsto e il profeta aveva parlato di Lui. Gesù parla sempre di se stesso come del compimento di tutta la storia passata di Israele, anzi della storia intera dell’universo. Quando, ad esempio, scaccia i venditori ed i compratori dal Tempio non lo fa semplicemente per impedire che si guadagni sui sacrifici, bensì molto più profondamente per annunziare che il nuovo Tempio, il nuovo luogo della presenza di Dio, è la sua persona. Aggiunge infatti: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19). Gesù è il vero Tempio: ogni parola veterotestamentaria sul Luogo della presenza di Dio era stata scritta anche per preparare i cuori a questo “nuovo” Tempio da distruggere e poi ricostruire in tre giorni. Nell’Esodo, infatti, il popolo si era chiesto più volte: «Dio è in mezzo a noi, sì o no?», rifiutandosi di camminare senza di Lui, perché se Dio non posa il suo sguardo su di noi non ha senso raggiungere la Terra Promessa. La domanda sulla vicinanza di Dio tendeva già, senza saperlo – ci dice Gesù -, alla sua presenza definitiva nella carne del Figlio. Dio aveva poi abituato Israele ad incontrarlo nella Tenda eretta nel deserto, ma, raggiunta finalmente la terra di Israele, aveva un giorno chiesto di costruire il primo Tempio. Dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei babilonesi, il Signore aveva mostrato ad Ezechiele che la Sua Gloria era in grado di uscire da Gerusalemme per accompagnare il popolo in esilio. Israele aveva così imparato che Dio poteva essere incontrato anche lontano dalla Città Santa. Il Signore aveva poi chiesto di ricostruire il Tempio, dopo l’editto di Ciro, ed il popolo aveva nuovamente obbedito. La “mobilità” del tempio, così come il suo essere distrutto e ricostruito, intendevano in realtà preparare gli uomini alla presenza viva di Dio in Gesù, farli innamorare della presenza di Dio nella storia, ma anche renderli disillusi dinanzi alla certezza vacillante di un Tempio fatto di murature e mattoni. Quando Gesù annunzia che il Tempio sarà distrutto ed in tre giorni ricostruito, annunzia che ora Dio è venuto ad abitare personalmente in mezzo agli uomini, perché Egli stesso è la presenza di Dio, perché il nuovo Tempio è la sua vita. Gesù rilegge così tutte le parole e le promesse di Dio sul Tempio come immagini prefigurative della sua venuta. Paolo spiegherà poi alle sue comunità che, per il Battesimo, noi stessi diveniamo Tempio di Dio, perché lo Spirito Santo viene a prendere possesso del nostro corpo (cfr. 1 Cor 3,16). Gesù si propone come chiave interpretativa dell’intera storia di salvezza, non solo nei confronti del Tempio, ma nei confronti di tutte le grandi figure ed immagini veterotestamentarie, si pensi solo alla manna, all’agnello, alla Pasqua, al comandamento, al servo sofferente, al Messia promesso, alla Vergine che partorirà, al deserto della tentazione, al Signore del Salmo 109, alla vigna prediletta da Dio, al pastore inviato da Dio, ecc. Ai discepoli di Emmaus «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). La storia intera del popolo ebraico è un’unica storia di amore fra Dio ed Israele. Già Israele legge la storia passata non solo come una serie di fatti storici successivi, bensì piuttosto come eventi paradigmatici destinati a ripetersi sempre di nuovo: il passaggio del Mare si era ripetuto nel passaggio del Giordano al tempo di Giosuè, poi di nuovo nell’uscita da Babilonia promessa dal secondo Isaia, fino alla Cena Pasquale ebraica che, nel rito, invita tutti: «In ogni generazione si è tenuti a considerare se stessi come se personalmente fossimo usciti dall’Egitto». Insomma, se ci si accosta all’Antico Testamento con il metodo storico-critico ci si accorge che la Bibbia legge se stessa in chiave spirituale e che per i maestri ebrei ogni fatto passato è aperto ad una “ripetizione” nel futuro degli eventi già accaduti che si rinnoveranno con un accrescimento di significato. Ma la lettura che Gesù compie della storia del popolo eletto di Dio la unifica in maniera ancora più profonda e definitiva. Gesù accoglie la prospettiva ebraica che la Scrittura narri un’unica storia di salvezza, ma in più si pone come colui che ne è l’interpretazione definitiva: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Gli eventi biblici del passato si compiono in Cristo e proprio per questo non possono essere abbandonati, risplendendo della luce nuova che Cristo conferisce loro. Ad esempio, la meravigliosa storia di amore di Abramo e del suo figlio prediletto Isacco manifesta un valore ancora più sconfinato proprio alla luce della venuta di Gesù. Gesù è il vero Isacco o – il che è lo stesso – Isacco prefigura la venuta di Gesù. Gesù dice, infatti: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia» (Gv 8,56). Isacco, in ebraico, vuol dire “sorriso”, perché Abramo aveva infine riso alla nascita del figlio tanto desiderato. Ebbene in quel figlio era prefigurato Gesù Cristo, il figlio nel quale si sarebbero compiute le promesse di Dio ad Abramo, quella di diventare padre di un popolo numeroso come i granelli di sabbia del mare e come le stelle del cielo. Il sacrificio di Isacco, a sua volta, era immagine del sacrificio di Cristo che avrebbe portato su di sé la legna dell’offerta e che sarebbe stato “legato”. Affermare che Gesù è il vero agnello, che Gesù è l’unico sacrificio accetto a Dio, permette di intuire retrospettivamente che Dio non aveva voluto il sacrificio di Isacco perché voleva preparare l’uomo a comprendere qualcosa di totalmente nuovo: Dio non avrebbe più accettato vittime e