Archive pour septembre, 2015

“Here I am! I stand at the door and knock… » Revelation 3:20 (NIV)

“Here I am! I stand at the door and knock...
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LA PREGHIERA DEL SIGNORE – S. CIPRIANO DI CARTAGINE

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20000818_cipriano_it.html

LA PREGHIERA DEL SIGNORE – S. CIPRIANO DI CARTAGINE

« « Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra ». E con ciò intendiamo dire: non che faccia Dio ciò che egli vuole, ma che possiamo farlo noi, ciò che Dio vuole. Infatti, chi mai potrebbe opporsi a che Dio faccia ciò che egli vuole? Quanto a noi, invece, poiché siamo ostacolati dal diavolo a conformarci totalmente a Dio nel pensiero e nelle azioni, perciò preghiamo affinchè si faccia in noi la sua volontà. Ed essa in noi si potrà compiere solo col concorso della stessa volontà di Dio, e cioè col suo aiuto e la sua protezione: nessuno infatti è forte per le proprie forze, è però al sicuro per la bontà e la misericordia di Dio.
D’altronde, lo stesso Signore, mostrando la debolezza dell’umanità che lui portava, dice: Padre, se è possibile, passi da me questo calice (Mt. 26, 39). E aggiunge, per dare così ai suoi discepoli l’esempio affinchè essi facciano non la volontà propria ma quella di Dio: Tuttavia, non ciò che voglio io, ma ciò che tu vuoi (ib.); e altrove: Non sono disceso dal cielo per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha inviato (Gv. 6, 38). Se ha ubbidito il Figlio a fare la volontà del Padre, quanto più non deve ubbidire il servo a fare la volontà del Signore!
Così, pure Giovanni, nella sua lettera, ci esorta e ci insegna a compiere la volontà del Signore, dicendo: Non vogliate amare il mondo, né le cose del mondo. Se qualcuno ama il mondo, non è in lui la carità del Padre, poiché tutto ciò che è nel mondo è concupiscenza della carne e concupiscenza degli occhi e superbia della vita, e non viene dal Padre ma dalla concupiscenza del mondo. E il mondo passerà e la sua concupiscenza: ma chi avrà fatto la volontà di Dio rimane in eterno, così come Dio rimane in eterno (1 Gv. 2, 15 ss.).
Se dunque noi vogliamo avere la vita eterna, dobbiamo fare la volontà di Dio, che è eterno. Ora la volontà di Dio è ciò che Cristo ha fatto e insegnato : l’umiltà nella condotta, la fermezza nella fede, la modestia nelle parole, la giustizia nell’agire, la misericordia nelle opere, la rettitudine nei costumi, e neppur sapere cos’è un’ingiuria agli altri, e tollerare l’offesa, mantenere la pace coi fratelli, amare Dio con tutto il cuore, amarlo come padre e temerlo come Dio, tutto posporre a Cristo poiché lui ogni cosa pospose a noi, stare uniti inseparabilmente al suo amore, tenersi stretti alla sua croce con forza e fiducia, e quando è tempo di lottare per il suo nome e la sua gloria essere apertamente fermi nel confessarlo e fiduciosi nella tortura e pazienti nella morte per la quale riceviamo la corona. Questo significa voler essere coeredi di Cristo (cf. Rom. 8, 17), questo è attuare il comandamento di Dio, sì, questo è adempiere la volontà del Padre.
Domandiamo che la volontà di Dio si faccia in cielo e in terra: che l’una e l’altra cosa riguarda il perfetto compimento della nostra giustificazione e salute. Infatti, noi possediamo un corpo che viene dalla terra e uno spirito che viene dal cielo: così, siamo terra e cielo. E, quindi, in realtà, chiediamo che la volontà di Dio sia fatta nell’uno e nell’altro, cioè nel corpo e nello spirito…
Così, ogni giorno, o meglio a ogni istante, preghiamo che in noi sia fatta la volontà di Dio in cielo e in terra: perché questa è la volontà di Dio, che le cose terrene cedano alle celesti, e prevalga ciò che è spirituale e divino.
Si può pensare anche a un altro significato, fratelli carissimi. Il Signore ci ha dato il comandamento di amare anche i nemici e di pregare pure per coloro che ci perseguitano (cf. Mt. 5, 44): sicché noi preghiamo per quelli che sono ancora terra e che non hanno cominciato a essere del cielo, affinchè la volontà di Dio si faccia in loro, quella volontà che Cristo ha perfettamente compiuto col salvare e riscattare l’uomo. In realtà i discepoli da lui non sono più chiamati terra, ma sale della terra (cf. Mt. 5, 13), e l’Apostolo dice che mentre il primo uomo fu tratto dal fango della terra il secondo è dal cielo (cf. 1 Cor. 15, 47). Dunque noi, se vogliamo pregare ricordandoci che dobbiamo essere simili a Dio, il quale fa sorgere il suo sole su buoni e cattivi e fa piovere su giusti e ingiusti (cf. Mt. 5, 45), dietro l’ordine di Cristo dobbiamo farlo per la salvezza di tutti, affinchè come la volontà di Dio è fatta in cielo, cioè in noi per la nostra fede, essendo noi dal cielo, cosi pure si faccia in terra, cioè in quelli che non credono; cosicché coloro i quali per la loro prima nascita sono ancora terreni, diventino celesti nascendo dall’acqua e dallo Spirito (cf. Gv. 3, 5). »
S. Cipriano di Cartagine, La preghiera del Signore, 14 –17

Preghiera:
O Dio, Tu hai rivelato la Tua Volontà per ciascuno di noi, con le parole e le azioni del Tuo divino Figlio. Ti supplichiamo ardentemente di assisterci, per poter seguire il Suo esempio nella nostra vita e giungere a contemplarti e lodarti per sempre nella Tua eterna dimora. Te lo chiediamo per mezzo dello stesso Gesù Cristo, Tuo Figlio, che vive e regna nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

A cura dell’Ateneo Pontificio « Regina Apostolorum »

RISCOPRIRE IL BATTESIMO CON SAN PAOLO

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RISCOPRIRE IL BATTESIMO CON SAN PAOLO

