Archive pour septembre, 2015

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – TESTI ED OMELIA

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

I Lettura (Sap.2,12.17-20)
Dal libro della Sapienza

Dissero gli empi:
« Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.
Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà ».

Salmo (53)
Rit. Il Signore sostiene la mia vita

Dio, per il tuo nome salvami,
per la tua potenza rendimi giustizia.
Dio, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.

Poiché stranieri contro di me sono insorti
e prepotenti insidiano la mia vita;
non pongono Dio davanti ai loro occhi.

Ecco, Dio è il mio aiuto,
il Signore sostiene la mia vita.
Ti offrirò un sacrificio spontaneo,
loderò il tuo nome, Signore, perché è buono.

II Lettura (Gc 3,16-4,3)
Dalla lettera di san Giacomo apostolo
Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.

Rit. Alleluia, alleluia.
Dio ci ha chiamati mediante il Vangelo,
per entrare in possesso della gloria
del Signore nostro Gesù Cristo.
Rit. Alleluia.

Vangelo (Mc 9,30-37)
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: « Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà ». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: « Di che cosa stavate discutendo per la strada? ». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: « Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti ».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: « Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato ».

Omelia
Gesù attraversò la Galilea facendo in modo che nessuno se ne accorgesse, non volendo che si producessero attorno a lui clamori, osanna, al pensiero che andasse andando a Gerusalemme per esservi incoronato re. Il Messia non poteva rimanere lontano da Gerusalemme poiché là doveva insediarsi per regnare, ma ciò sarà con una corona regale ben diversa da quella che pensavano gli uomini, perché sarà di spine. Indosserà come un re una veste di porpora, ma la porpora sarà il suo sangue. Salirà su di un trono, ma il trono sarà una croce. Gli sarà dato lo scettro del comando, ma non da un’acclamazione degli uomini, bensì dal Padre che gli darà ogni potere in cielo e in terra, poiché egli gli ha obbedito sempre.
Il pensiero di un’acclamazione di Gesù a re ormai aleggiava tra la gente (Gv 6,15) e anche i discepoli ne erano sedotti, per questo Gesù presentò loro una seconda volta (Mc 8,31) la sua imminente passione, morte e risurrezione. Egli non eserciterà la sua potenza di Figlio di Dio, ma rimarrà nella debolezza del « Figlio dell’uomo ». Non bisognava aspettarsi che Gesù si desse una vita d’eccezione, una vita da re, piena di trionfi ed aureole di luce. No, Gesù non è venuto per darsi una vita d’eccezione, ma per abbracciare in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana. Egli, il Figlio di Dio, volle vivere da “Figlio dell’uomo”.
I discepoli non comprendevano, dice l’evangelista. Il perché di questo non comprendere ci viene detto dalle parole che Gesù rivolse agli avviliti discepoli di Emmaus (Lc 24,25s): « Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? ». Dunque, i discepoli non comprendevano perché avevano il cuore stolto e lento . Indubbiamente avevano inteso che a questo mondo per essere odiati basta dire la verità, ma, ecco, il loro pensiero era che il Cristo poteva annientare quelli che l’odiavano con un semplice moto di quell’onnipotenza che dimostrava di avere nei miracoli. La stoltezza e lentezza di cuore dei discepoli era la convinzione che la reazione contro un avversario doveva essere in termini di rivalsa, di reazione dura. La stoltezza del loro cuore era quella di omologare al loro cuore quello di Cristo, invece di adeguare il loro a quello del maestro. La loro lentezza di cuore era la mancanza d’agilità nel comprendere l’Amore. Gesù è misericordioso, non inchioda i discepoli alla loro stoltezza, ma invece li cura con illimitata pazienza; come cura ciascuno di noi con illimitata pazienza. Posto un Messia vincente e in cammino verso l’incoronazione, per loro era già il momento di stabilire chi fosse il più grande. Già si preparavano a gestire gli onori, pensando di sapere come sarebbe finita, cioè con un grande trionfo a Gerusalemme, anche se lui parlava di morte. La cosa che li prendeva era quella di mettere in chiaro chi fosse il più grande tra di loro. Andrea, che con Giovanni aveva per primo riconosciuto Gesù e dato la notizia a Pietro era da considerarsi il primo; o Pietro che aveva ricevuto parole straordinarie da Gesù? E Giovanni? Aveva i suoi diritti; ed ecco la madre dei figli di Zebedeo, cioè Giovanni e Giacomo, correre da Gesù per dare una bella sistemazione ai suoi figli: uno alla sua destra e uno alla sinistra del re.
Divisione del potere, dunque, e questo per giunta senza l’interessato. Da qui la vergogna nel vedersi scoperti. Ma questo fatto mette in luce come Gesù non si era scelto i migliori del mondo, né si era allevato dei fanciulli, pian piano. Aveva preso del materiale rozzo per far sì che tutti – anche noi – si sentano oggetto della sua volontà santificatrice.
