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LA METANOIA COME CONDIZIONE DI BASE PER ACCEDERE A DIO (anche Paolo)

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LA METANOIA COME CONDIZIONE DI BASE PER ACCEDERE A DIO (anche Paolo)

Bernard Häring

(1969-03-37)

Tutta la vita cristiana è una grande conversione che ha come condizione di base la svolta più importante nella storia umana: il fatto che Dio stesso va incontro all’uomo per convertirlo a se stesso, in un’Alleanza di amore. L’uomo può accedere a Dio solo perché Dio si volge all’uomo.
La metanoia si inserisce nella linea profetica del Vecchio Testamento (Ezechiele, Geremia, ecc.), nell’annuncio che verrà il tempo in cui Dio toglierà il cuore di pietra dell’uomo e gli darà un nuovo cuore, un nuovo modo di pensare, di desiderare, un nuovo modo di integrazione, di totalità. La parola metanoia è una parola profetica, una promessa: dalla promessa viene all’uomo il dono e col dono il compito. È quindi importante che nella visione teologica e nella pratica catechetica e pastorale si metta l’accento sull’azione divina: Dio volge il suo volto all’uomo; dal fatto che Dio volge il suo volto all’uomo, nel Figlio Unigenito per mezzo dello Spirito Santo, proviene il richiamo, l’invito, l’onore, l’obbligo urgente di volgere il nostro volto, la nostra persona, tutta la nostra intelligenza, la volontà, il cuore a Dio.
Al centro della metanoia, secondo le profezie, sta il fatto della Nuova Alleanza: Dio stesso trasforma il significato della storia. La venuta di Cristo è la grande trasformazione.
Nel senso biblico quindi, nella parola metanoia non troviamo qualcosa che precede l’iniziativa di Dio, come uno sforzo dell’uomo, uno sforzo di ordine morale. Tutte le forme di pelagianesimo fanno della conversione morale e del progresso morale la condizione di base per accedere a Dio. Invece la visione biblica propone tutto come una unica trasformazione, per mezzo della grazia. La base è la fede che porterà frutto nella carità. Questo dobbiamo sottolinearlo con tutta la nostra energia: la metanoia è un fatto religioso, non soltanto un fatto morale. Uno dei grandi pericoli della nostra morale e della prassi pastorale è il pericolo del ritorno al pelagianesimo.

METANOIA COME RISPOSTA ALLA LIETA NOVELLA
La condizione di base della metanoia, del ritorno a Dio è la venuta di Cristo, ossia la lieta novella venuta da Dio in Cristo. In Cristo succede la «transubstantiatio», la trasformazione totale, la conversione della storia umana. Lui è il messaggero e il messaggio della lieta novella. Nel Vangelo di Marco (1, 14) troviamo una brevissima sintesi di tutta la predicazione di Gesù che risulta come una predicazione della metanoia: «In quel tempo Gesù incominciò a proclamare la lieta novella venutaci da Dio: il tempo propizio è venuto. Il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete alla lieta novella». Il senso non è: «Fate la vostra conversione morale e poi credete anche alla lieta novella», ma piuttosto: «Accettate la buona novella con fede viva; e così tutto il vostro modo di pensare, di volere, di agire sarà cambiato». vicino il tempo propizio: non «i tempi cattivi» di cui tanti educatori (cattivissimi educatori) predicano. Sono i non credenti che predicano sempre sui tempi cattivi. I credenti predicano sul tempo propizio, sul tempo favorevole, sul «kairos», come dice la Bibbia. Dio vuol guidare per mezzo del suo amore visibile, in Cristo; l’imperativo, l’invito risulta da questa grazia, da questa lieta novella. E anche l’invito è lieta novella, il tempo propizio in cui Dio ci dà un cuore nuovo. L’imperativo è urgente proprio perché Dio ci dà un cuore nuovo. Questa intima relazione tra metanoia e lieta novella la troviamo in tutte le catechesi bibliche.
- Nel discorso della montagna (probabilmente una catechesi fatta ai neofiti dopo i sacramenti della iniziazione) l’appello alla metanoia è comunicato proprio nelle nove beatitudini, nelle nove «congratulazioni». La pienezza della lieta novella, la gioia della fede viva, porta in sé non soltanto un richiamo a convertirsi, ma soprattutto il dinamismo, la forza che conduce alla novità della vita.
- Luca, nella redazione breve del discorso della montagna, comincia con quattro «congratulazioni-beatitudini» (nel mondo greco il numero quattro era il simbolo della pienezza). Alle quattro beatitudini sono aggiunti quattro «guai». La lieta novella porta in sé la forza della conversione e della separazione. Soltanto in vista della lieta novella «si svelano i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 35).
- Anche la catechesi di San Giovanni introduce il comandamento della conversione totale (amare il prossimo come Cristo ci ha amato) con la forza della lieta novella: «Tutto questo vi ho detto perché in voi dimori la mia gioia e la gioia vostra sia piena: questo è il mio comandamento: che vi amiate » (Giov 15, 11-12).
Non dobbiamo separare le prescrizioni morali da questo comandamento: potremmo soltanto scoraggiarci; se vediamo soltanto il comandamento come possiamo noi amare come Cristo? Se abbiamo capito che Cristo è la nostra vita, che vive in noi e ci invita a dimorare in Lui per far dimorare la sua lieta novella in noi, possiamo comprendere il significato del comandamento: è una comunicazione di amore, non una imposizione. Non possiamo provare una vera conversione se non confrontiamo l’uomo, con la bellezza, l’altezza, l’urgenza della lieta novella.
Guai all’educatore che vuole raccogliere il frutto della conversione senza aver seminato la gioia della fede!
Giorni fa, lungo la strada, mi è capitato di osservare il volto di un sacerdote. Ho pensato: che guaio se un fotoreporter riprendesse questo volto, segnato dai caratteri dell’infelicità! Può essere frutto di una malattia, non voglio giudicare. Ma mi è venuta spontanea questa riflessione: non abbiamo portato frutto abbondante nel mondo, perché non abbiamo dato alla parola di Dio il permesso di dimorare nel nostro cuore. Ci manca spesso l’ora di contemplazione, di canto, di gioia come usava la beatissima Vergine che «ha conservato tutte queste parole, sorgenti di letizia, nel suo cuore». La primissima condizione per coloro che vogliono lavorare per la conversione propria e altrui è la presenza della lieta novella nel proprio cuore, l’arte di comunicare questa lieta novella in termini concreti e vitali (non nell’astrattismo di molta teologia dogmatica attuale).