09/11/2006 di Archivio Notizie

Con il Piano pastorale diocesano 2006-2007 la nostra Chiesa ha posto al centro della propria riflessione e a fondamento della propria maturazione ecclesiale e missionaria il sacramento del battesimo che ci ha reso figli adottivi del Padre, ci ha donato la vita nuova nel segno dell’acqua e per la potenza dello Spirito Santo, ci ha fatto partecipi della Pasqua del Signore Gesù e membri del Corpo di Cristo che è la Chiesa.
L’opuscolo del Piano pastorale, già distribuito per buona parte, intende richiamare le singole comunità cristiane, in primo luogo i sacerdoti, ad una corretta celebrazione del battesimo, sia nella fase preparatoria del sacramento con il suggerimento di un adeguato percorso da fare con i genitori, sia con le indicazioni per accompagnare genitori e le fasi di crescita del bambino oltre la celebrazione. Inoltre, per rispondere a situazioni oggi sempre più rilevanti, il Piano pastorale presenta un preciso itinerario catecumenale per coloro che, giovani ed adulti, chiedono di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Inoltre tutti i credenti sono chiamati a prendere coscienza che, proprio partendo dal battesimo, la vita cristiana va interpretata e vissuta come evento di salvezza, attraverso la sequela del Signore, secondo gli impegni espressi nelle promesse battesimali. Così la Chiesa, comunità dei battezzati, è a pieno titolo coinvolta nella riscoperta continua del battesimo e, muovendo da qui, orienta le sue scelte pastorali. Per questo è irrinunciabile ripartire da una catechesi permanente del battesimo, a tutti i livelli.
A questo scopo, come strumento di catechesi per un itinerario di riscoperta del battesimo è stato predisposto un sussidio sulla Lettera di Paolo ai Romani: «Anche noi possiamo camminare in una vita nuova». Questo prezioso sussidio può essere usato nei vari incontri di catechesi e di approfondimento della fede, sia tra i giovani che tra gli adulti, per le famiglie, per i gruppi biblici o per i centri di ascolto, per le associazioni ecclesiali, per i genitori dei ragazzi del catechismo, per tutti coloro che in qualche modo intendono mettere al centro della propria formazione l’ascolto della Parola di Dio. Alcune pagine che narrano la vita dell’Apostolo e presentano sinteticamente i principali contenuti della Lettera paolina, aprono il nostro opuscolo.
Dopo alcune indicazioni di carattere metodologico per un corretto andamento di ogni incontro, il sussidio sviluppa, lungo quindici schede, l’annuncio catechistico impostato sistematicamente sulla trama della riflessione e della riappropriazione del battesimo. Ogni scheda, inserita in un contesto di preghiera, offre un brano della Lettera, corredatada alcune note per una migliore comprensione e da interrogativi che possano facilitare la riflessione comunitaria, la verifica e l’attualizzazione della Parola. Al termine di ogni capitolo viene proposta una lettura spirituale dei Padri della Chiesa. Fin da ora questo testo può essere ritirato, per le copie necessarie, presso la Curia vescovile di Arezzo.

Giovanni De Robertis 

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the Hanging Gardens of Babylon (interessante ricostruzione sul sito)

the Hanging Gardens of Babylon (interessante ricostruzione sul sito) dans immagini sacre Finished_Gardens
https://wiki.en.grepolis.com/wiki/The_Hanging_Gardens_of_Babylon

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NEGARE LA RELIGIONE DI LEOPARDI, È NEGARE LA SUA POESIA

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4567

NEGARE LA RELIGIONE DI LEOPARDI, È NEGARE LA SUA POESIA

Ottobre 2007

È lecito parlare di religione – cioè di rapporto con Dio – nell’opera di Giacomo Leopardi? Non è, egli, l’assertore del nulla?
Sfidando le apparenze e certi luoghi comuni, Divo Barsotti ha scritto il citato volume La religione di Giacomo Leopardi: una paziente e diligente carrellata sull’opera di Leopardi, vergata all’insegna della simpatia e della comprensione.

Il 15 febbraio dello scorso anno è morto don Divo Barsotti nel­la «Casa S. Sergio» di Settignano (Firenze), dove ha sede la Comu­ità dei Figli di Dio da lui fondata1. Nato a Palaia (Pisa) nel 1914, dopo l’ordinazione sacerdotale (1937) ha svolto la sua attività pa­storale a Firenze, accanto a personalità quali il card. Elia Della Co­sta, Giorgio La Pira, p. Ernesto Balducci, mons. Enrico Bartoletti. Teologo, studioso di spiritualità e di mistica, attento ai problemi in­tellettuali e pastorali del momento, ha scritto volumi originali, den­si di affiato spirituale e di cordiale approfondimento del mistero cristiano2. Non si dimentichi la sua amicizia e frequentazione con H. U. von Balthasar, J. Daniélou, H. de Lubac, Th. Merton.
Don Barsotti è stato anche un assiduo e appassionato cultore di letteratura e di poesia. Vogliamo ora ricordarlo come esegeta di Leopardi e di Dostoevskij, ai quali ha dedicato uno studio origi­
nale e intenso: La religione di Giacomo Leopardi e Dostoevskzij. La passione per Cristo3. Due motivi ci hanno indotto a questa scelta.
Il primo è una sua affermazione: «Penso che la teologia dovrebbe dare più spazio alle lettere, perché è nelle lettere, cioè nella nar­rativa e nella poesia, che meglio si esprime l’esperienza religiosa. È lì che si manifesta più vivamente la lotta dell’uomo con Dio, e non importa se a volte si esprime negativamente. Il teologo è spes­so alle prese con i concetti, e c’è quindi il pericolo di un certo for­malismo che non dice più niente a nessuno» 4. Il secondo motivo è la nostra persuasione che, presentando Leopardi e Dostoevskij, don Divo presenti se stesso in alcuni momenti della sua vita e in alcuni aspetti della sua personalità di uomo e di credente.