Con grande pazienza, dunque, prese un bambino e lo pose in mezzo a loro, affinché giungessero a percepire il suo divino cuore, il suo volto interiore.
Il bambino accolto nel nome di Gesù fa sì che chi lo accoglie vede in quel bambino un riflesso della mitezza, dell’innocenza, della bontà di Gesù. E così accogliendo quel bambino accoglie lui, Gesù; così come chi accoglie lui, vede in lui, immagine del Padre, il volto del Padre.
A questo punto non ci resta che predisporci all’esperienza. Non ci resta che accogliere un puero nel nome di Gesù. Un puero, perché un fanciullo di oggi è già tutto elettrizzato dalla tv e dai giochi tra i quali i genitori lo lasciano solo. Dunque, guardando un puero sentiamo affiorare in noi un disagio profondo, così come avvenne per i discepoli scoperti nella loro discussione sul più grande. Disagio profondo per non ascoltare il Maestro come un puero che assorbe incantato i modi e le parole di papà e mamma. Vergogna per avere scartato Gesù dai nostri progetti. Vergogna di avere discusso e ridiscusso tra di noi chi sia il più bravo.
E così, abbiamo misconosciuto quel Cuore che non si indurì mai, che di fronte ai nemici si dilatò nell’amore; quel Cuore serrato dai tormenti, non si indurì, ma raggiunse vertici inimmaginabili d’amore. « Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti, per conoscere la mitezza del suo carattere e saggiare la sua rassegnazione » dissero gli uomini e la risposta fu risposta di immisurabile amore.
Guardando un puero abbiamo accesso alla dolcezza di Gesù, alla voglia di vivere la sapienza che viene dall’alto di cui parla Giacomo: quella sapienza che è « anzitutto pura (cioè che non cade in compromessi inquinanti con la sapienza del mondo: carnale, diabolica); poi pacifica, mite arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia ». E sul confronto con un bimbo Gesù ci ritornerà presentandolo come un modello da cui non si può prescindere (Mc 10,15): « In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso ».
Accogliendo Gesù si accoglie pure il Padre, perché Gesù è l’immagine del Padre. I discepoli videro presentarsi loro non più il Dio del Sinai di tremenda maestà, il Dio che si era presentato in tutta la sua assoluta trascendenza, ma Dio che si rivelava Padre misericordioso, che in un amore senza limiti aveva mandato il suo Figlio nel mondo. Il Figlio del Padre, nato nel tempo nel grembo verginale di una donna. Il Figlio che ha assunto un’umanità quale veste di pietà per noi. Il Figlio datoci come sommo sacerdote e nello stesso tempo quale vittima di espiazione dei nostri peccati.
Gli apostoli intesero, poi la pesantezza li riprese. Così, quando Pietro vide il Maestro che stava per essere arrestato nell’orto degli ulivi credette che la sua logica umana coincidesse con quella di Gesù e sguainò la spada, ma Gesù gli disse (Gv 18,11): « Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?”. Gesù avrebbe vinto con l’amore. E il Cristo ha vinto, ed è stato costituito dal Padre giudice dei vivi e dei morti, e come giudice condannerà i suoi nemici, cioè quelli che avranno rifiutato la somma, della somma, della somma, del suo amore. Per essere odiati dal mondo basta dire la verità, cioè spezzare la congiura delle apparenze; ma occorre anche molto amare se non si vuole che un’ombra di quell’odio ci investa. Se si vuole vincere l’odio e farlo fuggire dai cuori, come fuggono le tenebre di fronte alla luce, bisogna amare. Il nostro mondo! Povero mondo, stupefacente nelle sue conquiste tecniche, ma poco saggio nelle ricadute ambientali. Il nostro mondo, sempre più buio nei comportamenti. Povero mondo dove si vuole portare la pace con le armi, con sbrigativi aiuti economici. Povero mondo che non conosce la pace di Cristo, cioè quella pace che nasce dalla certezza che Dio non ci lascerà delusi. « Il soccorso gli verrà », dicono beffardamente gli empi, pensando che nessuno sottrarrà il giusto dalle loro mani violente; ma il giusto vincerà, trionferà e sarà sottratto dalle loro mani perché esse non potranno toccare l’anima, nella quale rimarrà la pace; una pace non superficiale, ma profonda, stampata nel centro dell’anima. Giacomo ci presenta i risultati del mondo, animato dall’invidia e dal voler prevalere. Una vera anticamera dell’inferno: (Gc 4,2): « Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. Ma (Gc 3,18): « per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia ». Un “frutto di giustizia!” Un frutto che rimane; una ricompensa che nessuno potrà impedire; un possedere un frutto che sarà dato da Dio come eterno premio, e il frutto è lui stesso. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

“FORGIVE ME, A SINNER”

 “FORGIVE ME, A SINNER” dans immagini sacre

http://thechristianwatershed.com/2013/03/17/forgive-me-a-sinner-and-other-thoughts-on-forgiveness-vespers/

Publié dans:immagini sacre |on 17 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

