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AGOSTINO CONTEMPLA LA PAROLA DI DIO

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AGOSTINO CONTEMPLA LA PAROLA DI DIO

Posted by Padre Eugenio Cavallari on 28 November 2012

I tre pani
Quando sarai giunto ai tre pani, cioè a cibarti della Trinità e a intenderla, avrai di che vivere e nutrire gli altri. Non devi temere un forestiero che arriva da un viaggio, ma accogliendolo cerca di farne un concittadino, un membro della tua famiglia, senza temere d’esaurire i tuoi viveri. Quel pane non avrà fine, ma porrà fine alla tua indigenza. E’ pane Dio Padre, è pane Dio Figlio, è pane Dio Spirito Santo. Eterno è il Padre, coeterno il Figlio, coeterno lo Spirito Santo. Immutabile è il Padre, immutabile il Figlio, immutabile lo Spirito Santo. E’ creatore non solo il Padre ma anche il Figlio e lo Spirito Santo. E’ pastore e datore di vita non solo il Padre ma anche il Figlio e lo Spirito Santo. E’ cibo e pane eterno sia il Padre che il Figlio e lo Spirito Santo. Impara e insegna: vivi e nutri. Dio, il quale dà a te, non ti dà di meglio che se stesso. O avaro, che cosa cercavi di più e di meglio? Anche se chiedessi un’altra cosa, come ti basterebbe se non ti basta Dio (Discorso 105, 3, 4)?
Vuoi altercare con me? Piuttosto con me ammira ed esclama: O profondità della ricchezza! Spaventiamoci tutti e due e ripetiamolo insieme. Siamo uniti nel timore, per non perire nell’errore: O profondità della ricchezza della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e impervie le sue vie (Rm 11, 33)! Scruta le cose inscrutabili, fa’ le cose impossibili, corrompi le cose incorruttibili, vedi le cose invisibili (Discorso 26, 13)!
La parola senza alcun suono di parola
Voi ricordate, fratelli miei, il racconto evangelico, che narra come le due sorelle Marta e Maria accolsero il Signore. Marta si dedicava alle faccende del servizio e si agitava nella cura della casa. Infatti aveva accolti in casa, quali ospiti, il Signore e i suoi discepoli. Si affannava con attenzione, scrupolo e devozione perché Gesù e gli apostoli non venissero turbati da alcuna mancanza di riguardo. Invece Maria sedeva ai piedi del Signore e ne ascoltava la parola. Marta, in affanno per il servizio, vedendo quella seduta e del tutto incurante del suo affaccendarsi, si rivolse al Signore: Ti sembra giusto, Signore, che mia sorella mi abbia lasciata sola, mentre sono sola a servirvi? E il Signore: Marta, Marta, tu ti preoccupi di molte cose. Ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc 10, 38-42). Tu hai scelto una parte buona, ma questa è la parte migliore. Inoltre ciò che tu hai scelto passa: servi chi ha fame e sete, provvedi letti a chi ha sonno, offri ospitalità a chi vuol entrare in casa. Tutto ciò passa. Verrà l’ora in cui nessuno avrà fame e sete, nessuno dovrà dormire; perciò ti sarà tolta ogni preoccupazione. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà mai tolta: ha scelto la contemplazione, ha scelto di vivere della Parola. Che sarà mai il vivere della Parola senza alcun suono di parola? Ora costei viveva della parola, ma della parola che ha un suono. Un giorno il vivere della Parola sarà senza alcun suono di parola. La Parola è di per sé la vita. Saremo quindi simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3, 2). Questa era ed è la sola cosa necessaria: gustare la dolcezza del Signore. Non ci è ancora del tutto possibile questo nella notte del mondo (Discorso 169, 14, 17).
La Parola di Dio è il mio avversario
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario, finché sei per via (Mt 5, 25). Ma chi è questo avversario? Non è il diavolo: mai la Scrittura ti esorterebbe a metterti d’accordo con il diavolo. E’ un altro l’avversario, che l’uomo stesso rende suo avversario. Lui, se ti fosse avversario, non sarebbe con te per via; mentre invece proprio per questo è con te per via: per mettersi d’accordo con te. Sa che se non ti metti d’accordo con lui per via, cioè durante questa vita, ti porterà un giorno davanti al giudice, il giudice ti consegnerà alla guardia, la guardia ti porterà in carcere. Chi è dunque l’avversario? La Parola di Dio. Essa è il tuo avversario. Perché è avversario? Perché comanda cose contrarie a quelle che fai tu. Essa ti dice: Unico è il tuo Dio, adora l’unico Dio. Tu invece, abbandonato l’unico Dio, che è il legittimo sposo della tua anima, vuoi fornicare con gli errori e il male, con ess vuoi convivere, senza ripudiare Dio apertamente. Da anima adultera, non abbandoni la casa dello sposo, ma ti dai all’adulterio, pur rimanendo sposata con lui. Ora chi fa il male, non vorrebbe che io dicessi queste cose. Ma, lo vogliano o non lo vogliano, io parlerò. Se non vi esorto a mettervi d’accordo con l’avversario, rimarrò io in lite con lui. Chi comanda a voi di agire, comanda a me di parlare: voi, non facendo quanto comanda di fare, siete suoi avversari. Io e voi saremo suoi avversari se non diciamo quanto comanda di dire (Discorso 9, 3).
La Parola di Dio è l’avversario della tua volontà finché non sarà autore della tua salvezza. Oh, quant’è buono e utile questo avversario! Esso non desidera la nostra volontà, ma la nostra utilità. E’ nostro avversario finché noi stessi lo siamo di noi. Fino a quando tu sarai nemico di te stesso, avrai come nemica la parola di Dio: sii amico di te stesso e andrai d’accordo con essa. Dalle ascolto e andrai d’accordo. Non solo non ci perdi nulla, ma in essa ritrovi te stesso, che ti eri perduto. La via è la vita presente; se saremo andati d’accordo e avremo acconsentito alla parola di Dio, al termine della via non avremo paura del giudice, delle guardie, del carcere (Discorso 109, 3).
Maestro della Parola, Maestro la Parola
Alla vostra dolcissima Carità, come ho potuto e con la grazia di Dio, ho mostrato la sua Parola. Attualmente voi fate ciò che in cielo faremo tutti. Lassù non ci sarà più alcun maestro della parola, ma maestro sarà la Parola. Ne deriva, quindi, che a voi spetta attuarla, a noi esortarvi a viverla. Voi siete infatti gli ascoltatori della parola, noi i predicatori. Ma nell’intimo, dove nessuno vede, siamo ascoltatori tutti: interiormente, nel cuore, nella mente, dove è nostro maestro Colui che vi esorta a lodare. Io parlo dall’esterno, egli vi anima all’interno. Interiormente, quindi, siamo tutti ascoltatori; ma tutti, sia all’esterno sia nell’intimo alla presenza di Dio, dobbiamo essere realizzatori. Certo io che vi parlo o chiunque vi predica la parola non vede il vostro cuore: non si può giudicare che cosa fate all’interno dei vostri pensieri. Cosa impossibile all’uomo, ma a Dio non si può nascondere il cuore umano. Egli nota con quale impegno ascolti, a che cosa pensi, che cosa comprendi, quanto profitto fai del suo aiuto, con quanta insistenza preghi, come implori Dio per ottenere ciò che non hai e come lo ringrazi di ciò che hai (Discorso 179, 7).
Creare con le parole
Mosè, quando parla della creazione, dice che è opera di Dio: In principio Dio creò il cielo e la terra (Gn 1, 1). L’evangelista Giovanni afferma semplicemente: In principio era il Verbo (Prologo). Quindi se era fin dal principio, Egli non fu creato, poiché con il Verbo Dio il Padre creò l’universo: Il Verbo parlò e le cose furono fatte; ordinò e furono create (Sal 148, 5). Una cosa è creare con la parola, un’altra essere creati da essa; ma colui che pronuncia la Parola ha la Parola, e quindi crea con la Parola, e se crea con la Parola, non ha creato la Parola. Lui è la Parola (Discorso 380, 3).
Molte parole, una sola parola
Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. Perché la Verità non avrebbe detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28, 19), se Tu non fossi Trinità. Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio. Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai concesso di potere, ti ho cercato e ho desiderato di vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e faticato. Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa’ sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre il tuo volto con ardore. Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta. Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto, ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fin quando Tu mi avrai riformato interamente. Liberami, Dio mio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell’interno della mia anima, misera alla tua presenza, e che si rifugia nella tua misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca. Molti sono i miei pensieri vani: concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma siano al sicuro dal loro influsso i miei giudizi e la mia coscienza con la tua protezione. Parlando di Te un sapiente ha detto: Molto potremmo dire senza giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto (Eccli 43, 29). Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te. Tu resterai, solo, tutto in tutti (cf 1 Cor 15, 28), e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te. Signore, unico Dio e Trinità (Trinità 15, 28, 15).
Parlare, tacere, ascoltare
L’uomo maldicente non durerào sulla terra, il male lo spingerà verso la rovina (Sal. 139, 12). Che cosa infatti lo attrae, se non il vuoto parlare? Non bada a ciò che dice: basta che parli. Impossibile quindi che costui righi dritto. Come invece dovrà essere il servo di Dio, acceso da quei carboni ardenti della parola di Dio e diventato lui stesso carbone salutare? Come si comporterà? Deve imparare ad ascoltare più che parlare (cf. Gc 1, 19). Anzi, nei limiti del possibile, desideri non essere posto nella necessità di dover parlare, predicare e insegnare. Miei fratelli, in questo momento noi stiamo parlando a voi per insegnarvi qualcosa; ma quanto sarebbe meglio se tutti sapessimo tutto e nessuno dovesse far da maestro agli altri; se non ci fosse uno che parla e un altro che ascolta, ma tutti fossimo all’ascolto di quell’unico a cui è detto: Al mio udito farai sentire esultanza e letizia (Sal 50, 10)! Riponi la tua gioia nell’ascoltare Dio; nel parlare ti muova solo la necessità. E poi, perché voler parlare piuttosto che ascoltare? Uscire sempre fuori di sé e provar tanta difficoltà a tornare dentro? Il tuo maestro è dentro, mentre quando vuoi far da maestro esci fuori per avvicinarti a coloro che sono fuori. In effetti, è dall’interno che si fa udire la verità a noi; quando invece parliamo ci rivolgiamo a chi è fuori del nostro cuore. Non amiamo, dunque, le cose esteriori ma quelle interiori! Dei beni interiori godiamo, di quelli esteriori usiamone nella misura in cui sono necessari. Non attacchiamo ad essi la volontà (Esposizione Salmo 139, 15).
Il significato mistico della parola
Questa frase: Quando la sua terra fu a lui restituita (Sal 96, 3) potremmo intenderla così: Quando la carne di Gesù fu risuscitata dalla terra della morte. In tal modo coglieremmo il significato mistico, non in contrasto con l’insegnamento di Cristo. « Terra restituita » potrebbe corrispondere a « carne risuscitata ». Infatti tutto ciò che cantiamo nel salmo, si realizzò dopo la resurrezione del Signore. Ascoltiamo, quindi, questo salmo ridondante di gioia per la restituzione della terra al cielo, dalla morte alla vita. E il Signore nostro Dio voglia suscitare in noi un’attesa e un’esultanza che corrisponda alla grandezza degli eventi. Egli ci sia guida nel nostro parlare in modo che risulti adeguato ai bisogni del vostro cuore. Ciò che attraverso la contemplazione di tante meraviglie riempie di gaudio il nostro cuore, lo faccia salire sulla nostra lingua, e dalla nostra lingua passi ai vostri orecchi, e da qui nel vostro cuore e nella vostra vita (Esposizione Salmo 96, 3).