Desideri immensi in un vuoto di speranza
È lecito parlare di religione – cioè di rapporto con Dio – nel­l’opera di Giacomo Leopardi? Non è, egli, l’assertore del nulla? dell’«infinita vanità del tutto»? Non ha sottoscritto, nella lettera a Luigi De Sinner, del 27 maggio 1832, l’affermazione che «è as­surdo attribuire ai suoi scritti una tendenza religiosa»? Sfidando le apparenze e certi luoghi comuni, Divo Barsotti ha scritto il ci­tato volume La religione di Giacomo Leopardi: una paziente e di­ligente carrellata sull’opera di Leopardi, vergata all’insegna della simpatia e della comprensione.
In essa si leggono queste affermazioni: «Negare la religione del Leopardi è negare la sua poesia. La sua poesia è religione più del­la poesia di Manzoni, più della poesia stessa di Dante. In lui la di­mensione religiosa è più pura; l’impegno religioso, assoluto» (p. 18); «Tutto il suo cammino è ricerca del vero Dio» (ivi); «Manzo­ni, certo, è più cristiano; ma Leopardi è più religioso. La sua poe­sia è essenzialmente religiosa» (ivi).
Per comprendere queste affermazioni occorre precisare il si­gnificato che Barsotti dà al termine religione nel contesto del suo volume: in esso religione non significa principalmente un com­plesso di credenze e di pratiche relative a cose sacre; significa sen­timento naturale, intenso, insopprimibile, che induce l’uomo a superare la dimensione del sensibile e del temporale e percepire l’esistenza di una realtà superiore per trovare in essa la risposta ai più radicati dilemmi dell’animo umano: senso della vita e della morte, bisogno di verità e di amore, ansia di purezza e d’infinito.
Chi è il Leopardi che Divo Barsotti incontra sul proprio cam­mino e del quale cerca di comprendere il dramma esistenziale? È un’anima «tesa da desideri immensí», ma priva di speranza; do­minata da un bisogno d’infinito ma condannata a muoversi su sentieri squallidi e circoscritti, coperti di foglie morte; è«íl poeta di una giovinezza che non ha conosciuto e di un amore che non ha mai trovato chi amare» (p. 94); è un viandante alla ricerca del­la verità che gli sfugge e lo lascia in balìa del dubbio.
Tale inquadratura induce Barsotti a due importanti conside­razioni: «La religione di Leopardi diveniva una religione senza Dio: l’anima che si sottraeva all’infinita vanità del tutto, soffriva tuttavia una sete infinita e sapeva che non avrebbe potuto mai es­sere estinta». Inoltre: «Così l’uomo è desiderio di Dio in un mon­do deserto, nel quale Dio è sconosciuto e assente» (p. 125). Illu­stra queste considerazioni esaminando la prima delle Operette morali dal titolo La storia del genere umano, e così la sintetizza: «La storia del genere umano è la storia dell’uomo alla ricerca di un infinito, alla ricerca di Dio, e l’infinito e Dio non esistono. L’uomo per sua natura non può fare a meno di qualcosa, di Uno che non può trovare perché non è. L’infinito non è che il deside­rio dell’uomo e conseguentemente infinita non è che la sua infe­licità» (p. 131).
Importante è quanto afferma il poeta: «Giove fatto accorto, per le cose passate, della propria natura degli uomini, e che non può loro bastare, come agli altri animali, vivere ed essere liberi da ogni dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque stato l’impossibile», pensò di accontentarli mandando «tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e sopruma­ne [...] e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi»5. Ma i fantasmi non possono appagare l’a­nimo umano.
Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare questi fantasmi si configurano con l’illusione e il sogno, più forti della verità. «Chiunque consente di vivere, nol fa in sostanza ad altro effetto né con altra utilità che di sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue false e fantastiche»6. L’il­lusione più universale è la religione. Dio è un sogno? L’immorta­lità è una chimera? La morte è la fine di tutto?
Prima di esaminare questi interrogativi, espressi non soltanto nelle Operette morali, ma soprattutto, e in versi di rara bellezza, nella sua opera poetica, Barsotti studia la crisi religiosa del poeta.

La sua crisi religiosa
Tre sono le cause della crisi religiosa di Leopardi. Innanzitutto la cultura dominante nella quale egli ha trascorso la vita: positivismo, razionalismo, immanentismo. La religione è dichiarata superstizio­ne e oggetto in disuso, salvo che non si riduca a filantropia o illu­sione che aiuti a vivere. Secondariamente il cristianesimo, come era vissuto nella sua famiglia. Esso fu avvertito dal poeta come contra­rio alla natura, negazione della vita, nemico delle felicità e della bel­lezza. Il cristianesimo del padre, conte Monaldo, era «superficiale e letterario», quello della madre rigido e quasi disumano; «barbarie» lo definisce il figlio. Infine gli uomini di Chiesa e gli ambienti della Curia romana. Essi offrivano lo spettacolo di un cristianesimo sen­za vita, senza dinamismo, senza prospettiva, «senza altra forza sulle coscienze che quella della minaccia di un eterno castigo».
Nota Barsotti: «Mancano alla tradizione italiana dell’Ottocento i grandi testimoni di un cristianesimo nuovo che abbiano superato le crisi terribili del pensiero immanentista moderno [...]. Il Leo­pardi è l’uomo di questa crisi» (p. 11). L’ha vissuta in prima perso­na e l’ha testimoniata nella sua opera. «Il sentimento della solitudi­ne umana, l’aspirazione a una felicità, a una vita che solo Dio può soddisfare e l’aridità negatrice di un pensiero che crede di preclu­dere ogni apertura verso la trascendenza, fanno dell’opera di Leo­pardi la più grande espressione poetica di questa crisi» (p. 14).
Ripudiato il Dio del cristianesimo, l’uomo ha avvertito il biso­gno di un suo surrogato, ha creato i miti (Leopardi li chiama «fan­tasmi») e ne ha proclamato il culto. Il poeta ha avvertito il richia­mo di questi miti – la Natura, la Storia, la Società, la Ragione – e in alcuni ha anche creduto, ma ha sempre finito per compren­derne l’inconsistenza e ripiegare sulle verità cristiane. In merito Barsotti riferisce una mirabile pagina dello Zibaldone:
«Dopo la cognizione pertanto, non possiamo tornare alle illusioni [l'immortalità, l'altra vita, le qualità proprie degli uomini antichi o più vicini alla natura], cioè ripersuadercene, se non conoscendo che son ve­re. Ma non son vere se non rispetto a Dio e a un’altra vita. Rispetto a Dio ch’è la virtù, la bellezza ecc. personificata, la virtù sostanza e non fantasma, come nell’ordine delle cose create. Rispetto un’altra vita, dove la speranza sarà realizzata, la virtù e l’eroismo premiato ecc., dove in­somma le illusioni non saranno più illusioni ma realtà [...].
«L’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto, non può esser fe­lice sodamente e durevolmente (quanto può esserlo quaggiù) se non in uno stato (ma veramente) religioso, cioè che dia un corpo e una verità alle illusioni senza le quali non c’è felicità, ma ch’essendo conosciute dalla ragione, non possono più parer vere all’uomo, come paiono agli altri viventi, se non per la relazione e il fondamento e la realtà che si suppongono avere in un’altra vita» (p. 32 s).