«La fede è fondamento delle cose…» – nell’anno della fede cosa dice la Scrittura

http://www.stpauls.it/vita/1307vp/bibbia-anno-della-fede.htm

LA BIBBIA NELL’ANNO DELLA FEDE: COSA DICE LA SCRITTURA

«La fede è fondamento delle cose…»

di Antonio Pitta

«Sarà decisivo nel corso di questo Anno ripercorrere la storia della nostra fede» (Benedetto XVI, Porta fidei 13). Ovviamente ripartendo da capo, cioè dalla Sacra Scrittura, vista nell’attualizzazione dei nostri giorni e dei luoghi della vita…
Così prosegue la proposizione posta nel titolo: «…che si sperano e prova di quelle che non si vedono » (Eb 11,1b). La bella definizione introduce il più ampio elogio della fede nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Per questo nella lettera apostolica Porta fidei, Benedetto XVI ha scelto il leitmotiv che cadenza il capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei per introdurre l’Anno della fede. La catena ininterrotta dell’espressione « per fede… », che attraversa la storia della salvezza – da Abele sino ai martiri del periodo maccabaico – prosegue nella vita di Maria, degli apostoli, dei discepoli e di ogni credente del XXI secolo: «Per fede viviamo anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente nella nostra esistenza e nella storia» (PF 13). La storia della salvezza è un moto perpetuo o un costante pellegrinaggio della fede di uomini e donne che percorrono il loro esodo per raggiungere «colui che si trova all’origine e a compimento della fede» (Eb 12,2): Gesù Cristo, il sommo ed eterno sacerdote, divenuto tale per la fedeltà a Dio e la compassione verso gli uomini. Sono sufficienti questi accenni nella Lettera agli Ebrei e nel resto della Sacra Scrittura per rendersi conto che tale cognizione della fede è ben diversa dalla nostra e che, mediante la frequentazione della parola di Dio e la catechesi dovremmo assumere una nuova visione della fede. Cerchiamo allora di delineare come la fede che attraversa nell’Antico e nel Nuovo Testamento interpella il nostro modo di viverla e d’intenderla.

La fede della Scrittura e noi
Per quanti provengono dal patrimonio culturale occidentale la fede corrisponde alla convinzione personale e alla persuasione che scaturisce dall’adesione ad alcuni contenuti. Nel greco profano il termine pístis equivale principalmente a « convinzione » e a « persuasione ». Chi invece proviene dall’ambiente semitico sposta la percezione della fede verso le dinamiche che nascono dall’incontro con l’altro. Modello e padre della fede è Abramo che «credette a Dio e gli fu accreditato per la giustizia» (Gen 15,6). Prima di Abramo la Sacra Scrittura non accenna alla fede perché questa nasce in occasione della prima alleanza nella storia della salvezza.
Consequenziale è il diverso codice della fede: se per un occidentale la fede si relaziona a un insieme di cognizioni, per un orientale si radica in eventi che la manifestano e la rendono credibile. Per questo l’autore della Lettera agli Ebrei illustra la fede mediante le scansioni della storia della salvezza, cadenzata dalla testimonianza sino all’effusione del sangue. Una fede storica – nel senso che trova riscontri nelle vicende umane – è quanto accompagna le coordinate della fede ebraico-cristiana. Senza il suo radicamento storico, la fede rischia di non trovare testimoni che l’hanno vissuta nel passato prossimo e remoto.
La terza disparità concerne l’ambito della fede. Per un occidentale, la fede è anzitutto soggettiva, nel senso che ognuno la esprime in dipendenza delle proprie convinzioni. Al contrario per chi si abitua a frequentare la Sacra Scrittura è l’incontro con l’altro che si trova al centro della fede. Per questo la fede non è mai soltanto « mia » che non sia, nello stesso tempo, « nostra » e « vostra » dei credenti. In questo tratto la fede veicola un imprescindibile orizzonte ecclesiale ed è liberata da forme di arbitrio e di soggettivismo improduttive, tipiche di alcune nazioni europee, compresa l’Italia.
Una quarta dissonanza sulla fede concerne la sua origine: a una fede che nasce dalla volontà e dall’adesione del soggetto fa da contraltare una fede che nasce dall’ascolto e dalla relazione con la parola di Dio. Su questo versante è esemplare il percorso della fede delineato da Paolo nella Lettera ai Romani: «La fede nasce dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo » (Rm 10,17). Il contesto dell’affermazione spiega bene che « la parola di Cristo » non è altro che la parola di Dio, contenuta nella Sacra Scrittura: una Parola letta, creduta e vissuta mediante la relazione con Cristo.
Che il paradigma della fede nella Sacra Scrittura sia diverso dal nostro risalta anche per il rapporto con i suoi contenuti. Spesso riteniamo che sia sufficiente la conoscenza della verità perché si pervenga alla risposta umana della fede. In realtà perché s’innesti l’adesione della fede è insufficiente la conoscenza della verità, pur salvaguardandone l’importanza giacché è inconcepibile una fede nella menzogna. Tuttavia è necessaria la prossimità della verità e la sua capacità di arricchire quanti la cercano. Sotto questa più ampia cognizione si trova la fede intesa come « fedeltà », « affidabilità » e « credibilità »: è in gioco la ‘emunah e l’amen che declina in modo inscindibile verità e fedeltà. Per questo Gesù è non soltanto « la Verità », ma anche « la Via e la Vita » (cf Gv 14,6). Egli è la Verità che conduce, in quanto Via, alla fede;dona, in quanto Vita, la fede. Tuttavia perché la Verità raggiunga la condizione concreta di ogni persona, è necessario il dono dello Spirito che conduce alla Verità nella sua interezza (cf Gv 16,13).
Un’ultima distonia merita di essere segnalata poiché presenta notevoli ricadute dal versante pastorale. In contrasto con una fede intesa come semplice risposta dell’uomo a Dio, si delinea una che è e resta dono e grazia di Dio: dall’inizio alla fine. Forse è la barriera più massiccia e difficile da abbattere, ma che nella storia del cristianesimo ha procurato molti fraintendimenti. Prima e più che una virtù, la fede è una condizione che nasce dalla grazia; e come tale ha bisogno di restare, anche quando è convinta ed è vista come risposta del cuore umano.

