IL MATRIMONIO CRISTIANO – CARLO MARIA MARTINI (anche Paolo)

IL MATRIMONIO CRISTIANO – CARLO MARIA MARTINI

La famiglia
Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. San Paolo esorta gli abitanti di Colossi a vivere con quelle virtù che nascono dall’essere risorti con Cristo, santi perché scelti e amati da Dio. Sono virtù che si riassumono nella carità: al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione.
Alla luce della carità le virtù cristiane vengono descritte in modi diversi e con delicate modulazioni: i fedeli sono esortati a mostrarsi ricchi di quella misericordia che è tenerezza e che sa compatire; ricchi di bontà generosa, di umiltà, di mansuetudine, di dolcezza, una dolcezza che non giudica severamente gli altri. Quando avessero motivo di ritenersi offesi e di lamentarsi nei riguardi degli altri, sappiano dare alla loro carità anche le dimensioni della sopportazione vicendevole e della prontezza al perdono, sull’esempio e a motivo del Signore.
Da questo atteggiamento profondo e costante nasce quella pace che è dono di Cristo e che caratterizza interiormente e esteriormente le condizioni dei membri della comunità. Come alimento, mezzo e garanzia per mantenerci in questo fervore e fuoco di carità, c’è da una parte il richiamo costante alla parola di Dio, che sia sempre presente in mezzo ai fedeli e dimori abbondantemente tra di essi e, dall’altra parte, la preghiera incessante, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. Di fronte a richiami così ricchi che descrivono alcune connotazioni essenziali della vita della Chiesa, vogliamo applicare l’esortazione di San Paolo a quella particolare e reale figura della chiesa che è la famiglia cristiana.