sacrifici, perché intendeva offrire se stesso per la salvezza degli uomini. Consapevole in qualche modo già di questo, Abramo era salito sul monte dicendo ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi» (Gen 21,5). E ad Isacco che gli aveva chiesto dove era la vittima, dato che c’erano solo il fuoco e la legna per l’olocausto, aveva parimenti risposto: «Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!» (Gen 21,8). È la venuta di Gesù che spiega pienamente questi versetti misteriosi. Abramo credeva in Dio non perché era pronto a sacrificargli il figlio, ma molto più perché sapeva che il Signore non avrebbe fatto morire Isacco, perché era Dio a dover dare il vero agnello: solo Cristo sarebbe stato il vero agnello offerto da Dio stesso per la salvezza del mondo. Ecco la vera interpretazione del sacrificio di Isacco, ben diversa da quella proposta dai fondamentalisti che sostengono: «La nostra fede in Dio è provata dal fatto che siamo disposto ad uccidere e ad ucciderci nel nome di Dio». Il vero Dio dice piuttosto: «Io voglio che voi tutti amiate nel mio nome, poiché io amo ed io solo pagherò il prezzo del riscatto e del perdono». J. Ratzinger-Benedetto XVI nel terzo volume del suo Gesù di Nazaret ha mostrato che «ci sono nell’Antico Testamento parole che rimangono, per così dire, ancora senza padrone. Da questa correlazione tra la parola “in attesa” e il riconoscimento del suo protagonista finalmente apparso, si è sviluppata l’esegesi tipicamente cristiana, che è nuova eppure rimane totalmente fedele all’originaria parola della Scrittura». Brani come i canti del servo sofferente o come l’annunzio di una vergine che partorirà un figlio, non “hanno padrone” nell’Antico Testamento: nessuno delle possibili applicazioni che sono state suggerite soddisfano appieno. Solo la figura di Cristo ne è “il padrone”, solo a Lui aderiscono perfettamente. Sono come tagliate su misura della sua persona. La lettura che Gesù fa dell’Antico Testamento diviene allora la chiave di tutta l’esegesi patristica. Per i Padri della Chiesa tutto nella Bibbia parla di Cristo: egli ne è il vero esegeta e interprete. Essi hanno talvolta esagerato, forzando la relazione fra Antico e Nuovo Testamento a parallelismi scandagliati fin nei minimi particolari, ed a noi paiono giustamente deboli alcune loro pagine. Nondimeno essi sono Padri proprio perché sono stati e sono veri interpreti della Scrittura, annunciando a tutte le generazioni cristiane a venire che ogni brano biblico non ha solo il significato che aveva nella coscienza di chi lo scrisse, ma anche un sensus plenior (senso più pieno) in vista di Cristo. Lo ha insegnato il Concilio Vaticano II che ha voluto ricordare che esegesi storico-critica ed esegesi spirituale sono parimenti necessarie: «I libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi a loro volta illuminano e spiegano» (Dei Verbum 16). È stata soprattutto la liturgia – poiché la lex orandi è lex credendi – a manifestare quando il legame fra Antico e Nuovo Testamento intravisto dai Padri doveva essere accolto e proposto in maniera definitiva. Ad esempio, scegliendo per la stessa liturgia domenicale il racconto della manna nel deserto e quello della moltiplicazione dei pani, la sapienza della liturgia mostra che fra i due episodi esiste un rapporto tipologico: il dono della manna nel deserto è “tipo” – questo è il termine usato da Paolo (Rm 5,14 e 1 Cor 10,6.11) -, immagine, ombra, figura, prefigurazione del dono dell’Eucarestia compiuto da Cristo. Ma la tipologia liturgica non si ferma qui: essa è a tre tappe, perché include anche la celebrazione stessa. La manna intendeva prefigurare il pane della moltiplicazione, ma questo a sua volta è presente sull’altare e viene distribuito ai fedeli che si comunicano. Come nella liturgia ebraica i fatti antichi si rinnovano nella celebrazione liturgica: Dio continua ad operare e a salvare oggi. La storia intera si presenta così come un intero disegno di misericordia. Tutta la storia degli uomini è abbracciata dalla provvidenza di Dio. San Paolo chiama tale disegno economia. Come in una casa esiste qualcuno – l’economo, la madre, il padre – che provvede alla casa (oikos) perché sia rispettato un ordine (nomos) perché tutti abbiano cibo, calore, affetto, per vivere bene, così per Dio la storia è come una casa di cui Egli è l’economo. Egli “amministra” con la sua provvidenza l’intera storia dalla creazione alla vocazione di Abramo e di Mosè, fino all’invio del Figlio e fino al dono dello Spirito Santo che lo rende presente nella liturgia della Chiesa ogni giorno, fino al pieno compimento, quando Egli sarà tuto in tutti. Una studiosa dell’ebraismo e grande catecheta, Sofia Cavalletti, amava ricordare che i bambini – e lo stesso vale per ogni uomo – non sono interessati tanto a ciò che è limitato: «Il limitato non è attraente, è l’immenso; il mistero che attrae». Parlando di storia della salvezza noi annunciamo che con un disegno di misericordia Dio abbraccia ogni uomo ed ogni tempo, illimitatamente. Un immagine straordinaria dell’ampiezza del disegno biblico della misericordia di Dio è la Cappella Sistina, dove non sono solo i particolari ad essere belli: piuttosto dalla creazione, dipinta nella volta, fino alle storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, affrescate sulle pareti a due a due in chiave tipologica, fino al Giudizio Universale rappresentato sulla parete d’altare, è tutta la storia dell’uomo che ci è posta dinanzi, come “il cielo in una stanza”: la storia intera ha un senso.

