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PAOLO APOSTOLO E TESSITORE DI TENDE: LA BOTTEGA SOME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA

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PAOLO APOSTOLO E TESSITORE DI TENDE: LA BOTTEGA SOME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA

di: A cura della Redazione

Novembre 2008

L’articolo è tratto liberamente da una riflessione di Ronald F. Hock in The Social Context of Paul’s Ministry: Tentmaking and Apostleship, Philadelphia, Fortress 1980.

In uno dei suoi trattati politici, Plutarco critica alcuni filosofi perché rifiutavano di conversare con le autorità nel timore di essere considerati ambiziosi o troppo ossequienti. Per evitare il diffondersi di una tale situazione, Plutarco suggerisce che l’unica alternativa per l’uomo dalla mente aperta e desideroso di praticare la filosofia è fare l’artigiano, per esempio, il calzolaio, in modo da avere l’opportunità di conversare nella bottega, come Simone il calzolaio aveva fatto con Socrate. Questo suggerimento di Plutarco, che la bottega fosse un luogo che potesse ospitare discorsi intellettuali, è interessante e fa sorgere l’interrogativo se altre botteghe, specialmente quelle usate ai suoi tempi da Paolo, il tessitore di tende, nei suoi viaggi missionari, siano state utilizzate allo stesso modo nelle città della Grecia orientale. Questa tesi, pur avanzata dagli studiosi, non è mai stata studiata a fondo. Questo articolo è un tentativo di approfondire l’esame dei contesti sociali in cui si sono svolti la predicazione e l’insegnamento dei primi cristiani.
È noto che Paolo era un tessitore di tende. Questo suo lavoro è sempre stato considerato come un’eredità della sua tradizione ebraica. L’attività lavorativa di Paolo è considerata come un residuo della sua vita di fariseo ed è spiegata nei termini di un ideale rabbinico che cerca di associare lo studio della Torah con la pratica di un mestiere. Vorremmo ora portare il dibattito al di là dell’aspetto strettamente ebraico.

LA BOTTEGA DI PAOLO
Per una discussione sull’uso missionario della bottega da parte di Paolo, si deve sottolineare l’evidenza che lo colloca nelle botteghe delle città da lui visitate. Luca indica che Paolo aveva lavorato come tessitore di tende solo in Corinto e Efeso (At 18,3; 20,34); ma le Lettere di Paolo aggiungono Tessalonica (1 Ts 2,9) e – più importante – afferma che in generale la pratica missionaria era di lavorare per potersi mantenere (1 Cor 9,15 – 18). E allora, il riferimento di Paolo al lavoro di Barnaba per sostenere se stesso (1 Cor 9,6) dovrebbe coprire i cosiddetti primi viaggi missionari e la sua permanenza in Antiochia (At 13,1 – 14,25; 14,26-28; 15,30-35), il tempo in cui Luca pone Barnaba come suo compagno di viaggio. Il riferimento di Paolo al suo lavoro a Tessalonica (1 Ts 2,9) e la sua conferma dell’affermazione di Luca riguardante Corinto (1 Cor 4,12) si applicherebbe anche al secondo viaggio missionario (At 16,1 – 18,22). Il riferimento al suo lavoro in Efeso (cfr. 1 Cor 4,11: « fino ad ora »), di nuovo conferma il ritratto di Luca e la sua insistenza nel mantenersi economicamente, durante un futuro viaggio a Corinto (2 Co 12,14), confermerebbe questa pratica anche nel terzo viaggio missionario (At 18,23 – 21,16). In At 28,30 vediamo Paolo presumibilmente lavorare in seguito anche a Roma. In breve, le Lettere e gli Atti mettono in evidenza l’Apostolo nelle botteghe dove predicava e insegnava. Ma che cosa faceva Paolo nella bottega, oltre al suo lavoro di tessitura? Di cosa parlava? Sfruttava l’occasione per una predicazione missionaria?
Una risposta affermativa sembra verosimile, dato il suo impegno nella predicazione del Vangelo. Però né le Lettere, né gli Atti dicono esplicitamente che Paolo utilizzava la bottega per la predicazione. Il silenzio delle Lettere in proposito non è un problema, perché Paolo è di solito silenzioso o vago sulle circostanze della sua predicazione missionaria (cfr. per esempio 1 Cor 2,1-5). Con gli Atti tuttavia la situazione è diversa.
Il silenzio di Luca negli Atti può essere parzialmente spiegato perché l’evangelista era interessato a raccontare le esperienze di Paolo nella sinagoga. Solo in Atene, il centro della cultura greca e della filosofia, questo interesse è lasciato da parte in deferenza alle esperienze di Paolo al mercato (At 17,17) e specificatamente alle sue conversazioni con i filosofi stoici ed epicurei (ver.18) che portarono al discorso dell’Apostolo all’Aeropago (22-31). Qui Luca si avvicina molto nel menzionare le conversazioni della bottega, ma non lo fa, poiché le discussioni con i filosofi sono probabilmente da collocarsi sotto i portici della città, forse la Stoà di Attalos ad Atene.
La possibilità di fare conversazioni in bottega è intuibile da un brano delle Lettere di Paolo: il sommario dettagliato dell’attività missionaria dell’Apostolo nella città di Tessalonica (1 Ts 2,1-12). Al versetto 9, il lavoro e la predicazione sono accennati insieme: « Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il Vangelo di Dio ».