Dio non parla agli angeli così come parliamo fra noi o a Dio o agli angeli o gli angeli stessi a noi o Dio a noi con il loro intervento. Comunque è sempre in modo inesprimibile, sebbene a noi venga comunicato nel nostro solito modo d’intendere. La parola di Dio più alta, prima di aver agito nel mondo, è la ragione immutabile e intima dell’azione stessa, perché non ha un suono che colpisce l’udito e passa, ma possiede una forza che rimane al di là del tempo ed opera nel tempo. Con essa parla agli angeli, con noi parla in altra maniera perché siamo nello spazio. Quando anche noi con l’udito della coscienza afferriamo qualche vibrazione di questa parola, siamo simili agli angeli. Io non devo ad ogni momento rendere ragione del modo di parlare di Dio. E’ la non diveniente Verità che parla da sé in modo ineffabile alla coscienza della creatura ragionevole o parla mediante una creatura che muta, tanto al nostro pensiero con concetti della ragione quanto ai sensi con suoni sensibili (Città di Dio 16, 6, 1).
Varie modalità del parlare di Dio
Molti sono i modi con cui Dio parla a noi. A volte ci parla tramite qualche documento, per esempio il libro delle sacre Scritture, o parla tramite una stella come ai magi (cf. Mt 2, 2). Che cosa è infatti il parlare se non la manifestazione della volontà? Parla anche tramite il sorteggio, parla per mezzo di un essere umano, ad esempio un profeta; parla tramite l’angelo, come ad alcuni patriarchi, profeti e apostoli. Parla infine tramite una qualsiasi creatura, fatta voce e suono, come leggiamo e crediamo siano scese voci dal cielo cantando. Infine Dio parla direttamente all’uomo stesso, non esternamente attraverso orecchi e occhi, ma interiormente, nell’anima, in varie maniere: in sogno, inebriando lo spirito dell’uomo con l’estasi, oppure nella mente, quando ciascuno intuisce l’autorità o la volontà di Dio. Nessuno può mai conoscere ciò che Dio vuole, se non risuona interiormente in lui un certo tacito grido della verità. Dio parla inoltre nella coscienza dei buoni e dei cattivi: nessuno può rettamente approvare quanto fa di bene e disapprovare quanto fa di male se non per quella voce della verità che loda o disapprova queste cose nel silenzio del cuore. E la verità è Dio in persona (Discorso 12, 4).
Agostino spiega il mistero del pensiero con la parola
Dio disse: Sia…e quella cosa fu (cf. Gn 1, 1 s). Per ciascuna creatura egli disse e quella fu. In quale lingua parlò? Dio non va immaginato come un corpo, come un uomo o come un angelo; anche se ai padri si è degnato di manifestarsi così. Non era questa la sua natura, ma si serviva di una sua creatura a lui soggetta; in nessun altro modo infatti colui che è l’invisibile si sarebbe potuto manifestare agli sguardi degli uomini. Ora, come la parte migliore di noi è la mente, così chi è migliore di ogni realtà è Dio. Ciò che è superiore, come puoi concepirlo attraverso una cosa inferiore? In te il corpo è inferiore alla mente; fra gli esseri nulla è migliore di Dio. Ora, sollevati a ciò attraverso il meglio di te, per arrivare, se puoi, a colui che di tutti è il migliore. Io adesso sto parlando, a delle menti; sì, certo, anch’io, visibile nel corpo, guardo delle facce visibili; però attraverso ciò che vedo io parlo a ciò che non vedo. Io dentro di me porto il pensiero concepito nel cuore e quel che ho concepito nel cuore voglio partorirlo nelle tue orecchie; voglio comunicare a te quello che ho dentro, manifestare a te quel che è nascosto e cerco di farlo giungere fino alla tua mente. Prima mi raccolgo davanti ai tuoi orecchi, come se fossi alla porta della tua mente, e poiché il pensiero che ho concepito con la mente è invisibile, e non posso condurlo fino a te, gli metto a disposizione il suono come se fosse un veicolo. Il pensiero è invisibile, il suono è percepibile; io pongo ciò che è invisibile sopra ciò che è percepibile e così posso arrivare fino a chi ascolta. In tal modo il pensiero è uscito da me ed è arrivato a te, ma non si è allontanato da me. Ora – se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi, le basse alle alte, le umane alle divine – Dio ha fatto proprio così. Il Verbo era invisibile presso il Padre; per arrivare fino a noi assunse un veicolo, prese la carne; arrivò fino a noi, ma non si allontanò dal Padre (Discorso 223 A, 2).

