Archive pour septembre, 2015

Our Lady of Sorrows, Sep 15

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Publié dans:immagini sacre |on 15 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL CONCETTO DI “ECONOMIA”, DI DISEGNO DIVINO, IN PAOLO E NEI PADRI DELLA CHIESA: LA CREAZIONE E LA STORIA COME “CASA” DI DIO.

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IL CONCETTO DI “ECONOMIA”, DI DISEGNO DIVINO, IN PAOLO E NEI PADRI DELLA CHIESA: LA CREAZIONE E LA STORIA COME “CASA” DI DIO.

Appunti in forma di recensione ad un articolo di Giulio Maspero

di Andrea Lonardo

Questa economia (oeconomia) della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi… (DV2). L’espressione economia, οικονομια, è centrale nel linguaggio teologico, come ci manifesta il Concilio Vaticano II[1]. Benedetto XVI ne ha sinteticamente espresso il senso e la ricchezza in un passaggio della sua catechesi sull’inno con il quale si apre la lettera agli Efesini[2]:
Il «mistero della volontà» divina ha un centro che è destinato a coordinare tutto l’essere e tutta la storia conducendoli alla pienezza voluta da Dio: è «il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10). In questo «disegno», in greco oikonomia, ossia in questo piano armonico dell’architettura dell’essere e dell’esistere, si leva Cristo capo del corpo della Chiesa, ma anche asse che ricapitola in sé «tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra». La dispersione e il limite vengono superati e si configura quella «pienezza» che è la vera meta del progetto che la volontà divina aveva prestabilito fin dalle origini.
Siamo, dunque, di fronte a un grandioso affresco della storia della creazione e della salvezza.

E’ subito evidente come con questa espressione si vuole indicare l’unità del disegno divino. Ne fa parte la creazione, il peccato non è in grado di interromperlo, l’incarnazione lo porta a compimento, aprendolo alla parousia. E’ il vero disegno, il vero senso che sostiene il mondo. Senza questa unità, niente avrebbe significato – perché si dà un senso solo nel rapporto fra una realtà particolare ed il tutto della realtà! Ogni singolarità e, soprattutto, ogni vita umana trova in questo disegno il proprio senso, la propria vocazione e missione, il proprio futuro. La stessa unità della Bibbia discende da questa unità di oikonomia e non avrebbe modo di essere al di fuori di essa.
Se veniamo alle ricorrenze bibliche del termine nella Scrittura possiamo seguire una evoluzione dell’utilizzo del vocabolo dall’ambito dell’amministrazione affidata da un superiore ad un suo sottoposto all’ambito dell’ “amministrazione” divina dell’intero creato e dell’uomo, perché tutto raggiunga la comunione con Dio in Cristo.
Il termine oikonomia indica nel greco ellenistico, così come ci testimonia anche il greco della LXX, innanzitutto l’ “amministrazione”. Il termine ricorre due volte nella versione greca di Is22,19.21, nei versetti contro Sebnà: “Ti toglierò l’economia (l’amministrazione)”. Nello stesso senso primario compare nelle parabole, in Lc 16,2.3.4: “Rendi conto della tua amministrazione”.
Nel linguaggio paolino, il termine esprime ancora questa amministrazione affidata ad un uomo, ma questa volta ancora più esplicitamente che nel vangelo di Luca, all’interno di un esplicito progetto divino:
Se non lo faccio di mia iniziativa è un incarico (oikonomian) che mi è stato affidato (1Cor9,17).
Penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia (oikonomian tes charitos) di Dio a me affidato a vostro beneficio (Ef3,2).
Di essa (della chiesa corpo di Cristo) sono diventato ministro secondo la missione (oikonomian) affidatami da Dio presso di voi (Col1,25).
Ma – e qui si rivela la profondità dell’espressione – il ministro di Paolo è parte (appartiene!) di un disegno ben più grande della sua stessa vita di apostolo. C’è un disegno, una oikonomia, che abbraccia ogni cosa creata e nulla lascia fuori di sé! Dio ha pensato questo orizzonte, se ne è compiaciuto, lo ha iniziato e lo ha portato a compimento, nella pienezza dei tempi. Lo ha realizzato e lo realizzerà, finché sarà “tutto in tutti”[3]. Qui appare tutta la ricchezza dell’espressione e della sua realtà teologica. Così, ancora nell’epistolario paolino:
Per realizzarlo nella pienezza dei tempi, il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra
(Lett. per il disegno, oikonomian, della pienezza dei tempi, ricapitolare in Cristo…) (Ef1,10).
Far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento (oikonomia) del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio (Ef3,9).

