Archive pour juin, 2015

Seraph from the spandrels of the atrium, Church S.Marco, Basilica, Venice, Italy

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Publié dans:immagini sacre |on 4 juin, 2015 |Pas de commentaires »

MARCELLO CRAVERI, IL CIELO NELL’ASTRONOMIA EBRAICO-CRISTIANA, 1983 (1)

http://www.larici.it/culturadellest/icone/antologia/craveri/index.html

MARCELLO CRAVERI, IL CIELO NELL’ASTRONOMIA EBRAICO-CRISTIANA, 1983 (1)

Il cielo è il luogo dove i beati abiteranno per sempre con Dio. La Bibbia rispecchia la cosmologia primitiva quando concepisce la volta celeste che poggia su colonne (Gb 26,11), ma parla del cielo come luogo dove Dio siede in trono (Sal 11,4; 115,16) e dal quale scende (Es 19,18-20), pur riconoscendo che i cieli e la terra non possono contenere Dio (1Re 8,27) e così, alla fine dei tempi, saranno creati cieli nuovi e una terra nuova (Is 65,17; 2Pt 3,13; Ap 21,1). Nell’Antico Testamento il divieto di pronunciare il nome di Dio portò all’uso dell’espressione regno dei cieli in forma equivalente a regno di Dio, spesso usata da Cristo (Mt 13,31-52). Nelle icone, il cielo costituisce lo spazio in cui possono essere dipinti temi teologici o dottrinali, oppure elementi “miracolosi” indispensabili alla comprensione della raffigurazione: la filossenia, Cristo Re, la mano del Padre benedicente, l’apparizione della Vergine o di un santo, la presenza degli angeli… Talvolta vi è mostrata la conclusione del racconto “terreno”, come nella Dormizione della Madre di Dio e nell’Ascensione del profeta Elia.
In questo saggio, Marcello Craveri (1914-2002) – affermato studioso di Storia delle religioni, di miti pagani e orientali, di superstizioni e credenze – ha ripercorso lo stato delle conoscenze astronomiche in Oriente alla nascita del cristianesimo, conoscenze che hanno determinato modi di dire e iconografia tuttora in uso.