La Cattedrale dell’Avana

La  Cattedrale dell'Avana dans immagini varie header

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PAPA FRANCESCO A CUBA – DOMENICA 20 SETTEMBRE – OMELIA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20150920_cuba-omelia-la-habana.html

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO A CUBA, NEGLI STATI UNITI D’AMERICA
E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
(19-28 SETTEMBRE 2015)

SANTA MESSASANTA MESSA, 

OMELIA DEL SANTO PADRE

Plaza de la Revolución, La Habana

Domenica, 20 settembre 2015

Gesù rivolge ai suoi discepoli una domanda apparentemente indiscreta: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?” (Mc 9,33). Una domanda che anche oggi Egli può farci: Di cosa parlate quotidianamente? Quali sono le vostre aspirazioni? «Essi – dice il Vangelo – tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande» (Mc 9,34). Si vergognavano di dire a Gesù di cosa stavano parlando. Come nei discepoli di ieri, anche in noi oggi si può riscontrare la medesima discussione: “Chi è il più grande?”.
Gesù non insiste con la sua domanda, non li obbliga a dirgli di che cosa parlavano per la strada; eppure quella domanda rimane, non sono nella mente, ma anche nel cuore dei discepoli.
“Chi è il più grande?”. Una domanda che ci accompagnerà per tutta la vita e alla quale saremo chiamati a rispondere nelle diverse fasi dell’esistenza. Non possiamo sfuggire a questa domanda, è impressa nel cuore. Ho sentito più di una volta in riunioni famigliari domandare ai figli: “A chi volete più bene, al papà o alla mamma?”. È come domandare: chi è più importante per voi? Questa domanda è davvero solo un semplice gioco per bambini? La storia dell’umanità è stata segnata dal modo di rispondere a questa domanda.
Gesù non teme le domande degli uomini; non ha paura dell’umanità, né dei diversi interrogativi che essa pone. Al contrario, Egli conosce i “recessi” del cuore umano, e come buon pedagogo è sempre disposto ad accompagnarci. Fedele al suo stile, fa’ propri i nostri interrogativi, le nostre aspirazioni e dà loro un nuovo orizzonte. Fedele al suo stile, riesce a dare una risposta capace di porre una nuova sfida, spiazzando le “risposte attese” o ciò che era apparentemente già stabilito. Fedele al suo stile, Gesù pone sempre in atto la logica dell’amore. Una logica capace di essere vissuta da tutti, perché è per tutti.
Lontano da ogni tipo di elitarismo, l’orizzonte di Gesù non è per pochi privilegiati capaci di giungere alla “conoscenza desiderata” o a distinti livelli di spiritualità. L’orizzonte di Gesù è sempre una proposta per la vita quotidiana, anche qui, nella “nostra” isola; una proposta che fa sempre sì che la quotidianità abbia un certo sapore di eternità.
Chi è il più grande? Gesù è semplice nella sua risposta: «Se uno vuole essere il primo – ossia il più grande – sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). Chi vuole essere grande, serva gli altri, e non si serva degli altri!
E questo è il grande paradosso di Gesù. I discepoli discutevano su chi dovesse occupare il posto più importante, su chi sarebbe stato il privilegiato – ed erano i discepoli, i più vicini a Gesù, e discutevano di questo! –, chi sarebbe stato al di sopra della legge comune, della norma generale, per mettersi in risalto con un desiderio di superiorità sugli altri. Chi sarebbe asceso più rapidamente per occupare incarichi che avrebbero dato certi vantaggi.
E Gesù sconvolge la loro logica dicendo loro semplicemente che la vita autentica si vive nell’impegno concreto con il prossimo, cioè servendo.
L’invito al servizio presenta una peculiarità alla quale dobbiamo fare attenzione. Servire significa, in gran parte, avere cura della fragilità. Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo. Sono i volti sofferenti, indifesi e afflitti che Gesù propone di guardare e invita concretamente ad amare. Amore che si concretizza in azioni e decisioni. Amore che si manifesta nei differenti compiti che come cittadini siamo chiamati a svolgere. Sono persone in carne e ossa, con la loro vita, la loro storia e specialmente la loro fragilità, che Gesù ci invita a difendere, ad assistere, a servire. Perché essere cristiano comporta servire la dignità dei fratelli, lottare per la dignità dei fratelli e vivere per la dignità dei fratelli. Per questo, il cristiano è sempre invitato a mettere da parte le sue esigenze, aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili.
C’è un “servizio” che serve gli altri; però dobbiamo guardarci dall’altro servizio, dalla tentazione del “servizio” che “si” serve degli altri. Esiste una forma di esercizio del servizio che ha come interesse il beneficiare i “miei”, in nome del “nostro”. Questo servizio lascia sempre fuori i “tuoi”, generando una dinamica di esclusione.
Tutti siamo chiamati dalla vocazione cristiana al servizio che serve e ad aiutarci a vicenda a non cadere nelle tentazioni del “servizio che si serve”. Tutti siamo invitati, stimolati da Gesù a farci carico gli uni degli altri per amore. E questo senza guardare accanto per vedere che cosa il vicino fa o non fa. Gesù ci dice: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). Costui diventa il primo. Non dice: “Se il tuo vicino desidera essere il primo, che serva”. Dobbiamo guardarci dallo sguardo che giudica e incoraggiarci a credere nello sguardo che trasforma, al quale ci invita Gesù.
Questo farci carico per amore non punta verso un atteggiamento di servilismo, ma al contrario, pone al centro la questione del fratello: il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone.
Il santo Popolo fedele di Dio che vive a Cuba è un popolo che ama la festa, l’amicizia, le cose belle. È un popolo che cammina, che canta e loda. È un popolo che ha delle ferite, come ogni popolo, ma che sa stare con le braccia aperte, che cammina con speranza, perché la sua vocazione è di grandezza. Così l’hanno seminata i vostri antenati. Oggi vi invito a prendervi cura di questa vocazione, a prendervi cura di questi doni che Dio vi ha regalato, ma specialmente voglio invitarvi a prendervi cura e a servire la fragilità dei vostri fratelli. Non trascurateli a causa di progetti che possono apparire seducenti, ma che si disinteressano del volto di chi ti sta accanto. Noi conosciamo, siamo testimoni della «forza incomparabile» della risurrezione che «produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 276.278).
Non dimentichiamoci della Buona Notizia di oggi: la grandezza di un popolo, di una nazione; la grandezza di una persona si basa sempre su come serve la fragilità dei suoi fratelli. E in questo troviamo uno dei frutti di una vera umanità.
Perché, cari fratelli e sorelle, “chi non vive per servire, non serve per vivere”.

 

SAN MATTEO – 21 SETTEMBRE – APOSTOLO ED EVANGELISTA

http://liturgia.silvestrini.org/santo/137.html

SAN MATTEO – 21 SETTEMBRE – APOSTOLO ED EVANGELISTA

BIOGRAFIA

La chiamata…
Leggiamo nel Vangelo il racconto che San Matteo ci fa della sua conversione. L’Epistola descrive la celebre visione nella quale sono mostrati ad Ezechiele quattro animali simbolici nei quali, sin dai primi secoli, si vollero vedere i quattro Evangelisti. San Matteo è rappresentato dall’animale con la faccia umana, perché comincia il suo Vangelo con la serie degli antenati dai quali discendeva Gesù come uomo. Lo scopo che egli ebbe nello scrivere questo libro, pieno di sapienza divina (Intr.), fu di provare che Gesù, avendo realizzato gli oracoli relativi al Liberatore d’Israele è dunque il Messia. Il nome di San Matteo si trova nel Canone della Messa nel gruppo degli Apostoli.

MARTIROLOGIO
Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, l’asciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento.

DAGLI SCRITTI…
Dalle « Omelie » di san Beda il Venerabile, sacerdote
Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse.
Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: « Seguimi » (Mt 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: « Seguimi ». Gli disse « Seguimi », cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi quanto con la pratica della vita. Infatti  » chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato  » (1 Gv 2, 6).
 » Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì  » (Mt 9, 9). Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali, era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.
« Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli » (Mt 9, 10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede, attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all’inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l’amore, gli preparò un convito molto più gradito nell’intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice:  » Ecco sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me  » (Ap 3, 20).Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perché con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.

Le reliquie del santo Apostolo
Nella ricognizione effettuata il 24 maggio 1924 all’altare della chiesa inferiore dei Ss. Cosma e Damiano fu rinvenuta una cassetta d’argento contenente alcune reliquie dell’Apostolo. Provenienti da Salerno, dove si venera il corpo, vennero portate a Roma dal futuro papa Vittore III e donate a Cencio Frangipane nel 1050, come viene affermato dalla scritta che corre lungo il reliquiario. Una parte di un suo braccio, probabilmente donato da Paolo V, è in S. Maria Maggiore. Roma possiede altre reliquie dell’Apostolo a S. Prassede, a S. Nicola in Carcere e ai Ss. XII Apostoli.