L’INCONTRO CON CRISTO
Un altro aspetto che vorrei sottolineare è che la metanoia non è una nuova reazione a un nuovo imperativo e nemmeno soltanto una nuova relazione a nuove idee: è una nuova relazione ad una persona, alla persona che si chiama il Santo di Dio, la Via, la Vita, la Verità, Cristo. In tutte le catechesi bibliche sulla conversione il centro del quadro è una persona: Cristo, in cui il Padre rende visibile tutto il suo amore.
- Nel Vangelo di Marco la predica della lieta novella che conduce alla conversione, è introdotta dall’immagine viva di Cristo che con il Battesimo della Penitenza prende su di sé il fardello di tutti i suoi fratelli.
Lo Spirito Santo scende visibilmente sopra di Lui, mentre dal cielo viene una voce: «Tu sei il mio figlio diletto, in Te mi sono compiaciuto» (Mc 1, 11 ).
- Nel discorso della montagna si accostano a Cristo i discepoli: il Vangelo parla infatti di tutta la moltitudine. Sette volte risuona la voce dell’amore e dell’autorità: «Ma io vi dico». La via della salvezza consiste nel sentire e mettere in pratica la sua parola. Tutti riconoscono «che Egli ammaestrava come colui che ha autorità» (Mt 7, 29).
- Nella catechesi di conversione di San Luca, Cristo sta di nuovo al centro del quadro. Cristo è circondato dalla folla e dagli apostoli: tutta la folla cerca di toccarlo perché «da Lui usciva una forza» (Lc 6, 19).
La risposta fondamentale – ossia l’opzione fondamentale – della folla, è una relazione nuova, personale, a Cristo: «La folla lo seguiva» (Lc 7, 9). La metanoia non è soltanto una nuova relazione ad un imperativo o a nuove idee, è una relazione personalissima, è una nuova amicizia, un’accoglienza festosa, umile, riconoscente, della verità salvifica, accoglienza di Cristo, messaggio e messaggero del Padre; è un dono totale di se stesso.
- Nella catechesi di San Giovanni (i cosiddetti discorsi di addio) sta di nuovo visibilmente al centro Cristo. I discepoli sono seduti al tavolo; attorno a Lui. Egli, il Maestro Signore, lava i loro piedi; poi proclama il grande mistero: «Io in voi e voi in Me».
Il comandamento fondamentale della conversione risuona come un invito d’intima amicizia: «Dimorate in Me». Se la lieta novella di Cristo dimora in noi e se noi rimaniamo in Cristo, siamo convertiti, abbiamo ricevuto e accolto la grazia della metanoia.
- Lo stesso vale per San Paolo: tutti i richiami alla novità della vita hanno il loro fondamento nella lieta novella, considerata come una realtà dinamica: «Essere e rimanere in Cristo». Nelle lettere di San Paolo questo appello che è presentato come base della morale ritorna centosessantaquattro volte.
L’opzione fondamentale, nel senso religioso, è la fede; una fede però che è molto più che un assenso dell’intelletto: la fede include fondamentalmente una vita vissuta secondo le esigenze della fede, secondo le esigenze della vita di Cristo e con Cristo.
La fede viva porterà frutto nella carità, per la vita del mondo (Cf Optatam Totius, n. 16). Si può accedere a Cristo anche se c’è una debolezza della volontà e una parziale mancanza di libertà morale, in un campo o in un altro. Ma non si può aderire a Cristo senza la decisione fondamentale – opzione fondamentale – di accogliere Cristo come la vita e la via: cioè di vivere secondo le esigenze dell’amicizia con Cristo. L’uomo della strada, di cultura certamente non molto alta, originario da un ambiente in cui non c’è un forte spirito cristiano, porta molte cicatrici, molte piaghe, proprio per la sua vita passata, per una tradizione di superficialità in cui è vissuto; non può evidentemente comprendere subito tutte le esigenze della fede. Ma se ha capito la nuova amicizia, il dono che Cristo gli fa di Se stesso, la nuova vita, gradualmente la fede porterà frutto: non soltanto in un senso individualistico, ma frutto per la vita del mondo, nella carità.
Al centro della fede sta il fatto che Dio rivela se stesso, che Dio, che è amore, rivela il suo amore, un amore senza limiti. E così accoglienza della fede dice già accoglienza di tutta la fecondità dell’amore, in tensione di crescita. Dobbiamo credere come regola fondamentale che Cristo accoglie tutti coloro che accolgono Lui, anche se hanno tutte le piaghe, anche se sono pieni di lebbra. Chiunque ha accolto Cristo e sa che Cristo accoglie l’uomo nella sua potenza e nella sua miseria, si sente spinto da una dinamica urgenza di riconoscenza, di crescita nell’amore, di conversione continua.