Dalla professione alla confessione della fede
Se la fede si verifica dalle opere e non soltanto dalla sua espressione verbale, come sottolinea Giacomo (cf 2,14-26), le conseguenze di una fede così ripensata riguardano soprattutto la sua relazione con l’obbedienza, il suo prodursi nell’amore e la sua permanenza nella speranza. Anzitutto dall’ascolto della parola di Dio e/o di Cristo la fede si trasforma in obbedienza qualificata dalla fede (cf Rm 16,26). E anche su questo versante è opportuno precisare che l’obbedienza della fede non è mai soltanto di uno dei partner coinvolti, ma è sempre di entrambi: dell’uomo disponibile all’ascolto della Parola fedele di Dio e di questi in costante ricerca di coloro che ama. Tuttavia per cogliere questa dimensione bilaterale dell’ascolto obbediente è necessario abbandonare una visione statica e astratta di Dio e porsi in sintonia con il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. A sua volta, Paolo spiega bene che la fede autentica non è disancorata dall’amore, poiché da una parte «la fede è operante nell’amore» (cf Gal 5,6) e, dall’altra, l’amore «tutto crede» (cf 1Cor 13,7), non nel senso credulone dell’espressione, bensì perché è, di fatto, inconcepibile amare senza una reciproca fiducia. Quando la fiducia viene a mancare, l’amore si dilegua! Infine naturale è la capacità della fede di approdare nella speranza: sia per quella contingente e quotidiana, sia verso quella finale. Chi ha incontrato il Signore, all’inizio dell’esperienza della fede, non può che desiderare nuovamente d’incontrarlo per restare sempre con lui: «Secondo la mia ardente attesa e speranza che in nulla resterò deluso » (Fil 1,20). Questo è il banco di prova più decisivo della fede e che, purtroppo, dimentichiamo a più livelli: dall’omiletica alla catechesi.
La bimillenaria storia del cristianesimo rischia di affievolire e spesso demitizza l’orizzonte escatologico della fede, relegandola nel presente della vita personale e comunitaria. Una delle invocazioni più brevi ed essenziali della fede – maranatha – nel duplice significato di «il Signore viene» (cf 1Cor 16,22) e «vieni Signore Gesù» (cf Ap 22,20) lo ricorda ogniqualvolta partecipiamo alla frazione del pane o al pasto del Signore. Non è casuale che l’ultima icona dell’Apocalisse di Giovanni si concentri sull’invocazione che lo Spirito e la sposa (la Chiesa) rivolgono al Risorto: «Vieni Signore Gesù». Nuovamente è lo Spirito che trasforma i credenti in testimoni e la loro professione in confessione della fede. Se la professione può essere comunicata senza coinvolgimento personale, soltanto la confessione della fede è tale poiché coinvolge la bocca e il cuore (cf Rm 10,9-10), la parola e la mente, la contemplazione e l’azione. L’elogio della fede da cui siamo partiti, nella breve riflessione, inizia con l’accenno alle cose che si sperano e si chiude con la plastica metafora della corsa agonistica negli stadi: «Anche noi, dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12,1). Fondata sulla storia e sul sostegno dei testimoni del passato e del presente, la fede non ha tempo per forme di nostalgia, ma corre verso la mèta dell’incontro con il Signore, sospinta com’è dalla sua fedeltà.

Antonio Pitta
ordinario di Nuovo Testamento
presso la Pontificia università
lateranense, Roma

Vita Pastorale n. 7 luglio 2013

Publié dans:ANNO DELLA FEDE, Lettera agli Ebrei |on 17 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE – EF 6,10-20 – CARLO MARIA MARTINI

http://www.oessg-lgimt.it/OESSG/cultura/ilcombattimentospiritualeCarloMariaMartini.htm

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

(S. PAOLO, LETTERA EFESINI 6,10-20)

DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI

 » Rivestitevi dell’armatura di Dio ,
per poter resistere e superare tutte le prove « 
Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (6,10-20)