L’ATTIVITÀ MISSIONARIA
Se questi sei passi scelti dagli Atti e dalle Lettere parlano di Paolo che utilizzava le botteghe come contesti sociali per la sua predicazione missionaria, bisogna interpretare questi contesti come entità a sé, oppure confrontarli con la vita intellettuale delle città che egli ha visitato. Se la bottega è stata un contesto sociale dell’attività missionaria, per Luca questa era solo uno dei tanti luoghi in cui l’Apostolo predicava. Più frequentemente egli indica la sinagoga. Paolo predica nelle sinagoghe di Damasco (At 9,20), Gerusalemme (At 9,29), Salamide (At 13,5), Antiochia di Pisidia (At 13, 14, 44), Iconio (At 14,1), Tessalonica (At 17,1), Berea (At 17,10), Atene (At 17,17), Corinto (At 18,4) e Efeso (At 18,19; 19,8). Un altro contesto missionario importante è la casa, specialmente quelle di Lidia a Filippi (At 16,15, 40), di Tizio Giusto a Corinto (18,7) e di un cristiano non identificato a Triade (20,7-11) e di parecchie persone a Efeso (20, 20). Altre case devono essere incluse, anche se Luca non vi fa menzione di attività missionaria: la casa di Giasone a Tessalonica (17, 5-6), di Aquila e Priscilla a Corinto (18, 3), di Filippo a Cesarea (21, 8), di Mnasone di Cipro, presumibilmente a Gerusalemme (21, 16-17) e forse quelle di parecchi altri (cfr. 16,34; 21, 3-5, 7).
Ulteriori segni che indicano la varietà dei contesti sociali nella missione di Paolo sono la residenza del proconsole di Cipro, Sergio Paolo (13, 6-12), la porta della città in Listra (14, 7, 15-18), la scuola di Tiranno a Efeso (19, 9-10) e il pretorio a Cesarea (24, 24-26; 25, 23-27). Insomma, se la bottega era un contesto sociale per l’attività missionaria di Paolo, era solo uno dei tanti.

IL PULPITO, LA PIAZZA E LA BOTTEGA
La pratica dei filosofi sopra descritta può aiutarci a capire anche ciò che avveniva nella bottega di Paolo. Lo possiamo immaginare nelle lunghe ore al tavolo di lavoro mentre taglia e cuce le pelli per fare tende. Egli si rende autonomo economicamente, ma ha anche possibilità di portare avanti il suo impegno missionario (cfr. 1 Ts 2, 9). Seduti nella sua bottega troviamo i suoi compagni di lavoro o qualche visitatore, clienti e forse qualche curioso che aveva sentito parlare di questo « filosofo » tessitore di tende appena arrivato in città. In ogni caso sono tutti là ad ascoltare e a discutere con lui, che porta il discorso sugli dei ed esorta i presenti ad abbandonare gli idoli e a servire il Dio dei viventi (1, 9-10). In questo modo, certamente qualcuno degli ascoltatori, un compagno di lavoro, un cliente, un giovane aristocratico o forse anche un filosofo cinico, sarebbe stato curioso di sapere di più di Paolo, delle sue chiese, del suo Signore e sarebbe tornato per un colloquio privato (2, 11-12). Da queste conversazioni di bottega alcuni avrebbero accolto le sue parole come Parola di Dio (2, 13).
Per Paolo, il missionario, quindi, il pulpito della sinagoga non bastava, ma usciva anche in piazza ed entrava nella sua bottega. « Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor 9,16).