Nonostante il notevole progresso scientifico già fatto in precedenza dal pensiero greco, il cristianesimo, pur essendosi diffuso fin dalle origini in ambiente greco-orientale, continuò a rimanere fedele alle ingenue concezioni mitiche dell’Antico Testamento, rifiutando con orrore tutto ciò che non si poteva conciliare con esso. In tal modo la teologia cristiana diede una mano ai barbari che riportarono il mondo greco-romano indietro di migliaia di anni.
Ai tempi di Gesù, l’astronomia e la cosmologia degli Ebrei erano sostanzialmente quelle dei loro antenati aramei, vissuti come pastori nomadi nel sud della Mesopotamia, con successive influenze dei Cananei, dopo che verso la metà del II millennio a.C. si trasferirono nel loro paese, e degli Egiziani che dominavano culturalmente quella regione, poi di nuovo della Mesopotamia, durante la cattività babilonese, subito dopo dei Persiani, e infine degli Ellenici, dopo la conquista di Alessandro Magno.
Dai testi biblici si ricava la conformazione e il carattere religioso del mondo celeste ebraico, frutto di tante successive contaminazioni. Il Cielo è per gli Ebrei, e quindi per i cristiani, la parte più eccelsa dell’universo, al di là dello spazio, sede della divinità. Esso è puro splendore, e la parola Luce ricorre spesso nell’Antico e nel Nuovo Testamento per indicare Dio e la sua dimora. Il profeta Ezechiele, vissuto nella deportazione a Babilonia, scrive di aver visto in estasi il Cielo come un immenso fuoco ardente (perciò i cristiani lo chiameranno Empireo, dal greco empyreos, infuocato) al cui centro era il trono di Dio sorretto da quattro Esseri che, come gli dei astrali babilonesi, avevano aspetto di animali, fomiti di ali e di mani d’uomo. Di qui l’idea dei cherubini, plurale di karub, dall’arcadico karubu, protettore, raffigurati sull’Arca dell’alleanza, a cui la mitologia cristiana si ispirerà per simboleggiare i quattro evangelisti. Sarà San Paolo il primo a rendere accessibile il cielo agli uomini (i giusti, i buoni) non solo in estasi, ma materialmente, rivestiti di corpo pneumatico, dopo la morte. Pertanto l’espressione «il regno dei Cieli», che per gli Ebrei significava «il regno di Dio», il suo dominio su tutto l’universo, diverrà per i cristiani un «regno nei cieli».
Il cielo stellato, visibile agli uomini, nell’astronomia ebraico-cristiana si trova molto al di sotto della sede di Dio, e non è uno spazio infinito ma – come appare ad occhio nudo – una volta solida (in ebraico raqià) dello spessore di pochi pollici, che Ezechiele definisce una superficie di ghiaccio. Nella traduzione latina il vocabolo raqià verrà reso con firmamentum, ossia «sostegno», poiché esso sostiene la grande massa delle «acque superiori».
Dunque, tra il cielo di fuoco e il firmamento ghiacciato si trova «il ricettacolo della pioggia e della grandine» (Giobbe 38, 22) che Dio ha diviso, nella creazione, dalle acque inferiori (Genesi 1,6-7), cioè dai mari, che a loro volta formano i fiumi. Ancora San Tommaso, nel XIII secolo, crederà che i fiumi nascano dal mare. Il firmamento è sostenuto da quattro montagne e ha delle aperture (cateratte) per l’uscita della pioggia e della grandine, con saracinesche manovrate dalla mano di Dio. Sotto di esso, a livello dei monti, vi sono i serbatoi dei quattro venti (Geremia 10,13; Daniele 8,8) anch’essi regolati da Dio.
Al firmamento sono appesi, come lampade, i corpi celesti, tutti alla medesima distanza dalla Terra, che secondo la Mishnà (tradizione orale codificata nel I secolo d.C.) equivale ad un viaggio di 500 anni, e la maggior o minore luminosità degli astri dipende solo dalla loro differente grandezza.
Già altri popoli conoscevano bene le costellazioni, mentre gli Ebrei avevano al proposito nozioni piuttosto vaghe. La «milizia» dei cieli (tsebà) era per essi misteriosa (Salmi 147,4), sebbene, almeno fino ai tempi del re Giosia (640-609 a.C.), a quanto attestano numerosi passi della Bibbia, gli Ebrei avessero continuato a praticare il culto degli astri e alcuni re di Giuda, dopo la separazione da Israele, avessero ufficialmente eretto loro altari. Un cenno alla venerazione di Saturno è anche nell’opera cristiana Atti degli apostoli (7,43) e il nome di quell’antico dio (in ebraico Shabbataj) ha lasciato un ricordo nel nome e nella solennità del Sabato, rispettata persino da Jahve, cessando il lavoro dopo i sei giorni della creazione.
Delle costellazioni sono nominate soltanto, nei libri di Amos e di Giobbe, il Kimal, il Kesil, che probabilmente corrispondono alle Pleiadi e a Orione, molto note agli antichi poiché la loro apparizione segnava l’inizio o la fine della stagione delle piogge. Giobbe cita anche l’ash, che la versione greca dei Settanta traduce con Espero, la Vulgata latina con Arcturum, e più esattamente quella italiana con Orsa, dato che l’identica parola ash anche in arabo significa Orsa.