Non badare più a favole e genealogie interminabili che servono più a vane discussioni che al disegno (oikonomian) divino manifestato nella fede (1Tm1,4).
Un recente articolo di Giulio Maspero[4], tracciando l’evoluzione del termine oikonomia, ci aiuta a penetrare ancora di più nella ricchezza teologica di questa visione.
Maspero si sofferma, innanzitutto, sull’etimologia del termine[5]:
Il pensiero cristiano, di fronte alla radicale novità degli eventi salvifici, fu costretto a creare una nuova terminologia, rielaborando concetti e vocaboli già esistenti: in particolare, la dimensione storica della salvezza cristiana fu espressa attraverso la famiglia semantica legata ad οικονομια[6].
La sua radice è composta a partire da: οικος o οικια e da νεμειν: i sostantivi si riferiscono principalmente alla dimora, alla casa, sia come edificio che come focolare. Per estensione significa anche la famiglia in senso allargato, schiavi inclusi, ed il casato da cui si discende. Il verbo assume il significato fondamentale di dispensare, distribuire, e quindi anche quello di pagare, amministrare o abitare. Le cariche politiche potevano essere designate in tale modo. Nel corso del tempo, si aggiunsero i significati tecnici di disposizione di un testo letterario o di un discorso, insieme a quello di adattamento alle circostanze e calcolo in ambito morale. Questo processo spinse J.Reumann a scrivere: “Così, da Senofonte fino all’epoca romana, questa parola, nel suo senso fondamentale di amministrazione della casa, ha continuamente suggerito alla mente del popolo un modo di fare scaltro e sottile, e perfino tra i filosofi, compreso Filone, che l’identificava con una delle virtù del saggio, essa ebbe spesso il senso di espediente”.
L’analisi degli autori greci pre-cristiani porta Maspero ad individuare un senso fondamentale del termine, un senso cosmologico ed, infine, un senso narrativo ed a concludere così per quel che riguarda la riflessione precedente al cristianesimo[7]:
In sintesi, l’analisi degli usi della terminologia in esame negli autori non cristiani dimostra l’interazione dei tre sensi principali: il significato di governo della casa, dei beni e dello stato è il principale ed il più originario, ma quasi immediatamente passa all’ambito cosmologico. Se già nel senso primigenio i termini in studio avevano un significato positivo, questo risalta nel dominio cosmologico. Ultimo cronologicamente, il senso retorico-narrativo riafferma, insieme alle accezioni cosmologiche, la connessione dell’ οικονομια e delle espressioni ad esso collegate, con lo scopo, con la visione d’insieme e con la struttura organica. In questo senso essi acquistano un valore particolarmente interessante nel contesto narrativo ed esegetico. L’arte dell’οικονομια e dell’οικονομειν è dunque quella di governare e organizzare le parti in funzione del tutto, rispettando il contesto e secondo lo scopo ultimo dell’azione. E ciò si applica allo stato-famiglia, all’universo e alla composizione oratoria o narrativa.
Maspero passa poi a riflettere sulla novità dell’utilizzo biblico del termine, con particolare riferimento agli scritti paolini ed afferma[8]:
L’economia cristiana è allora economia del dono, della grazia (οικονομια της χαριτος): amministrazione del mistero dell’amore divino per l’uomo e per il creato, cooperazione con Lui per realizzare il Suo disegno eterno. La fedeltà trova il suo fondamento nella filiazione.
E’, infatti, la lettera agli Efesini che rivela all’uomo che il soggetto e l’autore dell’ οικονομια è Dio stesso e che l’ οικονομια manifesta l’unione del mistero dell’Eterno e del tempo. Il concetto di οικονομια unisce dunque per Paolo la presenza del Figlio di Dio nel mondo e gli eventi salvifici della sua vita terrena, che egli testimonia come apostolo, con il disegno del Padre e Creatore su tutta la storia. L’οικονομια unisce creazione e redenzione nel Figlio di Dio fatto uomo.
In perfetta continuità con le lettere paoline, Ignazio d’Antiochia, nelle sue lettere (ed, in particolare, proprio in quella agli Efesini I,6,1,2-4; I,18,1,2-2; I,20,1,3-5) approfondisce i diversi aspetti del temine[9]:
Invece… proprio la necessità di combattere la gnosi porta Ignazio all’uso di οικονομια, come succederà poi anche con Giustino ed Ireneo: la sua grandezza è proprio l’essere rimasto fedele a Paolo ed ai Vangeli, rifiutando di scindere il disegno divino e la realtà storica dei singoli eventi della vita terrena del Cristo.
Questa linea, che unisce l’affermazione dell’origine divina del disegno di salvezza e la presentazione della materialità e storicità degli eventi della vita di Cristo, caratterizza tutto il primo periodo della patristica. In Atenagora si ripete ancora l’accostamento ignaziano della carne di Cristo con il disegno divino (καν σαρκα θεος κατα θειαν οικονομιαν λαβη). NelMartyrium Sancti Polycarpi il riferimento è ancora alla carne (την της σαρκος οικονομιαν)[10].
Giustino, similmente, parla dell’oikonomia realizzatasi mediante la Vergine Maria[11], con la nascita di Cristo[12]:

Così per Giustino l’ οικονομια è fondamentalmente la vita terrena di Cristo, dalla sua nascita fino alla sua passione ed alla redenzione dell’uomo, vita terrena che, preparata dall’inizio dei secoli e tipologicamente annunciata nell’Antico Testamento, fonda l’unità dei due Testamenti. Si tratta del disegno del Padre che si realizza in Cristo.
In questo modo alla visione gnostica, che separava i due Testamenti ed interpretava i misteri solo allegoricamente, Giustino contrappone proprio l’οικονομια, che è l’unico progetto del Padre, realizzato nella storia in Cristo e culminato nella Sua passione e morte, con la vittoria sul demonio e la salvezza di ogni uomo, che cerchi la Verità e compia il Bene.
Infine, Maspero, analizza il pensiero di Ireneo di Lione, del quale afferma[13]:
È essenziale notare l’importanza della dimensione trinitaria, in quanto Ireneo è anche il primo ad applicare il termine οικονομος allo Spirito Santo, affermando che unico è il ‘dispensatore’, che governa tutte le cose. Probabilmente i primi Padri erano restii nell’applicare questo termine a Dio, poiché spesso, come si è visto, l’amministrazione era affidata ad un servo ed il senso classico era ancora preponderante, come, d’altronde, nei LXX e nei Vangeli. Ma la concezione dell’ οικονομια paolina permette la maturazione della categoria profondamente positiva che si manifesta nell’opera di Ireneo, sostenuta dalla mediazione linguistica del senso cosmologico e retorico-narrativo della terminologia stessa.
Questa mediazione consente ad Ireneo di raggiungere, alle soglie del III secolo, un mirabile equilibro tra realtà dell’evento concreto e unità del disegno divino, suggellando nel suo concetto di οικονομια l’affermazione della dimensione autenticamente storica della salvezza cristiana.
L’importanza del ricorso al senso retorico-narrativo della terminologia in esame è particolarmente rilevante, in quanto permette ad Ireneo di distinguere perfettamente la storia da Dio, a differenza di Tertulliano, Ippolito e Taziano, che cercano di esprimere il mistero stesso trinitario in termini di οικονομια, appoggiandosi principalmente all’accezione fisiologica del vocabolo[14] stesso. Il confronto con la gnosi, invece, obbliga Ireneo a storicizzare l’ οικονομια, fondandone l’unità e la dimensione salvifica nella sua inclusione tra l’αρχη ed il τελος trinitari[15].
Al termine del suo studio Maspero conclude[16]:
Il termine οικονομια giunge, quindi, ad esprimere, in modo sintetico, sia la dimensione storica della salvezza che la dimensione salvifica della storia. Le tre principali accezioni precristiane interagiscono, infatti, fra loro, rendendo possibile il passaggio dall’ambito della gestione della casa, alla concezione del cosmo stesso come una casa retta da un ordine provvidente, per giungere al culmine cristiano del riconoscimento della storia stessa come casa di Dio. Ciò si fonda sullo stesso linguaggio del Nuovo Testamento, nel quale il Figlio si fa servo, per compiere fedelmente il disegno del Padre, dispensando la salvezza ad ogni uomo ed in ogni epoca, mediante i misteri della sua vita terrena, verso i quali tutta la storia converge.
Affrontare il concetto di οικονομια dal punto di vista dello sviluppo semantico a partire dai tre usi originari tutt’altro che negativi, permette di osservare come, in ambito cristiano, essi si fondono mirabilmente per esprimere il mistero dell’Incarnazione del Figlio. Se la concezione provvidenziale si riconduce immediatamente all’accezione cosmologica, la dimensione propriamente soteriologica, particolarmente sottolineata da Ignazio, Giustino ed Ireneo, si ricollega all’accezione retorico-narrativa, poiché in Cristo si rivela il senso del mondo e di tutta la storia: l’amore del Padre.

Note – molte, sul sito

  

LA SPERANZA PER SAN PAOLO – 2Cor 4,18

http://anteprima.qumran2.net/aree_testi/bibbia/fede-che-cammina.zip/Fede_che_cammina_Speranza_Speranza_paolina.doc.

C) LA SPERANZA PER SAN PAOLO

Seconda lettera ai Corinzi 4, 18
Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.

Questo brevissimo testo esprime tutta la speranza e la gioia presente nell’opera di San Paolo, e ci aiuta anche a comprendere la direzione verso cui anche noi possiamo incamminarci.
Ogni credente sta davanti a Dio, e ne contempla la Gloria. É la gloria che mai uomo immaginò, e che ha voluto rendersi manifesta nel nostro tempo, ai nostri giorni, per sua esclusiva scelta. Ha voluto rendersi disponibile, perchè è venuta a cercare l’umanità, è venuta a cercare noi – me. Standogli di fronte, noi non solo riflettiamo quella gloria, non solo ce ne carichiamo e la lasciamo trasparire dalle nostre azioni, ma un po’ alla volta, in maniera progressiva, un giorno dopo l’altro, veniamo anche noi trasformati ad immagine di quello che contempliamo. In pratica, più si ha la forza di stare davanti alla gloria di Dio più si assomiglia a quella gloria, più le nostre azioni saranno sempre più simili alle azioni di Cristo Signore. L’identificazione con la Gloria di Dio, cioè la sua Parola divenuta carne, il Suo Figlio divenuto visibile, è possibile a chi sa stare davanti a Lui…non si tratta di passare 24 ore al giorno in chiesa, perchè è necessario lavorare e vivere; ma se la nostra vita, le nostre azioni, le compiamo sempre nel nome del Signore, se ciò che facciamo lo facciamo sempre come se fossimo davanti a Lui, la trasformazione è continua. Ciò significa che Santi non si nasce ma lo si diventa, e lo diventa chiunque, basta desiderarlo al punto da mettere la Sua Gloria al di sopra di tutta la propria gioia.

Dalla lettera ai Romani 5, 1 – 11
Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione producc pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene.
Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.

