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GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE – BENEDETTO XVI – FRAMMENTI DI UN’OMELI

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GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE – BENEDETTO XVI

FRAMMENTI DI UN’OMELIA PRONUNCIATA IL 29 SETTEMBRE 2007

Celebriamo la festa dei tre Arcangeli che nella Scrittura sono menzionati per nome: Michele, Gabriele e Raffaele. Ma che cosa è un Angelo? La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti.
Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso Dio. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli finiscono con la parola « El », che significa « Dio ». Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui.
Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli Angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi.

Come un angelo per gli altri
Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che ci distolgono da vie sbagliate e ci orientano sempre di nuovo verso Dio.

San Michele,
San Michele, « Tre Arcangeli con Tobia » (dettaglio), Botticini, Galleria degli Uffizi – Firenze
Se la Chiesa antica chiama i Vescovi « angeli » della loro Chiesa, intende dire proprio questo: i Vescovi stessi devono essere uomini di Dio, devono vivere orientati verso Dio. « Multum orat pro populo » – « Prega molto per il popolo », dice il Breviario della Chiesa a proposito dei santi Vescovi. Il Vescovo deve essere un orante, uno che intercede per gli uomini presso Dio. Più lo fa, più comprende anche le persone che gli sono affidate e può diventare per loro un angelo – un messaggero di Dio, che le aiuta a trovare la loro vera natura, se stesse, e a vivere l’idea che Dio ha di loro.
San Michele: fare spazio a Dio nel mondo
Tutto ciò diventa ancora più chiaro se ora guardiamo le figure dei tre Arcangeli la cui festa la Chiesa celebra oggi. C’è innanzitutto Michele. Lo incontriamo nella Sacra Scrittura soprattutto nel Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del « serpente antico », come dice Giovanni. È il continuo tentativo del serpente di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che Dio ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui.
Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche « l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte » (12, 10). Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione. Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze ed insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo.

L’Arcangelo Gabriele
È compito del cristiano di far spazio a Dio nel mondo contro le negazioni e di difendere così la grandezza dell’uomo. E che cosa si potrebbe dire e pensare di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo? L’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo di Dio (cfr Dn 10, 21; 12, 1). Cari amici, siate veramente « angeli custodi » delle Chiese che vi saranno affidate! Aiutate il Popolo di Dio, che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, a trovare la gioia nella fede e ad imparare il discernimento degli spiriti: ad accogliere il bene e rifiutare il male, a rimanere e diventare sempre di più, in virtù della speranza della fede, persone che amano in comunione col Dio-Amore.
San Gabriele: Dio che chiama
Incontriamo l’Arcangelo Gabriele soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca (1, 26 – 38). Gabriele è il messaggero dell’incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo « sì » alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio.
Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Nell’Apocalisse dice all’ »angelo » della Chiesa di Laodicea e, attraverso di lui, agli uomini di tutti i tempi: « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (3, 20). Il Signore sta alla porta – alla porta del mondo e alla porta di ogni singolo cuore. Egli bussa per essere fatto entrare: l’incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi.
Tutti devono essere riuniti in Cristo in un solo corpo: questo ci dicono i grandi inni su Cristo nella Lettera agli Efesini e in quella ai Colossesi. Cristo bussa. Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo.
Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete anche assumere la funzione di Gabriele: portare la chiamata di Cristo agli uomini.

San Raffaele: recuperare la vista
San Raffaele ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo vien sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. Annunciare il Vangelo, significa già di per sé guarire, perché l’uomo necessita soprattutto della verità e dell’amore.
Dell’Arcangelo Raffaele si riferiscono nel Libro di Tobia due compiti emblematici di guarigione. Egli guarisce la comunione disturbata tra uomo e donna. Guarisce il loro amore. Scaccia i demoni che, sempre di nuovo, stracciano e distruggono il loro amore. Purifica l’atmosfera tra i due e dona loro la capacità di accogliersi a vicenda per sempre. Nel racconto di Tobia questa guarigione viene riferita con immagini leggendarie.
Nel Nuovo Testamento, l’ordine del matrimonio, stabilito nella creazione e minacciato in modo molteplice dal peccato, viene guarito dal fatto che Cristo lo accoglie nel suo amore redentore. Egli fa del matrimonio un sacramento: il suo amore, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. Al sacerdote è affidato il compito di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere « l’angelo » risanatore che li aiuta ad ancorare il loro amore al sacramento e a viverlo con impegno sempre rinnovato a partire da esso.
In secondo luogo, il Libro di Tobia parla della guarigione degli occhi ciechi. Sappiamo tutti quanto oggi siamo minacciati dalla cecità per Dio. Quanto grande è il pericolo che, di fronte a tutto ciò che sulle cose materiali sappiamo e con esse siamo in grado di fare, diventiamo ciechi per la luce di Dio.
Guarire questa cecità mediante il messaggio della fede e la testimonianza dell’amore, è il servizio di Raffaele affidato giorno per giorno al sacerdote e in modo speciale al Vescovo. Così, spontaneamente siamo portati a pensare anche al sacramento della Riconciliazione, al sacramento della Penitenza che, nel senso più profondo della parola, è un sacramento di guarigione. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.
« Rimanete nel mio amore », ci dice oggi il Signore nel Vangelo (Gv 15, 9). Rimanete in quell’amicizia con Lui piena di amore che Egli in quest’ora vi dona di nuovo! Allora la vostra vita porterà frutto – un frutto che rimane (Gv 15, 16). 

