«NON RISPARMIÒ NÉ ROMA NÉ IL POPOLO» (anche Paolo)

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STORIA tratto dal n. 09 – 2004

«NON RISPARMIÒ NÉ ROMA NÉ IL POPOLO» (anche Paolo)

L’incendio del luglio 64 da parte di Nerone e la conseguente persecuzione dei cristiani

di Marta Sordi

Fatta eccezione per Tacito (Annales XV, 38), che accanto alla versione dell’incendio provocato dolosamente da Nerone (dolo principis) conosce anche la versione di coloro che attribuivano al caso (forte) l’incendio stesso, tutte le fonti antiche lo attribuiscono con certezza a Nerone, dal contemporaneo Plinio il Vecchio, che è probabilmente alla base della tradizione successiva (Naturalis historia XVII, 1, 5), all’autore senechiano dell’Octavia, a Svetonio (Nero, 38), a Dione (LXII, 16, 18). Scoppiato il 19 luglio del 64, l’incendio durò, secondo Svetonio, sei giorni e sette notti, ma riprese subito, partendo dalle proprietà di Tigellino e alimentando così i sospetti contro l’imperatore, e si protrasse ancora per tre giorni, come risulta da un’iscrizione (CIL VI, 1, 829, che dà la durata di nove giorni).
I moderni tendono ormai a negare la responsabilità diretta di Nerone nell’incendio: tutte le fonti però sono d’accordo nel dire che furono viste persone che attizzavano l’incendio una volta che questo era iniziato. Per i colpevolisti essi agivano iussu principis, «per ordine dell’imperatore», per gli innocentisti, secondo i quali l’incendio era scoppiato per negligenza, per autocombustione, per il caldo estivo, per il vento, essi agivano «per poter esercitare più liberamente le loro rapine». Per Svetonio e per Dione, però, costoro erano cubicularii [camerieri] dell’imperatore e addirittura soldati, e la loro presenza poteva autorizzare i peggiori sospetti. Dal confronto fra Tacito e Svetonio risulta d’altra parte che misure precauzionali e interventi di soccorso furono interpretati come prove della colpevolezza di Nerone: in particolare l’abbattimento operato dai soldati col fuoco di edifici vicini a quella che sarà poi la Domus aurea e il divieto ai legittimi proprietari di avvicinarsi alle loro case per salvare il salvabile e per recuperare i morti, alimentarono molti sospetti. A tali sospetti contribuì anche l’attribuzione all’imperatore di un movente preciso: non tanto quello accettato come sicuro da Svetonio e da Dione, ma non da Tacito, del desiderio di veder perire Roma sotto il suo regno, come Priamo aveva visto perire Troia (desiderio coronato dal famoso canto), ma anche e soprattutto il disprezzo per la vecchia Roma, con le sue strade strette e i suoi vecchi edifici, e la volontà di cimentarsi in una grande impresa urbanistica, diventando il nuovo fondatore di Roma.
Tacito è il solo, fra le nostre fonti, a dire che Nerone, per far tacere le voci che lo accusavano dell’incendio, inventò la falsa accusa contro i cristiani (Annales XV, 44): la notizia viene a lui, certamente, dalla fonte colpevolista (per la fonte innocentista non c’erano colpevoli dell’incendio, scoppiato per caso), quindi, con ogni probabilità, da Plinio. Per Plinio, come per Tacito, i cristiani erano innocenti dell’incendio di Roma e il supplizio loro inflitto destava pietà, anche se i cristiani, incolpevoli dell’incendio, erano certamente colpevoli, per la nostra fonte, di una exitiabilis superstitio [funesto culto]. La testimonianza di Tacito, chiaramente ostile ai cristiani per la loro superstitio, ma convinto della loro innocenza nell’incendio, mostra l’infondatezza dell’ipotesi di coloro, fra i moderni, che accusano i cristiani di avere incendiato Roma per la loro fede nella imminente parusìa [ritorno di Cristo sulla terra].