 

AGOSTINO, COSTRUTTORE DELLA CITTÀ DI DIO NELLA CITTÀ DELL’UOMO

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AGOSTINO, COSTRUTTORE DELLA CITTÀ DI DIO NELLA CITTÀ DELL’UOMO

Posted by Padre Eugenio Cavallari on 24 April 2013

Amore di Dio e amore del mondo
Se conosciamo veramente, non possiamo non amare: una conoscenza senza amore non ci salva. Se professate la fede, ma non amate, voi assomigliate ai demoni. Perciò, come ameremo Dio se amiamo il mondo? Egli vuole farsi accogliere in noi mediante la carità. Ci sono dunque due amori: quello del mondo e quello di Dio; se alberga in noi l’amore del mondo, non potrà entrarvi l’amore di Dio. Si tenga lontano l’amore del mondo e resti in noi l’amore di Dio. Abbia posto in noi l’amore migliore (Commento I lettera di Giovanni 2, 8).

La città dei santi
Sion è la città di Dio, che con altro nome si chiama Gerusalemme. Sion significa speculazione, cioè visione e contemplazione. Orbene ogni anima, che con attenzione fissa la luce divina per venirne illuminata, è Sion. Se invece essa si volge a fissare la propria luce, diventa opaca. E qual è la città di Dio se non la Chiesa? Gli uomini che amano Dio e si amano a vicenda costituiscono la città di Dio. Ogni città è governata da una legge: la legge di costoro è la carità. La legge di questa città è la carità, e la carità è Dio. Chi è colmo di carità è pieno di Dio. Sii nella Chiesa e Dio non sarà al di fuori di te (Esposizione Salmo 98, 4).

Le due città
La redenta famiglia di Cristo Signore e l’esule città di Cristo Re adduca contro i propri nemici ogni argomento; ricordi però che anche fra i nemici sono nascosti dei futuri concittadini. Non ritenga privo di risultato il fatto che, prima di giungere ad essi come compagni di fede, li deve sopportare come avversari. Allo stesso modo la città di Dio accoglie con sé, finché è esule in questo mondo, alcuni che partecipano ai suoi sacramenti, ma non saranno con lei nell’eterna eredità dei santi. Di essi alcuni sono celati, altri manifesti. E questi ultimi non si fanno scrupolo di mormorare assieme ai nemici di Dio, pur avendo in fronte il sacramento. Infatti le due città non sono identificabili nel fluire dei tempi e sono fra loro perfettamente mescolate, finché non saranno separate nell’ultimo giudizio (Città di Dio 1, 35).

Prerogative delle due città
Sebbene molti grandi popoli coesistano nel mondo con diverse religioni e costumi, distinguendosi per notevole diversità di lingua, armamento e abbigliamento, tuttavia non vi sono che due tipi di umana convivenza. Secondo il linguaggio biblico, li possiamo definire giustamente le due città. Una è quella degli uomini che vogliono vivere secondo la carne, l’altra di coloro che intendono vivere secondo lo spirito: ciascuna nella pace del proprio stile di vita. E quando conseguono il fine a cui tendono, ciascuna vive nella propria pace. (Città di Dio 10, 25).

Nella storia si profilano le due città
Due amori diedero origine a due città: alla terrena l’amore di sé fino al disprezzo per Dio, alla celeste l’amore a Dio fino al disprezzo di sé. Quella si gloria in sé, questa in Dio. Quella esige la gloria dagli uomini, per questa la più grande gloria è Dio, testimone della coscienza. Quella leva in alto la testa nella sua gloria, questa dice a Dio: Tu sei la mia gloria perché levi in alto la mia testa. Nella prima prevale la passione del dominio sia nei capi sia nei popoli che assoggetta, in questa si scambiano i servizi della carità: i capi col deliberare, i sudditi con l’obbedire. Quella ama la propria forza nei propri eroi, questa dice al suo Signore: Tu sei la mia forza. Nella città terrena quindi i filosofi hanno dato rilievo al bene o del corpo o dell’anima, o di tutti e due. Coloro che poi potevano conoscere Dio, non lo adorarono e ringraziarono come Dio, ma si smarrirono nei propri pensieri e fu lasciato nell’ombra il loro cuore stolto perché credevano di essere sapienti: in essi domina la superbia. Per questo divennero sciocchi e sostituirono alla gloria di Dio immortale quella dell’uomo o dell’animale mortale: in tali forme di idolatria furono guide o partigiani della massa. Così si asservirono nel culto alla creatura, anziché a Dio creatore, che è benedetto per sempre. Nella città celeste invece l’unica filosofia è la religione con cui Dio si adora convenientemente, perché essa attende il premio nella società degli eletti affinché Dio sia tutto in tutti (Città di Dio 14, 1).

La gloriosissima città di Dio
Essa conosce e adora un solo Dio. L’hanno annunziata i santi angeli che ci hanno invitato alla sua vita comunitaria e hanno voluto che in essa noi fossimo loro concittadini..Non vogliono che sacrifichiamo loro ma, con essi, siamo un sacrificio a Dio. Tutti gli immortali felici ci vogliono bene: se non lo volessero, non sarebbero felici. Ci vogliono bene appunto perché anche noi siamo felici con loro: ci soccorrono e ci aiutano di più se adoriamo con loro il solo Dio: padre, Figlio, Spirito Santo, che non se adorassimo loro stessi con sacrifici (Città di Dio 14, 28).

Le due vite della Chiesa
La Chiesa conosce due vite, che le sono state rivelate e raccomandate da Dio: una è nella fede, l’altra nella visione; una appartiene al tempo del pellegrinaggio, l’altra all’eterna dimora; una è nella fatica, l’altra nel riposo; una lungo la via, l’altra in patria; una nel lavoro dell’azione, l’altra nel premio della contemplazione; una che si tiene lontana dal male e compie il bene, l’altra che non ha alcun male da evitare ma un solo grande bene da godere; una combatte con l’avversario, l’altra regna senza contrasti; una è forte nelle avversità, l’altra non ha alcuna avversità da sostenere; una deve tenere a freno le passioni della carne, l’altra riposa nelle gioie dello spirito; una è tutta impegnata nella lotta, l’altra gode tranquilla e in pasce i frutti della vittoria; una chiede aiuto nelle tentazioni, l’altra, libera da ogni tentazione, trova il riposo in colui che è stato il suo aiuto; una soccorre l’indigente, l’altra vive dove non esiste alcun indigente; una perdona le offese per essere a sua volta perdonata, l’altra non subisce offese da perdonare, né deve farsi perdonare alcuna offesa; una è colpita duramente dai mali affinché non esulti nei beni, l’altra gode di tale pienezza di grazia ed è così libera da ogni male, che senza alcuna tentazione di superbia aderisce al sommo bene: una discerne il bene dal male, l’altra non ha che da contemplare il Bene. Quindi una è buona, ma ancora infelice, l’altra è migliore e beata (Commento Vangelo Giovanni 124, 5).

Confronto fra le due città
Nell’evoluzione della storia umana le due città, la celeste e la terrena, sono mescolate dall’inizio alla fine. La terrena ha creato per sé, da ogni provenienza o anche dagli uomini, i falsi dèi che ha voluto, per sottomettersi a loro mediante l’offerta di vittime. Invece quella celeste, che è esule sulle terra, non crea falsi dèi, ma essa è stata creata dal vero Dio ed essa stessa è la sua vera immolazione. Tutte e due però usano ugualmente i beni temporali e sono colpite dai mali con diversa fede, diversa speranza, diverso amore, fino a che siano separate dal giudizio finale e ciascuna raggiunga il proprio fine che non ha fine (Città 18, 54, 2).

Il fine ultimo
Fine del nostro bene è quello per cui gli altri beni si devono desiderare ed esso per se stesso; fine del male è quello per cui gli altri mali si devono evitare ed esso per se stesso. In questo modo diciamo fine del bene non là dove termina, cioè dove cessa di esistere, ma là dove raggiunge la compiutezza poiché ha tutta la pienezza; allo stesso modo diciamo fine del male non dove cessa di essere, ma là dove conduce nel danneggiare. Questo fine è dunque il sommo bene e il sommo male (Città 19, 1).

Nel giudizio la coscienza e il libro della vita
L’apostolo Giovanni scrive: Furono aperti i libri, e fu aperto anche un altro libro, che è proprio dell’esistenza di ciascuno; i morti furono giudicati in base a ciò che era scritto nei libri, ciascuno secondo le proprie azioni (Apocalisse 20, 12). I primi libri sono i Libri del Vecchio e Nuovo Testamento, in base ai quali veniamo giudicati; l’altro libro è quello dell’esistenza di ciascun uomo, con cui verificare quale dei precetti divini ciascuno avrà osservato o violato. Chi apre questo libro è un potere divino, per cui avviene che a ciascun uomo sono richiamate alla memoria tutte le proprie opere, buone e cattive, che saranno esaminate con mirabile prontezza da un immediato atto della mente, in modo tale che la consapevolezza interiore accusi o scusi la coscienza e così tutti e ciascun uomo siano simultaneamente giudicati. Questo divino potere ha certamente avuto il nome di ‘libro’ perché in esso in certo qual senso si legge ogni particolare della vita, che mediante tale potere viene appunto rievocato (Città 20, 14).