29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

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29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!» . Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo»
(Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 47-51)

Vedere il cielo aperto, il desiderio più intimo di ogni uomo. Vederlo ora, in questa storia concreta che stiamo vivendo. Il sogno di Giacobbe, cui fanno riferimento le parole di Gesù, è un’immagine della fede: vedere in ogni evento una scala ben piantata sulla terra ma che sale sino al Cielo. E, nel Cielo aperto, contemplare il Figlio dell’Uomo, il Signore Gesù Cristo risorto dalla morte. Senza questa scala non possiamo vivere in pienezza, gli eventi, le esperienze, ogni aspetto della nostra vita scorre via senza senso, anche se vissuto intensamente. Senza questa scala la via diviene come quella dei « molti che, credendosi degli dei, pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi. Desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto e ingiusto; decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive; fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento. Queste tentazioni sono sempre in agguato. È importante non soccombere ad esse, perché, in realtà, conducono a qualcosa di evanescente, come un’esistenza senza orizzonti, una libertà senza Dio » (Benedetto XVI, Madrid 2011). La scala che ha visto Giacobbe è la garanzia di un fondamento sicuro e di un orizzonte certo; la scala di Giacobbe è la Croce del Signore, piantata nella storia nostra di ogni giorno e la « cui cima tocca il Cielo », come recita un inno della Chiesa primitiva.
La scala di Giacobbe ci svela il mistero racchiuso negli eventi della nostra vita: essi non sono qualcosa di evanescente, ma « guardano » al Cielo. Di più, ogni avvenimento che ci coinvolge è « contemporaneo » del Cielo, mentre lo viviamo qui sulla terra esso è « trascritto » lassù. Ogni istante ha un valore eterno, è parte di una storia che trascende il tempo e lo spazio, è unico, irripetibile e santo in Dio. Per questo Gesù ci dice che vedremo cose più grandi, cose meravigliose: esse sono tutte le cose che ci riguardano e che, in Lui, nella sua vittoria sulla morte, oltrepassano l’attimo fuggente, sconfiggono l’ineluttabile scorrere ed evaporare del tempo. Le cose più grandi sono le nostre vite, le cose nostre di tutti i giorni, quelle della routine e quelle degli eventi che ci sorprendono, le gioie e i dolori. Le vedremo tutte grandi della sua grandezza, tutte belle della sua bellezza, tutte affascinanti del suo fascino. Le vedremo più grandi perchè in tutte vi è inscritto il mistero più grande, la scala che conduce al Cielo, la sua Croce che ci attira a sé, alla sua dimora, alla pace e al compimento del Cielo. Come Giacobbe impaurito, solo, ramingo e in fuga dalla storia, nella notte di un deserto di angoscia, anche a noi, così spesso chiusi nelle alienazioni che, stordendoci, ci aiutino a non pensare e soffrire, appare una scala, la Croce di Cristo, e ci schiude il Cielo, il senso unico ed autentico della nostra esistenza.
Ogni cosa che ci appartiene infatti è un frammento di Cielo, una primizia di quella che sarà la vita beata nella sua intimità. Vedremo in ogni cosa, relazione, attività, l’abbozzo di quel compimento cui aneliamo. Ora, in questo istante, è già tutto compiuto: non manca nulla a nessun secondo della nostra vita. Potremmo morire ora, in questo istante, sazi di giorni e di beni, esattamente come siamo e con quello che abbiamo vissuto. Anche se ci sembra di non aver concluso nulla, di essere ancora dispersi nella precarietà degli affetti, del lavoro, della salute: in Lui ogni lembo di terra che calpestiamo è uno spicchio di Cielo, ogni fallimento diviene un successo, ogni debolezza una forza da trasportare le montagne, ogni morte è trasformata in vita. La fede ci apre gli occhi sulla grandezza della nostra vita, perchè in essa è stata deposta la scala che svela il destino autentico, la comunione e l’intimità con Colui che è disceso dal Cielo per raggiungere il nostro presente e farlo contemporaneo del Cielo, per prenderci, ora e sederci accanto a Lui alla destra del Padre.
E’ questa la notizia che gli angeli, instancabilmente, recano a ciascuno di noi. Gli Arcangeli, che salgono e scendono la scala che unisce la terra al Cielo, che consegnano agli uomini il cuore di Dio, l’intimità con Lui da loro vissuta. Essi « portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio » (Benedetto XVI, Cappella Papale per l’Ordinazione di nuovi vescovi, 2007).