«Questa pagina – commenta Barsotti – rimane unica in tutti gli scritti di Leopardi ed è la pagina più sorprendente. Va ben al di là delle premesse: non è solo la vaga speranza in un’altra vita po­stulata dalle illusioni della vita presente, l’altra vita è il fondamen­to necessario alla realtà, alla verità della cose» (ivi). L’insorgere del dubbio – elemento costante in Leopardi – lo stabilì in una crisi sorda e maligna e lo condannò a trascinare i suoi giorni in compagnia delle sue aspirazioni – felicità, amore – sempre insorgenti e sempre frustrate. Come testimonia la sua poesia.

C’è Dio nella sua poesia?
Il passero solitario – fra le più ispirate composizioni poetiche del Leopardi – si sviluppa su un motivo in esse ricorrente: l’ad­dio alla giovinezza che il poeta non ha conosciuto e all’amore che non ha incontrato. Perché questa sua esclusione dalla vita? Per­ché la sua condanna alla solitudine? Forse per il rifiuto d’insegui­re fantasmi? Tali sono l’amore e la giovinezza? l’immortalità, la beatitudine, le promesse del cristianesimo?
Una risposta indiretta ci viene dall’idillio L’infinito. «Le parole io nel pensier mi fingo vorrebbero insegnarci che l’infinito e l’eter­no sono creazioni dell’immaginazione dell’uomo e l’uomo vive sol­tanto e si nutre dei suoi sogni. Ma i sovrumani silenzi e gli inter­minati spazi esistono, non sono una mera negazione del limite, co­me scrive il poeta. La loro realtà è assicurata dalla stessa esperien­za interiore. L’illusione è certamente più reale, più viva dell’ermo colle, della siepe, dello stormir del vento… La natura diviene puro segno di altra realtà, segno povero di realtà immense» (p. 99).
L’idillio dunque – secondo Barsotti – suscita nel poeta l’a­spirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il si­lenzio indica e il ricordo suscita è l’esistenza di «un altro mondo che attrae tutta l’anima a sé e già in qualche modo misteriosa­mente si fa presente nel cuore». Le cose sembrano non avere al­tra funzione che quella di provocare e richiamare un mondo idea­le nel quale soltanto l’uomo trova la pace. La connotazione reli­giosa dell’Infinito sta nella testimonianza di un’esperienza del divino, anche se questo divino resta indeterminato.
Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia affronta alcu­ni interrogativi che hanno particolarmente tormentato Leopardi: qual è la causa finale dell’uomo e della sua vita? la causa finale dell’universo e del tempo? Il Canto notturno vuol essere pertanto «la somma del pensiero filosofico del poeta, ed è certamente il canto che supera tutti i canti del Leopardi per altezza d’ispirazio­ne e per ampiezza di contenuto» (p. 184). Ad esso Barsotti dedi­ca un commento penetrante, mettendone in risalto il senso reli­gioso e affermando che «il Canto notturno è preghiera».
L’ispirazione del Canto viene al poeta dall’intuizione dell’estra­neità e smarrimento dell’uomo nell’universo. Se nella vastità del cosmo la terra scompare, che cos’è l’uomo? Che senso ha l’uni­verso? Che fa l’aria infinita, e quel profondo / infinito seren? che vuol dir questa / solitudine immensa? ed io chi sono? Le domande si susseguono incalzanti. Nessuna risposta. Il poeta si rivolge alla luna, anch’essa vagante per le vie del cielo. Ha una mèta il suo riandare i sempiterni calli? Tace anche la luna. Sa, ma non parla. All’uomo invece è nascosto il perché delle cose, il significato del vi­vere, l’identità del proprio io. L’uomo resta solo, oppresso dal mi­stero. L’ultima strofa del Canto è scandita da tre «forse» che espri­mono l’angoscia del dubbio sui problemi affrontati. L’ultimo «for­se» sa di pietra tombale: Forse… è funesto a chi nasce il dì natale.
Anche su queste terre desertiche Barsotti scorge il filone religio­so. «Ci sembra che la religione del Leopardi riconosca meglio, o senta di più, la grandezza dell’uomo e, nella sua incapacità di rasse­gnarsi a quello che sembra il destino comune, renda testimonianza più ferma di un’aspirazione più alta, del bisogno insopprimibile del­l’uomo di evadere dalla prigione del mondo» (p. 196). Leopardi non sa se c’è Dio, sa però che l’angoscia dell’uomo « è un segno di Dio», anche se «non è un segno che possa dare pace e certezza» (ivi).
Che fai tu, luna, in ciel? Forse la luna è anch’essa segno di una presenza di Dio, ma di un Dio muto e inaccessibile. La speranza di sapere fallisce; resta soltanto il desiderio e l’ignoranza. Cioè l’infelicità. Comunque sia, tutto rimanda a Dio. «Di qui il carattere eminentemente religioso, più che filosofico, del suo pensiero. Dio rimane il soggetto della sua poesia e del suo pensiero perché tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è credu­to, quanto è più negato» (p. 198).