Gli Ebrei non facevano distinzione tra stelle e pianeti, ma di questi solo tre sono citati nell’Antico Testamento: Saturno, che gli Atti degli apostoli chiamano col nome persiano Kaivan o Refan; più frequentemente è nominata la Luna, e una o due volte Helel, «il dio dell’aurora» (Isaia 14,12) l’egiziana «stella del mattino» ossia Venere, che però è tutt’altra cosa dalla Venere del tramonto, e che dai Romani era detta Lucifero (portatore di luce), poi identificato dai Padri della Chiesa con Satana, l’angelo (o Dio?) cacciato da Jahve. Ma l’astro per eccellenza era naturalmente il Sole, creato da Dio dopo la luce, unitamente alla Luna, nel quarto giorno della creazione (Genesi 1,14) e che Dio a propria volontà poteva anche fermare nel suo cammino, come infatti avvenne, pregato da Giosué, onde permettergli di continuare la strage degli Amorriti (Giosué 10,12-13). Essendo la Terra immaginata un disco piatto, anche gli Ebrei come gli altri popoli antichi risolvevano il problema del tramonto del Sole pensando che di notte attraversasse gli abissi sotterranei (Salmi 19,6-7).
Solo dopo il 538 a.C. si conobbe lo Zodiaco, costruito per la prima volta in quell’anno dai Babilonesi. Prima di allora i Babilonesi stessi fissavano le stazioni solari in corrispondenza di 36 stelle o costellazioni, divise in gruppi di tre per ciascun mese.
I simboli degli asterismi del nuovo Zodiaco corrispondevano a quelli attuali, eccetto il Capricorno, che era detto Cinghiale, e la Vergine, chiamata Spiga (nome rimasto ancora oggi alla sua stella Alfa) rappresentata come una fanciulla con due spighe in mano. La tradizione mesopotamica è ben visibile in un mosaico della sinagoga di Bethalpha (immagine a lato): in esso le spighe della Vergine sono sintetizzate in due elementi decorativi ai fianchi della figura, mentre ritorneranno esplicite nelle raffigurazioni cristiane, diventando infine attributi della Madonna. Prima di conoscere le stazioni zodiacali del Sole, gli Ebrei ne dividevano il corso annuale soltanto nei quattro momenti degli equinozi e dei solstizi, e anche a questi attribuivano significati religiosi.
Per questo, Gesù Cristo verrà fatto nascere il 25 dicembre, quando il Sole, cessando il solstizio, ha ripreso il suo cammino ascendente. Comunque il culto ebraico per i due solstizi è rimasto nel cattolicesimo: il solstizio d’inverno corrisponde alla nascita di San Giovanni evangelista, quello d’estate, in cui il Sole ricomincia a discendere, è invece la natività di Giovanni Battista. Infatti nel Vangelo si fa dire al Battista: «Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca» (Giovanni 3,30).
Secondo la rivoluzione diurna del Sole, gli Ebrei derivavano i punti cardinali: mizrach, il levante; jam, il mare, e quindi l’occidente; tsafon, le tenebre, il nord; darom, la zona illuminata, il sud (Genesi 13,14). Ma per la sacralità che aveva l’Oriente nel culto del Sole, a cui sempre si rivolgevano nella preghiera sia gli Ebrei che i primi cristiani, l’Est era il punto cardinale di riferimento, era il qedem, il davanti, e di conseguenza l’Ovest era l’achor, il di dietro, il Nord era semol, a sinistra, e il Sud theman, a destra.
Gli astronomi babilonesi già sapevano prevedere le eclissi, quali effetto di cause naturali, mentre gli Ebrei le accoglievano ogni volta come una novità, e con spavento, in quanto segni dell’ira divina, e i profeti approfittavano di questa superstizione per annunciare terribili oscuramenti futuri del Sole e della Luna, allorché Dio avrebbe deciso di porre fine all’umanità per i suoi peccati. L’interpretazione apocalittica delle eclissi sarà accolta anche dagli evangelisti, per immaginare un’eclissi totale al momento della morte di Gesù, e di nuovo, naturalmente, alla fine del mondo.
La cometa, invece, era ritenuta di buon augurio. In Genesi (15, 17) una di esse («una fornace ardente e un cerchio di fuoco») suggellava il patto tra Jahve ed Abramo, e in Matteo (2,1-12) è una cometa – prevista da «magi» babilonesi o persiani – ad annunciare la nascita di Gesù Cristo. Ma Keplero nel dicembre 1603 osservando una congiunzione di Mercurio, Giove e Saturno calcolerà che probabilmente la cometa del Natale era stata in realtà una congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci, visibile nell’area mediterranea a partire dal 4 dicembre del 7 a.C. (2).
Per diversi secoli i Padri della Chiesa difenderanno con accanimento le idee astronomiche dell’Antico Testamento, condannando come false ed eretiche tutte le altre ipotesi. Per essi, la Terra è un disco piatto, immobile al centro dell’Universo, formato dai quattro elementi (terra, aria, acqua e fuoco); il firmamento o ciclo sidereo una cupa solida e fredda come ghiaccio, perciò detta anche ciclo cristallino, dal greco krystallos, ghiaccio; sul firmamento le acque sopracelesti; sopra di queste l’empireo, tutto luce, fuoco e calore.