É questo un testo molto importante, denso di significati teologici, che però vale la pena cercare di leggere assieme per aiutarci a comprendere alcuni concetti basilari della nostra fede e della dottrina cristiana sulla giustificazione. Noi eravamo peccatori: incapaci di fare il bene, traviati e smarriti. Quando noi eravamo perduti, quando tutta l’umanità era perduta, quando di Dio l’umanità sapeva solo quello che si era inventato (la Legge ebraica è – tutt’ora – sempre più riflessione umana e sempre meno lettura reale del testo biblico così com’è), Cristo è morto per tutti i peccatori. Qui avvertiamo il peso delle parole abituali, che devono essere ripulite per tornare ad essere eloquenti: proviamo ad immaginarci un uomo che, sostituendolo, muore al posto di un condannato a morte, il quale viene quindi liberato da qualsiasi accusa e condanna. L’attuale situazione del condannato non si può nemmeno lontanamente confrontare con quella precedente: ora è libero, ora è salvo, ora può tornare a vivere. Di conseguenza, qualsiasi situazione si venga a creare, per quanto pesante, non è mai come quella da cui si è usciti non certo per merito, ma solo per regalo, in latino “gratis”. Siamo salvati “gratis”: siamo liberati dall’ira (cioè dall’accusa per tutti i nostri peccati) dalla misericordia di Dio che ha fatto morire suo Figlio al posto nostro. Dio questo ha fatto per noi: e se quindi ha fatto questo per noi quando eravamo peccatori e lo ignoravamo, ora che non siamo più peccatori come prima e lo conosciamo verremo trattati anche meglio. Prima infatti eravamo peggiori di adesso, e per noi ha fatto morire Suo Figlio; che farà allora adesso per noi? Sicuramente non vuole farci morire, sicuramente vuole che impariamo a ricordare quanto ha fatto per noi e quindi imparare a non aver mai paura, perchè Lui sta dalla nostra parte.
Guai a noi se non crediamo alla verità della salvezza, guai a noi se non crediamo fino in fondo che sulla Croce c’è salito qualcuno al posto nostro.

Prima lettera ai Tessalonicesi 5, 1 – 11
Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore.
E quando si dirà: « Pace e sicurezza », allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà.
Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre.
Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii.
Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte.
Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobrii, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza.
Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui.
Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri, come già fate.

San Paolo invita i cristiani di Salonicco a cercare una stabilità diversa da quella proposta dal mondo, fondata non su calcoli umani ma solo sulla Provvidenza divina. Mai l’uomo ha mai saputo prevedere esattamente il futuro (basta leggere i vari articoli prima di un Conclave – di solito l’unico che non viene previsto da nessuno di quei sapientoni è quello che poi viene eletto).
E allora: impariamoa guardare la nostra vita restando sempre svegli, senza farsi addormentare da nessun sonnifero. Dio ci ha destinato alla salvezza, e epr questo ha fatto morire per noi Suo Figlio:essere cristiani allora è la nostrarisposta all’amore grande di Dio, il buon cristiano quindi non ha paura di Dio ma si lascia accompagnare ed educare e sostenere ed istruire dalla sua mano potente, fidandosi pienamente della sua misericordia. Dio vuole che impariamo a saper leggere la nostra vita in questa prospettiva liberante e carica di gioia, gioia che il peccato cerca di trasformare in paura.
Adamo dopo il peccato si nasconde a Dio, noi quando siamo peccatori pensiamo che Dio sia arrabbiato con noi, e voglia farcela pagare. Impariamo invece ad affrontare la vita con elmo e corazza , impariamo a raccontare a tutti la speranza che abbiamo nel cuore.

FEAST OF THE EXALTATION OF THE HOLY CROSS

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Publié dans:immagini sacre |on 14 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

LA PAROLA DELLA CROCE – (AL CRISTIANO SI RIPRESENTA LA TENTAZIONE DI «SVUOTARE LA CROCE»…) – ENZO BIANCHI

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LA PAROLA DELLA CROCE – (AL CRISTIANO SI RIPRESENTA LA TENTAZIONE DI «SVUOTARE LA CROCE»…) ENZO BIANCHI

Da sempre nel cristianesimo ciò che appare «scandalo e follia» è l’evento della croce e, di conseguenza, anche le metafore e i segni della croce. Al cristiano si ripresenta la tentazione di «svuotare la croce»…