Una religione senza Cristo
Se nei Canti e nelle Operette morali è vano trovare un’adesione a Dio, nell’epistolario questo rapporto è ricorrente, soprattutto nelle lettere al padre. Il poeta ringrazia Dio per la salute, spera che Dio gli dia la possibilità di rivedere i suoi, lo chiama a testimone di quanto dice, si rassegna alla Sua volontà. Importante è la lettera al padre del 26 maggio 1827 dove si legge: «Anch’io in questi giorni ho ricevuto i SS. Sacramenti»; e il 24 giugno dello stesso anno: «Non posso abbastanza lodare la sua pietà dei soccorsi religiosi implorati, com’Ella mi scrive. Iddio certamente gliene renderà me­rito, ed esaudirà le sue e le nostre ardentissime preghiere»7.
E difficile pensare che Leopardi fingesse. E allora? La conclu­sione cui giunge Barsotti, dopo aver studiato alcuni testi del poe­ta dove la religione è ignorata e negata, ci sembra persuasiva:

«[...] la sua anima non riposava nella negazione. Nel sentimento an­goscioso della sua solitudine, egli non aveva dimenticato del tutto la preghiera e la sua speranza era soprattutto la preghiera dei suoi. La re­ligione del poeta non era la religione eroica della patria, era piuttosto la religione di una natura dalla quale egli si sentiva tradito, eppure egli al­la natura sentiva il bisogno di abbandonarsi come un figlio alla madre. Era la religione del ricordo: il poeta viveva la nostalgia dell’infanzia, del­la gioia che aveva perduto, di quel confidente immaginar che aveva aperto la sua anima al desiderio, all’amore. Era la religione della morte. Egli invocava la morte come invocava Dio.
«In questa sua religione il poeta non rinnegava quella che egli aveva appreso da fanciullo: la sua religione, più che adesione a dogmi ben de­finiti, era una adesione inconsapevole, quasi naturale e istintiva, alla re­ligione dei suoi. Il legame coi suoi era anche un legame spirituale e re­ligioso, ma la sua non era per questo religione cristiana» (p. 290 s).

Era una religione priva di contenuto dogmatico, dunque priva di Gesù. «Nella lontananza infinita di Dio, il poeta sentì che la sua pa­rola si perdeva soltanto nel silenzio» (p. 313) e la sua religione di­venne rivolta. Contro chi? Contro l’autore dell’empietà della natura, responsabile del dolore del mondo e dell’umiliazione dell’uomo. Non è il Dio della rivelazione cristiana, non è la natura, non è un fan­tasma, poiché la nostra ansia d’infinito è reale, come reale è la nostra aspirazione all’immortalità. È Dio? Chi è Dio? Leopardi resta muto. E i «SS. Sacramenti» ricevuti? Le sue «ardentissime» preghiere? Nel salmo 63 si legge: «Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso».

 

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LA LETTERA AI GALATI

http://www.comunita-abba.it/archivio/v1/meditazioni/paolo-8.htm

LA LETTERA AI GALATI

È possibile individuare alcuni insegnamenti che riguardano l’atteggiamento che dobbiamo avere nei confronti di Gesù e che possono cambiare significativamente la nostra vita di fede aiutandoci a realizzare la nostra salvezza in modo pieno.
Infatti la fede non è solo un’adesione intellettuale ad una teoria, ma è anche e soprattutto una particolare disposizione del cuore, esistenziale, psicologica.
Le due lettere ai Galati e ai Romani, le più difficili tra quelle scritte da san Paolo, ci aiuteranno, spero, a trovare questa giusta disposizione.
Poiché seguiamo il criterio cronologico della stesura delle lettere cominciamo dalla lettera ai Galati. Vorrei però ricordare che questo criterio scelto all’inizio delle nostre meditazioni, non è un espediente metodologico, ma contiene in sé un importantissimo risvolto che riguarda l’itinerario evolutivo dello stesso Paolo e della Chiesa nascente.
Questa lettera è stata scritta con molta probabilità nell’anno 54 mentre Paolo si trovava a Efeso, durante il suo terzo viaggio missionario.
I Galati erano una popolazione celtica del Nordeuropa, emigrata in Turchia nel 3° secolo a.C. e stanziatasi nella parte nord dell’altipiano anatolico.
San Paolo, probabilmente durante il suo secondo viaggio missionario, ha fondato presso di loro una o più comunità, di cui si conosce molto poco.
Poiché i Galati abitavano la provincia romana della Galazia che includeva altre regioni limitrofe abitate da popolazioni non celtiche evangelizzate da San Paolo durante il suo primo viaggio missionario, non è dato di sapere con certezza se la lettera è indirizzata alle comunità della provincia romana della Galazia o solo alle comunità di origine celtica.
La lettera è scritta per riaffermare la verità del Vangelo predicato da Paolo contro il tentativo di alcuni predicatori itineranti, probabilmente di origine giudaica, i quali sostenevano la necessità della prassi della circoncisone e dell’osservanza delle leggi giudaiche come condizione indispensabile per accedere alla salvezza portata di Cristo.
Per giustificare e sostenere maggiormente il loro insegnamento, questi predicatori cercavano di screditare la predicazione di Paolo mettendone in discussione l’autorevolezza, perché egli non apparteneva alla ristretta cerchia degli apostoli chiamati e istruiti direttamente da Gesù.
Paolo riafferma con vigore e in modo radicale la necessità di superare le osservanze giudaiche, cioè la tradizione religiosa degli Ebrei che imponeva la circoncisione, l’osservanza del calendario liturgico, i digiuni, e altre prescrizioni.
Era in gioco l’essenza stessa del Vangelo perché si trattava di definire una volta per tutte se per essere salvati da Gesù, per ricevere la sua grazia, era prima necessario farsi circoncidere.
Vorrei richiamare la nostra attenzione sul fatto che questa domanda non è questione obsoleta e circoscritta alla sola religione ebraica, essa riguarda tutti noi, e la comunità ecclesiale di tutti i tempi perché anche noi, a volte inconsapevolmente rischiamo di fare affidamento sulle nostre tradizioni, sui nostri riti sulle nostre « circoncisioni ».
In questo scritto, san Paolo, in una prima riflessione teologica e spirituale che verrà ulteriormente sistematizzata nella lettera ai Romani, ci dà la possibilità di comprendere appieno l’essenza del Vangelo di Cristo, ciò che è veramente fondamentale per la nostra salvezza e ciò che può invece costituire un ostacolo quasi insormontabile.
Da quanto detto comprendiamo l’importanza e la necessità di meditare e interiorizzare l’insegnamento di Galati e Romani perché in queste due lettere non sono affrontati solo alcuni aspetti della prassi della fede ma l’essenza stessa del messaggio della salvezza.