Per questo la missione degli angeli definisce quella della Chiesa. Non a caso, nella Chiesa primitiva, i vescovi erano chiamati angeli. « In occasione del Giubileo del 2000, il Beato Giovanni Paolo II ha ribadito con forza la necessità di rinnovare l’impegno di portare a tutti l’annuncio del Vangelo «con lo stesso slancio dei cristiani della prima ora». È il servizio più prezioso che la Chiesa può rendere all’umanità e ad ogni singola persona alla ricerca delle ragioni profonde per vivere in pienezza la propria esistenza » (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Missionaria, 2011). Lo slancio degli angeli, le ali della Chiesa che sospingono gli apostoli sino agli estremi confini della terra: come Michele, per difendere e combattere il drago e distruggere le sue menzogne che accusano Dio e l’uomo; come Gabriele, per annunciare la notizia che Dio si è fatto carne per salvare ogni carne e condurla al Cielo; come Raffaele, per sanare ogni rapporto nella comunione strappata alla concupiscenza, e guarire gli occhi perchè possano contemplare, in tutto, l’amore di Dio.
Attirati nella visione della fede, accompagnati dai messaggeri che ci conducono a salire e ridiscendere la scala della Croce, siamo chiamati anche noi a divenire angeli per chi ci è affidato: « vicini a ciascuno per la compassione ed elevati al di sopra di tutti nella contemplazione… Per questo Giacobbe, quando il Signore risplendeva su di lui in alto ed egli in basso unse la pietra, vide angeli che salivano e scendevano: a significare, cioè, che i veri predicatori non solo anelano verso l’alto con la contemplazione, al Capo santo della Chiesa, cioè al Signore, ma nella loro misericordia scendono pure in basso, alle sue membra » (S. Gregorio Magno, Regola Pastorale, II 5). Ecco dunque la nostra missione, come una scala offerta al mondo: uno sguardo che contempla il Cielo per scorgervi la vita trasfigurata nel Signore vittorioso; e una compassione infinita che consegni, ad ogni uomo qui sulla terra, Cristo vivo in noi, perchè vi prenda dimora il suo amore e lo conduca al Cielo. « Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete portare la chiamata di Cristo agli uomini » (Benedetto XVI, ibid).
Angeli che mettono a disposizione la propria carne perchè Cristo giunga sulla soglia di ogni uomo, la nostra vita è, come quella di Santo Stefano, consegnata alle pietre dei nemici. E’ proprio quando il mondo si ribella contro Dio, quando perseguita e di nuovo crocifigge Cristo nei suoi discepoli che il Cielo si schiude e la salvezza scende dal Trono misericordioso di Dio. Sotto la tempesta di pietre che ne carpivano la vita, il volto di Stefano diveniva, proprio agli occhi dei suoi carnefici, come quello di un angelo; e, piegando le ginocchia mentre raccoglieva gli ultimi respiri, egli contemplava il Cielo aperto ed il Figlio dell’Uomo alla destra del Padre, la bestemmia più grande, la stessa che aveva crocifisso il SIgnore. La bestemmia che annuncia il Cielo finalmente dischiuso sulle vicende di ogni uomo, Dio che si fa prossimo ad ogni sofferenza, che prende carne umana per far santa ogni vita: nessuno può sopportare la bellezza e la santità della propria vita, mentre la sua libertà pervertita gli fa gustare il frutto amaro di dolore, corruzione e morte. Nessuno può accettare il paradosso della misericordia di Dio capace di prendere su di sé ogni peccato e perdonarlo: è troppo per l’orgoglio dell’uomo, significa accettare la propria debolezza e il proprio fracasso. E’ necessario vederla autentica e credibile questa misericordia; è necessario che bussi alla porta del proprio sepolcro, sono necessari angeli come Stefano che la incarnino, e mostrino il Cielo nella morte. E’ necessaria la nostra vita, dove Cristo viene a prendere dimora per replicare, ogni giorno, come in Stefano, il suo mistero d’amore. Così è proprio mentre il mondo ci rifiuta, disprezza e uccide nei tanti nemici che reclamano la nostra vita, che esso riceve la vita. E’ proprio mentre moriamo crocifissi e perdoniamo che il Signore appare vivo in noi; è nel martirio quotidiano che offriamo, ai nostri carnefici, la scala che li conduce al paradiso. Siamo chiamati ad essere Angeli sulla soglia della tomba, ad annunciare il perdono e la vita, che non vi è nulla da temere, che Cristo è risorto dai morti e attende ogni uomo in Galilea, nella sua storia concreta, dove vederlo e incamminarsi con lui verso il Cielo.