Il contesto storico
Esaminiamo la pratica paolina nel contesto della vita intellettuale della Grecia orientale dei suoi tempi. Ad Atene, nel quinto e quarto secolo a. C., alcuni contesti specifici, inclusa la bottega, erano diventati normali per l’attività intellettuale ed ancora esistevano ai tempi di Paolo. Senofonte descrive Socrate mentre discute di filosofia in varie botteghe, tra cui quelle di un pittore, di uno scultore, di un fabbricante di armature. Platone menziona le bancarelle del mercato come abituale ritrovo di Socrate. Naturalmente la bottega non era il suo solo ritrovo: lo si poteva trovare in altre parti del mercato, come la stoà o altri edifici pubblici, nel ginnasio o nelle case di amici. In un certo senso la pratica di Socrate era tipica dei suoi giorni, data l’abitudine della gente di frequentare i negozi e i banchi del mercato. Ma, in un altro senso, l’abitudine di Socrate era molto atipica, non solo a causa dell’alto contenuto intellettuale delle sue conversazioni, ma anche per l’effetto limitato che questa sua pratica ebbe sui filosofi che lo seguirono. A giudicare da quanto riferisce Diogene Laerzio, i discepoli di Socrate non discutevano di filosofia nella bottega, anche se alcuni di essi da studenti lo avevano accompagnato, per esempio, alla bottega del sellaio.
I seguaci di Socrate, scegliendo il ginnasio o altri edifici, praticavano una filosofia meno pubblica rispetto al loro maestro. Il numero delle persone che partecipava a queste discussioni nelle botteghe non poteva essere grande. Spesso erano solo in due, Socrate con Simone e Crate con Filisco. Gli argomenti trattati erano molti: dalle discussioni che riguardavano i commerci degli artigiani a temi più interessanti: gli dei, la giustizia, la virtù, il coraggio, la legge, l’amore, la musica, ecc.

Ukrainian (Kyiv) Icon, Sophia, the Holy Wisdom, 1812. Cf. Proverbs 9:1.

Ukrainian (Kyiv) Icon, Sophia, the Holy Wisdom, 1812. Cf. Proverbs 9:1. dans immagini sacre 800px-Holy_Wisdom_%281812%2C_Russian_museum%29
https://en.wikipedia.org/wiki/Sophia_(wisdom)

Publié dans:immagini sacre |on 25 août, 2015 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – Sir 36, 1-5.10-13 – Preghiera per il popolo santo di Dio

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2002/documents/hf_jp-ii_aud_20020123.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì 23 gennaio 2002

Cantico: Sir 36, 1-5.10-13 – Preghiera per il popolo santo di Dio
Lodi Lunedì 2a Settimana (Lettura: Sir 36, 1-2.4-5.12-13).