Struttura della lettera
La struttura della lettera è molto semplice:
Il saluto iniziale (1,1-5)
L’introduzione al tema (1,6-10)
Lo sviluppo dell’argomentazione teologica articolato in tre passaggi (1,11-6,10)
Un poscritto come conclusione (6,11-17)

Contenuto e tema principale
Prima di presentare tutto il contenuto della lettera ritengo utile indicarne il tema principale per mettervi in grado di comprendere meglio lo sviluppo e l’articolazione del suo pensiero. E lo facciamo analizzando il saluto e la parte introduttiva, come abbiamo fatto per le altre lettere.
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
(Gal 1,1-9)
Notiamo subito due cose: non si menzionano i collaboratori della predicazione e non c’è alcun ringraziamento; contrariamente ad altre lettere si entra subito in argomento in modo brusco e determinato.
Il tema della lettera è apertamente dichiarato subito dopo il saluto: la difesa del contenuto della sua predicazione, il suo Vangelo, per arginare la tentazione o debellare l’errore nel quale i Galati erano caduti: l’accoglienza di un vangelo diverso da quello da lui predicato.
Dunque il punto toccato da questa lettera è: qual è il vero Vangelo? Cosa significa Vangelo? Ecco perché è molto importante anche per noi, perché non so per quanti di noi è chiara l’essenza del Vangelo, con riferimento soprattutto al vissuto personale, e non solo alla comprensione intellettuale.
Questa difesa sarà fatta esplicitando e fondando teologicamente quanto già enunciato in modo conciso e possiamo dire pregnante e completo sin dall’indirizzo. Rileggiamo questi versetti ed entriamo subito nel tema sottolineando alcune espressioni scelte dall’apostolo:
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti,
(Gal 1,1)
Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro,
(Gal 1,3-4)
Nell’indirizzo si affermano dunque due cose fondamentali e risolutive.
La prima riguarda l’autorevolezza e la verità del vangelo di Paolo che deriva direttamente da Dio e che quindi deve essere accolto con fede.
La seconda riguarda l’essenza stessa del Vangelo: la volontà di Dio Padre di liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato e dalla seduzione di questo mondo, attraverso il sacrificio di Gesù Cristo che, liberamente, si è offerto per riscattare gli uomini, e che è stato risuscitato dai morti.
Esplicito ancor meglio questo ultimo concetto: Dio, per liberarci dalla schiavitù del peccato e strapparci da questo mondo perverso, ha dato se stesso, non per darci il paradiso dopo la morte, ma la libertà sin da ora, qui in questa vita; dunque il luogo della salvezza è il tempo nel quale io vivo e non quello che viene dopo la morte; Dio vuole strapparci da questo mondo perverso qui, adesso, oggi; per questo Gesù è morto.
Il Vangelo è questo: la volontà di Dio di liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato e dalla seduzione di questo mondo. A monte di ogni altro contenuto, prima ancora del discorso della montagna e di tutti gli altri insegnamenti, il Vangelo di Gesù, la buona notizia, è questa: Gesù è morto per noi, per liberarci.
Dunque san Paolo afferma che bisogna aver chiara questa verità, che cioè il Vangelo è la libertà offerta a tutti gli uomini.
Quando Gesù, gli apostoli, Paolo predicavano non c’erano i Vangeli che noi oggi possediamo, non erano ancora stati scritti, c’era solo il Vangelo proclamato oralmente il cui nucleo essenziale era questo.
Adesso possiamo percorrere il contenuto della lettera per conoscere in che modo San Paolo istruisce la comunità su questo argomento trattato in sei capitoli e articolato in tre sezioni.

Introduzione
L’introduzione indica il motivo della missiva e un richiamo sintetico e categorico al suo insegnamento.
Paolo, esterrefatto, apostrofa in modo brusco i Galati perchè si sono staccati dal Vangelo della grazia di Cristo annunciato da lui (versetto 6) e hanno aderito ad un altro Vangelo (versetto 7), e afferma senza mezzi termini che esiste un solo vangelo, quello da lui predicato e al quale bisogna stare saldamente ancorati (versetti 7-9).
Paolo garantisce la verità del suo annuncio perché non vuole ingannare né Dio né gli uomini, ma obbedire alla verità.

