“ LA (DOMENICA DELLA) TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE “

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/205/2015-02/28-150/altri104.doc.

(Catechesi mistagogica della II Domenica di Quaresima / B)

“ LA DOMENICA DELLA TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE “

L’antifona d’ingresso (sal 26/27,8-9) ci invita a fissare il nostro sguardo sul volto del Signore, cercando rifugio presso di lui. Nelle prove e nei pericoli non perdiamoci d’animo, perché il Signore ci sostiene e ci infonde coraggio. Di fronte agli assalti dei nostri nemici spirituali non temiamo alcun male, perché i nostri cuori sono rivolti al Signore, luce, salvezza e difesa della nostra esistenza. Cerchiamo il Signore mentre si fa trovare; invochiamo il suo santo nome per essere salvati. Ricerchiamo il volto del Signore nostro Gesù Cristo nelle sacre scritture, nei divini misteri, nei suoi fratelli più piccoli, nell’attesa di vederlo così com’è (cf. 1 Gv 3,3) in paradiso. Rallegriamoci ed esultiamo nel riconoscere che siamo stati creati a immagine e somiglianza del volto di Dio. In questa quaresima contempliamo il volto di Cristo nella preghiera, “fondamento assoluto di ogni nostra azione pastorale” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 15).
La Colletta evidenzia la chiamata che il Padre ci rivolge ad ascoltare il suo amato Figlio (cf. Mc 9,7b), nutrendo la nostra fede con la sua Parola (cf. Rm 10,17), collirio spirituale che purifica gli occhi del nostro cuore (cf. Ap 3,18c), perché possiamo godere la visione beatifica della sua gloria (cf. 1 Cor 13,12b).
La Colletta alternativa sottolinea la bontà misericordiosa del Padre che non ha risparmiato il suo Figlio unigenito, ma lo ha dato per la nostra salvezza (cf. Rm 8,32). A Lui chiediamo di farci progredire nel pellegrinaggio della fede, che è ubbidienza alla sua rivelazione (cf. Rm 16,26; 2 Cor 10,5-6; Dei verbum, 5), – sull’esempio di Abramo e di Maria (cf. Lumen gentium, 58) – perché seguiamo fedelmente le orme del suo Figlio ( cf. 2 Pt 2,21) per essere con lui trasfigurati nella luce della sua gloria (cf. Fil 3,21). Cristo, infatti, vuole condividere la sua gloria con noi battezzati nella sua morte e resurrezione.
L’autore del libro della Genesi (22, 1-2. 9a. 10-13. 15-18) ha presentato il sacrificio di Isacco, figura della passione di Gesù, il Figlio unico del Padre. Abramo, nostro padre nella fede, si è reso disponibile alla divina chiamata con il suo “eccomi”. Dio gli chiede una prova di amore. Abramo, che già si era allontanato dalla sua casa e dalla sua terra, ora è invitato ad esprimere la sua fiducia in Dio distaccandosi dal possesso egoistico di Isacco, il figlio della promessa, dono divino avuto nella vecchiaia. Abramo è messo alla prova con la richiesta di sacrificare il figlio – unica possibilità per la discendenza promessa – sul monte Moira, identificato col monte di Gerusalemme, ove è costruito il tempio (cf. 2 Cr 3,1). Alla divina richiesta Mosè risponde salendo sul monte, immagine del cammino della fede, che conosce incertezze, dubbi, fallimenti, peccati. Come Abramo, abbiamo fiducia in Dio nelle vicende lieti e tristi o contraddittorie della vita, credendo fermamente nella sua Parola che è spirito e vita, parola che non delude. Abramo nella fede accoglie il misterioso progetto divino e per la sua obbedienza gli viene risparmiato il figlio. Il patriarca è veramente animato dal timore di Dio, che gli ridona il figlio Isacco, ricevuto di nuovo con riconoscenza, senza più considerarlo “proprietà privata”. Ora ha imparato a relazionarsi nel modo corretto col suo unico figlio, che rimanda al Dio amante della vita. Non a caso, egli, invece dell’agnello – simbolo del figlio – , offre in olocausto un ariete impigliato con le corna in un cespuglio – “simbolo della sua paternità bloccata” (S. Carotta). Si tratta di un sacrificio sostitutivo, al quale Dio stesso provvede. Il racconto genesiaco esprime la condanna del sacrificio umano ed esalta la fede ubbidiente di Abramo, che Dio benedice con una discendenza numerosa. Contempliamo la sapiente pedagogia di Dio che ci chiede di abbandonarci completamente nelle sue mani, riconoscendo che cose e persone sono dono gratuito del suo amore. L’amore compassionevole di Dio, che non permise al patriarca di sacrificare Isacco, si è manifestato in pienezza quando ha inviato il suo Figlio unigenito per la nostra salvezza.
