OMELIA 29A DOMENICA DEL T.O. : « MAESTRO, CONCEDICI DI SEDERE UNO ALLA TUA DESTRA E UNO ALLA TUA SINISTRA »

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18 OTTOBRE2015 | 29A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | APPUNTI PER LECTIO

« MAESTRO, CONCEDICI DI SEDERE UNO ALLA TUA DESTRA E UNO ALLA TUA SINISTRA »

Le tre letture di oggi sono tutte concentrate sulla figura di Cristo in quanto « servo sofferente » che ci riscatta dal male con il suo libero donarsi alla morte. Questo è evidente per la prima e la terza, che si richiamano fra di loro in maniera esplicita, come vedremo subito; ma anche la seconda lettura rimanda alla stessa tematica, sia pure servendosi di una immagine diversa. Cristo « è stato provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato » Essa infatti è ripresa dalla lettera agli Ebrei, che sviluppa il tema del « sacerdozio » di Cristo che si è attuato precisamente nell’immolazione di se stesso al Padre per noi. Precedentemente l’autore aveva scritto che Gesù, « proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova » (Eb 2,18). Nel brano odierno si ribadisce lo stesso concetto: « Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato » (4,15). Il motivo, dunque, per cui Cristo è così vicino ai nostri bisogni e può venirci in aiuto, è soprattutto il fatto che egli per primo ha « esperimentato » la nostra stessa debolezza, le nostre paure, le nostre disillusioni, i nostri smacchi, l’incomprensione, la persecuzione, la morte più violenta che creatura umana abbia mai subito dai propri simili. Questa verità è fondamentale per la vita cristiana. Quando ci sentiamo abbattuti dalla debolezza o dalla tentazione, possiamo sempre dire: « È stato così anche per Gesù! » e, guardando a lui, « guida verso la salvezza » (Eb 2,10), possiamo riprendere fiducia nella lotta contro il male. D’altra parte, il fatto di sapere che egli è ormai nella « gloria » del Padre, presso il quale può sempre « intercedere per noi » (7,25) nella sua veste di sommo sacerdote « per sempre » (v. 14), più che fiducia ci dà sicurezza che realizzerà, a tutti i costi, la nostra « salvezza » definitiva. Da noi siamo deboli, ma con lui siamo potenti, della potenza stessa di Dio: « Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno » (v. 16).

« È cresciuto come un virgulto davanti a lui » La prima lettura ci riporta soltanto alcuni versetti del quarto carme del « servo di Jahvè » (Is 52,13-53,12), nei quali si mette in evidenza come proprio nel destino di sofferenza di questo misterioso personaggio si compirà la salvezza dei fratelli: « Il giusto mio servo giustificherà molti » (v. 11). L’ultima espressione (in ebraico rabbìm = molti) non sta a dire una parte, ma la « moltitudine » dei salvati: perciò è equivalente di « tutti ». Prima però di descrivercene il trionfo, l’autore ci presenta il « servo » nella sua condizione di umiltà, di disprezzo, di abbandono: « È cresciuto come un virgulto davanti a lui / e come una radice in terra arida. / Disprezzato e reietto dagli uomini, / uomo dei dolori che ben conosce il patire » (Is 53,2-3). Se altrove l’immagine del « virgulto » richiama l’idea della gioia (cf 11,1-10), perché sta a indicare che la « vita » continua e le « promesse » di Dio si compiono, qui essa mette in evidenza la difficoltà con cui il « servo » di Dio riesce perfino a sopravvivere: la « terra », che dovrebbe alimentare questa piccola « radice », è « arida » come il deserto, in cui a stento fiorisce qualche segno di vita! Gli altri uomini lo hanno come emarginato: proprio per questo la sua sofferenza è anche più grande, perché è solo a portarne il peso schiacciante. Tanto che può essere definito « uomo dei dolori » (v. 3): in lui l’umanità sembra identificarsi con la sofferenza stessa! Quello che è più strano è che Dio stesso sembra si sia accanito contro di lui: « Al Signore è piaciuto prostrarlo con i dolori » (v. 10). Abbiamo quasi la sensazione di un Dio crudele, che si sia accanito insieme agli altri uomini per demolire il suo « servo »!

« Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce » In realtà, non è così: al di là della sofferenza Dio ha previsto un esito di salvezza per tutti gli uomini, che proprio da quella sofferenza verranno riscattati dal male, dalla loro cattiveria, dal loro egoismo. E quella sofferenza li salverà non perché abbia in sé e per sé un magico valore « catartico », quasi un prezzo da pagare alla divinità adirata contro di loro, come spesso si è pensato, ma perché è l’espressione più grande dell’amore e della fedeltà a Dio, liberamente offerta da un essere creato. Se fra tutti gli uomini c’è ancora uno che sappia così furiosamente amare Dio, fino a farsi massacrare per lui, compiendo fino in fondo la sua « volontà » (v. 10), Dio può continuare ad amarli. In questo caso davvero « uno » riscatta tutti, uno paga per tutti! È quanto possiamo leggere nel testo isaiano, al di là del linguaggio mistico-sacrificale con cui tenta di esprimersi il profeta: « Quando offrirà se stesso in espiazione, / vedrà una discendenza, vivrà a lungo, / si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. / Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce / e si sazierà della sua conoscenza; / il giusto mio servo giustificherà molti, / egli si addosserà la loro iniquità » (vv. 10-11). A questo punto è facile scoprire la fecondità di questo « arido » virgulto (v. 2), la vita che supera la violenza della morte (v. 8), il successo dell’insuccesso. Il « servo » contempla la « luce » e si sazia della « conoscenza » di Dio! Quell’arcano disegno di sofferenza finalmente si svela: è una « sofferenza » per la « vita », che il « servo » riconquisterà non solo per sé, risuscitando dai morti, ma per tutti gli uomini facendoli ritornare nell’amicizia di Dio.

« Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo » È quanto vedremo più chiaramente nel brano di Vangelo, che per un verso sembra essere l’antitesi di quanto ci ha insegnato Isaia e, per un altro verso, ne è la verifica e l’attuazione. La prima parte, infatti, ci descrive l’infantile richiesta dei figli di Zebedeo di avere i primi posti nel « regno », che essi credevano che Gesù avrebbe dovuto instaurare quanto prima. Essi si avvicinarono dunque a Gesù, dicendogli: «  »Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo ». Egli disse loro: « Cosa volete che io faccia per voi? ». Gli risposero: « Concedici di sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra »… » (Mc 10,35-40). In Matteo (20,20-22) non sono i due fratelli a presentare la richiesta, ma la madre che, oltre tutto, è anche più riguardosa nella sua domanda. Si noti infatti la rozzezza, per di più imperiosa, con cui si esprimono i due fratelli: « Noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo » (v. 35). Molto probabilmente san Matteo ha voluto risparmiare ai due apostoli, che hanno avuto un ruolo assai importante nella primitiva Chiesa, una così brutta figura, che invece non risparmia loro Marco nella sua immediatezza e sincerità, anche stilistica. Per ben tre volte, infatti, Gesù aveva preannunciato con parole sempre più esplicite, la sua passione (8,31-33; 9,29-30; 10,32-34). Immediatamente prima l’evangelista ci dice che Gesù « camminava davanti a loro » per salire a Gerusalemme « ed essi erano stupiti » (10,32). Gli apostoli intravedono qualcosa del suo dramma, sono addirittura « pieni di timore » per ciò che potrà succedere; ciò nonostante, pensano più ad accaparrarsi un buon posto nel « regno », che a cercare di capire in che cosa esso veramente consista.

« Potete bere il calice che io bevo?… » Gesù nella sua risposta tenta invece di far capire ai due discepoli, che si rivelano anche qui impetuosi ed autentici « figli del tuono » (cf Mc 3,17), la natura del suo regno, decrivendolo con due immagini molto eloquenti: « Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato? » (v. 38). La prima immagine indica normalmente, nella tradizione biblica, il destino di morte e di rovina, stabilito per gli empi in genere (Sal 75,9), o per il popolo infedele (Is 51,17). Talvolta il « calice » indica anche la collera di Dio, il suo giudizio di condanna sul peccato dei popoli pagani. Con tale immagine Gesù vuol dunque dire che il suo destino è di solidarietà e di partecipazione a tutto il male, a tutta l’umiliazione e alla sofferenza che c’è fra gli uomini, fino a sentirsi anche lui un « maledetto », « percosso da Dio ed umiliato » (Is 53,4). Per questo lui stesso avrà paura davanti alla morte e chiederà che questo « calice » passi da lui (Mc 14,36). Anche l’immagine del « battesimo » evoca il destino di una morte dolorosa e violenta: è come un « immergersi » nelle acque della persecuzione e della morte. Se questo è il senso delle parole di Gesù, così come erano stati sprovveduti i due fratelli a fare la richiesta (« Voi non sapete ciò che domandate »: v. 38), altrettanto sono presuntuosi nel rispondere alla controrichiesta di Gesù sul calice e sul battesimo: « Lo possiamo » (v. 38). Che sicurezza potevano dare per il futuro loro che, al presente, sono così fragili e vanitosi? Gesù, comunque, prende per sincera la loro risposta e preannuncia loro il futuro martirio, che Giacomo di fatto consumerà a Gerusalemme nel 44 d.C. ad opera di Erode Agrippa I (At 12,2), anche se non sappiamo niente di preciso riguardo a Giovanni. Però aggiunge che, per quanto riguarda i « primi » posti nel regno (la « destra » o la « sinistra »: v. 40), sarà il Padre ad assegnarli secondo la sua libera volontà: il « regno » appartiene a lui ed è offerta puramente gratuita, su cui le pretese degli uomini non hanno alcun valore. Se di fatto i due daranno la testimonianza del martirio, anche questo sarà solo benevola concessione del Padre!

« Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore » In ogni modo, Gesù approfitta del penoso incidente, che aveva « sdegnato » anche gli altri apostoli (v. 41) forse perché anche loro si erano visti minacciati nelle loro segrete ambizioni, per precisare il significato e il valore dei ruoli di guida nella comunità cristiana: « Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuole essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti » (vv. 42-44). È chiaro che Gesù rimanda qui all’interno dei rapporti « ecclesiali » (« fra voi non è così »: v. 43). Orbene, nella Chiesa i rapporti fra i vari membri che la compongono sono del tutto capovolti da queste scomode parole del Signore: anche qui ci sarà bisogno di qualcuno che sia « il primo », che abbia cioè la responsabilità di coordinare i servizi, di accordare gli animi e le volontà per la « costruzione » della identica « casa » comune, che esprima già l’anticipo del regno di Dio sulla terra. Gesù non nega il diritto di « presidenza » nella Chiesa! Solo che lo lega a condizioni psicologiche e morali, che sono del tutto antitetiche a quelle che normalmente funzionano nella gestione del potere in uso presso le comunità politiche o civili di tutti i tempi, di ieri e di oggi: in queste l’ambizione, il desiderio di primeggiare sono collegati ai vantaggi economici, al lustro e al prestigio che ne derivano. Si comanda per « beneficare » se stesso o i propri amici, e solo in secondo luogo, se pur ci rimane spazio, gli altri! Di qui la crisi di « credibilità » che ha investito un po’ dappertutto l’ »autorità » nello stato e nei corpi intermedi che lo compongono. In altre parole, è necessario che nella Chiesa, a tutti i livelli, si riscopra che l’autorità non viene da nessun altro che da Dio, il quale la dà solo a chi ha le condizioni morali e spirituali per esercitarla come un « servizio »: altrimenti, essa si ridurrà a un mero fatto « giuridico », che riporterà fatalmente la Chiesa al livello delle normali società umane, con tutte le prevaricazioni di cui abbiamo sopra detto. La lezione che Gesù dà ai suoi apostoli è fondamentale, e sembra che fosse molto difficile da imparare, se è vero quello che ci racconta san Luca circa una loro ennesima disputa su chi fosse « il più grande », proprio durante la celebrazione dell’ultima cena. Si sarebbe quasi indotti a pensare che è la tentazione « tipica » di chi è chiamato ad esercitare un qualsiasi ruolo di « presidenza » nella Chiesa!

« Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito… » Gesù però non fa soltanto dei richiami generici ai Dodici, che più degli altri possono subire la seduzione del « potere », ma porta l’esempio di se stesso, che si capisce anche meglio nel contesto dell’ultima cena, a cui ci richiamava or ora san Luca: « Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti » (v. 45). È evidente in questo testo il rimando alla sua imminente morte di croce, in cui il Cristo si acquista il massimo di « autorità » e la « sovranità » su tutte le cose, proprio perché di fatto è diventato « l’ultimo » di tutti, « percosso da Dio ed umiliato », come ci ricordava Isaia (53,4). « Il Figlio dell’uomo, secondo la tradizione biblica, è colui che riceve il potere e il dominio di Dio (Dn 7,13s). Gesù in modo originale interpreta il suo compito storico sovrapponendo al simbolo del Figlio dell’uomo quello del servo sofferente di Is 53. Egli riceve il potere e la gloria solo in quanto « servo »; ma è un servo come quello adombrato nel canto di Isaia, in quanto accoglie su di sé il destino di dolore e di peccato di tutta la comunità umana. Il suo servizio si attua nella fedeltà radicale e nella responsabilità piena verso gli uomini. Per questo la libera accettazione della sua morte violenta diventa il prezzo di liberazione per molti, cioè diventa inizio e fondamento di quel processo di liberazione che coinvolge una moltitudine che ha le dimensioni dell’umanità ». È certo che ci troviamo davanti alle parole più provocatorie di tutto il Vangelo, che in un modo o in un altro coinvolgono tutti nella Chiesa, perché in essa ognuno di noi ha un qualche « servizio » da compiere. E sono parole che portano con sé il « sigillo » drammatico di una esperienza di vita. « Dare la vita » non significa, solo e anzitutto, morire, ma progettare l’intera esistenza in termini di donazione (cf 8,35). Ce n’è del cammino da fare, per arrivare a questo punto! Forse ora arriviamo anche a capire la difficoltà degli apostoli ad afferrare il messaggio di Gesù.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 16 octobre, 2015 |Pas de Commentaires »

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