1. All’interno dell’Antico Testamento non esiste solo il libro ufficiale della preghiera del Popolo di Dio, cioè il Salterio. Molte pagine bibliche sono costellate di cantici, inni, salmi, suppliche, orazioni, invocazioni che salgono al Signore, come in risposta alla sua parola. La Bibbia si rivela, così, un dialogo tra Dio e l’umanità, un incontro che è posto sotto il sigillo della parola divina, della grazia, dell’amore.
È il caso della supplica che ora abbiamo rivolto al « Signore Dio dell’universo » (v. 1). Essa è contenuta nel libro del Siracide, un sapiente che raccolse le sue riflessioni, i suoi consigli, i suoi canti probabilmente attorno al 190-180 a.C., alle soglie dell’epopea di liberazione vissuta da Israele sotto la guida dei fratelli Maccabei. Un nipote di questo sapiente nel 138 a.C. tradusse in greco, come si narra nel prologo apposto al volume, l’opera del nonno così da offrire questi insegnamenti a una cerchia più ampia di lettori e discepoli.
Il libro del Siracide è chiamato « Ecclesiastico » dalla tradizione cristiana. Non essendo stato accolto nel canone ebraico, questo libro finì col caratterizzare, insieme ad altri, la cosiddetta « veritas christiana ». In tal modo i valori proposti da quest’opera sapienziale entrarono nell’educazione cristiana dell’età patristica, soprattutto in ambito monastico, divenendo come un manuale del comportamento pratico dei discepoli di Cristo.
2. L’invocazione del capitolo 36 del Siracide, assunta come preghiera delle Lodi dalla Liturgia delle Ore in una forma semplificata, si muove lungo alcune linee tematiche.
Vi troviamo, dapprima, l’implorazione che Dio intervenga a favore d’Israele e contro le nazioni straniere che l’opprimono. Nel passato, Dio ha mostrato la sua santità quando ha castigato le colpe del suo popolo, mettendolo in mano ai nemici. Adesso l’orante prega Dio di mostrare la sua grandezza col reprimere la prepotenza degli oppressori e con l’instaurare una nuova era dai colori messianici.
Certo, la supplica riflette la tradizione orante di Israele, ed in realtà è carica di reminiscenze bibliche. Per certi versi, essa può considerarsi come un modello di preghiera da usare per il tempo della persecuzione e dell’oppressione, com’era quello in cui viveva l’autore, sotto il dominio piuttosto aspro e severo dei sovrani stranieri siro-ellenistici.
3. La prima parte di questa orazione è aperta da un appello ardente rivolto al Signore perché abbia pietà e guardi (cfr v. 1). Ma subito l’attenzione è protesa verso l’azione divina, che è esaltata attraverso una serie di verbi molto suggestivi: « Abbi pietà… guarda… infondi il timore… alza la mano… mostrati grande… rinnova i segni… compi prodigi… glorifica la tua mano e il tuo braccio destro… ».
Il Dio della Bibbia non è indifferente nei confronti del male. E anche se le sue vie non sono le nostre vie, i suoi tempi e progetti sono diversi dai nostri (cfr Is 55, 8-9), tuttavia Egli si schiera dalla parte delle vittime e si presenta come giudice severo dei violenti, degli oppressori, dei trionfatori che non conoscono pietà.
Ma questo suo intervento non tende alla distruzione. Mostrando la sua potenza e la sua fedeltà nell’amore, Egli può generare anche nella coscienza del malvagio un fremito che lo porti a conversione. « Ti riconoscano, come noi abbiamo riconosciuto che non c’è un Dio fuori di te, Signore » (v. 4).
4. La seconda parte dell’inno apre una prospettiva più positiva. Infatti, mentre la prima parte chiede l’intervento di Dio contro i nemici, la seconda non parla più dei nemici, ma chiede i favori di Dio per Israele, implora la sua pietà per il popolo eletto e per la città santa, Gerusalemme.
Il sogno di un ritorno di tutti gli esiliati, compresi quelli del regno settentrionale, diventa l’oggetto della preghiera: « Raduna tutte le tribù di Giacobbe, rendi loro il possesso come era al principio » (v. 10). Viene richiesta così una specie di rinascita dell’intero Israele, come ai tempi felici dell’occupazione di tutta la Terra Promessa.
Per rendere la preghiera più pressante, l’orante insiste sulla relazione che lega Dio a Israele e a Gerusalemme. Israele viene designato come « il popolo chiamato con il tuo nome », quello « che hai trattato come un primogenito »; Gerusalemme è la « tua città santa », la « tua dimora ». Il desiderio espresso poi è che la relazione diventi ancor più stretta e quindi più gloriosa: « Riempi Sion della tua maestà, il tuo popolo della tua gloria » (v. 13). Col riempire della sua maestà il Tempio di Gerusalemme, che attirerà a sé tutte le nazioni (cfr Is 2, 2-4; Mic 4, 1-3), il Signore riempirà il suo popolo della sua gloria.
5. Nella Bibbia il lamento dei sofferenti non si esaurisce mai nella disperazione, ma è sempre aperto alla speranza. Alla base c’è la certezza che il Signore non abbandona i suoi figli, non lascia cadere dalle sue mani coloro che Egli ha plasmato.
La selezione fatta dalla Liturgia ha tralasciato un’espressione felice nella nostra preghiera. Essa chiede a Dio di rendere « testimonianza alle creature che sono tue fin dal principio » (v. 14). Fin dall’eternità Dio ha un progetto di amore e di salvezza destinato a tutte le creature, chiamate a divenire suo popolo. È un disegno che san Paolo riconoscerà « rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito:… disegno eterno che Dio ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore » (Ef 3, 5-11).

4. L’AMORE E “LE PICCOLE COSE”

http://www.iviandantidellamore.net/Estate%202010%20(plico)/Lamore%20e%20le%20piccole%20cose.htm