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI, FESTE |on 28 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

SAN PAOLO APOSTOLO – TESTIMONE PRIGIONIERO

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SAN PAOLO APOSTOLO – TESTIMONE PRIGIONIERO

Autore: Re, Don Piero Curatore: Riva, Sr. Maria Gloria
Fonte: CulturaCattolica.it

La Parola non si lascia incatenare (cf 2Tim 2,9), neppure quando Paolo è costretto all’inattività del carcere. Parlano per lui le catene portate per la causa di Cristo, come scriverà ai Filippesi: «Voglio farvi conoscere, fratelli, che quanto mi è capitato ha contribuito piuttosto al progresso del Vangelo. È diventato così notorio a quelli del palazzo del governatore e a tutti gli altri che io sono prigioniero per Cristo» (Fil 1, 12s).
Il giorno dopo l’arresto, il tribuno – per saperne di più sul suo conto – porta Paolo in sinedrio. Con un abile intervento, Paolo semina divisione tra i sadducei e farisei a proposito della risurrezione. Ricondotto in fortezza, il nipote lo avvisa che 40 giudei hanno giurato di ucciderlo. Informato anch’egli del complotto, il tribuno Claudio Lisa pensa bene di inviarlo – sotto scorta e di notte – a Felice, governatore in Cesarea (cf At 22, 30-23, 35).
Passano 5 giorni e Felice ritiene di mettere a confronto il prigioniero con il sommo sacerdote Anania, arrivato da Gerusalemme con alcuni anziani e l’avvocato Tertullo. Efficace come sempre l’autodifesa, cui però non segue la scarcerazione. Insieme alla moglie giudea Drusilla, Felice si procura una serie d’incontri privati, ma senza esiti rilevanti. Anzi, per due anni trattiene il prigioniero in una sorta di libertà vigilata: non voleva inimicarsi le autorità religiose di Gerusalemme e sperava di ricevere denaro dagli amici di Paolo (cf At 24, 1-27).
A Felice succede il governatore Festo, che riserva a Paolo analogo trattamento del predecessore. Si reca a Gerusalemme per conoscere le accuse sollevate dal sinedrio, che desidererebbe si riconducesse il prigioniero in città, per poterlo eliminare durante il trasporto. Indice una assemblea a Cesarea, ove Paolo può difendersi e – al fine di non subire processo a Gerusalemme – appellarsi al tribunale di Cesare, in quel tempo Nerone. Convoca una pubblica udienza alla presenza dell’incuriosito re Agrippa, passato a salutarlo,. Paolo coglie l’occasione di narrare ancora tutta la sua vicenda e anche Agrippa ammette di non trovare capi d’accusa che meritino pena di morte o catene (cf At 25-26). Non resta che tradurre il prigioniero a Roma, visto che si è appellato a Cesare.
Il viaggio di trasferimento in Italia – 2500 Km in linea d’aria, avvenuto dal settembre del 59/60 ai primi mesi dell’inverno successivo – fu alquanto avventuroso ed è descritto con tanti particolari marinareschi in Atti 27 e 28. Il drappello di prigionieri di cui Paolo fa parte è comandato dal centurione Giulio della coorte Augusta. I venti contrari e il sopraggiungere dell’inverno rallentano la navigazione. Un terribile uragano scuote per 3 giorni la nave, che va alla deriva: il carico è buttato in acqua, per 14 giorni non c’è tempo neppure per mangiare; la nave si arena sulla riva dell’isola di Malta e tutti i 276 imbarcati – chi a nuoto, chi su tavole – riescono a mettersi in salvo.
Anche in tali tragiche circostanze, Paolo era intervenuto autorevolmente almeno 5 volte, con esortazioni incoraggianti e avvalorate da una visione, con consigli di tecnica marinara, con la preghiera di ”ringraziamento” (l’Eucaristia?) prima di rifocillarsi; sempre guidato dalla preoccupazione di salvare la vita di marinai e prigionieri (cf At 27, 9-44).
Accolti dagli indigeni ”con rara umanità”, Paolo viene morso da una vipera aizzata dal fuoco acceso per asciugarsi dalla pioggia. Non producendosi gonfiore alcuno, gli indigeni lo scambiano per un dio. Publio, il ”primo” dell’isola, ospita tutti per tre giorni; Paolo guarisce suo padre ed altri malati; ne beneficiano tutti i naufraghi, colmati di onori. Dopo tre mesi, ripartono riforniti di tutto il necessario per proseguire il viaggio (cf At 28, 1-11).
Approdano a Siracusa e poi a Reggio, quindi a Pozzuoli, allora città di ben 65.000 abitanti e porto di Roma; alcuni fratelli li trattengono per una settimana. Dopo di che, probabilmente servendosi della via Appia, si avvicinano a Roma, città con abbondanza di dei, tutti i simulacri dei quali Augusto aveva collocato in un solo tempio, il Pantheon, e che allora contava circa 1 milione di abitanti, con circa 50.000 ebrei e 13 sinagoghe. Gli vengono incontro dei fratelli che già lo conoscevano, se non altro per aver loro scritto la più importante delle sue lettere tra il 55 e il 58, stando a Corinto. Si sta realizzando il suo progetto di confrontarsi anche con i cristiani della capitale dell’impero, «perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo» (Rom 1, 8). Nella lettera aveva promesso: «Per quanto sta in me, sono pronto a predicare il vangelo anche a voi di Roma» (Rom 1, 15). Anche la visione avuta a Gerusalemme l’aveva incoraggiato: «Tu devi rendermi testimonianza anche a Roma» (At 23, 11).
Siamo attorno al marzo del 61 e il prigioniero Paolo è tenuto in ”custodia libera”, una blanda cattività che gli consentiva di abitare in una casa, vigilata da un pretoriano, e di svolgere di fatto l’attività di un uomo libero (cf At 28, 12-16).
Son passati appena 3 giorni dall’arrivo in città e già Paolo convoca alcuni notabili giudei, per raccontare la sua vicenda e precisare loro che «è a causa della speranza d’Israele che io sono legato a questa catena » (At 28, 20). Molti di più convengono dove alloggia, in un altro giorno, interamente occupato da Paolo alla sua difesa e a proporre loro la conversione a Cristo. Alcuni aderiscono, altri dal ”cuore indurito” se ne vanno in discordia tra loro. Perciò Paolo, anche stavolta purtroppo, è quanto mai risoluto a rivolgere la salvezza di Dio ai pagani (cf At 28, 17-29).
Così si conclude la narrazione di Luca: «Paolo trascorre due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunciando il regno di Dio e insegnando loro le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28, 30).

 

San Sergio di Radonez

San Sergio di Radonez dans immagini sacre 176
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Publié dans:immagini sacre |on 26 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

25 SETTEMBRE: SAN SERGIO DI RADONEZ

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25 SETTEMBRE: SAN SERGIO DI RADONEZ