Argomentazione teologica
Dopo questa categorica affermazione inizia l’argomentazione difensiva articolata in due tempi, a cui fa seguito l’insegnamento su quello che deve essere il vero e unico modo per vivere il Vangelo in maniera concreta e salvifica.
Nella prima sezione dell’argomentazione (versetti 1,11-2,21), Paolo si propone di mostrare l’origine divina del Vangelo che egli predica, per mezzo di una triplice spiegazione:
attraverso il racconto della propria vocazione e missione (1,13-2,10).
Sono solo due i racconti della sua vocazione e si trovano negli Atti e in questa lettera. Paolo afferma che quello che lui predica non può essere aggiustato, cambiato secondo interpretazioni umane, perché non è modellato sull’uomo (1,11).
Ricordiamo anche l’inizio della predicazione di Giovanni il Battista: « Colui che mi ha mandato mi ha detto questo … » e di quella di Gesù: « Io faccio quello che fa il Padre mio ».
Ecco che la nostra fede si fonda, a differenza della filosofia e della teologia che sono speculazioni umane, sulla Rivelazione. Per questo Paolo dice che la sua predicazione non è a misura d’uomo.
attraverso il racconto del contrasto con Pietro e Barnaba (2,11-16) che ha portato al concilio di Gerusalemme nel quale ha prevalso sulle altre la sua posizione che affermava il non obbligo della circoncisione per i pagani;
attraverso un ragionamento per assurdo: se non fosse vero quello che predica Paolo allora Cristo sarebbe fautore di peccato e non di salvezza (2,17 -21).
A questo punto Paolo inizia una seconda riflessione di carattere teologico sapienziale che occupa i capitoli 3, 4 e 5.
Attraverso il ricorso ai due cardini dell’Alleanza, la vocazione di Abramo e il dono della legge, intende dimostrare che il Vangelo da lui predicato è conforme alla autentica fede dei padri e alle attese messianiche.
Anche questa seconda argomentazione è introdotta in modo brusco da una forte provocazione. Leggiamola insieme:
O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
(Gal 3,1-5)
Questi cinque versetti sono il cuore di tutta la lettera, la chiave di volta di tutto l’insegnamento; chiariscono infatti quello che viene detto prima, ossia qual è il vero Vangelo predicato da Paolo e fondano l’argomentazione successiva che consiste nel dimostrare il superamento della legge mosaica in favore della fede nel Vangelo.
I Galati infatti hanno ricevuto per fede, gratuitamente, senza mediazione della legge mosaica, il dono dello Spirito, la salvezza, la vita nuova. È questo il Vangelo predicato da Paolo: il vero Vangelo è questo e tutti gli uomini sono chiamati gratuitamente, per fede come Abramo, senza avere fatto nulla di meritorio prima, a ricevere in dono la promessa.
Particolare di un’icona della Trinità a CorfùI Galati hanno ricevuto la salvezza, lo Spirito, per mezzo della fede e non per mezzo della legge. Si tratta allora di capire che cosa ci rende graditi a Dio, che cosa ci consente di ricevere il dono dello Spirito, la vita nuova, il paradiso. È solo l’atto di fede, senza circoncisioni, senza la mediazione della legge, perché il dono dello Spirito è gratuito.
Questo è l’argomento trattato nei capitoli 3, 4 e 5, con la spiegazione del ruolo della legge la quale ha avuto solo una funzione temporanea e propedeutica alla venuta di Cristo.
Perché allora la legge? Essa fu aggiunta per le trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore.
(Gal 3,19)
Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.
(Gal 3,23-29)
Ecco, io faccio un altro esempio: per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto; ma dipende da tutori e amministratori, fino al termine stabilito dal padre. Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.
(Gal 4,1-7)
Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
(Gal 5,1-6)
Con questa affermazione che è per lui un dato di fatto, sperimentato e vissuto, Paolo conclude la seconda considerazione e trae le conclusioni pratiche per la vita di colui che vuole vivere il Vangelo della libertà.
L’unica cosa che conta, il cuore del Vangelo, è la fede che opera per mezzo della carità. Tutto il resto non serve assolutamente a niente. Dunque la legge è stata abolita e noi abbiamo ricevuto gratuitamente il dono dello Spirito promesso e atteso attraverso l’educazione della legge. Quando ci è stato donato lo Spirito tutto è stato superato, anche quello che era giusto e legittimo e voluto da Dio, perché san Paolo non dice che la legge è stata un’invenzione degli Ebrei, bensì che essi l’avevano ricevuta promulgata da angeli, come un pedagogo.
Ora, diventati adulti, perché dobbiamo essere vincolati alle tradizioni, alle norme, ai riti, alle consuetudini?
La terza sezione potrebbe essere titolata in questo modo: dalla servitù alla legge alla libertà dello Spirito. Con essa Paolo sembra voler prevenire alcune domande o preoccupazioni che ogni credente potrebbe avere, simili a queste: la legge ci dice che cosa dobbiamo fare; se la aboliamo come possiamo sapere come è giusto e salvifico comportarsi? Come sapere in che modo vivere autenticamente la relazione con Dio e con il prossimo?
Leggiamo solo parte di questa istruzione che non ha bisogno di particolari commenti:
Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso.
(Gal 5,13-14)
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge.
(Gal 5,16-18)
Il credente ha un nuovo principio guida: non le norme scritte sulle tavole di pietra, non la casistica preoccupata e sempre incerta di cui si parla nel vangelo, oggetto di costante controversia tra Gesù e gli scribi, non la sicurezza esterna offerta come stampella dalla tradizione, ma l’impegno responsabile della libertà che accoglie e segue gli impulsi dello Spirito e affronta la novità della vita e delle situazioni sempre diverse.
Questa è la posta in gioco!
Ma anche dopo questa indicazione permane una domanda, una incertezza di fondo: che cosa significa seguire gli impulsi dello Spirito, come riconoscere i suoi suggerimenti?
Anche in questo caso san Paolo previene le domande dando delle indicazioni chiare e precise che non lasciano alcun margine di dubbio e quindi di fuga; esse parlano della quotidianità, fanno riferimento alla vita reale e non a quella ipotetica degli intellettuali e dei disimpegnati.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge.
Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.
(Gal 5,18-26)
Se vogliamo sintetizzare possiamo affermare che la lettera presenta un solo grande insegnamento: il contenuto essenziale del Vangelo, che consiste nel dono gratuito dello Spirito, nella filiazione divina offerta a tutti gli uomini per mezzo della fede in Cristo.
Non è la propria autodifesa che sta a cuore a Paolo, non si tratta di una questione personale, ma del Vangelo stesso che può essere reso sterile e vano dai falsi predicatori o da quelli che fraintendono o non capiscono il messaggio portato da Gesù.
L’argomentazione teologica e sapienziale è data non per costruire un trattato sistematico ma per istruire sulla verità del Vangelo, per correggere le distorsioni, per corroborare la fede degli incerti e vacillanti Galati, psicologicamente pressati dai falsi apostoli.
Ci rendiamo conto quindi della straordinaria importanza di questa lettera che può aiutare tutti noi a entrare in contatto immediato con l’essenza del Vangelo, della salvezza, cioè con quello che è vero e quello che al contrario è inutile o falso, con quello che può garantire la nostra fede e farci accedere alla verità e alla vita portata da Gesù.
La verità opera attraverso la carità, dove non c’è carità non c’è verità, e la carità è qualcosa di concreto: amore gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.
Tutte cose queste che, dopo duemila anni di cristianesimo, rischiano di essere considerate stantie, oppure non sempre sufficientemente incisive nella vita quotidiana, o addirittura fraintese e anche oggi declassate, come era accaduto nelle comunità dei gentili, come questa dei Galati.
E allora, per salvaguardarci da questo pericolo, per capire meglio la seduzione della legge, delle osservanze che danno sempre sicurezza, ma che allontanano dalla verità, e per comprendere più a fondo la preoccupazione e l’insegnamento di Paolo potremmo farci alcune domande.
Perché i Galati volevano farsi circoncidere e assumere la legge come principio regolatore dei loro comportamenti? Solo per sudditanza nei confronti degli inviati da Gerusalemme?
Perché questa presa di posizione di Paolo così netta e diretta contro la legge e in favore del suo superamento? In fondo che cosa sarebbe cambiato se avessero aggiunto al battesimo anche la circoncisione e le altre pratiche della legge di cui si fa riferimento al versetto « osservate giorni, tempi, digiuni … temo di essermi affaticato invano ».
Che male possono fare alcune pratiche rituali?
Mi sembra di scorgere in questa preoccupazione le tentazioni o le fughe devozionistiche presenti in tutti quei riti di natura socio-religiosa che caratterizzano una parte molto consistente della nostra prassi ecclesiale, problemi che continuano ad essere affrontati in modo molto umano.
Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: il superamento della legge è necessario non tanto perchè si deve eliminare piuttosto che conservare un rito.
San Paolo a questo proposito è molto esplicito:
Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
(Gal 5,6)
Il superamento della legge, nel pensiero di Paolo, è necessario per modificare e impostare in modo nuovo la relazione con Dio.
La giustificazione, la santità, ossia la corretta e salvifica relazione con Dio, non sono il frutto della osservanza di norme, per quanto queste possano essere sante e di origine divina come sono quelle della legge di Mosè, sono piuttosto il frutto dell’azione dello Spirito, donato gratuitamente da Gesù a coloro che credono e accolgono la sua parola.
Una norma non ci garantirà mai nelle nuove e inattese situazioni della vita.
Lo Spirito sì.
Cammino, quello indicato da Paolo, apparentemente più facile, in realtà più impegnativo perché obbliga il credente a vivere sempre alla luce e con la forza dello Spirito. In ogni momento il credente deve chiedersi cosa lo Spirito suggerisce, come ci si deve comportare. Ogni presuntuosa autonomia è distrutta.
Gesù non è un legislatore, non è solo un capro espiatorio, ma è il primogenito di molti redenti e gli altri debbono seguire la sua via.