4. L’AMORE E “LE PICCOLE COSE”

La vita interiore è fatta di tanti piccoli atti di amore, di corrispondenza e di delicatezza verso il Signore. Durante la nostra vita non avremo spesso da offrirgli cose grandi, però ogni giorno lo incontreremo nei piccoli fatti nei quali, con la nostra fedeltà, possiamo riconquistarci il suo amore. A volte sarà saper ascoltare, altre, passar sopra alle proprie preoccupazioni per prestare attenzione a quelli che ci stanno accanto, non arrabbiarci per cose non importanti, non essere suscettibili, essere cordiali, pregare per una persona che ha bisogno, non criticare nessuno, saper ringraziare : cose che sono alla portata di tutti… e così succede in tutte le virtù. Per essere fedeli nelle cose ordinarie bisogna amare Dio, e, a sua volta, l’amore a Dio si manifesta nelle minuzie della giornata. Quando ci si avvia sulla strada della tiepidezza, si comincia a dar poco peso ai dettagli nella vita di pietà, nel lavoro, nelle virtù, e si finisce per trascurare anche le cose importanti. Si trascura la puntualità stabilita nella Confessione, si arriva quasi sempre in ritardo alla Santa Messa, si diventa disordinati, per mancanza di mortificazione, con gli strumenti di lavoro o personali. La fedeltà di tutta una vita, la santità, è la fedeltà alle cose piccole, e del sapere ricominciare da capo quando per la nostra fragilità perdiamo il giusto cammino. Il Signore stesso, pochi giorni prima della Passione, ci indicò, in un modo singolare, il valore che le piccole cose hanno al cospetto di Dio, e attraverso le piccole cose possiamo catturare la sguardo di Cristo commosso dall’amore che vi mettiamo. Ciascuno può pensare alle molteplici opportunità della giornata per far diventare prezioso il giorno più grigio. Gesù gradisce sempre quello che gli presentiamo: tutto può acquistare un valore nuovo. La differenza tra una genuflessione fatta bene o fatta male è poca cosa, ma è molto agli occhi di Dio: la prima è un atto di adorazione, una dimostrazione di fede, l’altra uno sgorbio ridicolo. E’ nelle sfumature che si distingue una risposta data in tono corretto, da figlio di Dio, dalla stessa risposta data sgarbatamente, senza attenzione alla persona con cui si parla. In questi dettagli, infatti, si manifesta la virtù della carità. E’ bene curare la periodicità che ci siamo fissati per la Confessione, la puntualità alla santa Messa, la buona preparazione alla Confessione, l’osservanza rigorosa del digiuno previsto dalle norme liturgiche, e dopo dedicare alcuni minuti per il ringraziamento. Il cristiano di vera fede deve avere molta cura di tutto ciò che direttamente si riferisce a Dio. Che cosa direbbe se arrivasse un ospite a casa nostra e la trovasse in disordine? Lo stato di questa casa, può essere paragonato a quello di un’anima che trascura le attenzioni verso il Signore. Che succederebbe se, in tali condizioni, lo invitassimo nella nostra casa, nella nostra anima? Perché Gesù viene di persona nella santa Comunione, con il suo Corpo, con il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. Gesù ci potrebbe dire: mi hai trattato senza i dovuti riguardi. Per preparare bene la santa Comunione è necessario avere disposizioni interiori di fede, di umiltà, di amore, il desiderio della Confessione frequente, e anche le dovute disposizioni esteriori: il digiuno prescritto, il modo di vestire, il raccoglimento. Il Signore sempre ci aspetta con tenerezza dopo la Messa e la Comunione. “L’amore per Cristo, che si offre per noi, ci fa trovare, al termine della Messa, alcuni minuti per un ringraziamento personale. Senza fretta, perché nulla è più importante di questi minuti da trascorrere con il Signore, conservando gelosamente l’Eucarestia appena ricevuta. Nei nostri Tabernacoli c’è Gesù vivo, ma tanto indifeso come sulla croce. Ci si dona perché il nostro amore lo custodisca e lo curi come meglio è possibile, senza badare al denaro, al tempo, alla fatica. Nella cura delle piccole cose, come avviene nell’amore umano, si manifesta il nostro amore a Dio; il fatto di trascurarle rivela invece negligenza, tiepidezza: disamore.

Publié dans:MEDITAZIONI |on 25 août, 2015 |Pas de commentaires »

San Bartolomeo Apostolo

San Bartolomeo Apostolo dans immagini sacre Crivelli_StBartholomew

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Publié dans:immagini sacre |on 24 août, 2015 |Pas de commentaires »

IL MATRIMONIO CRISTIANO – CARLO MARIA MARTINI (anche Paolo)