Salutare il pensiero dell’Inferno
Con l’aiuto della grazia di Dio siamo sempre all’erta con costante attenzione perché non ci inganni l’infondata certezza di ciò che sembra vero, non suggestioni un discorso scaltro, non offuschino le tenebre di qualche errore, non si creda male ciò che è bene e bene ciò che è male, né il timore distolga dalle azioni che si devono compiere, né il sole tramonti sopra la nostra ira, le inimicizie non spingano a ricambiare male per male, non avvilisca una disonesta o smodata tristezza, una mente ingrata non induca all’indifferenza del bene che si deve compiere, una buona coscienza non sia importunata dalle dicerie della maldicenza, un nostro sospetto temerario sull’altro non ci inganni e il falso dell’altro su di noi ci butti a terra, non regni il peccato sul nostro corpo mortale per obbedire ai suoi desideri, non siano usate le nostre membra come armi di malvagità per il peccato, non si faccia ciò che non è lecito. Infine: in questa aperta battaglia di affanni, sofferenze e impegno non si speri di ottenere la vittoria con le nostre sole forze, ma tutto si attribuisca solo alla infinita grazia di Dio (Città 22, 23).

Nella contemplazione della verità il riposo dei beati
Questa vita dei santi riempirà anche i loro corpi, trasformati nello stato celeste e angelico, ed essi godranno di tale vigore immortale che da nessuna necessità dello stato mortale potranno essere attirati né essere allontanati dalla contemplazione e dalla lode della verità che li fa beati. La stessa verità sarà per loro cibo e riposo, come lo è il riposo del sonno. E’ stato scritto: Sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno del Padre mio. Questo significa che nel gran riposo si nutriranno del cibo della verità: cibo che viene assunto come alimento senza mai venire a mancare, viene assunto a sazietà senza venire intaccato, viene a completarti senza consumarsi, diversamente dal nostro cibo che restaura le forze, ma si esaurisce, e finisce perché non finisca la vita di chi se ne alimenta. Quel riposo sarà la pace eterna, quel cibo sarà la verità immutabile, quel banchetto sarà la vita eterna, cioè lo stesso conoscere: Questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato Gesù Cristo (Disc. 362, 29, 30).

Sublime visione spirituale di Dio
In Dio, che è presente ovunque e dirige al proprio fine tutte le cose, noi vedremo noi stessi e tutti gli uomini nella luminosità spirituale dei nostri corpi. E così contempleremo Dio che è incorporeo e conduce tutti gli esseri al proprio fine. Dio sarà a noi noto con tanta evidenza che sarà veduto con la propria facoltà spirituale da ognuno di noi, da uno nell’altro, in se stesso, nel nuovo cielo e nella nuova terra e in ogni creatura che esisterà nell’eternità, sarà veduto anche mediante il corpo in ogni corpo, in qualunque direzione saranno volti gli occhi del corpo spirituale con un’acutezza che raggiunge l’oggetto.. Si sveleranno anche i nostri pensieri dall’uno all’altro. (Città 22, 29, 6).

L’Amen e l’Alleluia della vita celeste
Tutta la nostra attività consisterà nell’Amen e nell’Alleluia. Che ne dite, fratelli? Vedo che vi rallegra l’udire questo, ma vi prego anche di non rattristarvi ancora ragionando secondo la mentalità carnale che porta a pensare, che, ripetendo per un giorno lem stese parole, proverebbe una gran noia e vorrebbe soltanto tacere. Proverò a spiegarmi come potrò. Noi non diremo queste due parole con suoni fuggevoli, ma con il moto interiore dell’amore. Amen infatti significa: E’ vero; Alleluia significa: Lodate Dio. Dio è verità incommensurabile, nella quale sono impensabili carenza o progresso, aumento o diminuzione o cedimento o falsità, perché resta perpetuamente stabile e sempre incorruttibile. Tutto ciò che facciamo quaggiù è figura della realtà, espresso attraverso la mediazione del corpo, e in esso ci muoviamo retti dalla fede. Ma quando vedremo faccia a faccia quello che ora vediamo in uno specchio, in maniera confusa, allora proclameremo: E’ vero, in un modo così diverso che non si può nemmeno dire. Esclameremo: Amen, saziandocene in modo insaziabile. Si potrà parlare di sazietà perché non si avvertirà alcuna mancanza, ma poiché tale pienezza non cesserà mai di dare diletto, si può in certo modo dire insaziabile la sazietà stessa. E come vi sazierete insaziabilmente della verità, così con insaziabile verità proclamerete il vostro Amen. Nessuno può dire per ora come saranno quelle cose che occhio non vide né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo. Ma poiché, senza alcuna noia, anzi col massimo diletto perpetuo,, vedremo il vero e lo contempleremo nella più certa evidenza, noi stessi, accesi dall’amore della verità e a lei uniti in dolce e casto abbraccio, fuori dalla mediazione del corpo, con tale acclamazione loderemo Dio e diremo: Alleluia. Esultando in tale lode con l’ardente carità che li unisce tra loro e a Dio, i cittadini di quelle città celeste diranno: Alleluia, perché diranno : Amen (Discorso 362, 28, 29).

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L’UMILTA’ – PADRE RANIERO CANTALAMESSA

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L’UMILTA’ – PADRE RANIERO CANTALAMESSA

La sobria ebbrezza dello Spirito – Edizioni RnS – Roma

Insegnamento tenuto a Chiaravalle Milanese, durante l’Incontro regionale dei Rinnovamento lombardo, Pentecoste 1979.

Inizio questo insegnamento richiamando un brano della Parola di Dio che si trova in Luca, cap. 14; si tratta della parabola sulla scelta dell’ultimo posto a tavola, che termina con la frase: « Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato  » (Le 14,7-11).
Noi siamo convenuti qui, oggi, pieni di gioiosa attesa, perché vogliamo fare la nostra Pentecoste. La Pentecoste è un evento grande per la Chiesa. Ma che cosa possiamo mettere noi, di nostro, per fare la Pentecoste? Assolutamente niente! La Pentecoste la decide solo Dio; la Potenza che scende dall’alto, scende dall’alto e basta; non la si può strappare a forza dalla terra. Tutto ciò che c’è di positivo, di dono, nella Pentecoste, ci viene da Dio; è il Padre che stabilisce il modo, il tempo e la misura per ognuno.
Che cosa possiamo fare noi, allora, per avere la nostra Pentecoste, se non possiamo fare nulla di « positivo »? Possiamo fare il vuoto, che permetta allo Spirito Santo di venire! Creare il vuoto significa metterci in atteggiamento di profonda, sincera umiltà davanti a Dio. In questo, Maria preparò gli apostoli a ricevere la prima Pentecoste: li aiutò a farsi piccoli, umili e docili. Basta saper leggere tra le righe. Quando gli apostoli si erano trovati insieme l’ultima volta, in quello stesso cenacolo, prima della passione del Signore, sappiamo che discutevano ancora tra loro chi fosse il più grande (cfr. Le 22,24ss). Ora che Maria, « l’umile ancella », ha fatto loro scuola di umiltà, durante quella memorabile « novena », ritroviamo gli stessi uomini nello stesso posto, nel cenacolo, ma non discutono più su chi è il più grande; sono invece « assidui e concordi nella preghiera ».
Parliamo dunque dell’umiltà poiché essa appare la migliore preparazione a ricevere lo Spirito Santo. Con questo insegnamento intendo anche completare il discorso fatto a Rimini sulla « sobria ebbrezza dello Spirito », sviluppando un punto che in quell’occasione fu appena accennato. e precisamente il significato dell’aggettivo « sobria ». Che ci sia una « ebbrezza » dello Spirito, come ci fu il giorno stesso di Pentecoste, questo dipende da Dio; ma da noi dipende l’essere sobri »,e oggi vediamo che questo vuol dire anche essere « umili ».