IL SENSO DEL PECCATO
Pio XII disse che il peccato più grande del mondo di oggi è forse la perdita del senso del peccato. Lo stesso è stato detto anche da teologi come Reinhold Niebuhr e Karl Barth.
Che cosa significa «senso del peccato»?
- L’uomo moderno ha spesso una coscienza sociale più sviluppata che non il cristiano pio e devoto dei secoli passati, che usava confessarsi almeno una volta al mese, con profondo senso di pietà. L’uomo moderno ha una coscienza dell’unità del genere umano e della solidarietà internazionale molto più chiara degli uomini religiosi di altri tempi. L’uomo moderno condanna «la guerra sacra», tanto apprezzata da generazioni di uomini devoti. Una cosa, dunque, è la coscienza morale, o coscienza dei valori morali, ed un’altra cosa è il senso del peccato, la cui base è il senso di Dio.
Senza fede in un Dio che ci chiama, l’uomo non vede la dimensione religiosa del male morale. Nel senso più profondo e più vero, il peccato è rifiuto di Cristo, dell’amicizia con Dio, rottura e disprezzo dell’aderenza alla lieta novella. Per comprendere quindi il senso del peccato si deve necessariamente mettere l’accento sulla lieta novella, sull’offerta dell’amicizia in Dio: senza il senso dell’amore in Dio non ci può essere vero senso di peccato.
Nella storia delle religioni vediamo due estremi. Da una parte un senso del sacro un po’ vago, non legato ad un senso morale di misericordia, giustizia, sincerità. Il peccato viene considerato come la trasgressione di un tabù. Si sviluppa evidentemente una separazione tra la religione con il suo cerchio ristretto e la vita morale degli uomini.
Dall’altra parte, stanno le diverse forme di moralità che non hanno la religione per base.
L’uomo moderno preferisce una morale umanistica efficace (per es. efficace contro la segregazione razziale o capace di curare lo sviluppo delle classi sociali e dei popoli più bisognosi) ad una religione che non produce effetti morali a favore del genere umano. L’uomo moderno giudica più severamente colui che trascura la misericordia e la giustizia di colui che trascura la preghiera e l’approfondimento intellettuale della propria fede.
Anche se si tratta di cosa certamente necessaria, non basta insistere sull’obbligo di amare e di onorare Dio, per ovviare a queste tendenze dell’uomo moderno. La cosa più urgente è di superare l’abisso tra religione e vita. L’educatore è chiamato a dimostrare vitalmente l’unità esistente fra l’amore di Dio e l’amore del prossimo, tra la religione e la morale. Si deve soprattutto insistere sulla fecondità della fede per la vita del mondo.
- Non si può amare Dio Padre, senza amare Cristo suo Figlio; non si può amare Cristo, senza amare tutti coloro che Egli ha amato fino alla morte. Non si può trovare il vero amore verso il prossimo, senza un’accoglienza sincera e riconoscente dell’amore redentivo di Cristo. Non si può dire sinceramente «Padre Nostro – che sei nei cieli» senza onorare Dio mediante un vero amore fraterno nei confronti degli altri. Odiare o disprezzare il prossimo o non aiutare il bisognoso quando se ne ha la possibilità, è veramente un affronto contro la paternità di Dio, Padre del nostro Signore e fratello Gesù Cristo. In questo senso, i grandi profeti del Vecchio Testamento hanno liberato il senso del peccato da un falso sacralismo; ma hanno contemporaneamente approfondito il senso del peccato proprio predicando la santità di Dio, la sua misericordia, la sua fedeltà e la sua giustizia. La disintegrazione tra religione e vita o la sottolineatura sulle vuote prescrizioni, di cui non si indica il significato, relative all’amore del prossimo e all’amore di Dio Padre, non solo distrugge il vero senso del peccato, ma peggio ancora distrugge il senso di Dio. L’astrattismo di formule, precetti e pratiche, distrugge il senso religioso. L’educazione al senso di Dio comincia con l’esempio, con una preghiera sincera, spontanea, con la testimonianza della fede mediante un amore autentico.
Nella storia della salvezza, vediamo una relazione intima fra il senso del peccato e la manifestazione della misericordia di Dio. Tutti noi siamo peccatori, ma questo non è motivo di disperazione: Dio è infinitamente misericordioso. Dio ci aiuterà, ci perdonerà, se anche noi sapremo essere misericordiosi. È questo il modo concreto di venerare il mistero della redenzione.
Il senso di Dio, il senso del sacro, dipende dalla «complexio oppositorum», dall’armonia dinamica tra il «mysterium tremendum» della giustizia di Dio e il «mysterium fascinosum» della sua immensa bontà misericordiosa. La religione si rompe se si accentua solo la giustizia e la santità di Dio o solo la sua misericordia.
Il peccato è offesa ingiusta di un Dio misericordioso e santo. L’uomo moderno giudica molto severamente l’uomo religioso che ha un senso del sacco fino allo scrupolo nel campo puramente rituale, nelle piccole prescrizioni, nei problemi di validità sacramentale e non ha un senso vivo per l’uomo. È necessario sottolineare anche l’urgenza di questa sintesi.
- Nel Vecchio e nel Nuovo Testamento Dio manifesta se stesso come Colui che ama l’uomo sua creatura: è la passione, la con-passione di Dio per l’uomo. Dio sta davanti a noi come nostro fratello, nel Figlio suo Unigenito. Il senso del peccato per non diventare un astrattismo, va convogliato in questa grande prospettiva di Dio che ama l’uomo. Si offende Dio nell’uomo; ma soltanto se si conosce Dio che ama l’uomo, se si vede l’uomo come immagine di Dio, l’uomo amato da Dio, l’uomo redento nel sangue di Cristo, si potrà capire che si commette peccato se non si serve all’uomo, alla sua dignità.
Uno dei motivi per cui l’uomo moderno ha perso il senso del peccato può essere il fatto che molti cristiani hanno perso un autentico senso dell’uomo. La scrupolosità nei puntigli religiosi, l’imputarsi su piccole cose, l’insistere troppo unilateralmente sui peccati della masturbazione e dell’onanismo, tutto questo ha creato nell’uomo moderno la sensazione di una tremenda alienazione, di un rifiuto dell’uomo. Se noi mettiamo l’accento soltanto su un punto parziale e non tocchiamo il vero centro (l’amore appassionato di Dio per l’uomo), tradiamo la presentazione genuina del senso del peccato. Soltanto così, indicando cioè il peccato come egoismo, rottura dell’amore, rifiuto dell’impegno di fraternità, di apertura, di rispetto, possiamo superare questa disintegrazione dell’uomo e tante attuali tentazioni di ateismo. L’uomo moderno non è in grado di capire nessun altro linguaggio, scandalizzato com’è di molta nostra religiosità meschina, se non una visione integrale di Dio, santo, giusto e misericordioso, di Dio che rivela se stesso «propter hominem».
Possiamo dire Padre nostro, celebrare le nostre feste, soltanto se diciamo anche «nostri fratelli»: dimostreremo la vera dimensione del peccato se lo presenteremo come peccato contro Dio e contro i nostri fratelli.

LA LEGGE DELLA CRESCITA E IL PECCATO VENIALE
Il peccato grave o peccato mortale è la decisione fondamentale di voltare le spalle a Dio. Questo può succedere con un peccato contro la fede, contro la speranza e contro l’amore di Dio (peccato nel senso religioso più forte) e anche con un comportamento che non porta in sé direttamente l’opposizione contro Dio ma che la persona avverte profondamente non componibile con l’amore di Dio.
Un bambino, creato secondo l’immagine di Dio ed educato in un ambiente più o meno cristiano, ha insita nella sua esperienza e nel più profondo del suo essere una orientazione fondamentale verso Dio. Questa orientazione profonda si personalizza sempre più, fino alla maturità della fede e della carità Tutto quello che la persona non ancora matura fa, partecipa al valore dell’orientazione buona. Ma dove un’attitudine statica autosufficiente interrompe lo sviluppo, là emerge il pericolo della perdita dell’orientazione buona. Non credo che un bambino di dieci anni possa commettere un peccato mortale, ossia possa cambiare la sua opzione fondamentale: da questo non consegue che le decisioni del bambino non siano importanti. Tutta la vita deve essere considerata in una prospettiva dinamica: di crescita o di mettere in pericolo la vita stessa.
La crescita della vita di fede e della vita morale assieme alla vita di fede riveste sempre il carattere di purificazione, di lotta, di conversione continua. Senza una grazia totalmente straordinaria è impossibile evitare tutti i peccati veniali.
Peccato veniale è la mancanza nella crescita, il non accogliere la grazia offerta, il non usare le possibilità offerte di fare bene in tutti i casi in cui questa mancanza non viene come una decisione dalla profondità della persona, ma come una presa di posizione in vista dell’amore di Dio o del prossimo, con libertà e deliberazione sufficiente.
La morale tradizionale insiste sulla «materia gravis». Questa non è definibile con un oggettivismo astratto. La gravità dell’offesa obiettiva sta in una relazione stretta con la maturità della persona, con lo sviluppo del senso morale e religioso.
Si può tenere come norma pratica generale la seguente affermazione: l’uomo che si mette sulla via della conversione continua, se cade e ben presto fa un atto di dolore con proponimento rinnovato, probabilissimamente non avrà commesso peccato grave (se avesse commesso un peccato grave, non sarebbe disposto a fare subito un atto di dolore).
È però molto importante considerare che fra peccato veniale e peccato veniale può esserci una differenza enorme, come fra un mal di testa e la lebbra o il cancro. Normalmente, il peccato mortale (l’opzione fondamentale con cui l’uomo volge le spalle a Dio) si prepara in un processo lungo di mancanze più o meno gravi, nel non voler progredire, nella mancanza di pentimento dopo il peccato, ecc. Tutte le decisioni grandi, nel bene e nel male, si preparano gradualmente.
La formazione della coscienza sarà organica se ci rendiamo chiaramente conto come il progresso morale in genere e in alcuni punti difficili, sia condizionato dalla crescita della fede, speranza, carità. D’altra parte è vero che ogni progresso nell’amore autentico del prossimo può essere una parte del progresso di una fede più viva. Ma dobbiamo anche sapere che spesso, ostacoli di ordine sociologico o psicologico, impediscono lo sviluppo normale sia della morale, sia del senso di Dio, impediscono cioè alla fede in Dio di portare i frutti abbondanti di cui è capace.