« …Fratelli, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi… ».
Il testo di Paolo in Ef 6, 10-17 presenta il cristiano come colui che ha lottato fino in fondo contro il nemico e l’ha vinto con la propria morte. È un brano molto denso, ricco di mètafore. Occorre vedere quali realtà Paolo voleva annunziare attraverso tali metafore.
Il brano può essere diviso in tre parti: la prima parte contiene due esortazioni; segue poi, nella seconda, il motivo di queste esortazioni; infine, nella terza, l’elenco dell’armatura spirituale di cui rivestirci.
1) Le due esortazioni sono: fortificatevi nello Spirito e rivestitevi dell’armatura di Dio.
Si tratta quindi di un consiglio dato a qualcuno che si trova di fronte a una situazione difficile.
L’esortazione ad armarsi, a rivestirsi, la troviamo pure in Rm 13, 12 e in 2 Cor 10, 4. Quello agli Efesini è però il brano nel quale maggiormente viene svolta la metafora della panoplia, l’armatura completa del servitore di Dio, di colui che segue da vicino Gesù.
2) Il motivo: perché dobbiamo armarci così? Perché la nostra lotta è una lotta spirituale, contro i principati, le potestà, gli spiriti maligni. Possiamo tradurre facilmente queste espressioni in una realtà comprensibile perché essa è di evidenza quotidiana. Dobbiamo, cioè, vivere in un’atmosfera – lo spazio tra terra e cielo – che è invasa da elementi maligni, contrari al Vangelo, nemici di Dio. L’atmosfera in cui viviamo è satura di potenze contrarie a Cristo e quindi la nostra lotta si annuncia difficile. Questa mentalità, questa atmosfera che è frutto in parte della potenza del male e in parte dell’uomo soggiogato da questa potenza del male, crea una situazione nella quale siamo immersi e che ci minaccia da ogni parte. Da qui la necessità di armarsi con l’armatura di Dio.

3) Tale armatura viene descritta con sei metafore: la cintura, la corazza, i calzari, lo scudo, l’elmo, la spada.

Che cosa significa ciascuna di queste metafore? Prima di esse c’è una esortazione che permette di comprendere la situazione nella quale ci si trova: «State in piedi»; tenetevi in piedi. Si tratta, quindi, di persona pronta alla battaglia; ed è in questa situazione di prontezza che viene descritta l’armatura.La prima metafora è la cintura della verità. Quale verità è arma per noi? Per capire bene bisogna notare che questa metafora, come pure le altre, sono attinte largamente dal Vecchio Testamento. Chi scriveva questo brano conosceva a memoria interi passi del Vecchio Testamento e ne supponeva la conoscenza anche nei suoi lettori. Soprattutto due brani del Vecchio Testamento sono qui utilizzati per questa descrizione. - Il primo brano è tratto da 1s 11, il germoglio di Jesse, del quale viene descritta la veste, il modo di presentarsi e di combattere; 