IL MATRIMONIO CRISTIANO – CARLO MARIA MARTINI

La famiglia
Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. San Paolo esorta gli abitanti di Colossi a vivere con quelle virtù che nascono dall’essere risorti con Cristo, santi perché scelti e amati da Dio. Sono virtù che si riassumono nella carità: al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione.
Alla luce della carità le virtù cristiane vengono descritte in modi diversi e con delicate modulazioni: i fedeli sono esortati a mostrarsi ricchi di quella misericordia che è tenerezza e che sa compatire; ricchi di bontà generosa, di umiltà, di mansuetudine, di dolcezza, una dolcezza che non giudica severamente gli altri. Quando avessero motivo di ritenersi offesi e di lamentarsi nei riguardi degli altri, sappiano dare alla loro carità anche le dimensioni della sopportazione vicendevole e della prontezza al perdono, sull’esempio e a motivo del Signore.
Da questo atteggiamento profondo e costante nasce quella pace che è dono di Cristo e che caratterizza interiormente e esteriormente le condizioni dei membri della comunità. Come alimento, mezzo e garanzia per mantenerci in questo fervore e fuoco di carità, c’è da una parte il richiamo costante alla parola di Dio, che sia sempre presente in mezzo ai fedeli e dimori abbondantemente tra di essi e, dall’altra parte, la preghiera incessante, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. Di fronte a richiami così ricchi che descrivono alcune connotazioni essenziali della vita della Chiesa, vogliamo applicare l’esortazione di San Paolo a quella particolare e reale figura della chiesa che è la famiglia cristiana.

Amore reciproco
Per poter offrire la testimonianza della fedeltà a Dio ed essere segno e strumento del suo amore, ogni famiglia deve vivere l’amore al suo interno. È il primo sentiero della carità, come dice papa Paolo VI quando afferma che il primo compito della famiglia è di vivere fedelmente la realtà della comunione nell’impegno costante di sviluppare un’autentica comunità di persone.
Amore vissuto tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra parenti e familiari. Amore che dice buon accordo, buona intesa, serenità reciproca, capacità di sorridere, di comprendere, di dare corda al discorso altrui; assenza di pregiudizi reciproci, superamento delle distanze, delle reticenze, delle diffidenze che sovente vengono a turbare i rapporti familiari; capacità di realizzare tra le diverse generazioni scambi, condivisioni, arricchimenti reciproci.
Amore che si declina con quelle modulazioni ricche e realistiche suggerite dall’apostolo Paolo e che rimanda, come a suo alimento e garanzia, all’ascolto costante della parola di Dio in famiglia, alla preghiera in famiglia. Si tratta perciò di assicurare questi momenti e spazi preziosi e insostituibili, pur nei ritmi logoranti della giornata e per tutte le difficoltà pratiche che possono sorgere. È il significato del tempo di deserto applicato alla famiglia.
Trovare, cioè, tutti insieme il coraggio, la forza, la gioia di congiungere le mani e di esprimere a Dio i sentimenti più profondi del cuore. E tra i tanti modi possibili per pregare in famiglia e ascoltare la Parola in famiglia, mi permetto ricordare tre semplici modi: pregare insieme con le parole che sappiamo; pregare insieme un salmo; pregare insieme una pagina del Vangelo.
All’interno di questo discorso generale c’è il gradino seguente: considerare la posizione precisa degli sposi in ordine al farsi prossimo. Ci sorreggono anche qui le indicazioni dell’Apostolo, molto semplici: amarsi scambievolmente e rispettarsi come si conviene nel Signore, cioè nel più autentico spirito cristiano, che nella lettera agli Efesini verrà approfondito con il riferimento al rapporto misterioso di amore tra Cristo e la Chiesa. Farsi prossimo tra marito e moglie vuol dire, ancora una volta, amore, carità, tenerezza in tutte le sue molteplici e realistiche sfaccettature: comunione profonda, comprensione vicendevole, confidenza su ogni evento bello o triste della propria esperienza, sincerità disarmata e cordiale, rispetto totale e talora anche silenzio come possibilità di comunione e di comunicazione connaturale alle realtà più vere e ineffabili.