CONVERSIONE COMUNE
La nostra salvezza è causata dalla solidarietà di Cristo con tutto il genere umano. Convertirsi significa quindi inserirsi nella solidarietà di Cristo e in Cristo nella solidarietà di salvezza con la comunità in cui viviamo. Soltanto secondo la misura della nostra inserzione nella comunità di salvezza, possiamo essere liberati dalla solidarietà negativa e deleteria del peccato.
La conversione continua di ciascuno è sostenuta dallo sforzo comune, dalla vitalità di fede, speranza, carità dell’ambiente in cui egli è inserito; come questa conversione rimane minacciata dall’ambiente corrotto o tiepido.
Se tutto il popolo di Dio si mette sulla strada della conversione continua, trasformando anche le strutture che la impediscono, sarà molto più facile ad ogni singola persona di entrare nel dinamismo della vita cristiana, di approfondire il senso di solidarietà a tutti i livelli, di costruirsi un’autentica gerarchia di valori, di collaborare efficacemente e con impegno per la vita del mondo.

Publié dans:CONVERSIONE (LA) |on 24 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

TUTTI I POPOLI SONO FIGLI DI DIO (anche Paolo) – VANGELI E COMMENTI

http://www.tanogabo.it/religione/FigliDio.htm

TUTTI I POPOLI SONO FIGLI DI DIO (anche Paolo)

Marco 7, 24-30
24 Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25 Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. 26 Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, d’origine siro-fenicia. 27 Ed egli le disse: «Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28 Ma essa replicò: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». 29 Allora le disse: «Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia». 30 Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Matteo 15, 21-28
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

RIFLESSIONI:
Tratte da una conversazione tenuta da un mio amico durante un incontro preghiera.
Dopo l’aspra controversia con i farisei e gli scribi, ai quali aveva rimproverato l’ipocrisia e la lontananza da Dio, Gesù incontra in terra pagana una donna che gli dimostra una grande fede. I discepoli, come il solito (cfr Mt 14, 15; 19, 13), non amano il prossimo, non vogliono seccature e chiedono a Gesù di mandare via la donna, escludendo così un intervento di soccorso e reagendo sgarbatamente alle sue grida.
In questo brano sono messi a confronto Israele e i pagani. Gesù dimostra di essere il vero Messia d’Israele perché sa di essere inviato, nel suo cammino terreno, solo a questo popolo.
Con questo episodio Gesù insegna che il vangelo della salvezza è aperto anche ai pagani. Ma la salvezza di Dio deve seguire un itinerario storico e geografico prima di raggiungere la totalità dei popoli.
Gesù chiede alla donna cananea il riconoscimento della priorità d’Israele alla salvezza, perché questa è la volontà di Dio manifestata attraverso la storia e le scelte dell’Antico Testamento.
Il dialogo didattico tra Gesù e la cananea culmina nella fede. La fede in Gesù deciderà il cammino d’Israele e dei popoli.
L’impulso alla discriminazione (purtroppo estremamente attuale) e la tendenza a erigere barriere fra buoni e cattivi, fra puri e impuri, fra santi e peccatori sono profondamente radicati nel cuore dell’uomo e riemergono nelle forme più svariate: nella paura del confronto, nell’incapacità di gestire un dialogo aperto, sereno e rispettoso con chi ha opinioni diverse; a volte tali impulsi si mimetizzano dietro la denuncia di pericoli reali; il sincretismo, l’irenismo, la perdita d’identità, la rinuncia ai propri valori.
Come può parlare di ecumenismo chi considera gli altri dei « lontani »? Chi può essere tanto presuntuoso da ritenersi « vicino »? Tutti siamo « lontani » da Cristo e in cammino verso la perfezione del Padre che sta nei cieli (Mt 5,48). Solo chi prende coscienza di essere « impuro », di non poter vantare meriti davanti a Dio si trova nella disposizione giusta per accogliere la salvezza. « I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio » – ha assicurato Gesù. Non avendo alcun merito di cui gloriarsi, si affidano spontaneamente al Signore e giungono prima di chi si ritiene puro (Mt 21,31).

Isaia 56,1.6-7
Così dice il Signore:
« Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché prossima a venire è la mia salvezza;
la mia giustizia sta per rivelarsi ».
Gli stranieri, che hanno aderito
al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saliranno graditi sul mio altare,
perché il mio tempio si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli.

La paura di perdere la propria identità nazionale e religiosa ha indotto Israele a isolarsi dagli altri popoli e a darsi norme restrittive nei confronti degli stranieri. Il libro del Deuteronomio ordina: « Non farai alleanza con gli stranieri, né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire il Signore, per farli servire a dèi stranieri » (Dt 7,2-4).
Poi venne l’esilio a Babilonia. Fu un’esperienza amara, ma preziosa, dalla quale gli israeliti uscirono maturati. Costretti a confrontarsi con la cultura degli altri popoli, corressero i propri pregiudizi e si resero conto che molte loro paure erano immotivate; i pagani non erano costituzionalmente malvagi e perversi, ma coltivavano anche sentimenti nobili e davano prova di una morale molto elevata. La loro religione non era un cumulo di assurdità, conteneva elementi apprezzabili.
Al ritorno dall’esilio, avevano assimilato una mentalità universalistica, ma non tutti. Le guide politiche e spirituali continuavano ad alimentare diffidenze, sospetti, timori ingiustificati. Esdra, ad esempio, si lacerò il vestito, si strappò i capelli e i peli della barba quando venne informato che molti avevano profanato la stirpe santa, imparentandosi con le popolazioni locali (Esd 9).
È in questo tempo, caratterizzato da tensioni e intolleranze, da tentativi di apertura e da integralismi che sorge il profeta. È un uomo sereno e senza preconcetti, ha uno sguardo che spazia oltre gli orizzonti angusti della tradizione del suo popolo; capisce che è giunto il momento di abbandonare gli esclusivismi e di lasciar cadere le discriminazioni imposte dal Deuteronomio, si rende conto che non hanno più senso le barriere che separano gli uomini: a qualunque tribù, razza o nazione appartengano, essi sono figli dell’unico Dio.
Ecco la sua promessa: verrà il giorno in cui gli stranieri che onorano il Signore e mettono in pratica i suoi comandamenti saranno accompagnati fino al suo tempio ove offriranno sacrifici e innalzeranno preghiere. Nella casa di Dio nessuno più sarà considerato straniero. Il tempio, il luogo santo per eccellenza di Israele, diverrà casa di preghiera per tutti i popoli.

(Paolo Lettera ai romani 11,13-15.29-32)
Pertanto, ecco che cosa dico a voi, Gentili: come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti? 29 Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!