Sergio di Radonez
Riformatore della vita monastica in Russia, Sergio (1314-1392) nacque da una nobile famiglia della regione di Rostov, trasferitasi a Radonez dopo essere caduta in miseria. Fondò la «laura» della Trinità, monastero dal quale i monaci si recavano in pellegrinaggio al Monte Athos. Attraverso il suo discepolo Nil Sorskij si diffuse l’esicasmo, la preghiera del cuore resa celebre dai Racconti di un pellegrino russo: «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me». Nel Quattrocento al monastero della Trinità, che stava rinascendo dopo la distruzione dei tartari nel 1409, fu legato per diversi anni il celebre pittore Andrej Rublëv, che vi dipinse la famosissima icona della Trinità.
Sergio e i suoi genitori furono scacciati dalla loro casa dalla guerra civile e dovettero guadagnarsi da vivere facendo i contadini a Radonez, a nord-est di Mosca. A vent’anni Sergio iniziò una vita da eremita, insieme a suo fratello Stefano, nella vicina foresta; in seguito altri uomini si unirono a loro, e ciò che ci vien detto di questi eremiti ricorda i primi seguaci di san Francesco d’Assisi, specialmente per quanto riguarda il loro atteggiamento verso la natura selvaggia – nonostante le differenze climatiche e di altro genere fra l’Umbria e la Russia centrale. Uno scrittore russo ha detto che il loro capo « odora di fresco legno d’abete ».
Nel 1354 essi si trasformarono in monaci che conducevano una vera e propria vita comune; questo cambiamento provocò dei dissensi che avrebbero potuto spaccare per sempre la comunità se non fosse stato per la condotta disinteressata di san Sergio. Questo monastero della Santa Trinità (Troice-Lavra) divenne per il monachesimo della Russia settentrionale quello che le Grotte di san Teodosio erano state per la provincia di Kiev nel sud. Sergio fondò altre case religiose, direttamente o indirettamente, e la sua fama si diffuse moltissimo; nel 1375 rifiutò la sede metropolitana di Mosca, ma usò la sua influenza per mantenere la pace fra i principi rivali. Quando (secondo la tradizione) Dimitrij Donskoj, principe di Mosca nel 1380, lo consultò per chiedere se doveva continuare la sua rivolta armata contro i signori tartari, Sergio lo incoraggiò ad andare avanti: ciò portò alla grande vittoria di Kulikovo. San Sergio è il più amato di tutti i santi russi, non soltanto per l’influenza che ebbe in un periodo critico della storia russa, ma anche per il tipo d’uomo che era. Per il carattere, se non per l’origine, era un tipico « santo contadino »: semplice, umile, serio e gentile, un « buon vicino ». Insegnò ai suoi monaci che servire gli altri faceva parte della loro vocazione, e le persone che indicò loro come modelli erano gli uomini dell’antichità che avevano fuggito il mondo ma aiutavano il loro prossimo; veniva posta un’enfasi particolare sulla povertà personale e comune e sullo sradicamento dell’ostinazione.
San Sergio fu uno dei primi santi russi a cui furono attribuite visioni mistiche (visioni della Beata Vergine connesse con la liturgia eucaristica) e, come in san Serafino di Sarov, talvolta compariva in lui una certa trasfigurazione fisica attraverso la luce. Il popolo lo vedeva come un uomo scelto da Dio, sul quale riposava visibilmente la grazia dello Spirito; ancor oggi molta gente va in pellegrinaggio al suo santuario nel monastero della Trinità di Zagorsk. Fu canonizzato in Russia prima del 1449.
Il celebre Monastero della Trinità-San Sergio a Zagorsk fu fondato attorno alla metà del XIV secolo dal Venerabile Sergio, figlio dei Boiari di Rostov Kiril e Maria, che si erano trasferiti dalla città natale a Radonez. All’età di sette anni, il giovane Bartolomeo (prese il nome di Sergio alla tonsura monastica) fu mandato a scuola. Nonostante avesse difficoltà di apprendimento, il suo animo era attratto dallo studio; Bartolomeo pregava Dio di aprire la sua mente, e di consentirgli l’accesso al sapere.
Un giorno, vagando alla ricerca di alcuni cavalli fuggiti nei campi, al giovane apparve un vecchio monaco, raccolto in preghiera sotto un alto albero.
Il ragazzo si avvicinò al monaco e parlò a lui del suo voto e della sua speranza. Dopo avere ascoltato con partecipazione, il monaco recitò una preghiera per il giovane, affinché la sua mente fosse illuminata. Trasse poi una particola di Pane Eucaristico e con esso benedì il ragazzo, dicendo: « Prendi, e mangiane, questo ti è dato come segno della grazia di Dio, e come aiuto nella comprensione delle Scritture ». E Bartolomeo ricevette la grazia dell’apprendimento e fu in grado di imparare, leggere e memorizzare con facilità.
L’esperienza con il monaco fece crescere in Bartolomeo il desiderio di servire Dio; il giovane desiderava trascorrere la vita nell’isolamento e nella preghiera, ma questa vocazione fu per qualche tempo frenata dall’amore per la propria famiglia.
Bartolomeo era buon carattere e di indole ascetica: umile e gentile, non si irritava mai; si cibava do pane ed acqua, astenendosi da ogni cibo e bevanda nei giorni di digiuno. Dopo la morte dei genitori, Bartolomeo rinunziò all’eredità in favore del fratello minore Pietro, e assieme al fratello Stefano si insediò in una foresta selvaggia e isolata a circa 10 chilometri da Radonez, nei pressi del fiume Konchora. I fratelli costruirono una casetta in legno ed una cappella, che fu dedicata alla Santa Trinità e consacrata da un sacerdote inviato dal Metropolita Feognost’. Fu la fondazione della famosa Lavra della Trinità.
Stefano lasciò presto il fratello per diventare igumeno del monastero Bogojavlenskij di Mosca: Bartolomeo, diventato Sergio dopo la tonsura monastica, restò solo nella foresta. La vita non fu facile, tra le tentazioni, e in mezzo a branchi di lupi ed orsi. Un giorno l’anacoreta nutrì un grande orso ponendo un pezzo di pane sul ceppo di un albero. L’orso ne mangiò, e da quel momento si affezionò al venerabile Sergio, e visse nei pressi del suo rifugio.
Nonostante i tentativi di Sergio di vivere nell’isolamento, il suo stile di vita e di preghiera attrasse molti monaci, che vollero porsi sotto la sua direzione spirituale. Insistevano nel chiedere a Sergio di accettare gli Ordini sacri e di diventare loro igumeno. Dopo tanta insistenza, nel 1354 accetto, con le parole: « preferirei di gran lunga obbedire piuttosto che comandare, ma temendo il giudizio di Dio mi pongo interamente nelle sue mani ».
Il neo-fondato monastero era privo di beni e di ogni mezzo di sostentamento. I paramenti erano molto modesti, i Sacri vasi intagliati nel legno, e torce di legno venivano bruciate al posto delle candele, ma la comunità era devota e zelante. Attratti dalla fama di santità e pietà della comunità di Sergio, molti contadini e artigiani si stabilirono nei pressi del monastero. Ciò portò anche allo stesso monastero qualche vantaggio e maggiore sostentamento. Ciò consentì di distribuire elemosine e di praticare l’ospitalità ai viandanti e ai bisognosi.
San Sergio fu un modello di ascetismo e di umiltà. La sua fama giunse a Costantinopoli, e il Patriarca Filoteo gli inviò la propria benedizione e approvò il sistema di vita cenobitica inaugurato da Sergio. Il Metropolita Alessio di Mosca era molto attaccato a Sergio, e si avvaleva di lui per ricomporre le controversie tra principi e governanti. Volle anche designarlo come proprio successore, ma Sergio rifiutò sempre questa offerta. Un giorno volle premiare Sergio con la Croce d’oro, ma Sergio rifiutò l’onorificenza dicendo: « sin dalla mia gioventù ho rifiutato di decorarmi con oro, e ancora di più ora, in età avanzata, desidero restare povero ».
Il Monastero della Trinità fu casa madre di molte altre fondazioni. Prima della morte di San Sergio, si potevano già contare tra queste i seguenti monasteri: Kirzhachski (nei pressi del fiume Kirzhack nella regione di Vladimir), Golutvin (a Kolomna), Simon (a Moscow), Visotski (nei pressi di Serpukhov), Boris e Gleb (nei pressi di Rostov), Dubenski, Pokrovski (a Borovsk), Avraamiev (a Chukhloma).
Sergio morì all’età di 78 anni, nel 1392. Il suo corpo fu rinvenuto incorrotto e profumato dopo alcuni decenni dalla inumazione.