Questa donazione e accoglienza mutua riguarda tutto quanto gli sposi posseggono e anche tutto ciò che essi sono. Per questo, il contenuto del dono è la totalità del loro essere, fatto di spiritualità, affettività, corporeità. Ne deriva uno stile di vita ricco e arricchente, fatto di momenti di incontro, di dialogo, di preghiera, di disciplina del corpo e dello spirito.
Le giovani famiglie
Le giovani famiglie, trovandosi in un contesto di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono più esposte, specialmente nei primi anni di matrimonio, a eventuali difficoltà, come quelle create dall’adattamento alla vita comune e dalla nascita dei figli. Propongo un’immagine biblica, che trovo in un’icona del monastero delle benedettine del Monte degli Ulivi: è l’immagine di Gesù, Giuseppe e Maria nei primi anni di matrimonio. Giuseppe abbraccia con il braccio destro Maria, mentre il sinistro raggiunge il braccio destro di lei, che si congiunge col suo insieme con la mano sinistra di Gesù, cosicché le tre mani si uniscono nel davanti dell’icona, mentre tutta la Madonna risulta abbracciata da Giuseppe ed essa, a sua volta, tende il braccio verso Gesù che è al centro. Non si capisce neppure se è appoggiato di più all’uno o all’altra, è appoggiato a entrambi, diritto, sicuro, sereno, con la mano in atto di benedizione. Giuseppe ha lo sguardo fisso verso una certa lontananza, ha bisogno di guardare l’avvenire, Maria, invece, ha lo sguardo fisso piuttosto su Gesù, ma i tre sguardi fanno un’unità. È un’icona che esprime, con l’affetto e i colori, ciò che vorremmo dire.
Cerchiamo anzitutto di impostare la domanda: qual è l’importanza dei primi anni di matrimonio? Sembra una domanda ovvia, ma è importante rispondervi. Intanto si affacciano problemi nuovi, difficoltà inedite che per la prima volta bisogna superare. Inoltre si pongono le basi di ciò che sarà il domani; una convivenza ben impostata nei primi anni pone anche le premesse per un lungo avvenire, mentre una convivenza che si sfilaccia dolorosamente fin dall’inizio rischia di durare davvero poco. Sono, questi, motivi psicologici, ovvi, dell’importanza dei primi anni di matrimonio. Vorrei poi aggiungere dei motivi teologici, spiegandoli più a fondo, perché è proprio nei primi anni che gli sposi giovani possono per la prima volta fare quella che si chiama mistagogia: con questa parola difficile si vuol dire che uno è dentro al mistero.
Posso darne un esempio personale, che riguarda la mia esperienza sponsale come vescovo di una Chiesa. Era molto diverso per me, prima di vivere l’esperienza di vescovo, parlare dell’episcopato; conoscevo i testi teologici, sapevo citare i testi biblici, ma è tutt’altra cosa quando uno comincia a vivere la grazia dell’episcopato da dentro, giorno per giorno, sollecitato a rispondervi con le forze che ha, necessitato a scavare a fondo nella grazia del sacramento per rispondere alle esigenze quotidiane che l’esistenza propone. E se uno vive con fede questo momento, incomincia a scavare nelle ricchezze della grazia sacramentale in una maniera prima inaudita, inesplicabile a chi è fuori.
Quante famiglie potrebbero fare molto di più in questo lavoro di scavo, lasciandosi aiutare a scavare nella grazia del loro matrimonio, che è la grazia fondamentale del loro esistere, invece di cercare puntelli al di fuori o, peggio, di fuggire! Cerchiamo soprattutto dentro di noi la forza della grazia che ci abita! Prima non l’avevamo, e nessuno ce la poteva spiegare, ma attraverso il sacramento ci è data. È una riserva formidabile quella di poter attingere alla grazia dello Spirito Santo, che è nostra e di nessun altro, e che quindi nessuno ci può far comprendere così autenticamente come può farlo ciascuno di noi per se stesso.