Da sempre nel cristianesimo ciò che appare «scandalo e follia» è l’evento della croce e, di conseguenza, anche le metafore e i segni della croce. Al cristiano si ripresenta la tentazione di «svuotare la croce», come denuncia Paolo nella Prima lettera ai Corinti, così come al non cristiano la croce e la sua logica appaiono disumane oppure un falso tentativo di interpretazione della sofferenza. Questo da sempre. Ma oggi – in questi nostri tempi contrassegnati nel mondo occidentale dal benessere materiale, dall’abbondanza di ricchezze e di comodità, dalla ricerca di piacere a basso prezzo, dalla convinzione che tutto ciò che è tecnicamente possibile ed economicamente ottenibile è per ciò stesso lecito e auspicabile – dobbiamo constatare che la rimozione della croce è quotidianamente attestata in mille modi, a volte rozzi, a volte molto sottili, e il fondamento stesso del cristianesimo ha perso evidenza, risulta sbiadito, annebbiato. Si pensi al tentativo di presentare la vita cristiana soltanto sotto il segno della resurrezione, quasi fosse una festa continua; si pensi alle energie spese per presentare ai giovani un Vangelo accattivante perché liberato dalle esigenze della «rinuncia» (elemento essenziale della stessa liturgia battesimale, oggi ridotto a termine impronunciabile), della disciplina, del rinnegamento di sé, del prendere su di sé la croce (espressioni evangeliche oggi considerate «sconvenienti» a pronunciarsi); si pensi alla scena, cui si assiste sempre più frequentemente nello spazio ecclesiale, di retori gnostici non cristiani che declinano a loro modo la fede cristiana, riproponendo ai credenti un cristianesimo svuotato della follia della croce e arricchito dal discorso intellettuale persuasivo.
Ormai Celso non è più il filosofo del II secolo che denigrava i cristiani a causa del loro Signore – un crocifisso – e della composizione sociologica – estremamente povera – della chiesa: no, il nuovo Celso elogia e loda un Gesù che è maestro di filantropia e adula i cristiani così importanti e determinanti nella polis, ma per fare questo annebbia, oscura, relega nell’oblio ciò che è l’evento fondatore e ispiratore della vita cristiana. E accanto al nuovo Celso c’è il nuovo imperatore, che come l’antico tratteggiato da Ilario di Poitiers, il grande Padre della chiesa del IV secolo, «è insidioso e lusinga, non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; ci spinge non verso la libertà mettendo ci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro» (Liber contra Constantium 5). Così, senza essere contestata visibilmente e direttamente, la croce è svuotata! Eppure, con quanta insistenza e con che forza Giovanni Paolo II ritorna a chiedere ai cristiani di «non svuotare la croce di Cristo»!
Almeno una volta all’anno, al venerdì santo, la croce è posta davanti ai fedeli in tutta la sua realtà e la sua verità: c’è Gesù di Nazaret, un uomo, un rabbi, un profeta che è appeso a un legno nella nudità assoluta, un uomo crocifisso che appare anatema, scomunicato, indegno del cielo e della terra, un uomo abbandonato dai suoi discepoli, un uomo che muore disprezzato da quanti sono testimoni del suo supplizio ignominioso. Quell’uomo è Gesù il giusto, che muore così a causa del mondo ingiusto in cui ha vissuto, quell’uomo è il credente fedele a Dio anche se muore come peccatore abbandonato da Dio, quell’uomo è il Figlio di Dio cui il Padre darà risposta nel passaggio dalla morte alla resurrezione.
Eppure questo evento della croce, avvenuto a Gerusalemme il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era, può essere svuotato anche attraverso le sue metafore e i suoi segni, e noi cristiani dobbiamo restare vigilanti per non finire come gli uomini «religiosi» di ogni tempo che sentono nella crocifissione uno scandalo, o come i «sapienti» di questo mondo che la giudicano follia. La croce è la «sapienza di Dio» e san Paolo, coniando l’espressione «la parola della croce» (1 Corinti 1,18) dice che l’evento che essa crea è l’Evangelo, la buona notizia. Il cristiano non è invitato dalla croce né al dolorismo né alla rassegnazione, né tanto meno a leggere la vita di Gesù a partire da essa, ma deve riconoscere che la vita di Gesù e la forma della sua morte, la crocifissione, sono state narrazioni di Dio, del Dio vivente che ama gli uomini anche quando sono malvagi, del Dio che perdona quelli che gli sono nemici nel momento stesso in cui essi si manifestano come tali, del Dio che accetta di essere rifiutato e ucciso volendo che il peccatore si converta e viva. La croce è allora anche la denuncia del nostro essere malvagi, sedotti dal male, peccatori. e ingiusti, sicché il Giusto deve patire, essere rifiutato, condannato e crocifisso.
Sì, la croce è diventata l’emblema del cristiano – emblema a volte esaltato trionfalisticamente, altre volte ridotto a monile ornamentale o svilito a gesto scaramantico, altre ancora banalizzato a metafora di semplici avversità quotidiane – ma o essa permane memoria dello «strumento della propria esecuzione» per mettere a morte l’«uomo vecchio» che è in noi, oppure è un segno non abitato dall’evento e diviene, quindi, una mistificazione. Lutero, meditando sulla croce e facendosi qui eco dei Padri della chiesa, scriveva: «Non è sufficiente conoscere Dio nella sua gloria e maestà, ma è necessario conoscerlo anche nell’umiliazione e nell’infamia della croce [...]. In Cristo, nel Crocifisso stanno la vera teologia e la vera conoscenza di Dio».

 

SAN JOSEMARÍA – QUELLA CROCE È LA TUA CROCE: QUELLA D’OGNI GIORNO

http://www.it.josemariaescriva.info/articolo/esaltazione-della-santa-croce-opus-dei

SAN JOSEMARÍA

TESTI DI SAN JOSEMARÍA

QUELLA CROCE È LA TUA CROCE: QUELLA D’OGNI GIORNO

Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Lettera di San Paolo ai Filippesi, 2,6-11)