- il secondo brano è tratto da 1s 59, in cui si descrive, a un certo punto, l’armatura di Dio. Nell’Antico Testamento, quindi, è l’armatura di Dio stesso, oppure dell’inviato, del prediletto di Dio, ad essere descritta.
Qui l’armatura di Dio è trasferita al servo di Dio, a: colui che segue Gesù. Dice 1s 11, 5: «Cintura dei suoi fianchi è la fedeltà» (trad. della C.E.I); nella Bibbia dei LXX il vocabolo usato è alétheia, la verità e il testo greco lo riporta esattamente.
La verità di cui si cinge, come di una veste stabile, colui che combatte è, quindi, la coerenza; è quella fedeltà che è coerenza piena, stile coerente di vivere e di agire.
Per poter combattere contro l’atmosfera maligna, l’atmosfera pestifera nella quale viviamo, occorre essere armati di una profonda coerenza fra ciò che proclamiamo e ciò che dobbiamo internamente sentire e vivere tra noi.
E questa coerenza è tanto più importante in quanto noi predichiamo la parola di Dio. Chi non vive ciò che predica si mette a poco a poco nella condizione di essere esposto agli assalti del nemico.
Se la nostra predicazione fosse continuamente confrontata con ciò che sentiamo interiormente, con ciò di cui siamo persuasi, sarebbe più facile e più accessibile a tutti.
È vero che questo profondo confronto fra coerenza interiore ed esteriore farà talora riconoscere di essere lontani da ciò che si predica, ma l’umiltà del riconoscerlo è già un aspetto della coerenza, è un modo di mostrare che desideriamo averla.
La metafora seguente è la corazza della giustizia. In Is 59, 17 si descrive l’armatura di Dio. Dio si è rivestito di giustizia come di una corazza.
La giustizia è qui espressa come l’attività di Dio che salva i poveri e umilia i peccatori. Dio che impetuosamente compie le sue opere, che è salvezza e punizione. Nella nostra situazione, dovremmo tradurla come il partecipare allo zelo di Cristo per la giustizia del Padre. Questa corazza che ci cinge completamente, che ci difende, è il rivestirci di quei sentimenti che fanno gridare a Cristo per le strade di Palestina: «A Dio ciò che è di Dio »; cioè, che gli fanno proclamare la giustizia del Padre, e, come giustizia, l’opera di salvezza per chi si pente e il castigo per chi non si pente. Per noi, il partecipare all’intimo zelo di Cristo per la giustizia del Padre, è questa corazza che ci cinge, ci avvolge, che ci difende dai nemici.
La terza metafora: calzati i piedi di alacre zelo per il Vangelo della pace. Si descrive qui piuttosto una situazione. Pronti a partire per l’annuncio del Vangelo della pace. La realtà della metafora è la prontezza a portare il Vangelo.
In Is 52, 7 troviamo: «Come sono belli i piedi del messaggero che annuncia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza … ».
Fuori di metafora viene indicato l’ardore, il desiderio di predicare il Vangelo, sapendo che è beneficio per gli uomini e che porta loro la pace. Quindi anche la gioia di chi ha trovato il tesoro (la donna che ritrova la dracma e chiama le vicine piena di gioia: Le 15, 8ss).
Questa è una caratteristica importante del ministero del Vangelo, soprattutto oggi, in cui il ‘pluralismo’ – quando diventa pluralismo filosofico, culturale, religioso – sembra in qualche modo togliere l’ ardore di predicare il Vangelo della pace.
della pace.
Ci chiediamo se ci sia una soluzione a questa difficoltà. La soluzione c’è e non è certamente quella di abolire il pluralismo. Credo anzi che quanto più cresce il dialogo, tanto più deve crescere l’approfondimento della vita evangelica, Se queste due cose crescono insieme, allora è possibile ed è facile conciliare un immenso rispetto per tutte le culture, razze, valori, con un immenso ardore di portare il Vangelo, che è una proposta trascendentale, non commensurabile con nessun altro valore, ma capace di illuminarli e trasformarli tutti.
Quindi questa arma, questa disposizione è estremamente importante per difendersi dall’atmosfera che invece tende piuttosto a livellare tutti i valori. Conciliare l’ardore del Vangelo con la stima dei valori altrui e l’opera mirabile a cui è chiamata la Chiesa di oggi, se vuole conservare il suo slancio missionario.
Quarta metafora: in tutte le occasioni, impugnate lo scudo della fede. I dardi infuocati lanciati dal maligno (l’espressione è presa dal Salmo 11) sono le mentalità del mondo di peccato che, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, ci circonda e ci invita ad interpretare cose e situazioni della nostra vita con metri esclusivamente psicologi, sociologi, economici, assalendoci da ogni parte per toglierci il tesoro della fede.
Lo scudo per opporsi a questa mentalità è lo scudo della fede, cioè la considerazione evangelica di tutta la realtà umana, continuamente richiamata.
Quinta metafora: l’elmo della salvezza, anzi l’elmo dell’opera salvifica, come dice il testo greco. L’espressione è presa da I s 59, 17, e in Isaia vuol dire che Dio è pronto a salvare. Il greco ha un verbo (dexasthe) che vuole dire accettare l’elmo della salvezza; quindi accettate l’azione salvifica di Dio in voi come unica vostra protezione, unica vostra speranza; vi protegge il capo perché essa è la cosa più essenziale.
Sesta metafora: la spada dello Spirito che è la parola di Dio. Cos’è la spada dello Spirito? Ci sono tre passi che possono aiutarci: Is 49, 2 dove si parla di « bocca come spada »; Eh 4,12 dove si parla di « spada come parola»; infine Is 11, 4 dove si dice che « con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio ».
La parola di Dio non è qui il logos, cioè la predicazione, ma il rhéma, cioè gli oracoli divini. Quindi penserei come «spada dello Spirito» non tanto la predicazione di Gesù, ma la sua lotta contro Satana, quando si difende citando gli oracoli di Dio. «Sta scritto … »; cioè, gli oracoli di Dio furono per Lui, e sono per noi, difesa.
Quando siamo assediati dalla mentalità del mondo che ci vorrebbe fare interpretare tutte le cose in maniera puramente umana, dobbiamo ricorrere ai grandi oracoli di Dio nella Bibbia per avere una parola di chiarezza su queste cose e respingere le interpretazioni sbagliate della storia del mondo e della nostra esistenza.

Queste le esortazioni di Paolo.
Possiamo concludere riassumendo: quali situazioni suppongono e quali esortazioni offrono queste parole? .
a) Suppongono prima di tutto che noi siamo in una situazione veramente rischiosa; cioè che nel mondo di oggi è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Dobbiamo avere questo senso della difficoltà perché esso è realismo. Se ci troviamo di fronte a realtà avverse senza osare guardarle in faccia; se viviamo pensando che ci circondano continue difficoltà e rischi, possiamo vivere in una perpetua e sterile apprensione. Ma quando abbiamo analizzato il fondo, sulla base della Scrittura e abbiamo conosciuto l’avversario, vedendo le vie attraverso le quali il mondo è portato al male e come esse si manifestano, allora anche davanti a tutto il mistero del male, nella sua interezza, possiamo sentirci pieni della forza di Dio.
Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione fatto con l’aiuto della Scrittura può metterci davanti ad una situazione di rischio, di timore, di pericolo, ma non di paura, perché vediamo con chiarezza tutta la vastità dell’avversario e tutta la potenza di Dio.
b) Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta né quartiere; cioè, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo; oggi, lo si dimentica troppo spesso, vivendo in una atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi, i quali minacciano proprio chi non se l’aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.
c) Terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere. Qui vorrei ricordare una delle regole di Sant’Ignazio il quale aveva chiarissima l’idea che il nemico attacca valutando la situazione del cristiano. Bisogna conoscerlo bene, perché il nemico gira per vedere se c’è anche soltanto un elemento mancante nell’armatura. È quindi una lotta che deve prenderci tutti e trasformarci, santificandoci completamente.
Un’ultima parola a proposito di un’assenza rilevabile in questo brano: la preghiera. In realtà la preghiera viene nominata, ma non qui. La si ricorda alla fine del brano e con un’esortazione intensissima: «Con ogni sorta di preghiere e di suppliche pregate incessantemente mossi dallo Spirito … » (Ef 6, 18).
Tutte queste armi vanno, quindi, continuamente affinate nell’esercizio della preghiera che non le supplisce – la preghiera non supplisce lo zelo, lo spirito di fede, l’impegno, la capacità di donarsi – ma è quella nella quale tutte quante sono avvolte e nella quale vengono continuamente ritemprate nella lotta.