Il salmo 115/116, 10.15-19 è una preghiera di ringraziamento, un rendimento di grazie al Signore che ci salva nelle afflizioni. Anche nelle tribolazioni e nella tristezza crediamo nel Signore, ai cui occhi è preziosa la morte dei suoi fedeli, i martiri, “perché la sua grazia vale più della vita” (sal 63,4). Riconosciamoci servi liberati dal Signore Gesù, che ha spezzato le catene del peccato e della morte con la sua beata passione. Pertanto, come Chiesa offriamo continuamente a Dio Padre il rendimento di grazie per eccellenza, il sacrificio eucaristico del Corpo e del Sangue del suo Figlio. Nutrendoci dell’Eucarestia, noi siamo in comunione con il Corpo e il Sangue di Gesù, che ci salva e ci colma di ogni grazia e benedizione celeste (cf. Prima Preghiera eucaristica, Anamnesi e offerta). Con tutto il popolo santo di Dio aderiamo a Lui in atteggiamento eucaristico, nell’attesa di cantare pienamente le sue lodi nella Gerusalemme del cielo.
L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani (8,31b-34) canta un inno all’amore di Dio verso di noi, che si è realizzato con il dono del suo Figlio Gesù. Dio è per noi, è dalla nostra parte e ci rende partecipi della sua fortezza. Colui che vorrebbe essere contro di noi – l’accusatore, l’avversario, il nemico infernale – è reso impotente. Gesù Cristo, che è morto e risorto per la nostra riconciliazione – salvezza – giustificazione, è il nostro avvocato (cf. 1 Gv 2,1-2) che intercede per noi peccatori presso il Padre, mediatore e garante della perenne effusione dello Spirito Santo, che è la remissione dei nostri peccati. Ringraziamo il Padre che con il suo Figlio ci ha elargito la pienezza del suo amore che ci salva.
L’evangelista Marco (9,2-10) narra la trasfigurazione dopo aver presentato la professione di fede di Pietro (8,27-30), il primo annuncio della passione (8,31-33) e le condizioni per seguire Gesù (8,34-38). Dopo che Pietro ha riconosciuto in Gesù il Cristo (8,29), Gesù si rivela come Messia sofferente, che “doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere” (8,31). Successivamente spiega le regole per essere suoi seguaci – discepoli: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (8,34). Dopo questo evento Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni – che staranno con lui nel Getsemani, alla vigilia della Passione – e li portò con sé su un alto monte, il Tabor, secondo la tradizione. Da soli, stanno in disparte. Gesù fu trasfigurato davanti a loro, ovvero la sua umanità lasciò trasparire in sé la sua gloria eterna e divina, anticipando la sua risurrezione. Qui rimbalza sulla sua umanità quella gloria che gli spettava di diritto, che possedeva nella sua preesistenza (cf. Gv 17,5), di cui volle privarsi per riceverla dal Padre come ricompensa per il sacrificio della sua croce (cf. Fil 2,6-11). Le vesti di Gesù trasfigurato diventano sfolgoranti di luce, bianchissime. Il colore bianco è proprio degli esseri celesti. Il riferimento dell’evangelista ai lavandai sottolinea la natura straordinaria della visione.
Appaiono Mosè – che rappresenta la legge – ed Elia – che rappresenta i profeti. Gesù viene a portare a compimento la legge e le profezie dell’AT. Mosè ed Elia conversano con Gesù della “sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (Lc 9,31). Essi avevano visto la gloria del Signore sul monte (cf. Es 34,29-30; 1 Re 19,1-14), preannunciando le sofferenze del Messia (cf. Lc 24,27). Pietro prende la parola chiedendo a Gesù Maestro di rendere eterno questo momento di gloria per impedirgli l’ora della passione nella città santa. E’ davvero bella e dolce l’esperienza del Tabor e Pietro vorrebbe fare tre capanne, una per Gesù, una per Mosè e una per Elia. Questo indizio ci fa comprendere che la trasfigurazione avvenne durante la festa delle capanne; nel settimo giorno (cf. v.2) tutti si vestivano di bianco e il tempio si illuminava a festa. Gesù si manifesta, dunque, come la vera tenda e il tempio vero della divina presenza. Pietro è smarrito: non sapeva che cosa dire. Gli apostoli erano spaventati, provando timore dinanzi all’esperienza divina. Sopraggiunge una nube che li coprì con la sua ombra. E’ il segno della manifestazione di Dio (cf. Es 16,10; 40,38).