Le spiegazioni diverse vengono confutate con argomentazioni a volte stupefacenti per la loro ingenuità. «Come si può credere ai filosofi greci – scrive Lattanzio (250-325) – che immaginano il cielo rotondo e la Terra simile a una sfera, con antipodi in cui pure si innalzano monti e si distendono pianure e mari? Come potrebbero gli uomini camminare con la testa all’ingiù?» Basilio (329-379) nelle sue Omelie sostiene che la acque superiori sono state create da Dio per mantenere fresco il cielo sidereo e anche la Terra, e impedire che siano arsi dal fuoco dell’empireo. Severiano, vescovo di Cabala (+408), condivide il parere di Basilio e aggiunge che per questo motivo le acque sono ghiacciate. Sant’Agostino (354-430) ha qualche dubbio in proposito, ma lo risolve disinvoltamente: «Dicono taluni che l’acqua per sua natura non può stare sopra il cielo, ma data l’onnipotenza di Dio è necessario credere che ciò avvenga. Se Dio volesse che l’olio restasse sotto l’acqua, ciò avverrebbe» (De Genesi) «Le acque, dunque, si trovano sopra il nostro cielo, così come la pituita, che i Greci chiamano flegma, si trova sulla testa dell’uomo» (De Civitate Dei XI,34).
Un altro problema che preoccupa Sant’Agostino è la forma del firmamento: «Il passo delle Scritture, “Tu stendi i cieli come una tenda”, può concordare con l’opinione di coloro che danno al cielo una forma di sfera? La Scrittura dice anche che il firmamento è sospeso come una volta; ora, se si può dire che una volta è tale non solo quando è curva ma anche quando è piana, così anche una tenda può essere curva o piana o rotonda. Infatti anche l’utero e la vescica sono in un certo qual modo una tenda» (De Genesi).
Oltre un secolo dopo, il monaco egiziano Cosma nella sua Topographia christiana dà questo quadro dell’Universo: la forma dell’Universo può essere capita solo esaminando il disegno del tabernacolo che Mosè costruì nel deserto: l’interno (intra velum) è l’immagine delle cose celesti; la cortina equivale al firmamento; la tavola della presentazione dei pani rappresenta la Terra, la quale è pertanto piana e rettangolare; le pareti del firmamento sono quattro piani perpendicolari che poggiano sulla Terra al di là dell’Oceano, e il loro tetto, cioè il firmamento è semicilindrico; in esso il Sole, la Luna e le stelle sono trasportate da angeli; a nord c’è un’immensa montagna conica che sale dalla Terra al Cielo, e dietro di essa il Sole trascorre la notte. Fino al secolo XIII l’autorità delle Sacre Scritture è ancora così impegnativa, che anche persone di grande ingegno, pur accettando, attraverso la mediazione degli Arabi, l’astronomia aristotelica (sette sfere concentriche, distinte per il Sole, la Luna e ciascuno dei cinque pianeti fin allora conosciuti; un ottavo cielo di stelle fisse) non riescono a liberarsi dal problema delle «acque superiori» e non possono fare a meno di aggiungere un nono cielo, l’Empireo, sede di «Dio, o Primo mobile», secondo la concezione tolemaica.
Abelardo (1079-1142), ardimentoso sostenitore del razionalismo («Ho imparato dai maestri arabi a farmi guidare soltanto dalla ragione») fino al punto di essere perseguitato e condannato come eretico, si domanda come possa l’aria sostenere le acque superiori che sono più pesanti, e conclude che senza dubbio debbono essere molto fluide. Più perentoriamente Bartolomeo Anglico a metà del secolo XIII dirà: l’ottavo cielo è formato dalle acque poste da Dio sopra il firmamento, il quale è detto cristallino, non perché sia duro come il cristallo, ma perché è luminoso e trasparente, è detto anche acqueo, perché è fluido e sottile.
Intanto si fa strada tra gli autori cristiani un curioso simbolismo per rappresentare l’Universo. L’uovo, che già nel culto di Dioniso era un simbolo solare: il tuorlo (Sole), l’albume (l’etere in cui esso si muove), il guscio (l’eclittica), e come tale è passato nell’usanza cristiana delle uova pasquali, venne allora assunto anche come modello dell’Universo. Secondo Abelardo, e poi Guglielmo di Conches (a metà del secolo XII), la Terra è il tuorlo, l’Oceano intorno è l’albume, l’aria è la pellicola dell’uovo, e la sfera del fuoco è il guscio. Onorio di Autun, contemporaneo di Guglielmo di Conches, dice invece nel suo De imagine mundi: il cielo è il guscio, l’etere è l’albume, l’aria è il tuorlo, la Terra e la goccia di grasso che si trova nel tuorlo. Sono anche interessanti alcune etimologie dello stesso Onorio: il cielo si chiama così perché assomiglia a un recipiente celato, cioè coperto di stelle; le costellazioni derivano il loro nome latino sidera dalla considerazione in cui sono tenute dai naviganti e dai viaggiatori.