DOCILITÀ ALLO SPIRITO
Il tema di crescita spirituale che ho proposto attraverso la meditazione delle lettere di san Paolo, è la « docilità all’azione dello Spirito ».
Ebbene, in questa lettera si parla solo del dono dello Spirito e si dimostra che la vita cristiana è una vita secondo lo Spirito.
Infatti il Vangelo vero, quello che i Galati stanno abbandonando o hanno abbandonando, quello annunziato e difeso da Paolo contro tutti (2,14), è la buona notizia del dono dello Spirito.
Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? (Gal 3, 2-3)
Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione? (Gal 3, 5)
Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. (Gal 5 ,2)
Ma l’accoglienza del Vangelo non si può ridurre a un fatto nozionale, e nemmeno può essere risolto con una serie di ritualità.
Il dono dello Spirito infatti dà la possibilità di vivere come figli di Dio:
Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! (Gal 4, 4-6)
e obbliga a diventare spirituali:
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne ; ( Gal 5, 16)
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. (Gal 5, 18)
Essere guidati dallo Spirito significa assecondarlo e assecondarlo in cose molto concrete, cose che definiscono e qualificano la nostra interiorità.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge. Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. (Gal 5, 22-26)
Lo Spirito libera ma la libertà è esigente, impegnativa, totalizzante; non regola solo comportamenti ma cerca di scardinare il principio operativo che caratterizza la nostra intenzionalità di fondo e che san Paolo qualifica con la nozione antropologica di carne. La carne è tutto ciò che ci separa da Dio attraverso la ricerca di una realizzazione solo mondana, materiale, disordinata, egocentrica e attraverso il conflitto con i fratelli.
Noi vogliamo sempre salvaguardare noi stessi; siamo strutturati e governati dal principio dell’autodifesa, che è poi il principio istintivo dell’autoconservazione, che governa tutto il regno animale.
La libertà dello Spirito vuole scardinare tutto questo e quando noi lo seguiamo non siamo più autonomi, soli, isolati dagli altri, ma siamo con gli altri nostri fratelli sotto la guida dello Spirito.
Il vero credente è colui che si incammina sul sentiero contrario alla via più facile, è colui che si lascia guidare non più dalla difesa del proprio territorio, ma dal principio dell’accoglienza.

DOMANDE
L’unica cosa che conta, il cuore del Vangelo, è la fede che opera per mezzo della carità, tutto il resto non serve assolutamente a niente, ci dice san Paolo in questa lettera definita come il Vangelo della libertà: la libertà di Dio, la libertà in Dio, la libertà di figli che accolgono e seguono gli impulsi dello Spirito.
Siamo chiamati a interrogarci sul valore della nostra fede in Cristo e sull’uso che facciamo della libertà.
Allora ciascuno di voi si metta in un atteggiamento di preghiera, alla presenza di Dio, invochi il Suo Spirito affinché possa essere illuminato nella riflessione personale.
Ho la consapevolezza che il dono dello Spirito mi dà la possibilità di vivere come figlio di Dio e non più come schiavo?
Che cos’è per me la libertà? Fare solo quello che voglio, che bramo, che sento consono al mio essere, che non mi impone costrizioni?
Mi sento, sono, una persona libera? Sono in grado di scegliere ciò che è vero, buono e giusto? Sento l’impegno di scardinare il mio egocentrismo per aprirmi all’accoglienza, seguendo le indicazioni dello Spirito?
Che cosa avverto come costringente? C’è qualcosa che lega la mia personalità, la mia libertà?

Publié dans:Lettera ai Galati |on 1 septembre, 2015 |Pas de commentaires »
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