LA VITA DI SAN BARTOLOMEO APOSTOLO – 24 AGOSTO

http://www.sanbartolomeoapostolo.org/santo.html

LA VITA DI SAN BARTOLOMEO APOSTOLO – 24 AGOSTO

La vocazione
Bartolomeo è uno dei dodici Apostoli che Gesù chiamò al suo seguito e dopo la sua morte e risurrezione, costituì capi dalla Chiesa da Lui fondata. Questo apostolo è menzionato soltanto nelle liste sinottiche dei dodici (Mc3,18; Mt10,3; Lc6,14) e nella lista degli apostoli in Atti 1,13.
Nei vangeli sinottici è nominato al sesto posto, dopo Filippo e prima di Matteo e di Tommaso; negli Atti al settimo posto, dopo Tommaso e prima di Matteo.A cominciare del secolo IX° la Chiesa siriaca ha identificato l’apostolo Bartolomeo con Natanaele, nativo di Cana di Galilea, che viene ricordato solo dal vangelo di Giovanni in due punti (1,43-51; 21, 2). Questa identificazione si fonda su due argomenti: innanzitutto nelle liste dei dodici apostoli i sinottici pongono Bartolomeo con Filippo e il quarto vangelo mette in relazione Natanaele con l’apostolo Filippo; in secondo luogo i sinottici menzionano solo Bartolomeo ignorando Natanaele, mentre il quarto vangelo fa l’inverso. Dopo il IX° secolo l’identificazione di queste due persone è stata riproposta da molti studiosi, almeno come probabile.
Natanaele (in ebraico “Dio ha dato”) doveva essere il nome personale mentre Bartolomeo (in aramaico bar Tol’ may – bar = figlio e tol’ may = solco-, cioè agricoltore) sarebbe il patronimico, il cognome. Null’altro sappiamo delle origini di Natanaele – Bartolomeo all’infuori di quanto ci narrano i vangeli. La sua chiamata, dunque è narrata da Giovanni. Se Andrea conduce suo fratello Pietro a Gesù, è l’amico Filippo che vi conduce Natanaele. Filippo glielo presenta come profeta, fornendo il nome, la famiglia, il luogo di provenienza « Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth ». Natanaele, originario della vicina Cana di Galilea, reagisce scetticamente. Mentre però egli andava incontro, è Gesù a pronunciare un elevato elogio su Natanaele: « Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità ». Di qui la reazione del discepolo: “Come mi conosci?” e Gesù ribatte con una risposta a dir poco stupefacente: « Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto quando eri sotto il fico ». Che cosa fosse accaduto sotto quel fico, rimane senza risposta. Il fico è un albero spesso citato nella Bibbia, probabilmente egli era assorto nello studio delle scritture con riferimento alla venuta del Messia. Questo particolare ha fatto pensare che Natanaele fosse uno studioso della legge, della Torah. E perciò apostolo « dotto ».
La reazione dell’autentico israelita non si fa aspettare e si concretizza in una professione solenne di fede in Gesù, Figlio di Dio e re d’Israele. Di rimando Gesù dirà « Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi?. Vedrai cose maggiore di queste ». Tre giorni dopo, durante il pranzo di nozze, a Cana, Natanaele sarà testimone del primo miracolo di Gesù per il premuroso intervento di Maria, la Madre.
Così la chiamata del nostro Apostolo, si posizione nel mezzo di due importanti personaggi : Giuseppe di Nazareth, uomo giusto, custode di Gesù, colui che diede la paternità legale e la figura di Maria, che con discrezione già sta con i “chiamati” e si prende cura di loro.
Per la seconda volta il quarto vangelo (21,2) menziona Natanaele nel gruppo dei sette discepoli, che, intenti a pescare nel lago di Tiberiade, beneficiano di un apparizione di Cristo Risorto.
Dopo l’Ascensione di Gesù, Bartolomeo con gli altri apostoli è raccolto in preghiera con la Madre di Gesù e riceverà lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.

La missione ed il martirio
L’apostolato di Bartolomeo dopo la Pentecoste fu attivissimo, perché la tradizione posteriore gli attribuisce lunghi viaggi missionari, pur non potendo stabilire nulla di preciso.
A Bartolomeo toccò la Licaonia, che è parte della Cappadocia, provincia dell’Asia, ove predicò e convertì molta gente alla fede. In seguito, portando con sé il vangelo di Matteo, passò nell’India “superiore” e in varie regioni del Medio Oriente, come affermano Origene, Eusebio, S. Girolamo.
Entrò poi nell’Armenia ove fu coronato dal martirio ad Albanopoli. Intono alla sua morte vi sono opinioni diverse tra gli antichi scrittori che narrano le sue gesta e il susseguente martirio. Ippolito scrive che fu crocifisso con il capo all’ingiù , e sotto il capo furono bruciate erbe fetide per soffocarlo con il fumo.
Sant’Agostino, Sant’Isidoro di Siviglia ed il martirologio di Beda affermano che san Bartolomeo fu scorticato vivo. L’Armenia fu il campo più fecondo della sua missione. Qui per provare la verità annunciate, liberò numerosi ossessi, guarì malati, diede la vista ai ciechi reclamando la distruzione degli idoli e la conversione alla dottrina di Gesù. Secondo i fatti narrati da Abdia Babilonico , avendo Bartolomeo portato alla fede cristiana il re Polimio e la sua sposa l’invidia dei sacerdoti locali fu tale che aizzando Astiage , fratello del re, fu decretato per lui il raccapricciante martirio di essere scorticato vivo dalla testa ai piedi. Due sole membra rimasero illese , gli occhi e la lingua e furono i due organi di cui si servì l’Apostolo per proclamare ancora la fede in Gesù. Il feroce supplizio terminò con la decapitazione per ordine dello stesso Astiage.

Publié dans:SANTI, SANTI APOSTOLI |on 24 août, 2015 |Pas de commentaires »
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