Intorno al 320 d. C, l’imperatrice Elena di Costantinopoli trovò la Vera Croce, la croce su cui morì Nostro Signore Gesù Cristo.
Molti anni dopo, nel 614, il re Cosroe II di Persia invase e conquistò Gerusalemme e portò via la Croce. Ma nel 628 l’imperatore Eraclio la recuperò e la portò di nuovo a Gerusalemme, il 14 settembre di quello stesso anno. La Croce fu portata attraverso la città dall’imperatore in persona. Da allora questo giorno è incluso nel calendario liturgico come festa dell’Esaltazione della Croce.
Nel celebrare la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, supplicasti il Signore, con tutte le fibre dell’anima, di concederti la sua grazia per “esaltare” la Croce Santa nelle tue facoltà e nei tuoi sensi… Una vita nuova! Un sigillo: per dare solidità all’autenticità del tuo messaggio…, tutto il tuo essere sulla Croce!
— Vedremo, vedremo.
Forgia, 517
Segno di vittoria
Nell’ambiente c’è una specie di paura della Croce, della Croce del Signore. Il fatto è che hanno incominciato a chiamare croci tutte le cose sgradevoli che accadono nella vita, e non sanno sopportarle con senso di figli di Dio, con visione soprannaturale. Tolgono persino le croci piantate dai nostri avi lungo le strade!
Nella Passione, la Croce ha cessato di essere simbolo di castigo, per divenire segno di vittoria. La Croce è l’emblema del Redentore: in quo est salus, vita et resurrectio nostra: lì è la nostra salvezza, la nostra vita, la nostra risurrezione.
Via Crucis, II stazione, 5
Come una scultura
Ogni giorno un po’ di più — come quando si scolpisce una pietra o un pezzo di legno —, bisogna limare le ruvidezze, togliere i difetti della nostra vita personale, con spirito di penitenza, con piccole mortificazioni, che sono di due tipi: quelle attive — che noi cerchiamo, come piccoli fiori che raccogliamo durante la giornata —, e quelle passive, che vengono dall’esterno, e che ci costa accettare. Poi, Gesù provvede a ciò che manca.
— Che Crocifisso meraviglioso diventerai, se corrispondi con generosità, con gioia, completamente!
Forgia, 403
I veri ostacoli che ti separano da Cristo — la superbia, la sensualità…, si superano con la preghiera e la penitenza. E pregare e mortificarsi è anche occuparsi degli altri e dimenticarsi di se stessi. Se vivi così, vedrai che la maggior parte dei tuoi contrattempi spariranno.
Via Crucis, X stazione, 4
Una conquista
Questa accettazione soprannaturale del dolore è, al tempo stesso, la massima conquista. Gesù, morendo sulla Croce, ha vinto la morte: Dio suscita dalla morte la vita. Il contegno di un figlio di Dio non è quello di chi si rassegna a una tragica sventura, quanto piuttosto di chi si rallegra pregustando la vittoria. In nome dell’amore vittorioso di Cristo, noi cristiani dobbiamo percorrere tutti i cammini della terra per essere, con le parole e le opere, seminatori di pace e di gioia. Dobbiamo lottare in questa guerra di pace contro il male, l’ingiustizia, il peccato, proclamando che l’attuale condizione umana non è quella definitiva e che l’amore di Dio manifestato nel Cuore di Cristo otterrà il glorioso trionfo spirituale degli uomini.
È Gesù che passa, 168
Prima di cominciare a lavorare, metti sul tavolo o accanto ai tuoi attrezzi di lavoro, un crocifisso
Prima di cominciare a lavorare, metti sul tavolo o accanto ai tuoi attrezzi di lavoro, un crocifisso. Ogni tanto, lanciagli uno sguardo… Quando giungerà la fatica, i tuoi occhi si volgeranno a Gesù, e troverai nuova forza per proseguire nel tuo impegno. Perché quel crocifisso è più che il ritratto di una persona amata —i genitori, i figli, la moglie, la fidanzata…—; Egli è tutto: tuo Padre, il tuo Fratello, il tuo Amico, il tuo Dio, e l’Amore dei tuoi amori.
Via Crucis, XI stazione, 5
Con gioia
Ricordate le parole di Gesù: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Vedete? La croce ogni giorno. Nulla dies sine cruce!, non un giorno senza croce; non un giorno in cui non portiamo la croce del Signore, in cui non accettiamo il suo giogo. Proprio per questo, a suo tempo non ho mancato di ricordarvi che la gioia della Risurrezione è la conseguenza del dolore della Croce.