The ark of Noah and the cosmic covenant

The ark of Noah and the cosmic covenant dans immagini sacre 15%20ENLUMINURES%20HEURES%20DE%20L%20DE%20LAVAL%201480%20L%20AR

http://www.artbible.net/1T/Gen0601_Noah_flood/pages/15%20ENLUMINURES%20HEURES%20DE%20L%20DE%20LAVAL%201480%20L%20AR.htm

Publié dans:immagini sacre |on 26 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

CAMMINANDO OGGI SULLE ORME DI SAN PAOLO

http://www.novaramissio.it/EditorialiMario/SanPaolo.htm

CAMMINANDO OGGI SULLE ORME DI SAN PAOLO

Per un cristiano e ancor di più per un missionario, misurarsi con la figura e l’opera di San Paolo è quasi impossibile, ci si sente piccoli, insignificanti, di fronte a colui che viene unanimemente riconosciuto non solo come l’Apostolo delle genti, ma come chi attraverso i suoi viaggi portò il Vangelo di Gesù di Nazareth dalla Palestina, una delle province più periferiche e sperdute, al cuore delle città dell’Asia Minore e della Grecia, per arrivare infine a Roma capitale dell’Impero. Dai testi del Nuovo Testamento, sappiamo molto più della vita di Paolo che non di quella di Gesù, proprio per questo – in vista anche dell’imminente Anno Paolino – cercare di accostarci con rispetto e attenzione a questo discepolo di Cristo, per carpirne metodi e strategie missionarie adattabili all’uomo d’oggi, ci sembra per lo meno un tentativo necessario proprio per non disperdere l’immenso patrimonio che ci ha lasciato. E, attraverso i suoi scritti porci delle domande che aiutino la nostra vita a misurarsi più in profondità con il Vangelo. La prima cosa che colpisce in Paolo è la determinazione delle sue scelte. Determinato come giudeo osservante nel perseguire con la spada la nascente comunità cristiana, ancor più determinato nell’annunciare la Buona Novella di Cristo dopo la « conversione » sulla via di Damasco. Proviamo a chiederci: quanto di questa sua determinazione alberga dentro i nostri cuori oggi? Un altro aspetto della personalità di San Paolo che balza subito agli occhi, è il suo carattere. Di solito si dice che una persona che ha carattere, ce l’ha pessimo, quello di Paolo doveva essere orribile! Lo scontro con Pietro e i diverbi con questo o quell’altro discepolo, puntualmente segnalati dagli Atti degli Apostoli, ci mostrano un San Paolo che nella franchezza del linguaggio e nel coraggio nell’esporre le proprie idee era un testimone straordinario del fascino che Cristo aveva esercitato su di lui. Quanti di noi possono dire lo stesso? Nonostante il caratteraccio e la parresia di linguaggio, San Paolo seppe trasformare i suoi conflitti in una fonte di spiritualità, lo possiamo vedere in diversi passaggi delle sue lettere, dove dopo alcune sottolineature un po’ « pepate » sa arrivare ai suoi interlocutori utilizzando un linguaggio carico di attenzione e tenerezza. Quanti di noi riescono a fare altrettanto? Abituati come siamo ad utilizzare mezzi di trasporto superveloci, non riusciamo più a percepire la straordinaria vitalità di quest’uomo che, a piedi, a cavallo, o su imbarcazioni alquanto malsicure, seppe percorrere nei suoi molteplici viaggi, le vie consolari dell’Impero e muoversi nel mar Mediterraneo come se fosse un lago. Gli itinerari di San Paolo portano dritti nelle grandi città del tempo ed è proprio in queste città: Antiochia, Corinto, Efeso, Atene, ecc. che Paolo si misura con la cultura del suo