La lettura sviluppa il tema del dramma interiore di Paolo che non riesce a farsi una ragione del rifiuto di Cristo da parte del suo popolo.
Il libro degli Atti degli apostoli ci ragguaglia sul suo metodo apostolico: passava di città in città annunziando il vangelo anzitutto ai giudei, poi, se questi si rifiutavano di credere, si rivolgeva ai pagani (At 13,46-48). Dopo una decina d’anni eccolo fare un bilancio della sua opera missionaria: tranne poche eccezioni, gli israeliti non hanno aderito alla fede in Cristo. Come si spiega questo fatto? Paolo costata che la loro disobbedienza ha avuto un effetto positivo: ha favorito l’entrata dei pagani nella comunità cristiana, infatti, se i giudei avessero creduto in massa, con la mentalità gretta ed esclusivista che avevano, con i pregiudizi che ancora alimentavano nei confronti degli stranieri, ben difficilmente avrebbero permesso ai pagani di essere accolti a pieno titolo nella chiesa. A questo punto Paolo ha un’intuizione: il rifiuto di Cristo da parte del suo popolo non può essere definitivo; un giorno – ne è certo – anche gli israeliti riconosceranno in Gesù il messia annunciato dai profeti. Che accadrà allora? L’Apostolo dà libero sfogo alla sua gioia: se la loro disobbedienza è stata provvidenziale, cosa non accadrà quando anch’essi diverranno discepoli? Sarà un’autentica risurrezione dai morti. A causa del breve tempo (forse soltanto tre anni) della vita pubblica, Gesù aveva limitato la sua missione « alle pecore perdute della casa d’Israele », ma aveva anche compiuto gesti chiari per indicare che la sua salvezza era per tutti i popoli.
Un giorno si presenta a Gesù una straniera. Viene dalle regioni di Tiro e Sidone e « continua a gridare » (si noti l’insistenza della sua preghiera), implorando la guarigione di sua figlia. Il testo la chiama « cananea », appartiene dunque ad un popolo nemico, un popolo pericoloso che più volte ha sedotto Israele, lo ha fatto deviare dalla retta fede e lo ha indotto ad adorare Baal e Astarte. I discepoli di Gesù – israeliti educati nel più rigoroso integralismo religioso – non possono che rimanere sorpresi di fronte alla sfrontatezza di questa pagana invadente che osa rivolgersi al loro Maestro e attendono la sua reazione: si atterrà alle norme vigenti che proibiscono di intrattenersi con straniere o – come spesso ha fatto – romperà gli schemi tradizionali?
L’evangelista riferisce il dialogo fra Gesù e la donna, compiacendosi quasi di sottolineare il tono sempre più duro delle risposte del Maestro. Di fronte alla richiesta di aiuto della donna, egli assume un atteggiamento sprezzante: non la degna di uno sguardo, non le rivolge nemmeno la parola. Intervengono allora gli apostoli che, un po’ infastiditi, vogliono risolvere al più presto la situazione che rischia di divenire imbarazzante. Gli chiedono di allontanarla. « Esaudiscila », – dice il nostro testo – ma non è una traduzione corretta. « Mandala via! » – è la loro richiesta. Gesù sembra seguire il loro consiglio, diviene più severo e spiega: « Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele ».
L’immagine del gregge allo sbando ricorre spesso nell’AT: « Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura » – dichiara Ezechiele (Ez 34,6) – cui fa eco un altro profeta: « Tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada » (Is 53,6). C’è anche la promessa di Dio: « Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia » (Ez 34,11.16).
Solo con gli israeliti però il Signore ha preso impegni, è solo di loro che si deve interessare. Presentandosi come il pastore d’Israele, Gesù dichiara di voler dare compimento alle profezie e la donna capisce. Sa di non essere del popolo eletto, è cosciente di non appartenere al « gregge del Signore » e di non avere alcun diritto alla salvezza, tuttavia confida nella benevolenza e nella gratuità degli interventi di Dio, si prostra davanti a Gesù e implora: « Signore, aiutami! ». Come risposta riceve un’offesa: « Non è bene prendere il pane dei figli e buttarlo ai cagnolini! ». Gli israeliti sono il gregge, i pagani sono i cani. L’uso del diminutivo attenua, ma non di molto, l’asprezza dell’insulto. « Cane » era, in tutto il Medio Oriente antico, la più pesante delle ingiurie, era il nomignolo con cui gli ebrei designavano i pagani. Un’immagine cruda, ripresa in vari testi del NT: « Non date le cose sante ai cani, né gettate le vostre perle davanti ai porci » (Mt 7,6). « Fuori i cani! » (Ap 22,15). « Guardatevi dai cani! » (Fil 3,2). Era usata per mettere in rilievo l’assoluta incompatibilità fra la vita pagana e la scelta evangelica. Sulla bocca di Gesù questa espressione sorprende, soprattutto se si tiene conto del fatto che la donna cananea si è rivolta a lui con grande rispetto: per tre volte lo ha chiamato « Signore » – titolo con cui i cristiani professavano la loro fede nel Risorto – e una volta « Figlio di Davide » che equivale a riconoscerlo come messia. Sembra che, come tutti i suoi connazionali, anch’egli abbia in abominio gli stranieri. Ma è così?
La conclusione del racconto ci illumina. « Donna – esclama Gesù – davvero grande è la tua fede! ». Un elogio che non è mai stato rivolto a nessun israelita. Ora tutto diviene chiaro. Ciò che precede – la provocazione, il disprezzo per i pagani, il richiamo alla loro impurità e indegnità – non era che un’abile messa in scena. Gesù voleva che i suoi discepoli modificassero radicalmente il loro modo di rapportarsi con gli stranieri. Ha « recitato la parte » dell’israelita integro e puro per mostrare quanto fosse insensata e ridicola la mentalità separatista coltivata dal suo popolo. Mentre le « pecore del gregge » si tenevano lontane dal pastore che le voleva radunare (Mt 23,37), i « cani » si accostavano a lui e, per la loro grande fede, ottenevano la salvezza.
Il messaggio è quanto mai attuale: la chiesa è chiamata ad essere segno che sono finite tutte le discriminazioni determinate dal sesso, dall’appartenenza a una razza, a un popolo o a un’istituzione.
« Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù – dichiara Paolo – poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa » (Gal 3,26-29).
La donna cananea – la pagana, la miscredente – è additata a modello del vero credente: sa di non meritare nulla, crede che solo dalla parola di Cristo può giungere gratuitamente la salvezza, la implora e la riceve in dono.

Station XI – Jesus is nailed to the cross

Station XI – Jesus is nailed to the cross dans immagini sacre

https://churchartphotography.wordpress.com/2012/04/06/stations-of-the-cross-from-st-sylvester-parish-chicago-day-6/

Publié dans:immagini sacre |on 23 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

SAN PAOLO SCRIVEVA SUI MURI

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=125032

SAN PAOLO SCRIVEVA SUI MURI

(forse l’ho già postato, ma mi sembra..bello!)