Tuttavia non abbiate timore, perché è lo stesso Gesù che ci dice: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero. San Giovanni Crisostomo commenta:”Venite a me, non perché voglia chiedervi conto delle vostre colpe, ma per liberarvi dai vostri peccati; venite a me, non perché io abbia bisogno della gloria che potete procurarmi, ma perché ho bisogno della vostra salvezza… Non abbiate timore se sentite parlare di giogo, perché esso è soave; non abbiate timore se vi parlo di peso, perché esso è leggero”.
Il cammino della nostra santificazione personale passa quotidianamente per la Croce: non è un cammino di infelicità, perché Cristo stesso ci aiuta, e lì dove è Lui non c’è posto per la tristezza. Mi piace ripetere: In laetitia, nulla dies sine cruce! Con l’anima penetrata di gioia, non un giorno senza croce.
È Gesù che passa, 176
La pazienza e la Croce
Nella seconda tentazione, quando il diavolo gli propone di gettarsi dall’alto del Tempio, Gesù rifiuta di nuovo di servirsi del suo potere divino. Egli non cerca la vanagloria, lo spettacolo, la commedia umana di chi pretende servirsi di Dio come scenario della propria eccellenza. Gesù vuole compiere la volontà del Padre senza affrettare i tempi né anticipare l’ora dei miracoli; vuole percorrere passo per passo il faticoso sentiero degli uomini, l’amabile cammino della Croce.
È Gesù che passa, 61
Quel piccolo sacrificio, quel sorriso a un importuno, il cominciare dall’occupazione meno piacevole ma più urgente, la cura dei dettagli di ordine…
Possumus! [Mt 20, 22], possiamo vincere anche questa battaglia, con l’aiuto del Signore. Siate convinti che non è difficile trasformare il lavoro in un dialogo di preghiera (…). Perché ci pervade la certezza che Egli ci vede, mentre ci richiede continui superamenti: quel piccolo sacrificio, quel sorriso a un importuno, il cominciare dall’occupazione meno piacevole ma più urgente, la cura dei dettagli di ordine, la perseveranza nel compimento del dovere quando sarebbe così facile interromperlo, il non rimandare a domani ciò che dobbiamo concludere oggi…, tutto per far piacere a Lui, a Dio nostro Padre! E magari, sul tavolo di lavoro o in un posto opportuno, che non richiama l’attenzione ma che a te serve da svegliarino dello spirito contemplativo, collochi il crocifisso, che per la tua anima e per la tua mente è il manuale da cui apprendi le lezioni di servizio.
Amici di Dio, n. 67
Perché tutti siano salvati
Dobbiamo far diventare vita nostra la vita e la morte di Cristo. Morire per mezzo della mortificazione e della penitenza, perché Cristo viva in noi per mezzo dell’Amore. E dunque seguire le orme di Cristo, con l’anelito di corredimere tutte le anime.
Dare la vita per gli altri. Soltanto così si vive la vita di Gesù Cristo e diventiamo una sola cosa con Lui.
Via Crucis, XIV stazione
Il Signore ci ha regalato la vita, i sensi, le facoltà, innumerevoli grazie: e noi non abbiamo il diritto di dimenticare che siamo degli operai fra i tanti, nel podere in cui egli ci ha collocati, per collaborare nel compito di procurare alimento agli altri. Il nostro posto è questo, entro questi limiti; qui dobbiamo spendere la vita ogni giorno con Lui, aiutandolo nella sua opera di redenzione.
Amici di Dio, 49
Se ti decidi ad avviarti per questi cammini contemplativi, ti sentirai immediatamente amico del Maestro, con il divino incarico di aprire i sentieri divini della terra a tutta l’umanità
Se ti decidi — senza singolarità, senza abbandonare il mondo, nel bel mezzo delle tue occupazioni abituali — ad avviarti per questi cammini contemplativi, ti sentirai immediatamente amico del Maestro, con il divino incarico di aprire i sentieri divini della terra a tutta l’umanità. Sì: con il tuo concreto lavoro contribuirai ad estendere il regno di Cristo in tutti i continenti. Una dopo l’altra si succederanno le ore di lavoro offerte per le nazioni lontane che si aprono alla fede, per i popoli orientali ai quali è barbaramente impedito di professare liberamente la religione, per i paesi di antica tradizione cristiana in cui sembra che la luce del Vangelo si sia offuscata e che le anime si dibattano nelle tenebre dell’ignoranza… in questo modo, che grande valore assume un’ora di lavoro, perseverare con impegno costante ancora per un po’, qualche minuto ancora, per terminare tutto bene! Stai trasformando, in modo semplice e pratico, la contemplazione in apostolato, come un’imperiosa necessità del cuore che batte all’unisono con il dolcissimo e misericordioso Cuore di Gesù, Signore nostro.