tempo e a viso aperto propone l’annuncio del Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani! Questo suo atteggiamento è ancora patrimonio comune per i cristiani, oppure siamo lentamente scivolati verso un’edulcorazione del messaggio di Gesù che abbiamo talmente incrostato di orpelli inutili e superflui da offuscarne lo splendore originario? Un altro aspetto caratteristico di San Paolo rivendicato con forza da lui stesso, è quello in cui Paolo sottolinea il fatto di essere un lavoratore che annuncia il Vangelo, Paolo non era un predicatore itinerante, un estroso naif che si spostava di città in città contando belle storielle, era un uomo chiamato da Cristo a portare il Vangelo nel cuore stesso dei popoli estranei a Israele, e per fare questo egli si guadagnava da vivere svolgendo un lavoro manuale che gli consentiva di non pesare su alcuno. Questa sua indipendenza lo metteva nella condizione di essere libero interiormente ed esternamente di fronte a qualsiasi interlocutore. Quanti di noi oggi possono dire altrettanto? « Vivo ma ormai non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me »; « Completo nella mia carne quello che manca alla passione di Cristo »; « Quando mi sento debole allora sono veramente forte »; « Fede, speranza, amore, il più grande dei tre è l’amore »; basterebbero queste poche citazioni tratte dall’immenso epistolario paolino, per capire quanto ancora oggi ognuno di noi deve misurarsi su questi nodi cruciali che interpellano la nostra vita e pongono delle domande ineludibili nel conteso della realtà nella quale siamo inseriti. Anche oggi ci sono delle Agorà, delle piazze, nelle quali scendere e dentro le quali misurarsi con la cultura dominante, anche oggi ci sono città sterminate, megalopoli dove la « Plantatio Ecclesiae » ovvero il germe di una piccola, magari insignificante comunità di gente che vive nel nome di Cristo è seme di un germoglio che darà i suoi frutti proprio come avvenne al tempo di Paolo; occorre crederci, e ancor di più occorre gettare questo seme sui vasti terreni che lo Spirito Santo ci indica continuamente. Lungo gli anni della sua vita, Paolo affrontò dei passaggi che richiesero una transizione complessa e conflittuale a livello personale sia sul piano psicologico che sul piano della fede, difatti passò dal mondo ebraico al mondo greco, dal contesto rurale ad un contesto urbano, dalle sicurezze del giudaismo, al mondo pluralista e conflittuale delle grandi città dell’Impero, da una Chiesa di soli ebrei convertiti a una Chiesa che spalancava le porte per accogliere quanti erano disposti a vivere il Vangelo, da una religione legata a un popolo a una nuova religione aperta a tutta l’umanità. Si può dire che Paolo compì dentro di sé un esodo straordinario – ancor più affascinante dei suoi viaggi – i suoi ripetuti passaggi dal vecchio al nuovo ebbero certamente i dolori del parto, ma ciò che di nuovo nacque attraverso di lui con la Grazia di Cristo è divenuto patrimonio comune per tutte le generazioni seguenti. Fare in modo che questa novità di vita inaugurata da San Paolo non invecchi mai nei nostri cuori, ma ci rigeneri continuamente nella luce di Cristo, sarebbe il modo migliore per acquisire il messaggio di San Paolo e crediamo anche un modo originale per celebrare l’anno a lui dedicato.

12345...11

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01