L’umiltà di Gesù
Gesù terminava la sua parabola degli invitati al banchetto dicendo che chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. Ma cosa significa « umiliarsi »? Sono sicuro che se domandassi a varie persone cos’è per loro l’umiltà, otterrei tante risposte diverse, ognuna contenente una parte di verità, ma incomplete. Se lo domandassi a un uomo che è portato per temperamento alla violenza, a far valere il proprio punto di vista con forza, forse mi risponderebbe: « l’umiltà è non alzare la voce, non fare il prepotente in casa, essere più mite e arrendevole Se lo domandassi a una ragazza, forse mi risponderebbe: « l’umiltà è non essere vanitosa, non volere attirare
lo sguardo degli altri, non vivere solo per se stessi o per la facciata… » Un sacerdote mi risponderebbe: « Essere umili significa riconoscersi peccatore, avere un sentimento basso di se stesso Ma è facile capire che così non si è toccata ancora la radice dell’umiltà.
Per scoprire la vera radice dell’umiltà bisogna, come sempre, rivolgersi all’unico Maestro che è Gesù. Egli ha detto: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore  » (Mt 11,29). Per un po’ di tempo, confesso che questa frase di Gesù mi ha molto stupito. Infatti: dov’è che Gesù si mostra umile? Leggendo il vangelo non si incontra mai la benché minima ammissione di colpa da parte di Gesù. Questa è anzi una delle prove più convincenti dell’unicità e della divinità di Cristo: Gesù è l’uníco uomo che è passato sulla faccia della terra, ha incontrato amici e nemici senza dover mai dire: « Ho sbagliato! », senza chiedere mai perdono a nessuno, neppure al Padre. La sua coscienza ci appare un cristallo: nessun senso di colpa la sfiora. Di nessun altro uomo, di nessun fondatore di religione, si legge una cosa simile.
Dunque Gesù non è stato umile, se per umiltà intendiamo parlare o sentire bassamente di sé, ammettere di avere sbagliato. « Chi di voi – egli può dire con sicurezza – può convincermi di peccato? » (Gv 8,46). Eppure questo stesso Gesù dice con altrettanta sicurezza: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore  » (Mt 11,29). Allora vuol dire che l’umiltà non è proprio quella cosa che il più delle volte noi pensiamo, ma qualcos’altro che dobbiamo scoprire dai vangeli.
Che cosa ha fatto Gesù per essere e dirsi « umile »? Una cosa semplicissima: si è abbassato, è sceso. Ma non con i pensieri o con le parole. No, no; con i fatti! Con i fatti Gesù è sceso, si è umiliato. Trovandosi nella condizione di Dio, nella gloria, cioè in quella condizione in cui non si può né desiderare né avere niente di meglio, è sceso; ha preso la condizione di servo, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte (cfr. Fil 2,6ss). Una volta iniziata questa discesa vertiginosa da Dio a schiavo, non si è fermato ancora; ha continuato a scendere, tutta la vita. Si mette in ginocchio per lavare i piedi ai suoi apostoli; dice: « Io sto in mezzo a voi come colui che serve » (Lc 22,27). Non si arresta finché non tocca il punto oltre il quale nessuna creatura può andare, che è la morte, Ma proprio là, nel punto estremo del suo abbassamento, lo raggiunge la potenza del Padre, cioè lo Spirito Santo, afferra il corpo di Gesù nella tomba, lo vivifica, lo risuscita e lo innalza alla sommità dei cieli, gli dà il Nome che è al di sopra di ogni altro nome e ordina che ogni ginocchio si pieghi davanti a lui. Ecco un esempio concreto, la realizzazione massima della parola: « Chi si umilia sarà esaltato ».
Vista in questo specchio, che è Gesù, l’umiltà ci appare dunque non una questione di sentimenti, cioè un sentire se stessi in modo basso, ma una questione di fatti. di gesti concreti; non una questione di parole, ma di realtà, di azioni. L’umiltà è la disponibilità a scendere, a farsi piccoli e a servire i fratelli; è la volontà di servizio. E tutto questo, fatto per amore, non per altri scopi. Ci può essere un’attitudine al servizio dei fratelli anche in persone non credenti; dobbiamo ammettere onestamente che ci sono intorno a noi persone che non si dicono cristiane e tuttavia, in certi casi, ci danno l’esempio nel collocarsi accanto ai poveri, agli emarginati. La differenza sta nel fatto che, in un cristiano, tale disponibilità al servizio deve essere ispirata e come sostanziata di amore.
In un certo senso, possiamo dire che l’umiltà è gratuità, è abbassarsi senza alcun interesse proprio o calcolo. La parabola degli invitati al banchetto prosegue con queste parole di Gesù: « Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti » (Le 14,13ss). Questo è un servizio gratuito, perché non ci si aspetta nulla in cambio. In questo l’umiltà si rivela come la sorella gemella della carità, come un aspetto di quella agape, di cui S. Paolo tesse l’elogio nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi. Quando l’Apostolo dice che la carità « non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto … », intende dire che la carità è umile e l’umiltà è caritatevole.
Essere umile secondo il modello di Gesù significa dunque spendersi gratuitamente, non vivere solo per se stessi (cfr. 2 Cor 5,15). Quando noi cerchiamo il plauso, i riconoscimenti, manchiamo di umiltà perché rompiamo la gratuità. In quel momento stiamo ricercando la nostra ricompensa. lo posso andare in un posto a parlare e tornare a casa con una duplice ricompensa: o in soldi, o in compiacenza di me stesso. In tutti e due i casi Gesù mi dice: Hai ricevuto la tua ricompensa.

Umiltà e sobrietà
In noi, quasi mai l’umiltà è questa cosa così limpida e pura, cioè abbassarsi a servire per amore. Essa comporta sempre anche qualcosa di negativo, cioè un rinnegarsi, uno sconfessare ciò che c’è di distorto nelle nostre intenzioni e nelle nostre azioni. Un discendere da noi stessi, prima che andare verso gli altri. Quando è Gesù che « scende », lo fa da un’altezza reale, oggettiva, perché è il Santo di Dio (cfr. Gv 6,69). Quando invece siamo noi uomini a « scendere », non ci abbassiamo da un’altezza reale, vera, ma da una pseudo-altezza, da una altezza falsa; ci abbassiamo da un’altezza alla quale ci siamo indebitamente innalzati con l’orgoglio, con la vanità, con l’ira… In noi perciò l’umiltà è sempre anche una virtù « negativa », che serve a rinnegare qualcosa di cattivo che c’è in noi per cui tendiamo a elevarci al di sopra del prossimo.
In questo senso si dice giustamente che l’umiltà è verità. E’ ripristinare la verità circa noi stessi, è riconoscere che il nostro posto non è stare sopra gli altri, ma sotto. S. Teresa d’Avila ha scritto: « Mi chiedevo una volta perché il Signore ama tanto l’umiltà, e mi venne in mente d’improvviso, senza alcuna mia riflessione, che ciò deve essere perché egli è somma Verità e l’umiltà è verità ». Anche S. Paolo parla in questi termini dell’umiltà quando dice: « Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso » (Gal 6,3). Per l’Apostolo, si potrebbe dire che l’umiltà è soprattutto sobrietà spirituale, cioè un sentire in modo sobrio, sano, non eccessivo, non esaltato, di se stessi. Dice: « Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione » (Rm 12,3). Nell’originale greco, la frase suona: « Valutatevi in modo sobrio ». Poco dopo insiste dicendo: « Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi » (Rm 12,16).
Quest’umiltà-sobrietà consiste dunque in un sano realismo che ci permette di essere nella verità dinanzi a Dio. Noi non perseguiamo una verità astratta, non vogliamo essere come lo psicanalista che cerca di portare l’uomo alla verità su di sé, in modo che egli si liberi dai suoi complessi. Noi perseguiamo un’altra verità; la verità che cerchiamo è quella che permette di essere veri davanti a Dio, prima ancora che davanti a se stessi e agli altri, anche se queste cose ne derivano di conseguenza. t scritto di Dio che egli è buono e generoso con l’uomo sincero, ma diventa l’astuto » con il perverso, cioè con chi ha il cuore menzognero (cfr. Sal 18,27). Una cosa Dio esige sopra tutte da chi si accosta a lui: 1a sincerità del cuore » (cfr. Sal 5 1,8)