 

 

La Visione di San Domenico, Bernardo Cavallino, 1640

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Benedetto XVI: – [Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2Cor 6, 1-2)]

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Benedetto XVI: – [Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2Cor 6, 1-2)]

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 17 febbraio 2010

Mercoledì delle Ceneri

Cari fratelli e sorelle!

iniziamo oggi, Mercoledì delle Ceneri, il cammino quaresimale: un cammino che si snoda per quaranta giorni e che ci porta alla gioia della Pasqua del Signore. In questo itinerario spirituale non siamo soli, perché la Chiesa ci accompagna e ci sostiene sin dall’inizio con la Parola di Dio, che racchiude un programma di vita spirituale e di impegno penitenziale, e con la grazia dei Sacramenti.
Sono le parole dell’apostolo Paolo ad offrirci una precisa consegna: “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio…Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2Cor 6,1-2). In verità, nella visione cristiana della vita ogni momento deve dirsi favorevole e ogni giorno deve dirsi giorno di salvezza, ma la liturgia della Chiesa riferisce queste parole in un modo del tutto particolare al tempo della Quaresima. E che i quaranta giorni in preparazione della Pasqua siano tempo favorevole e di grazia lo possiamo capire proprio nell’appello che l’austero rito dell’imposizione delle ceneri ci rivolge e che si esprime, nella liturgia, con due formule: “Convertitevi e credete al vangelo!”, “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”.
Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E’ la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il “sì” totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l’evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del “Vangelo di Dio”: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).
Il “convertitevi e credete al vangelo” non sta solo all’inizio della vita cristiana, ma ne accompagna tutti i passi, permane rinnovandosi e si diffonde ramificandosi in tutte le sue espressioni. Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita, a imparare da Lui l’amore vero, a seguirlo nel compimento quotidiano della volontà del Padre, l’unica grande legge di vita. Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore. Nel recente Messaggio per la Quaresima ho voluto ricordare che “Occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’amore di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare” (L’Oss. Rom. 5 febbraio 2010, p. 8).
Il momento favorevole e di grazia della Quaresima ci mostra il proprio significato spirituale anche attraverso l’antica formula: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai, che il sacerdote pronuncia quando impone sul nostro capo un po’ di cenere. Veniamo così rimandati agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,19). Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, anzi alla nostra morte, che ne è la forma estrema. Di fronte all’innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l’esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte.
L’uomo è polvere e in polvere ritornerà, ma è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. Così la formula liturgica “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” trova la pienezza del suo significato in riferimento al nuovo Adamo, Cristo. Anche il Signore Gesù ha liberamente voluto condividere con ogni uomo la sorte della fragilità, in particolare attraverso la sua morte in croce; ma proprio questa morte, colma del suo amore per il Padre e per l’umanità, è stata la via per la gloriosa risurrezione, attraverso la quale Cristo è diventato sorgente di una grazia donata a quanti credono in Lui e vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena della nostra esistenza, ma sarà portata a compimento dopo “la risurrezione della carne”. Il piccolo gesto dell’imposizione delle ceneri ci svela la singolare ricchezza del suo significato: è un invito a percorrere il tempo quaresimale come un’immersione più consapevole e più intensa nel mistero pasquale di Cristo, nella sua morte e risurrezione, mediante la partecipazione all’Eucaristia e alla vita di carità, che dall’Eucaristia nasce e nella quale trova il suo compimento. Con l’imposizione delle ceneri noi rinnoviamo il nostro impegno di seguire Gesù, di lasciarci trasformare dal suo mistero pasquale, per vincere il male e fare il bene, per far morire il nostro “uomo vecchio” legato al peccato e far nascere l’”uomo nuovo” trasformato dalla grazia di Dio.
Cari amici! Mentre ci apprestiamo ad intraprendere l’austero cammino quaresimale, vogliamo invocare con particolare fiducia la protezione e l’aiuto della Vergine Maria. Sia Lei, la prima credente in Cristo, ad accompagnarci in questi quaranta giorni di intensa preghiera e di sincera penitenza, per arrivare a celebrare, purificati e completamente rinnovati nella mente e nello spirito, il grande mistero della Pasqua del suo Figlio.