Amore reciproco
Per poter offrire la testimonianza della fedeltà a Dio ed essere segno e strumento del suo amore, ogni famiglia deve vivere l’amore al suo interno. È il primo sentiero della carità, come dice papa Paolo VI quando afferma che il primo compito della famiglia è di vivere fedelmente la realtà della comunione nell’impegno costante di sviluppare un’autentica comunità di persone.
Amore vissuto tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra parenti e familiari. Amore che dice buon accordo, buona intesa, serenità reciproca, capacità di sorridere, di comprendere, di dare corda al discorso altrui; assenza di pregiudizi reciproci, superamento delle distanze, delle reticenze, delle diffidenze che sovente vengono a turbare i rapporti familiari; capacità di realizzare tra le diverse generazioni scambi, condivisioni, arricchimenti reciproci.
Amore che si declina con quelle modulazioni ricche e realistiche suggerite dall’apostolo Paolo e che rimanda, come a suo alimento e garanzia, all’ascolto costante della parola di Dio in famiglia, alla preghiera in famiglia. Si tratta perciò di assicurare questi momenti e spazi preziosi e insostituibili, pur nei ritmi logoranti della giornata e per tutte le difficoltà pratiche che possono sorgere. È il significato del tempo di deserto applicato alla famiglia.
Trovare, cioè, tutti insieme il coraggio, la forza, la gioia di congiungere le mani e di esprimere a Dio i sentimenti più profondi del cuore. E tra i tanti modi possibili per pregare in famiglia e ascoltare la Parola in famiglia, mi permetto ricordare tre semplici modi: pregare insieme con le parole che sappiamo; pregare insieme un salmo; pregare insieme una pagina del Vangelo.
All’interno di questo discorso generale c’è il gradino seguente: considerare la posizione precisa degli sposi in ordine al farsi prossimo. Ci sorreggono anche qui le indicazioni dell’Apostolo, molto semplici: amarsi scambievolmente e rispettarsi come si conviene nel Signore, cioè nel più autentico spirito cristiano, che nella lettera agli Efesini verrà approfondito con il riferimento al rapporto misterioso di amore tra Cristo e la Chiesa. Farsi prossimo tra marito e moglie vuol dire, ancora una volta, amore, carità, tenerezza in tutte le sue molteplici e realistiche sfaccettature: comunione profonda, comprensione vicendevole, confidenza su ogni evento bello o triste della propria esperienza, sincerità disarmata e cordiale, rispetto totale e talora anche silenzio come possibilità di comunione e di comunicazione connaturale alle realtà più vere e ineffabili.
Questa donazione e accoglienza mutua riguarda tutto quanto gli sposi posseggono e anche tutto ciò che essi sono. Per questo, il contenuto del dono è la totalità del loro essere, fatto di spiritualità, affettività, corporeità. Ne deriva uno stile di vita ricco e arricchente, fatto di momenti di incontro, di dialogo, di preghiera, di disciplina del corpo e dello spirito.
Le giovani famiglie
Le giovani famiglie, trovandosi in un contesto di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono più esposte, specialmente nei primi anni di matrimonio, a eventuali difficoltà, come quelle create dall’adattamento alla vita comune e dalla nascita dei figli. Propongo un’immagine biblica, che trovo in un’icona del monastero delle benedettine del Monte degli Ulivi: è l’immagine di Gesù, Giuseppe e Maria nei primi anni di matrimonio. Giuseppe abbraccia con il braccio destro Maria, mentre il sinistro raggiunge il braccio destro di lei, che si congiunge col suo insieme con la mano sinistra di Gesù, cosicché le tre mani si uniscono nel davanti dell’icona, mentre tutta la Madonna risulta abbracciata da Giuseppe ed essa, a sua volta, tende il braccio verso Gesù che è al centro. Non si capisce neppure se è appoggiato di più all’uno o all’altra, è appoggiato a entrambi, diritto, sicuro, sereno, con la mano in atto di benedizione. Giuseppe ha lo sguardo fisso verso una certa lontananza, ha bisogno di guardare l’avvenire, Maria, invece, ha lo sguardo fisso piuttosto su Gesù, ma i tre sguardi fanno un’unità. È un’icona che esprime, con l’affetto e i colori, ciò che vorremmo dire.
Cerchiamo anzitutto di impostare la domanda: qual è l’importanza dei primi anni di matrimonio? Sembra una domanda ovvia, ma è importante rispondervi. Intanto si affacciano problemi nuovi, difficoltà inedite che per la prima volta bisogna superare. Inoltre si pongono le basi di ciò che sarà il domani; una convivenza ben impostata nei primi anni pone anche le premesse per un lungo avvenire, mentre una convivenza che si sfilaccia dolorosamente fin dall’inizio rischia di durare davvero poco. Sono, questi, motivi psicologici, ovvi, dell’importanza dei primi anni di matrimonio. Vorrei poi aggiungere dei motivi teologici, spiegandoli più a fondo, perché è proprio nei primi anni che gli sposi giovani possono per la prima volta fare quella che si chiama mistagogia: con questa parola difficile si vuol dire che uno è dentro al mistero.
Posso darne un esempio personale, che riguarda la mia esperienza sponsale come vescovo di una Chiesa. Era molto diverso per me, prima di vivere l’esperienza di vescovo, parlare dell’episcopato; conoscevo i testi teologici, sapevo citare i testi biblici, ma è tutt’altra cosa quando uno comincia a vivere la grazia dell’episcopato da dentro, giorno per giorno, sollecitato a rispondervi con le forze che ha, necessitato a scavare a fondo nella grazia del sacramento per rispondere alle esigenze quotidiane che l’esistenza propone. E se uno vive con fede questo momento, incomincia a scavare nelle ricchezze della grazia sacramentale in una maniera prima inaudita, inesplicabile a chi è fuori.
Quante famiglie potrebbero fare molto di più in questo lavoro di scavo, lasciandosi aiutare a scavare nella grazia del loro matrimonio, che è la grazia fondamentale del loro esistere, invece di cercare puntelli al di fuori o, peggio, di fuggire! Cerchiamo soprattutto dentro di noi la forza della grazia che ci abita! Prima non l’avevamo, e nessuno ce la poteva spiegare, ma attraverso il sacramento ci è data. È una riserva formidabile quella di poter attingere alla grazia dello Spirito Santo, che è nostra e di nessun altro, e che quindi nessuno ci può far comprendere così autenticamente come può farlo ciascuno di noi per se stesso.

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