Dal diario Nella Santa Russia di D. Barsotti
“(…) ci dirigiamo verso la chiesa che conserva i resti mortali del santo. Entriamo con un sentimento vivo di venerazione. Intendiamo nella venerazione di san Sergio venerare tutti i santi che la Russia ha donato a Dio e ha donato anche a tutta l’umanità. Se i santi vivono una comunione con Dio non possono non essere in comunione con tutti i fratelli, con tutti gli uomini. Noi sentiamo che san Sergio ci appartiene e siamo sicuri che noi gli apparteniamo. La nostra comunione con Dio è necessariamente una comunione con gli amici di Dio. Ricchissimo è l’interno della chiesa. A destra di chi entra è la cassa dove sono i resti mortali del santo. In silenzio, come possiamo, vista la calca della gente che continuamente si rinnova entrando e uscendo dalla chiesa, facciamo la nostra preghiera (…)”[1].

OMELIA XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINAIO (APPUNTI PER LECTIO)

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/26a-Domencia-B-2015/12-26a-Domenica-B-2015-SC.htm

27 SETTEMBRE 2015 | 26A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | APPUNTI PER LECTIO

« Chi non è contro di noi, è per noi »
Continua nel brano evangelico odierno l’ammaestramento di Gesù ai suoi apostoli i quali, dopo essere stati invitati a farsi « servi » di tutti i fratelli, vengono qui esortati ad avere un animo grande e accogliente, che accetta tutti coloro che hanno un qualche amore alla verità, siano pur militanti al di fuori del gregge di Cristo: « Chi non è contro di noi, è per noi » (Mc 9,40).
La fede infatti, se non è ben capita, rischia di diventare un elemento di « discriminazione » fra gli uomini e di creare contrapposizioni fra di loro. Gesù, invece, insegna a superare gli steccati e ad accogliere tutti i « semi di verità » sparsi nel mondo: ogni « verità », sia pure parziale, è sempre un inizio di fede, o una predisposizione alla fede! Soprattutto chi annuncia il Vangelo deve saper scoprire i punti di contatto con gli altri per innestarvi, direi quasi naturalmente, il messaggio della salvezza. È così che la fede non diventerà mai « polemica » ed emarginante, ma solo ed essenzialmente aggregante e « caritativa », e perciò sempre aperta al dialogo.