L’umiltà di Dio
Dicevo che l’umiltà presenta in noi degli aspetti negativi, di rinnegamento, di sacrificio, di croce, proprio perché noi siamo peccatori e abbiamo bisogno di togliere il male che c’è in ogni nostra azione. Ma se è cosi, dove trovare quell’umiltà allo stato puro che non finirà neppure con la morte e che non dice alcuna relazione con il peccato?
La prima risposta che viene spontanea alle labbra è: in Gesù di Nazareth! Ma, a pensarci bene, dobbiamo dire che neppure in lui si trova quell’umiltà allo stato puro, senza alcuna relazione con il peccato. E’ vero infatti che Gesù è l’uomo senza peccato, innocente e santo; è vero che non aveva peccati propri, tuttavia aveva preso su di sé i peccati degli altri uomini e davanti a Dio figurava come « il peccato ». Anche in Gesù, dunque, il suo umiliarsi facendosi obbediente fino alla morte presenta un aspetto di espiazione, cioè di riferimento al peccato. Solo nella seconda venuta, alla fine dei tempi – dice l’epistola agli Ebrei – egli verrà senza più alcuna relazione con il peccato (cfr. Eb 9,28).
Allora – insisto – dove troviamo l’umiltà allo stato puro, quel puro e gratuito abbassarsi a servire per amore? Abbiamo bisogno di arrivare a toccare questo fondamento perché da esso la virtù dell’umiltà trae tutta la sua forza e il suo fascino. La troviamo in Dio, nella Trinità!
C’è una preghiera di S. Francesco d’Assisi, sicuramente autentica (si conserva in Assisi, nella basilica del Santo, scritta di suo pugno); in questa preghiera intitolata « Laudi di Dio Altissimo », il Poverello intreccia una lode magnifica del Dio Uno e Trino, dicendo tra l’altro: « Tu sei carità, tu sei sapienza, tu sei umiltà, tu sei pazienza, tu sei bellezza, tu sei sicurezza, tu sei giustizia, tu sei temperanza Quando lessi la prima volta quell’espressione: « Tu sei umiltà », dissi fra me: « Padre mio S. Francesco, qui non ti capisco più! Forse ti sei lasciato prendere la mano; stavi facendo un elenco delle virtù che si trovano in Dio e vi hai messo dentro anche l’umiltà, senza pensare che l’umiltà è una virtù che non può trovarsi nella Trinità che è tutta
gloria, santità, splendore ». Ma sbagliavo io! Il Santo aveva ragione. Anzi egli ci ha dato, con quelle parole, una delle definizioni più delicate e più sublimi di Dio: Dio è umiltà!
Se umiltà significa scendere da se stessi per amore, Dio è umiltà perché, dalla posizione in cui si trova, non può far altro che scendere; sopra di lui non c’è nulla, perciò egli non può salire, innalzarsi. Quando fa qualcosa « fuori di sé » (ad extra), Dio non può che « abbassarsi », umiliarsi. Ed è quello che ha sempre fatto dalla creazione del mondo. La storia della salvezza non è che la storia delle successive « umiliazioni » di Dio. Così la vede infatti S. Francesco: « Ecco – scrive – ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare » (FF n. 144); e parlando dell’eucaristia esclama: « Guardate, frati, l’umiltà di Dio! » (FF n. 221).
In seguito, mi sono accorto che questa era stata già un’idea familiare ai Padri della Chiesa. Essi parlavano della synkatábasis di Dio, parola che, tradotta, vuol dire « condiscendenza », cioè farsi piccolo per potersi accostare all’uomo e scendere al suo livello. S. Giovanni Crisostomo – a cui tale termine era particolarmente caro – dice che già la creazione è un atto della condiscendenza di Dio; che la rivelazione biblica – il fatto che Dio si adatti a balbettare il linguaggio umano – è un atto della condiscendenza di Dio; tale è pure e soprattutto l’Incarnazione.
Ma anche la Pentecoste che stiamo celebrando è un atto di umiltà di Dio. Perché parliamo di « discesa » dello Spirito Santo, se non per lo stesso motivo, e cioè che ogni intervento di Dio a favore dell’uomo è una condiscendenza, un umiliarsi? Nel caso della Pentecoste, lo Spirito Santo si abbassa, assumendo dei poveri segni come sono il fuoco, il vento, le lingue. Si abbassa ad abitare in povere creature di carne facendone il suo tempio.
(Soffermiamoci un istante in preghiera su questa scoperta; ringraziamo il Signore perché ha voluto « uscire » da se stesso per amore nostro, dandoci un meraviglioso esempio di umiltà).
Dopo ciò ho capito perché S. Francesco, nel « Cantico delle creature », scrive: « Laudato si’, mi’ Signore, per sora aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta ». Uacqua è umile perché, come Dio, dalla posizione in cui si trova non sale mai, ma sempre scende, scende, fino a raggiungere il punto più basso; tende sempre ad occupare l’ultimo posto.
Dio è umiltà: che cosa abbiamo scoperto con ciò? Solo un’idea teologica in più? No, abbiamo scoperto il vero motivo per cui dobbiamo essere umili. Noi dobbiamo essere umili per essere figli del Padre nostro, per « riprendere » dal nostro legittimo Padre. Perché se non siamo umili, noi non riprendiamo dal Padre nostro che è nei cieli, ma da un altro padre ben diverso. Chi è, nell’universo, colui che ha come suo movimento proprio il salire, il dare la scalata? Chi è colui che dice: « Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il mio trono… mi farò uguale all’Altissimo? » (Is 14,13-14). Non lo nominiamo neppure, per non fargli questo onore nel giorno di Pentecoste, tanto sappiamo bene di chi si tratta. Bisogna dunque essere umili per riprendere dal Padre nostro, altrimenti Gesù deve dire anche a noi quello che diceva ai farisei che si credevano figli di Abramo: ‘ »Voi fate le opere di un padre che non è Abramo… » (cfr. Gv 8,38ss).

Umili con chi? L’esercizio dell’umiltà
Adesso possiamo porci la domanda iniziale: « Che cos’è l’umiltà », ma da un altro punto di vista, molto più profondo. L’umiltà è un atteggiamento verso noi stessi, verso gli altri, o verso Dio? Anni addietro, feci una meditazione sull’umiltà in cui sostenevo che essa non è un atteggiamento verso se stessi o verso gli altri, ma solo verso Dio. Adesso devo correggermi: l’umiltà è tutto questo insieme: è un modo di stare davanti a sé, davanti agli altri e davanti a Dio, pur rimanendo qualcosa di profondamente unitario.
Ho detto sopra che l’umiltà è sorella gemella della carità; come la carità si esprime in due atteggiamenti legati intimamente tra di loro: « Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso », così è dell’umiltà. L’umiltà vera consiste nell’essere umili con Dio e umili con il prossimo: le due cose insieme. Non si può essere umili dinanzi a Dio, nella preghiera, se non lo si è con i fratelli. Essere umili davanti a Dio significa essere bambini, essere gli anawin biblici, cioè i poveri che non hanno nessuno su cui appoggiarsi se non Dio solo; significa non confidare né nei carri né nei cavalli, né sulla propria intelligenza, né sulla propria giustizia. E tutto questo va benissimo. Ma se tu non sei umile con il fratello che vedi, come puoi dire di essere umile con Dio che non vedi? Se tu non lavi i piedi al fratello che vedi, cosa significa il tuo voler lavare i piedi a Dio che non vedi? I piedi di Dio sono i tuoi fratelli! Come si vede, si possono dire dell’umiltà le medesime cose che Giovanni dice della carità (cfr. I Gv 4,20).
Ci sono persone (io sono certamente tra queste), le quali sono capaci di dire di se stesse tutto il male possibile e immaginabile; che, in preghiera, fanno delle autoaccuse di una schiettezza e di un coraggio ammirevoli. Dunque, sono umili davanti a Dio e verso se stessi. Ma appena un fratello accenna a prendere sul serio le loro confessioni, o si azzarda a dire, di essi, una piccola parte di quello che si son detti da soli, sono scintille! Non era vera umiltà la loro. Il vero umile è colui che si guarda in Dio, in lui scopre ciò che è, e poi trasfonde questa verità nel rapporto con i fratelli.
L’umiltà che stiamo scoprendo è un bene che scende dal cielo; essa è quel « dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre della luce » (cfr. Ge 1, l 7). Non è una pianta che spunta naturalmente sulla nostra terra; il mondo non la conosce. Questa è la sapienza dei Vangelo che confonde la sapienza del mondo. Su questo terreno le due sapienze si scontrano frontalmente, tanto che S. Paolo può dire: « Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio » (1Cor 3,18ss).
Lo vediamo chiaramente intorno a noi: il mondo, invece di coltivare l’umiltà, esalta l’orgoglio; quando si vuol fare un comiplimento a qualcuno, si dice che « ha dell’orgoglio ». Il mondo è strutturato sul valore dell’arrivismo, del fare carriera, cioè salire più in alto nella scala sociale. Dalla scuola in su, che cosa si inculca ai giovani se non di fare carriera, di affermarsi al di sopra degli altri, di primeggiare?
Il modo di pensare di Gesù è semplicemente diverso di novanta gradi. E tuttavia bisogna non cadere in errore. A che cosa mira l’umiltà evangelica? Forse a creare una comunità di rassegnati, di gente inerte, priva di slancio, che non traffica i talenti? Assolutamente no! Il filosofo che affermava questo (Nietzsche), non aveva capito niente del Vangelo. L’umiltà evangelica non significa che tu non devi trafficare i talenti ricevuti; al contrario. La differenza rispetto al mondo è che questi tuoi talenti tu non li impieghi solamente per te stesso, per porti al di sopra degli altri e dominarli, ma li impieghi per il servizio degli altri; non per essere servito, ma per servire,