Corse così tanto per annunciare il Vangelo da lasciarsi alle spalle già allora incomprensioni e amarezze. Non che Paolo di Tarso fosse uno che nelle dispute si tirava indietro. Anzi, era proprio in quei momenti che manifestava tutto il suo temperamento focoso e passionale. Di fatto però, come succede ai grandi personaggi della storia, dopo duemila anni la sua figura è ancora al centro di dibattiti e polemiche.
Corse così tanto per annunciare il Vangelo da lasciarsi alle spalle già allora incomprensioni e amarezze. Non che Paolo di Tarso fosse uno che nelle dispute si tirava indietro. Anzi, era proprio in quei momenti che manifestava tutto il suo temperamento focoso e passionale. Di fatto però, come succede ai grandi personaggi della storia, dopo duemila anni la sua figura è ancora al centro di dibattiti e polemiche. C’è chi è convinto che senza i suoi viaggi missionari la buona notizia di Cristo sarebbe rimasta circoscritta a una sparuta setta ebraica e che l’Apostolo debba essere considerato il vero «inventore» del cristianesimo come religione universale. Sono tesi che conosce bene uno dei massimi studiosi della Chiesa primitiva, il tedesco Rainer Riesner, esegeta protestante, docente di Nuovo Testamento all’Università di Dortmund. Riesner interverrà questa sera all’Università Cattolica in una conferenza organizzata dal Centro culturale di Milano: «Dalla terra alle genti: San Paolo, fondatore del cristianesimo o Apostolo di Gesù?».
Professor Riesner, come mai Paolo di Tarso continua a far discutere?
«È ancora in voga una tesi del XIX secolo per cui Paolo sarebbe l’inventore del cristianesimo. Si vuole così contrapporre Gesù come semplice profeta e Paolo che dai suoi insegnamenti avrebbe creato una teologia complicata e distinta. Paolo viene dipinto come un uomo profondamente condizionato dal pensiero pagano, che per convincere i suoi interlocutori pagani avrebbe divinizzato Gesù. Ma dietro il tentativo di ridimensionare l’apostolo c’è la volontà di negare la natura divina di Gesù e di ridurlo al ruolo di un insegnante di morale… Eppure basta leggere la Lettera ai Filippesi, in cui Paolo fa riferimento a una tradizione che non ha formulato lui ma che ha preso dalla Palestina, perché il linguaggio è semitico. La tradizione sostiene che Gesù è il figlio di Dio. Per cui Paolo non è il primo ad averne affermato la divinità. Allo stesso tempo egli è intimamente persuaso della divinità di Cristo, non solo per aver accettato la tradizione, ma perché ne ha fatto esperienza lui stesso sulla via di Damasco, come racconta nella Lettera ai Galati».
Qual è l’originalità di Paolo nella storia del cristianesimo?
«Paolo ha capito più profondamente e più velocemente degli altri apostoli che Cristo andava annunziato in tutto il mondo e che il padre di Gesù è il Dio dell’Antico Testamento. Ha testimoniato che attraverso Cristo tutti gli uomini possono arrivare al Dio d’Israele, l’unico vero Dio: anche i non ebrei; da qui le sue dispute con i Giudei. E allo stesso modo si è battuto perché gli ebrei convertiti a Cristo potessero continuare i rituali ebraici come la circoncisione. Per questo la sua è una figura moderna, che sprona anche oggi le Chiese alla missione, e Benedetto XVI ha perfettamente ragione sulla necessità di una nuova evangelizzazione dell’Europa. Paolo è un modello anche per le altre religioni e per i politici: lui ha predicato il Vangelo in maniera del tutto nonviolenta e ha sempre rispettato l’irriducibile valore della libertà di coscienza della persona».
Lei è uno dei più apprezzati studiosi di esegesi biblica e archeologia dei luoghi sacri. Quali sono gli ultimi rilevamenti significativi sulle origini del cristianesimo?
«Oggi siamo in grado di mostrare a Gerusalemme il luogo esatto in cui la prima comunità si ritrovava: il Cenacolo della tradizione. Purtroppo non si può scavare in quel posto per motivi politici. Ci sono però importanti sviluppi in un luogo legato alla vita stessa di Paolo: a Smirne, in Turchia, grazie alle ricerche di uno studioso americano, Roger Bagnall, sono stati rinvenuti dei graffiti che fanno riferimento a Gesù; in particolare è stata decifrata la frase « Colui che dona lo Spirito », che potrebbe essere la più antica testimonianza scritta della storia cristiana».
Finora la Lettera ai Tessalonicesi – scritta nel 50-51 – è considerata il testo più antico di un autore cristiano. È l’Apostolo il padre della letteratura cristiana?
«Il dibattito è aperto. Molti studiosi dell’Europa centrale pensano effettivamente che la Lettera ai Tessalonicesi sia il testo cristiano più antico. Ma in ambito anglofono e ora anche tra alcuni cattolici c’è un numero rispettabile di esegeti che ritengono più vecchia la Lettera ai Galati. C’è poi una minoranza di studiosi in cui mi riconosco che pensa sia più datata la Lettera di Giacomo. Penso infatti che essa sia stata scritta prima del Concilio apostolico di Gerusalemme nel 48. In questo testo Giacomo introduce il problema principale affrontato dal Concilio: il rapporto dei cristiani con la legge mosaica. Un tema che sarà trattato, sebbene più tardi, anche da Paolo nella Lettera ai Galati».
Oggi c’è un grande interesse intorno alla storicità di Cristo e degli apostoli. C’è il rischio che alcuni best-seller falsino la verità storiografica?
«Non solo come cristiano ma come studioso sono convinto che i Vangeli siano fonti storiche molto affidabili. Nel Vangelo di Marco soprattutto c’è coincidenza tra fatti, testimonianza oculare e Scritture. Nella ricerca non è più discusso ma accettato che questo Vangelo sia in gran parte l’insegnamento di Pietro. Il legame tra Pietro, l’evangelista Marco e il suo Vangelo diventa importante soprattutto se si considerano i vangeli apocrifi che adesso hanno fortuna nella letteratura popolare. Nessuno degli apocrifi è più antico del II secolo e per nessuno di essi si può riscontrare continuità tra testimoni diretti di Gesù e la loro redazione. E questa è una differenza importante rispetto ai Vangeli canonici».
Che cosa la preoccupa di più delle polemiche su Paolo di Tarso?
«La tesi dell’Apostolo come inventore del cristianesimo è nata all’interno del protestantesimo liberale, anche se molti esegeti evangelici si oppongono a tale interpretazione e non a caso proprio da essi il Papa ha ricevuto le recensioni più entusiaste del libro su Gesù. Ma sono molto dispiaciuto del successo di questa corrente anche al di fuori della Riforma. Io temo che essa sia così diffusa e amata perché apparentemente rende più facile il dialogo con le altre religioni: se Gesù è presentato solo come maestro e profeta e non come figlio di Dio sarebbe più semplice accettarlo per l’ebraismo liberale e l’islam. Ma possiamo rinunciare alla cristologia per il dialogo interreligioso? Su questa domanda si gioca il futuro del cristianesimo».

PACE NEL MONDO, DIALOGO FRA I CRISTIANI E FRA LE RELIGIONI – W. KASPER

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/documents/rc_pc_chrstuni_doc_20020107_peace-kasper_it.html

PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI

Pace nel mondo, dialogo fra i cristiani e fra le religioni

La pace, shalom, è al centro del messaggio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pace, shalom nella Bibbia, non è soltanto un normale saluto quale espressione di cortesia; pace, shalom è l’escatologica promessa proveniente da Dio ed è l’augurio di benedizione fra gli uomini. Infatti Gesù Cristo stesso è la nostra pace (cfr Ef 2, 14). Benedetti da Dio in Gesù Cristo, i cristiani debbono essere fra di loro una benedizione ed una benedizione per tutte le nazioni. « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5, 9). La Chiesa è pertanto chiamata ad essere segno, strumento e testimone della pace, pace con Dio e tra gli uomini (cfr Lumen gentium, 1, 13).