« Fossero tutti profeti nel popolo del Signore! »
Già la prima lettura si muove nello sfondo di queste riflessioni. Per invito di Dio stesso, Mosè si era scelto settanta uomini, fra gli « anziani » d’Israele, perché lo coadiuvassero nella direzione del popolo (Nm 11,16-24). A tale scopo, però, essi avevano bisogno dello « spirito » che Dio aveva concesso abbondantemente a Mosè. Nel giorno stabilito essi si radunarono attorno alla « tenda del convegno » e ricevettero lo « spirito » di profezia (Nm 11,25).
Con questo antefatto è collegato l’episodio riferitoci dalla prima lettura: due « anziani », Eldàd e Medàd, che non erano stati scelti per far parte dei settanta e perciò non erano andati alla tenda dell’alleanza, furono anch’essi improvvisamente presi dallo « spirito » e « si misero a profetizzare nell’accampamento » (v. 26). Di qui lo stupore della gente: tanto che un « giovane », un po’ troppo zelante, Giosuè, figlio di Nun, corse subito a riferire la cosa a Mosè. « Ma Mosè gli rispose: « Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito! »" (vv. 28-29).
È meravigliosa la risposta di Mosè alla troppo zelante richiesta del giovane Giosuè: non bisogna imprigionare lo « spirito », pensando quasi di poterlo dominare e farlo camminare solo su certi binari, magari quelli che sembrano più sicuri!
Il tentativo di « imprigionare » lo « spirito » racchiude in sé un doppio peccato: il primo contro Dio, di cui si vorrebbe arrivare ad avere una specie di controllo, lui che è il sommamente « libero »! Il secondo contro i fratelli, di cui vorremmo misurare la capacità di risposta alle iniziative di Dio secondo i canoni fissati da noi, quasi che fossimo i « dominatori » e non piuttosto i « servi » degli altri. Forse che non sarebbe una comune ricchezza se tutti in Israele, e nella Chiesa, fossero « profeti » (v. 29), proprio come si augurava Mosè?
Non si può negare che più di una volta, nella lunga storia della Chiesa, si sia tentato di soffocare lo « Spirito », quando esso sconvolgeva schemi precostituiti di pensiero, o metteva in crisi un certo modo di intendere e di gestire la « istituzione », che non ha certo il « monopolio » della verità e tanto meno della santità.
Il Concilio Vaticano II ha riscoperto la fondamentale vocazione « profetica » di « tutto » il popolo cristiano sulla base dell’unica fede e dell’unico battesimo: « Il popolo santo di Dio partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità; e coll’offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto di labbra acclamanti al nome di lui (cf Eb 13,15) ».
C’è solo da augurarsi che ogni battezzato si lasci veramente guidare dallo « spirito di profezia » e, in comunione con tutti gli altri fratelli di fede, annunci al mondo, con la voce e con la vita, le « meraviglie » del Signore.

« Abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato »
La prima parte del Vangelo odierno (Mc 9,38-41) ci presenta una scena caratteristica, che ha non poca rassomiglianza con l’episodio del libro dei Numeri or ora ricordato: solo che, invece che di profezia, si tratta qui di atti di « esorcismo », fatti « nel nome » di Gesù da qualcuno che non era suo discepolo.
L’episodio dell’esorcista è facilmente ammissibile sia per l’epoca che per l’ambiente: sappiamo infatti, anche da altre fonti, di esorcisti ebrei i quali usavano determinate arti magiche. Gli stessi Atti degli Apostoli ci narrano qualcosa di analogo avvenuto ad Efeso (19,13-20), sia pure con risultati molto diversi.
Anche qui c’è un giovane, un po’ troppo zelante, che denuncia subito a Gesù qualcosa che a lui sembra inammissibile: « Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri » (v. 38). Quel giovane era Giovanni che, anche da un passo di Luca (9,52-55), appare essere stato piuttosto intollerante: infatti, insieme al fratello Giacomo, chiese a Gesù di far venire « fuoco dal cielo » su un villaggio di Samaritani che non avevano voluto ricevere il Maestro, meritandosi però un forte rimprovero. Per questo i due furono anche chiamati « Boanerghes », cioè « figli del tuono » (Mc 3,17).
Si notino le affermazioni discriminanti del giovane apostolo: « Glielo abbiamo vietato perché non era dei nostri » (v. 38), quasi che Gesù fosse un oggetto da possedere con gelosia e non piuttosto un « dono » da condividere con il più gran numero possibile di persone!

« Non glielo proibite… »
È interessante perciò la risposta distensiva del Maestro: « Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi » (vv. 39-40).
A prima impressione sembra che la risposta di Gesù sia opportunistica, tenda cioè a creargli un alone di simpatia: infatti, non ci può essere qualcuno « che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me » (v. 39). In realtà, essa mira molto più lontano: vuole educare gli apostoli a non considerarsi « possessori » della verità, ma « ricercatori » insieme con gli altri. In tal modo si diventa automaticamente « aperti » a tutti coloro che hanno in comune con noi qualche cosa: almeno il fatto di essere uomini e, se credenti in Cristo, anche molte porzioni di verità di fede.
Con la sconvolgente affermazione: « Chi non è contro di noi, è per noi » (v. 40), Gesù ha gettato in anticipo le basi del « dialogo » interreligioso fra gli uomini e dell’ »ecumenismo » fra i cristiani, che la Chiesa ha recuperato con piena lucidità in questi ultimi tempi.
Solo apparentemente essa contrasta con un’altra notissima frase di Gesù: « Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde » (Mt 12,30; cf Lc 11,23). In realtà qui Gesù si pone come l’Assoluto per tutti: chi lo conosce per quello che è, non può non stare « con lui »; altrimenti « disperderebbe » e si perderebbe! Ciò non toglie, però, che ci siano « porzioni » di verità e di bontà anche altrove, che già sono un segno della sua presenza nel mondo: proprio questa può essere la via che porta lentamente a lui. È per questo che non bisogna cancellare assolutamente qualsiasi pur tenue « pista » nel deserto: per Gesù questo è sufficiente per arrivare misteriosamente al cuore degli uomini.
Ciò vale ovviamente sia per la Chiesa in quanto tale, che per i singoli cristiani: lo « Spirito » di Cristo agisce molto al di là dei confini della Chiesa, e perfino della stessa fede. Proprio perché Cristo è la « verità » totale, egli si trova dovunque ci sia un frammento di verità: in tal modo direi che Gesù è più grande del suo stesso Vangelo, annunciato e predicato.
Non bisogna essere gelosi, come Giovanni o come Giosuè, che altri abbiano lo « Spirito » del Signore, o che invochino o rispettino il suo « nome »: c’è solo da goderne e da ringraziarne il Padre celeste!

« Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua… non perderà la sua ricompensa »
Così certamente nella primitiva evangelizzazione, a cui sembra riferirsi Marco, si doveva essere verificato più di una volta che dei predicatori cristiani venissero accolti in casa di Ebrei o di pagani con benevolenza, anche senza condividerne la fede: era già un accoglierli « nel nome » di Cristo il riceverli per una certa umana simpatia o per riguardo. Orbene, continua Gesù, « chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa » (v. 41).
Il cristianesimo non è un’etichettatura, ma una prassi di vita, che talvolta si trova misteriosamente anche in chi cristiano non è! Ritorna tutto il discorso fatto precedentemente.
Oltre tutto, questo dover affidarsi alla benevolenza altrui esige senso di umiltà e di discrezione: così, già in partenza, l’apostolo di Cristo riconosce di non aver potere alcuno sugli altri, ma solo un « servizio » da offrire.
È già il tema della « piccolezza », che però nel verso che segue immediatamente si estende ad ogni cristiano, specialmente ai membri più « deboli » e fragili della comunità. Guai perciò ad essere per loro occasione di « scandalo »! « Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, sarebbe meglio per lui che gli si metta una macina girata da asino al collo e venga gettato nel mare » (v. 42).
È chiaro dunque che i più « piccoli » non sono i bambini, ma i cristiani in genere (« piccoli che credono »), come abbiamo già detto, per i quali in realtà la fede può essere sempre messa in pericolo. « L’immagine della grossa e pesante macina da mulino legata al collo dell’annegato non solo fa un certo effetto, ma nell’ambiente di Gesù richiama la somma sventura di un disgraziato che rimane privo di sepoltura ».

« Se la tua mano ti scandalizza, tagliala… »
Introdotto il tema dello « scandalo », esso viene sviluppato con tre immagini riprese da organi fondamentali per la nostra vita, in ordine ascendente (mano, piede, occhi), per dire che il cristiano deve essere disposto a sacrificare tutto pur di salvarsi dalla perdizione eterna: « Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile… » (vv. 43-48).
Anche la perdita di ciò che è più prezioso per una persona, come la mano, il piede, l’occhio, non è paragonabile al danno che le deriverebbe dall’adesione al peccato che porta fatalmente alla « perdizione » eterna. Quest’ultima è espressa dall’immagine della Geenna, in ebraico Ghe-Hinnon, cioè valle di Hinnon, a sud-ovest di Gerusalemme, dove si gettavano i rifiuti della città per esservi bruciati. Proprio a cagione del fuoco che vi ardeva in continuazione, all’epoca del Nuovo Testamento essa divenne sinonimo del luogo di punizione per i malvagi.
Come si sarà notato dal testo, qui lo « scandalo » non è quello che altri possono dare ai più « piccoli » nella comunità e di cui abbiamo parlato precedentemente (cf v. 42), ma è piuttosto quello di cui ognuno può essere strumento a se stesso: è certo, infatti, che il mio « occhio » può essermi occasione di seduzione e perfino di « adulterio », come ci ricorda Matteo (5,28) nel discorso della montagna. Di qui l’invito di Gesù a tagliare netto con qualsiasi occasione di male, anche se questo può farci sanguinare il cuore. L’importante è « salvare l’anima », cioè se stessi, anche se dovessimo momentaneamente perdere il nostro corpo, o parte di esso.
È chiaro che il discorso non è da prendersi nella materialità della lettera, ma per l’impegno morale e spirituale che significa ed esige. In altre parole, abbiamo qui lo stesso paradosso esposto altrove da Gesù: « Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima? » (Mc 8,35-37).

« Piangete e gridate, ricchi, per le sciagure che vi sovrastano »
Ed allora che cosa ci gioveranno le ricchezze che avremo accumulato, soprattutto se sono frutto, come il più spesso avviene, di ingiustizie e di sfruttamento dei fratelli? È l’austera e impietosa lezione che ci viene dalla seconda lettura, che continua la presentazione della lettera di Giacomo.
Con accenti adirati e tempestosi, alla maniera degli antichi profeti d’Israele, Giacomo si rivolge ai ricchi della sua comunità, minacciando loro la rovina finale, se continueranno ad opprimere il povero e a defraudare della giusta mercede gli operai che lavorano nelle loro terre:
« Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine; la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!… » (vv. 1-3).
L’ironia dell’ultimo versetto è bruciante: quello che i ricchi ingiusti e spietati avevano « accumulato », considerandolo « tesoro » prezioso, in realtà diventerà « ruggine » che corroderà le loro stesse carni, così come la ruggine corrode il ferro. Volevano possedere sicurezza con il denaro, per proteggere la loro « vita », e invece la « perderanno » per sempre! Non hanno avuto il coraggio di « cavarsi » l’occhio, da cui nasce ogni cupidigia, e adesso « con tutti e due saranno gettati nella Geenna » (Mc 9,47).
È una lezione molto austera quella della Liturgia di oggi: conviene davvero « perdersi » per « ritrovarsi »!

Da CIPRIANI S.,

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

Adam & Eve in the Garden of Eden

Adam & Eve in the Garden of Eden dans immagini sacre 2a07805861a8cd83324cc513a7c88979_w600

http://sacredartpilgrim.com/collection/view/85

Publié dans:immagini sacre |on 24 septembre, 2015 |Pas de commentaires »
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