L’UTOPIA È MENO REALE DELLA SPERANZA (DA JOSEPH RATZINGER)

http://www.gliscritti.it/antologia/entry/116

L’UTOPIA È MENO REALE DELLA SPERANZA (DA JOSEPH RATZINGER)

Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /12 /2007 -

Da J.Ratzinger, Chi ci aiuta a vivere?, che riprende “Che cosa devo fare per acquistare la vita eterna?”. Omelia su Lc 10,25-37, in J.Ratzinger, Guardare a Cristo.

Presente ed eternità non stanno come presente e futuro uno accanto all’altro e uno separato dall’altro, bensì stanno uno nell’altro. Questa è la vera differenza tra utopia ed escatologia. Da tempo ci è stata proposta l’utopia, ossia l’attesa del mondo migliore futuro, al posto della escatologia, al posto della vita eterna. La vita eterna sarebbe irreale, non farebbe che alienarci rispetto al tempo. L’utopia, invece, sarebbe una meta reale a cui possiamo tendere con tutte le nostre forze.
Questa idea, però, è un inganno che ci porta alla distruzione delle nostre speranze. Infatti, questo mondo futuro, per il quale viene consumato il presente, non riguarda mai noi stessi; esiste sempre soltanto per una generazione futura a noi sconosciuta. Esso è come l’acqua e come i frutti che vengono messi davanti a Tantalo: l’acqua gli arriva sempre fino al collo e i frutti gli arrivano sempre vicino alla bocca. Ma quando egli, nella sua grande sete, vuole bere, l’acqua si ritira e diventa irraggiungibile e quando egli, nella sua fame, vuol gustare i frutti, accade la stessa cosa.
Questa antica immagine della condanna della superbia quale autentico peccato dell’uomo riguarda esattamente quella hybris che sostituisce l’escatologia con l’utopia costruita da noi stessi, che vuole cioè soddisfare la speranza dell’uomo con le sue stes¬se forze e senza la fede in Dio. L’utopia sembra sempre totalmente vicina, ma non si realizza mai, perché l’uomo resta sempre libero e perciò non può mai essere fissato in una situazione definitiva. Ogni generazione deve riprendere di nuovo la lotta contro il male, che non le può essere risparmiata dall’opera di una generazione precedente.
L’affermazione di una logica interna alla storia che alla fine produce necessariamente la società giusta (dunque crea uomini diversi) è un mito primitivo che cerca di sostituire il concetto di Dio con un potere anonimo, credere al quale non è affatto da intelligenti, ma semplicemente illogico.
La fede nell’utopia ha potuto sostituire, nel mondo moderno, così largamente la speranza nella vita eterna perché soddisfaceva le due condizioni di fondo della modernità: si trattava di ciò che noi stessi facciamo, per il quale non occorreva alcun Dio trascendente (ovviamente una divina logica storica immanente). Poiché si tratta di ciò che è fattibile, questo mondo futuro è anche pensabile: sempre così vicino come i frutti di Tantalo e, come quelli, anche sempre così lontano. Dovremmo liquidare finalmente come mito l’idea di costruire la futura società ideale e, al suo posto, lavorare con grande impegno perché aumentino le forze che resistono al male nel presente e che perciò possono fornire anche una prima garanzia per il prossimo futuro.
Questo, però, accade proprio quando la vita eterna riprende forza dentro il tempo. Infatti, ciò significa che la volontà di Dio si compie «come in cielo così in terra». La terra diventa cielo, regno di Dio, quando in essa si fa la volontà di Dio come in cielo. Per questo preghiamo, poiché sappiamo che non sta in nostro potere far scendere il cielo. Il regno di Dio, infatti, è il suo regno e non il nostro regno, non la nostra signoria; soltanto per questo è affidabile e definitivo. Ma ci è sempre totalmente vicino quando la volontà di Dio viene accettata.
Allora, infatti, sorge verità, sorge giustizia, sorge amore. Il regno di Dio è assai più vicino dei frutti di Tantalo dell’utopia, perché non è un futuro cronologico, un dopo cronologico, ma descrive il totalmente Altro rispetto a ogni tempo, che, proprio per questo, può immergersi nell’oggi di ogni tempo per assumerlo totalmente in sé e renderlo puro presente.
La vita eterna che inizia qui e ora nella comunione con Dio squarcia questo qui e ora e lo immerge nell’ampiezza di ciò che è autentico, che non viene più frazionato dal flusso del tempo. In essa neppure l’io e il tu possono più essere impenetrabili, cosa che è strettamente legata alla frammentazione del tempo. In realtà, chi mette la sua volontà nella volontà di Dio la pone là dove ha la sua dimora ogni buona volontà; la nostra volontà si fonde così anche con la volontà di tutti gli altri. Quando questo avviene, si avvera la parola di Paolo: non sono più io che vivo – Cristo vive in me. Il mistero di Cristo, che secondo una bella espressione di Origene è il regno di Dio fatto persona, è il centro decisivo per comprendere la vita eterna.
Prima di sviluppare ulteriormente questo pensiero vorrei aggiungere ancora un accenno conclusivo al realismo della speranza cristiana nel totalmente Altro, nel regno eterno di Dio. Quanto forte sia l’influsso della fede nella vita eterna sul presente, forse nessun autore lo esprime con tanta intensità quanto Agostino, il quale ha dovuto vivere di persona il crollo dell’impero romano e di tutti i suoi ordinamenti civili, dunque una storia piena di tribolazioni e di orrori.
Ma egli avvertì e vide che una nuova città stava crescendo, la città di Dio. Quando ne parla, si sente come egli si infiammi interiormente: «Quando la morte sarà vinta, allora queste cose non ci saranno più; e ci sarà pace – pace piena ed eterna. Saremo in una specie di città. Fratelli, anche se qui i dispiaceri aumentano, io non posso fare a meno di parlare di questa Città… ». La città futura lo sostiene perché, da un certo punto di vista, è già anche una città presente: ovunque il Signore ci raduna nel suo corpo e mette la nostra volontà nella volontà di Dio.
Vivere con Dio, la vita eterna nella vita temporale è perciò possibile, perché Dio vive con noi: Cristo è il Dio con noi. In lui Dio ha tempo per noi, egli è il tempo di Dio per noi e così, allo stesso tempo, è l’apertura del tempo all’eternità. Dio non è più il Dio lontano, indeterminato, che nessun ponte raggiunge ma è il Dio vicino: il corpo del Figlio è il ponte per le nostre anime.
Attraverso di lui il rapporto di ogni singolo con Dio è inserito nel suo rapporto unico con Dio, così che guardare a Dio non è più un togliere lo sguardo dall’altro e dal mondo, ma fusione del nostro sguardo e del nostro essere con l’unico sguardo e con l’unico essere del Figlio. Poiché egli è disceso nelle profondità della terra (Ef 4,9s.), Dio è ora non più semplicemente un Dio in alto, ma Dio ci abbraccia dall’alto, dal basso e dal di dentro. Egli è tutto in tutto: «Tutto ciò che è mio è tuo». Il «Dio tutto in tutto» inizia dall’autoespropriazione di Cristo in croce. Sarà completo quando il Figlio, alla fine, renderà il regno, ossia l’umanità riunita e in essa la creazione, al Padre (1 Cor 15,28).
Perciò ora non c’è più neppure la dimensione semplicemente privata dell’io isolato, ma «tutto ciò che è mio è tuo». Questa stupenda parola del padre al figlio perduto (Lc 15,31), con cui poi Gesù, nella preghiera sacerdotale, ha descritto il suo personale rapporto con il Padre (Gv 17,10), vale nel corpo di Cristo anche per tutti noi, nei nostri rapporti reciproci. Ogni sofferenza accettata, per quanto nascosta, ogni male sopportato in silenzio, ogni vittoria interiore, ogni apertura frutto di amore, ogni rinuncia e ogni tranquillo volgersi a Dio – tutto questo diventa ora efficace nel tutto: nulla di bene, altrimenti.
Al potere del male che, come un polipo con i suoi tentacoli, minaccia di afferrare l’intera compagine della nostra società e di soffocarla in un abbraccio mortale, si contrappone ora questa silenziosa circolazione della vera vita, quale potere liberante in cui il regno di Dio, senza chiasso, come dice il Signore, è già in mezzo a noi (Lc 17,2 1). In questo circolare della vera vita viene il regno di Dio, perché la volontà di Dio si compie sulla terra come in cielo.

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