Pace, giustizia e perdono
La pace tra gli uomini, quella tranquillitas ordinis insegnata da sant’Agostino, alla quale Papa Giovanni Paolo II si è riferito nel suo Messaggio per la Giornata della Pace del prossimo 1° gennaio (cfr n. 3), non va tuttavia intesa soltanto come silenzio delle armi e assenza della guerra. Essa è il frutto dell’ordine infuso nell’umana società dal suo fondatore (cfr Gaudium et spes, 78), e presuppone un impegno costante ad instaurare nel mondo la giustizia. Come afferma la Scrittura, la vera pace è « opera della giustizia » (Is 32, 17; cfr Gc 3, 18).
Per giustizia deve intendersi il riconoscimento della dignità di ogni persona, i suoi diritti umani fondamentali, la libertà di ognuno, l’assenza di discriminazioni a motivo della fede, della razza, della cultura, del sesso. Per giustizia deve intendersi il diritto di ciascuna creatura umana alla vita, alla terra, al cibo, all’acqua, ad un’educazione che la renda più pienamente consapevole di questi suoi diritti, e capace di autodeterminazione nella sua vita. Questo bene personale presuppone il bene comune, la giustizia sociale soprattutto per i poveri, l’equilibrio sociale e la stabilità dell’ordine sociale e politico.
Davanti ad un mondo contrassegnato dal peccato, dall’egoismo e dall’invidia, un mondo che troppo spesso nega con violenza la giustizia, e sconvolge, nel circolo vizioso dei conflitti, la tranquillitas ordinis, che è presupposto e sostanza della pace, non è possibile instaurare la pace senza la « sollecitudine misericordiosa e provvidenziale di Dio, che conosce le vie capaci di raggiungere i cuori più induriti e di trarre buoni frutti anche da una terra arida e infeconda » (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2002, n. 1). La pace è il dono del perdono, della redenzione e della nuova creazione; al pari dell’amore, della gioia, della penitenza, della benevolenza, della bontà, essa è frutto dello Spirito (cfr Gal 5, 22). Il regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito (cfr Rm 14, 17).
Questa speranza deve sempre più profondamente animare la nostra preghiera. La pace deve essere costantemente implorata, affinché essa ci possa essere concessa ed essere salvaguardata. Ma l’arma della preghiera rafforza anche il nostro impegno per ribaltare le situazioni di ingiustizia, e agire insieme per l’edificazione di un mondo più giusto. Guidati dalla mansuetudine di Colui che ha predicato la giustizia per i poveri del Regno, i cristiani sanno che « la capacità di perdonare è la base per fondare un progetto di società più giusta e solidale » (ibid., n. 9).
I cristiani sanno che l’odio etnico, razziale, religioso, la spirale di violenza che colpisce, indistintamente, vittime e carnefici, può avere un antidoto: il perdono. Soltanto il perdono, infatti, ci situa al di sopra delle accuse; ci permette di non colpevolizzare, a causa di pochi, interi popoli; di non far ricadere sui figli le colpe dei padri. Il perdono, che dipende da ciascuno di noi, può ristabilire la giustizia e condurci da una situazione di guerra a una condizione di pace.

Riconciliazione e pace fra i cristiani
Proprio su questo argomento del legame fra pace, giustizia e perdono si situa l’importanza del dialogo ecumenico e della collaborazione dei cristiani tra di loro. « Di fronte al mondo, infatti, la loro azione congiunta nella società riveste il trasparente valore di una testimonianza resa insieme al nome del Signore » (Ut unum sint, 75). Ma non soltanto. Oppressi dalla loro storia di dispute e di scontri, colpevoli di aver a volte predicato ed imposto il Vangelo di Cristo anche con le armi, i cristiani hanno iniziato, soprattutto in questo secolo, l’impegnativo e lento cammino del loro reciproco perdono. Non c’è ecumenismo senza conversione e perdono (cfr ibid., 15 s, 33). La vergogna e l’interiore ravvedimento per lo scandalo della divisione, ravvedimento che lo Spirito suscita, sono alla base del movimento ecumenico (cfr Unitatis redintegratio, 1).
Oggi i cristiani hanno varcato la soglia del terzo millennio, e si trovano di fronte ad una scelta impegnativa, difficile, essenziale. L’impegno ecumenico, la promozione dell’unità dei cristiani è una delle grandi sfide e dei compiti più urgenti all’inizio del nuovo millennio (cfr Novo Millennio ineunte, 12, 48). I cristiani sono chiamati a « promuovere una spiritualità della comunione » (ibid., 43 s), ed essere così « luce del mondo », « città collocata sopra un monte » (Mt 5, 14).
Predicano il perdono, questa forma particolare dell’amore (cfr Messaggio, cit., n. 2), e faticosamente la applicano a loro stessi, alle loro Chiese in Oriente ed in Occidente. Dialogare, incontrarsi, purificare le loro memorie, è per le Chiese un atto di coraggio ed un gravoso impegno.
Esse sanno che « la coerenza e l’onestà delle intenzioni e delle affermazioni di principio si verificano applicandole alla vita concreta » (Ut unum sint, 74). Ciò le sollecita, nell’attuale situazione, ad avere tra loro un comportamento esemplare, che rechi al mondo una testimonianza di perdono, di concordia, di dialogo, che esige di essere ancora più profondo quando le divergenze sembrano insormontabili.
Le Chiese, malgrado le perduranti divisioni, grazie all’esperienza di dialogo che esse stanno vivendo, hanno potuto, fino ad oggi, almeno dimostrare che il processo di purificazione della memoria del loro passato genera a poco a poco un’evoluzione che fa prevalere « la legge « nuova » dello spirito di carità. La « fraternità universale » dei cristiani è diventata una ferma convinzione ecumenica » (ibid., 42). Vivono già in una comunione reale e profonda, sebbene essa non sia purtroppo ancora perfetta (cfr ibid., nn. 11-14). Nella testimonianza e nel servizio della pace, essi possono e debbono, già oggi, collaborare strettamente tra di loro.