CORPOREITÀ E VIRTÙ IN SAN PAOLO

http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=241&id_n=7364

CORPOREITÀ E VIRTÙ IN SAN PAOLO

Autore: Re, Don Piero Curatore: Riva, Sr. Maria Gloria
Fonte: CulturaCattolica.it

Il corpo – è il caso di osservare – nella visione paolina non è né neutro né negativo, come riteneva una certa cultura greca. È portatore di dignità ed è costitutivo dell’uomo, non meno dello spirito. E insieme allo spirito compone l’uomo come immagine di Dio: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?…Glorificate, dunque, Dio nel vostro corpo!» (1Cor 6, 19s).
La corporeità trova nella sessualità un mezzo per esprimersi e comunicare, sempre in una significativa parità di diritti fra uomo e donna, anche se molte espressioni paoline risentono delle culture maschiliste giudaica e greca (cf Ef 5, 22). Per Paolo, il matrimonio non solo è legittimo, ma è «grande mistero», perché nell’unione dei coniugi si attua il mistero salvifico dell’amore di Cristo capo e sposo, per la Chiesa suo corpo e sposa (cf Ef 5, 21-33).
Tuttavia – in un contesto di erotismo esasperato – l’apostolo è portato concretamente a valutazioni a prima vista rigoriste e pessimiste, quali: meglio non sposarsi, a meno di bruciare (cf 1Cor 7, 1s. 8s); l’astensione dai rapporti coniugali, per dedicarsi alla preghiera (cf 1Cor 7, 5); la verginità esaltata a scapito della coniugalità con le sue tribolazioni (cf 1Cor 7, 25-27).
Ciò non toglie che per Paolo matrimonio e verginità siano entrambi vocazioni di origine divina, carismi (cf 1Cor 7,7). La verginità è preferibile ed è consigliata come segno provocatorio che anticipa lo stato finale e definitivo dell’umanità risorta (che sarà «senza mogli né mariti»: Mt 22, 20) e che testimonia una libera e totale dedizione a Cristo e al servizio del prossimo: ideale di carità, cui deve tendere e che avvalora anche la condizione degli sposati (cf 1Cor 7, 29-35).
Le tre virtù – che poi la tradizione cristiana chiamerà ”virtù teologali” – sono le disposizioni e forze interiori, che orientano e plasmano tutta la vita dell’uomo nuovo; sono le nuove facoltà di chi si è incontrato e convertito a Cristo e ora – docile allo Spirito – liberamente e progressivamente conforma a Lui intelligenza e volontà, pensieri e azioni, rapporti e sentimenti.
A volte, Paolo le nomina tutte insieme: «Abbiamo ricevuto notizie della vostra fede in Cristo Gesù, e della carità che avete verso tutti i santi (i battezzati), in vista della speranza che vi attende nei cieli» (Col 1,3; cf 1Cor 13,13; Ef 1, 15-18). Sono inseparabili e da esse scaturiscono – come sorgenti – i singoli atti di fede, speranza, carità.
La «obbedienza della fede» (Rom 1, 5; 16, 26) è l’assenso totale che la libertà umana dà a Dio che in Cristo si dona tutto all’uomo. Abramo è «il padre di tutti i credenti» (Rom 8, 11. 18) e Paolo ne tesse l’elogio (cf Rom 4, 16-22); insieme al battesimo la fede è l’unica causa di giustificazione (cf Rom 3-6; Gal 3); la conoscenza di fede deve diventare ”sapienza” (cf Ef 1, 17s), crescendo nell’età (cf 1Cor 13, 11), fino alla visione perfetta (cf 1Cor 13, 12).
Da quella nuova creatura che è il cristiano, scaturisce un nuovo principio di conoscenza: «Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2, 16), «Siamo in Cristo Gesù, che per noi è sapienza» (1Cor 1,30). Ai Corinti Paolo insegna che esistono due ben diverse sapienze: quella del mondo e quella del cristiano (cf 1Cor 1, 17; 2, 16).
«La sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio», è «vana» (1Cor 3, 19s, Ef 5, 6) e Dio la disperde e l’annienta (cf 1Cor 1, 19-21); non può che ritenere follia la parola della croce (cf 1Cor 1, 18) e non arriva a conoscere Dio, se rimane chiusa nella sua orgogliosa autosufficienza (cf 1Cor 1, 20). È questa infatti la sapienza dell’uomo naturale, che si attiene unicamente alle risorse della sua natura (cf il «corpo psichico», 1Cor 15, 44).
La sapienza del cristiano, invece, proviene dallo Spirito di Dio (cf 1Cor 2, 10-13); è pienamente presente in Cristo nel quale si possono trovare «tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2, 3); con il dono di questa nuova sapienza, l’uomo ”spirituale” può conoscere i profondi segreti di Dio (cf 1Cor 2, 10s),«che Dio ha preparato per coloro che lo amano» (1Cor 2, 9); non c’è allora da stupirsi se questa sapienza, con un linguaggio insegnato dallo Spirito, esprime «cose spirituali in termini spirituali » (1Cor 2, 13); anzi, con essa «giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1Cor 2, 15), che non sia anch’esso ”uomo spirituale”.

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