Per san Tommaso d’Aquino la nube è il simbolo dello Spirito Santo. Dalla nube esce la voce di Dio Padre che nel Battesimo aveva detto: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento” (Mc 1,11). Ora il Padre accredita il Figlio dinanzi agli apostoli. Gesù è il Figlio prediletto del Padre che va ascoltato, il Vangelo, la Parola, l’inabitazione di Dio, la Verità e la Vita, la nostra potenza e sapienza.
L’identità di Gesù sarà riconosciuta ai piedi della sua croce dal centurione: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). La fede, che precede dall’ascolto della Parola di Dio, ci fa riconoscere il Messia in Gesù di Nazaret (cf Mc 8,29), il Figlio di Dio in colui che è stato messo in croce. Ascoltando e seguendo Gesù, entriamo in comunione con il Padre grazie al dono dello Spirito che ci fa riconoscere figli e fratelli in Gesù e con Gesù (cf. Rm 8,15). “Ascoltatelo “ è la via che porta alla gloria. Il Risorto ci illumina e ci trasfigura con la sua Parola, che ci dà forza nei giorni più bui del nostro pellegrinaggio terreno. In Gesù troviamo il Padre e ritroviamo noi stessi (cfr. GS 22a). Crediamo in Gesù ascoltandolo ogni giorno, perché in lui c’è la pienezza dell’amore divino che, rivelatosi sulla croce, viene effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). Seguiamo Gesù trasfigurato, “luce da luce” (Credo), per camminare nella luce da figli della luce (cf. Rm 13,11-14). Improvvisamente gli apostoli rimangono soli con Gesù.
Ci basta Gesù! E’ ”il mediatore e la pienezza di tutta intera la rivelazione” (Dei verbum 2), la parola ultima e definitiva comunicata dal Padre all’umanità.
E’ terminata la visione del Signore trasfigurato, preludio pasquale, concessa agli apostoli perché comprendessero che “solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione” (Prefazio proprio: “La trasfigurazione, annuncio della beata passione” ). Gesù ordina agli apostoli di non riferire a nessuno l’esperienza vissuta, se non dopo la risurrezione dai morti. Essi custodiranno il segreto, interrogandosi sul senso della risurrezione dai morti. Lo Spirito Santo ci conduce alla comprensione del mistero pasquale di Gesù, la Vita che vince la morte, la Luce che vince le tenebre, il datore della vita nuova nello Spirito elargita ai credenti in Lui.
Gesù rimane in compagnia dei suoi apostoli, che sono chiamati a seguirlo e a disporsi “a vivere con Lui il momento doloroso della Passione, per giungere con Lui alla gioia della Risurrezione e a una vita trasfigurata dallo Spirito Santo” (Giovanni Paolo II, Rosarium virginis Mariae, 21).
Alla soglia della vita pubblica di Gesù ci fu il battesimo (Mc 1,9-11), che manifestò il mistero della nostra pasqua battesimale; alla soglia della Pasqua ci fu la trasfigurazione, la quale ci ricorda che “la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,20-21), evidenziando anche la necessità di “attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” (At 14,22). La trasfigurazione, in sintesi, intende rafforzare la fede degli apostoli nell’imminenza della passione del Divino Maestro. La salita sul Tabor prepara la salita sul Calvario. “Cristo, Capo della Chiesa, manifesta ciò che il suo Corpo contiene e irradia nei sacramenti: <<la speranza della gloria>> (Col 1,27)” [CCC 568].
Ringraziamo Gesù per i momenti di Tabor che ci concede, cioè per le ore di grazia che ci danno la forza per non smarrirci nell’ora del nostro Calvario. L’Eucarestia è il nostro Tabor, il luogo in cui Gesù ci conduce per farci contemplare la sua gloria sotto le specie eucaristiche del pane e del vino consacrati (cf. SC, 7). Accostandoci al convito eucaristico del Corpo e del Sangue di Cristo, il Padre ci trasforma a immagine della sua gloria mediante l’effusione dello Spirito Santo (cf. 2 Cor 3,18; Prefazio II dell’Eucarestia).
San Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata presenta le sorgenti cristologico – trinitarie della vita consacrata a partire dall’icona di Cristo trasfigurato (nn. 14-19). Gesù ha stabilito un rapporto particolare con alcuni suoi discepoli, rendendoli partecipi della sua stessa forma di vita (VC 14) per essere nella Chiesa e nel mondo memoria vivente del suo modo di esistere e di agire di fronte al Padre e di fronte ai fratelli (VC 22). A fondamento della vocazione alla vita consacrata c’è “un’ esperienza singolare della luce che promana dal Verbo incarnato” (VC 15). Afferrati, toccati e conquistati dalla divina bellezza, i consacrati possono esclamare con Pietro: “Signore, è bello per noi stare qui!” (Mt 17,4), dedicandosi a Lui, che diventa il tutto della loro esistenza. E’ il Padre che prende l’iniziativa di attirare al suo Figlio “una sua creatura con uno speciale amore e in vista di una speciale missione” (VC 17).
Dicendo “ascoltatelo”, egli invita i consacrati ad accogliere il mistero di Cristo (VC 16) per riprodurne in sé i tratti caratteristici – la verginità, la povertà, l’ubbidienza – e conformare a Lui la propria vita. Le persone consacrate, chiamate dal Padre, si pongono sulle orme di Cristo “per vivere in intimità con Lui e seguirlo dovunque Egli vada” (VC 18). La vita consacrata comporta una speciale vocazione e un particolare dono dello Spirito Santo (VC 14), che rende i consacrati persone cristiformi, “prolungamento nella storia di una speciale presenza del Signore Risorto” (VC 19). Lo Spirito Santo fa sentire l’attrazione dell’amore divino, suscitando nei consacrati il desiderio di rispondere pienamente alla chiamata del Padre, “configurandoli a Cristo casto, povero e obbediente e spingendoli a far propria la sua missione” (VC 19).
“A questa «icona» si riferisce tutta un’antica tradizione spirituale, quando collega la vita contemplativa all’orazione di Gesù «sul monte». Ad essa possono inoltre ricondursi, in qualche modo, le stesse dimensioni «attive» della vita consacrata, giacché la Trasfigurazione non è solo rivelazione della gloria di Cristo, ma anche preparazione ad affrontarne la croce. Essa implica un «ascendere al monte» e un «discendere dal monte»: i discepoli che hanno goduto dell’intimità del Maestro, avvolti per un momento dallo splendore della vita trinitaria e della comunione dei santi, quasi rapiti nell’orizzonte dell’eterno, sono subito riportati alla realtà quotidiana, dove non vedono che «Gesù solo» nell’umiltà della natura umana, e sono invitati a tornare a valle, per vivere con lui la fatica del disegno di Dio e imboccare con coraggio la via della croce” (VC 14) .
L’orazione sulle offerte ci fa chiedere al Padre misericordioso di concederci in virtù dell’offerta del sacrificio eucaristico il perdono dei nostri peccati (cf. Mt 26,28), la santificazione del corpo e dello spirito (cf. 1 Ts 5,23), perché possiamo celebrare le feste pasquali in maniera degna.
Nell’antifona alla Comunione l’assemblea dei fedeli – che si accosta processionalmente alla mensa eucaristica – canta le parole che il Padre rivolge ai discepoli, udite nella proclamazione del Vangelo: “Questo è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo” (Mt 17,5). Ricevendo il Corpo e il Sangue del Signore, prendiamo parte all’evento di grazia vissuto dai tre discepoli prediletti che odono il Padre e contemplano il Cristo trasfigurato sul Tabor.
Nell’orazione dopo la Comunione ringraziamo Dio che nella partecipazione ai suoi gloriosi misteri “a noi ancora pellegrini sulla terra fa pregustare i beni del cielo”. I discepoli quaggiù videro la gloria della Divinità che sfolgorò sul volto di Cristo. Noi quaggiù riconosciamo Cristo nel pane eucaristico, pane del cammino e farmaco dell’immortalità, ascoltando la voce del Padre che nell’intimità del cuore continua a indicarci il suo Figlio prediletto – che agisce come suo Servo nella Passione – perché lo ascoltiamo, essendo l’oggetto del suo compiacimento (cf. Direttorio omiletico n. 68).

Publié dans : FESTE DEL SIGNORE |le 6 août, 2015 |Pas de Commentaires »

Vous pouvez répondre, ou faire un trackback depuis votre site.

Laisser un commentaire

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01