Umiltà nel matrimonio
Vorrei ora accennare ad alcuni ambiti particolari in cui l’umiltà si rivela particolarmente necessaria. Anzitutto quello della famiglia: come e perché essere umili nel matrimonio.
lo dico che l’urniltà è stata inventata da Dio anche per salvare i matrimoni. Il matrimonio, inteso come l’amore tra l’uomo e la donna, nasce dall’umiltà. Innamorarsi di un’altra persona – quando si tratta di un vero fatto di innamoramento – è il più radicale atto di umiltà che si possa immaginare. Significa andare da un altro e dirgli: lo non mi basto, io non sono sufficiente a me stesso; ho bisogno del tuo essere. E’ come stendere la mano e chiedere in elemosina a un’altra creatura un po’ del suo essere. Ripeto: è l’atto di umiltà più radicale. Dio ha creato l’uomo bisognoso, mendicante; ha inscritto l’umiltà nella sua stessa carne, quando li ha creati maschio e femmina, cioè incompleti. Ne ha fatto, fin dall’origine, due esseri in movimento, in ricerca l’uno dell’altro, « insoddisfatti » ognuno di se stesso. Ha posto così la creatura umana come su un piano inclinato verso l’alto, non verso il basso, perché l’unione doveva elevarlo dall’altro sesso, all’Altro per eccellenza che è Dio stesso.
Dunque, il matrimonio nasce dall’umiltà, e se nasce dall’umiltà della condizione umana non può sopravvivere che nell’umiltà. S. Paolo diceva ai coniugi cristiani: « Rivestitevi… di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri » (Col 3,12ss). L’umiltà e il perdono sono come il lubrificante che permette, giorno per giorno, di sciogliere ogni principio di ruggine, di abbattere i piccoli muri di incomprensione e di risentimento, prima che diventino grandi muri che non si possono più abbattere. Gli sposi devono vigilare a che 1`altro padre », quello spurio, non instauri tra di loro la logica della ripicca, della rivincita… Non bisogna dare ascolto alla voce che grida dentro: Perché devo essere sempre io a cedere, a umiliarmi? Cedere non è perdere, ma vincere, vincere il vero nemico dell’amore che è il nostro egoismo, il nostro « io ».

Umiltà nel Rinnovamento
Il Rinnovamento ha bisogno di famiglie rinnovate e le famiglie, abbiamo visto, si rinnovano anche con l’umiltà. à l’amore, certo, che rinnova le famiglie, ma è l’umiltà che rende possibile l’amore.
Ma in questa circostanza, devo dire una parola anche a proposito dell’umiltà nel « Rinnovamento ». Se il Rinnovamento, come è stato detto molto giustamente, è « restituire il potere a Dio », allora Si capisce quanto l’umiltà sia urgente nel Rinnovamento nello spirito. L’umiltà è ciò che preserva il Rinnovamento dallo sciuparsi in cosa umana. Bisogna che periodicamente noi rimettiamo il, potere nelle mani di Dio, e questo si fa con l’umiltà. Bisogna che impariamo a dire, con l’Apocalisse e con la liturgia della Chiesa: « Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli! ».
Ogni volta che dimentichiamo questo e facciamo centro sulle persone, sono disastri, come a Corinto. I nostri incontri di preghiera talvolta soffrono di questo: non c’è abbastanza pulizia di tutto l’elemento umano. L’umiltà nel Rinnovamento è importante quanto è importante l’isolante nell’elettricità. Più alta è la tensione della corrente che passa in un filo, più deve essere spesso ed efficiente l’isolante; altrimenti: corto circuito! Ricordo vagamente le nozioni che ci inculcava, a questo proposito, il mio vecchio professore di fisica al liceo: « L’isolante – diceva – è una materia inerte e vile, ma è assolutamente indispensabile, come lo sono i fili di rame che trasportano la corrente. Questi servono a trasportare la corrente, quello a non disperderla. I progressi che si fanno nella tecnica della conduzione dell’elettricità devono sempre essere accompagnati da un proporzionato progresso nella tecnica dell’isolamento. Altrimenti, corto circuito! ».
In particolare, l’umiltà deve risplendere negli animatori e in chi svolge qualche ministero, come me in questo momento. Bisogna che ci lasciamo contestare senza reagire subito come chi si sente offeso, bisogna che ci lasciamo ammonire e correggere dai fratelli; bisogna che ci lasciamo sostituire e, anzi, che preveniamo in ciò i responsabili, senza che debbano dircelo più volte prima che capiamo.
Una tentazione possibile nel Rinnovamento è quella di volersi sempre trovare in quel punto preciso dove, secondo noi, « passa » la corrente dello Spirito, essere sempre nell’occhio del ciclone, cioè, fuori metafora, là dove c’è la persona più famosa, il gruppo più dotato… Se il Signore ci fa capire queste cose è perché ci vuole liberare da esse. E’ bene voler essere nel punto dove agisce lo Spirito di Dio; solo che il punto dove agisce lo Spirito non è dove c’è la persona più in vista, perché lo Spirito di Dio è di preferenza nel nascondimento. Se dunque noi vogliamo essere veramente nell’occhio del ciclone dello Spirito, corriamo a occupare l’ultimo posto. Lì, lo Spirito trovò Maria e la riempì della sua potenza.
Il Rinnovamento ha bisogno di vocazioni al nascondimento. Chi oggi sente per sé questa vocazione, dica subito il suo « si », insieme con Maria. Bisogna che ci lasciamo tutti strappare a fatica dall’ultimo posto; i fratelli devono incontrare resistenza a tirarci via dal l’ultimo posto, non dal primo.
Occorre poi umiltà anche nei rapporti tra noi del Rinnovamento e i fratelli che servono il Signore in altri gruppi e realtà ecclesiali. Mai una mentalità da « eletti », che sciupa tutto. Non sentiamoci « carismatici », nel senso di persone dotate di particolari poteri, di trascinatori, ma solo nel senso di servitori dello Spirito.
Abbiamo ricercato la radice dell’umiltà e l’abbiamo scoperta in Dio; abbiamo considerato il suo tronco, i rami; adesso cerchiamo di coglierne i frutti. I frutti dell’umiltà sono tantissimi, e uno più squisito dell’altro, ma a me piace soffermarmi su questi due soli frutti: l’umiltà attira la compiacenza di Dio, l’umiltà ci riconcilia con i fratelli.
L’umile è guardato da Dio con occhio di padre, con tenerezza e simpatia. Il profeta Isaia ci fa seguire lo sguardo di Dio che si volge qua e là per l’universo in cerca di un posto dove posarsi, e non lo trova perché tutto è suo, tutto è uscito dalle sue mani; finché trova un « cuore contrito e umiliato » e in esso si riposa (cfr. Is 66.2). E’ scritto: »Eccelso è il Signore e guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano » (Sal 138,6). Come il Signore, dalla posizione in cui è, non può salire sopra di sé, così, si direbbe, non può guardare sopra di sé; come non può che scendere, così non può che guardare in basso. « Se tu ti innalzi, egli si allontana da te, se invece ti abbassi, egli si inchina verso di te » (S. Agostino, Ser. 21,2). Per questo Maria dice: « Ha guardato l’umiltà della sua serva  » (Lc 1,48).
L’altro frutto, dicevo, riguarda i fratelli. L’umiltà conquista gli uomini. à una cosa curiosa: il mondo non coltiva l’umiltà, gli uomini in genere non sono umili; tuttavia sanno riconoscere a prima vista chi è umile e non sanno resistere all’umile. Non c’è difesa, né del Rinnovamento, né della Chiesa, che valga tanto quanto un atto di vera umiltà.
Termino recitando con voi il Salmo 131 che canta proprio i frutti dell’ umiltà:
« Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze (la sobrietà!), lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia « .

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