Dialogo ecumenico e dialogo interreligioso
L’atteggiamento delle Chiese e la predisposizione al perdono, che esse applicano alle loro reciproche relazioni, deve indurle a dialogare insieme con le altre religioni e le altre culture affinché la morale ecumenica che esse ricercano nel loro agire, si rifletta sui rapporti e sul dialogo con le altre religioni, verso una collaborazione che valga a riaffermare i valori della vita e della cultura umana.
Il dialogo ecumenico ed il dialogo interreligioso sono connessi e legati, ma non si identificano l’uno con l’altro. Esiste tra i due una differenza specifica e qualitativa, e perciò non vanno confusi. Il dialogo ecumenico non si fonda soltanto sulla tolleranza ed il rispetto dovuto ad ogni convinzione umana e soprattutto religiosa; né esso si fonda soltanto su un filantropismo liberale o una mera cortesia borghese; al contrario, il dialogo ecumenico è radicato nella comune fede in Gesù Cristo e nel reciproco riconoscimento del battesimo per mezzo del quale tutti i battezzati sono membri dell’unico Corpo di Cristo (cfr Gal 3, 28; 1 Cor 12, 13; Ut unum sint, 42) e possono pregare insieme, come ci ha insegnato Gesù, « Padre nostro ». Nelle altre religioni, la Chiesa riconosce un raggio di quella verità « che illumina ogni uomo » (Gv 1, 9), ma che soltanto in Gesù Cristo è rivelata nella sua pienezza; solo lui è « la via, la verità e la vita » (Gv 14, 6; cfr Nostra aetate, 2). È pertanto ambiguo riferirsi al dialogo interreligioso in termini di macroecumenismo o di una nuova e più vasta fase dell’ecumenismo.
I cristiani e i seguaci delle altre religioni possono pregare, ma non possono pregare insieme. Ogni sincretismo è escluso. Nondimeno essi condividono il senso ed il rispetto di Dio o del Divino ed il desiderio di Dio o del Divino; il rispetto per la vita, il desiderio della pace con Dio o con il Divino, tra gli uomini e nel cosmo; essi condividono molti valori morali. Possono e debbono collaborare per difendere e promuovere insieme, a vantaggio di tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà. Ciò vale particolarmente per le religioni monoteiste, che vedono in Abramo il loro Padre nella fede.
L’invito per la Giornata di preghiera per la pace nel mondo è un modo per riaffermare tutto questo. La Chiesa cattolica considera questa partecipazione un’occasione utile per testimoniare insieme che « i cristiani si sentono sempre più interpellati dalla questione della pace » (Ut unum sint, 76).
Applicando i criteri della ricerca della loro propria unità, i cristiani rispettano le altre religioni. Essi sanno che la « legge nuova » dello spirito di carità incoraggia all’accoglienza, non esclude la legittima diversità. Essi sanno di avere in comune, con le altre religioni, l’arma della preghiera per implorare la pace.
Di fronte al male terribile dell’assenza di pace, di fronte all’infinita catena di lutti che reca la guerra, esse sanno di avere una sola alternativa: dare una testimonianza di reciproco perdono e di tranquillitas ordinis tra loro. Così chiediamo a tutti di percorrere con noi la stessa via di speranza verso la giustizia, la riconciliazione e la pace.

Card. WALTER KASPER
Presidente

Publié dans:Card. W. Kasper, PACE NEL MONDO (LA) |on 23 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

Yom Kippur

Yom Kippur dans immagini sacre Yom-Kippur-5771-sealed1

http://www.chabadjapan.org/yom-kippur-2013-5774/

Publié dans:immagini sacre |on 22 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

LA SOLITUDINE FORNACE DI TRASFORMAZIONE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/es_solitudine.htm

LA SOLITUDINE FORNACE DI TRASFORMAZIONE

S. Ignazio di Loyola dopo aver scoperto e sperimentato a lungo il cammino di crescita spirituale ha raccolto la sua esperienza in un libretto intitolato « Esercizi spirituali per vincere se stessi e per mettere ordine nella propria vita ». Nella prima annotazione che fa da introduzione al libro, ecco come S. Ignazio descrive gli esercizi da lui proposti:
«Con il termine di esercizi spirituali si intende ogni forma di esame di coscienza, di meditazione, di contemplazione, di preghiera vocale e mentale, e di altre attività spirituali, come si dirà più avanti. Infatti come il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali i diversi modi di preparare e disporre l’anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate e, dopo averle eliminate, a cercare e trovare la volontà di Dio nell’organizzazione della propria vita in ordine alla salvezza dell’anima».
Il cammino proposto da S. Ignazio si svolge in quattro settimane, il famoso « mese ignaziano ». Che cosa può fare chi non riesce a trovare un mese di vacanza? Varie sono state le risposte e proposte per offrire a tutti un po’ della ricchezza di tale esperienza.
Gli incontri che proponiamo sono stati tenuti per cinque sere, da lunedì 2 dicembre a venerdì 6, (dalle 21.00 alle 22.30). La condivisione tra i partecipanti è stata ricca e interessante. Non si tratta di conferenze, ma di una proposta da considerare come « esercizi spirituali ». Quello che conta è la decisione personale di trovare un momento di tempo per questi « esercizi ».

Agli amici di Atma o Jibon proponiamo di seguire il cammino e di farci avere le loro riflessioni usando la pagina di collegamento.
Incominciamo: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

LA SOLITUDINE FORNACE DI TRASFORMAZIONE
Henri J. M. Nouwen, Silenzio, solitudine, preghiera
Quando Antonio udì le parole di Gesù: «Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri… poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21), le prese come un invito a fuggire la coartazione del suo mondo. Lasciò la famiglia, visse poveramente in una capanna al limite del villaggio e occupò il tempo nella preghiera e nei lavori manuali. Ma presto comprese che gli si chiedeva di più. Bisognava che fronteggiasse i suoi nemici, l’ira e la cupidigia, tenesse testa ai loro assalti e si trasformasse interamente in un nuovo essere. Il suo vecchio e falso io doveva morire e un nuovo io doveva nascere. Per cui egli si ritirò nella completa solitudine del deserto.
La solitudine, infatti, è la fornace della trasformazione. Senza di essa, rimaniamo vittime della nostra società, continuiamo a essere avvinti nelle illusioni del falso io. Gesù stesso entrò in questa fornace. Qui, egli fu tentato dalle tre suggestioni del mondo: essere importante – «cambio le pietre in pani» (Lc 4, 3), essere in vista – «buttati giù» (Lc 4, 9) ed essere potente – «ti darò tutti questi regni» (Lc 4, 5). Qui, proclamò Dio come l’unica fonte della sua identità («devi adorare il Signore tuo Dio e servire lui solo» [Lc 4, 8]). La solitudine è il luogo della grande lotta e del grande incontro col Dio-Amore, che offre se stesso come sostanza del nuovo io. Tutto ciò può suonare piuttosto urtante, può evocare perfino immagini di pratiche ascetiche medievali. Una volta però che si sia fatta giustizia di queste fantasie, non tarderemo ad accorgerci che abbiamo a che fare qui col santo luogo in cui ministero e spiritualità si abbracciano l’un l’altro. Questo luogo è chiamato precisamente solitudine.
Se vogliamo cogliere il significato della solitudine,
dobbiamo innanzitutto smascherare i modi in cui l’idea di solitudine è stata distorta dal nostro mondo. Ci diciamo a vicenda che ci occorre un po’ di solitudine nelle nostre vite. Quello a cui ci riferiamo in questo caso è un tempo e un luogo tutto per noi, in cui non siamo importunati dagli altri, possiamo sviluppare i nostri pensieri, esprimere le nostre insoddisfazioni, in una parola fare le nostre cose, quali che siano. Come dire che per noi la solitudine significa il più delle volte «privacy». E giungiamo all’ambigua conclusione che la solitudine è un diritto di tutti. Essa si pone così come una proprietà spirituale, per la quale possiamo concorrere sul libero mercato dei beni spirituali. Ma c’è di più. Pensiamo alla solitudine anche come a una stazione di servizio dove possiamo ricaricare le nostre batterie o anche come all’angolo del ring dove le nostre ferite sono lenite, i nostri muscoli massaggiati e il nostro coraggio rinvigorito con slogan di circostanza. In breve, concepiamo la solitudine come il posto in cui raccogliamo nuove forze per continuare a sostenere la competizione della vita.
Ma questa non è la solitudine di Giovanni Battista, di Antonio, di Benedetto…
La solitudine non è un luogo terapeutico privato. Piuttosto, è il luogo della conversione,
il luogo dove il vecchio io muore,
il luogo dove si verifica la comparsa del nuovo uomo e della nuova donna.

Publié dans:MEDITAZIONI |on 22 septembre, 2015 |Pas de commentaires »
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