La distinzione fra la falsa accusa di incendiari, che colpì secondo Tacito i soli cristiani di Roma, e quella di superstitio illicita [culto illecito], la sola nota a Svetonio (Nero, 16,2), che colpì i cristiani di tutto l’Impero, non è, come spesso si crede, il risultato di due versioni del medesimo fatto raccontato da fonti diverse, ma l’effetto di due decisioni diverse, di cui la seconda è certamente anteriore alla prima. La Prima Lettera di Pietro (4,15), che è a mio avviso databile fra il 62 e il 64, prevede la possibilità che i cristiani possano essere incriminati come cristiani non solo a Roma ma in tutto l’Impero, e presuppone un’ostilità largamente diffusa (cfr. 1Pt 4,12), che ben si adatta alle accuse di flagitia [crimini infamanti], che secondo Tacito rendeva invisi al vulgus [la gente comune] i cristiani. Ma se l’atmosfera della Prima Lettera di Pietro è quella presupposta da Tacito, l’incriminazione per cristianesimo è certamente quella nota a Svetonio e non può riferirsi ad un editto imperiale (come l’incriminazione per l’incendio di Roma), ma solo a un senatoconsulto, a cui spettava, in età giulio-claudia, decidere sulle questioni religiose. L’institutum [istituzione] di cui parla Svetonio, l’institutum Neronianum di cui parla Tertulliano (Ad nationes I,7,14), non è un editto né un senatoconsulto, ma un precedente di fatto: è l’applicazione che, primo fra gli imperatori, Nerone, dedicator damnationis nostrae (autore della nostra condanna, Tertulliano, Apologeticum V,3), diede, subito dopo il 62, del senatoconsulto con cui era stata rifiutata nel 35 la proposta di Tiberio di riconoscere la liceità del culto di Cristo e che aveva fatto del cristianesimo una superstitio illicita in tutto l’Impero. Il veto tiberiano ne aveva bloccato l’applicazione e la situazione era rimasta immutata sino al 62, quando l’uccisione, nella stessa Giudea, decisa dal sommo sacerdote Ananos, di Giacomo il Minore fu resa possibile solo dalla momentanea assenza del governatore romano. Ma nel 62 si verificò una svolta decisiva, non solo nei rapporti fra l’Impero e i cristiani, ma in tutta la politica di Nerone: è questo il momento del ritiro dalla vita politica di Seneca, della morte di Burro, sostituito nella Prefettura del pretorio da Tigellino, del ripudio di Ottavia e delle nozze con la giudaizzante Poppea, della rottura con gli stoici della classe dirigente e dell’abbandono definitivo della linea giulio-claudia del principato per un dominato di tipo orientalizzante e teocratico. Cristiani e stoici furono colpiti negli stessi anni e insieme criminalizzati davanti all’opinione pubblica: aerumnosi Solones [Soloni tormentati] erano, secondo Persio (Satirae III, 79), gli stoici nel giudizio della gente ignorante, saevi Solones (Soloni spietati) sono definiti i cristiani in un graffito di Pompei: secondo la Prima Lettera di Pietro (4,4) essi sono calunniati «perché non partecipano con gli altri al disordine delle sregolatezze». Il clima nel quale queste accuse furono formulate è lo stesso: contro gli stoici della classe dirigente fu usata l’arma politica della lex maiestatis [legge per la difesa dello Stato]; contro i cristiani bastò riesumare il vecchio senatoconsulto del 35.
La prima vittima della decisione neroniana di incriminare i cristiani sulla base del vecchio senatoconsulto fu, a mio avviso, Paolo, che era ben noto negli ambienti della corte: questa incriminazione è testimoniata dalla Seconda Lettera a Timoteo, scritta nell’autunno di un anno che potrebbe essere il 63 (cfr. 2Tm 4, 21). Paolo è di nuovo in prigione a Roma, ma questa volta è in attesa di una condanna, ma non certamente per l’incendio (proprio perché si tratta di una prigionia “civile” Paolo può chiedere dei libri e un mantello). L’arresto e la condanna di Pietro dovettero avvenire invece, insieme a quella degli altri cristiani di Roma, dopo l’incendio del 64: il suo martirio, avvenuto per crocifissione negli horti neroniani [i giardini di Nerone], non può essere separato, come rivela il confronto fra la descrizione di Clemente Romano (1Cor 5) e quella di Tacito (Annales XV, 44), da quello della multitudo ingens­ – poly plethos [enorme moltitudine] che Nerone offrì come spettacolo, insieme ad un circense ludicrum (spettacolo circense), al popolo di Roma, mettendo a disposizione hortos suos [i suoi giardini]: la Guarducci ha pensato alle feste del 13 ottobre 64, qualche mese dopo l’incendio, quando il persistere dei sospetti contro l’imperatore poté consigliare a quest’ultimo di cercare capri espiatori.

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