Note:
1. M. Craveri, Il cielo nell’astronomia ebraico-cristiana, in “l’Astronomia”, n. 22, maggio 1983, pp. 26-29.
2. Si veda su questo sito l’ipertesto sul Natale (N.d.C.)

SIMONE WEIL – RIFLESSIONI SULL’UTILITÀ DEGLI STUDI SCOLASTICI AL FINE DELL’AMORE DI DIO

http://www.gianfrancobertagni.it/autori/weilcampo.htm

SIMONE WEIL – RIFLESSIONI SULL’UTILITÀ DEGLI STUDI SCOLASTICI AL FINE DELL’AMORE DI DIO

(Simon Weil biografia: http://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Weil#cite_note-Citati_p.273-97)

La chiave di una concezione cristiana degli studi è che la preghiera esige attenzione, esige che venga orien­tata verso Dio tutta l’attenzione di cui l’anima è capace. La qualità dell’attenzione è strettamente collegata alla qua­lità della preghiera. Il calore del sentimento non può sup­plire.
Soltanto la parte più elevata dell’attenzione entra in contatto con Dio, quando la preghiera è sufficientemente intensa e pura perché si possa stabilire un simile contat­to; ma tutta l’attenzione è rivolta a Dio.
Gli esercizi scolastici sviluppano, certo, una parte meno elevata dell’attenzione, tuttavia essi hanno una loro efficacia per accrescere quel potere dell’attenzione che sa­rà disponibile al momento della preghiera; però devono essere eseguiti a questo scopo e soltanto a questo scopo.
Oggi sembra che lo si ignori, ma lo scopo reale e l’interesse quasi unico degli studi è quello di formare la facoltà dell’attenzione. La maggior parte degli esercizi scolastici hanno anche un certo interesse intrinseco; ma è un interesse secondario. Tutti gli esercizi che fanno ve­ramente appello alla nostra capacità d’attenzione sono in­teressanti al medesimo titolo e quasi nella stessa misura.
I liceali, gli studenti che amano Dio, non dovrebbe­ro mai dire: «A me piace la matematica», «A te piace il francese», «A me piace il greco». Devono imparare ad amare tutto ciò come strumento per sviluppare l’attenzione che, orientata verso Dio, è la sostanza stessa della preghiera.
Non avere attitudine o gusto naturale per la geo­metria non impedisce che la ricerca della soluzione di un problema o lo studio di una dimostrazione sviluppi l’at­tenzione. È quasi il contrario, è quasi una circostanza fa­vorevole.
Anzi, poco importa che si riesca a trovare la soluzio­ne o ad afferrare la dimostrazione, purché si faccia vera­mente uno sforzo per riuscirvi. Mai, in nessun caso, un vero sforzo di attenzione va sprecato. Esso è sempre pie­namente efficace dal punto di vista spirituale e lo è anche, di conseguenza, sul piano inferiore dell’intelligenza, dato che ogni luce spirituale illumina l’intelligenza.
Se si ricerca con vera attenzione la soluzione di un problema di geometria, e se dopo un’ora si è sempre allo stesso punto di partenza, ogni minuto di quest’ora costi­tuisce un progresso in un’altra dimensione, più misterio­sa. Senza che lo si senta, senza che lo si sappia, questo sforzo, in apparenza sterile e senza frutto, ha fatto più luce nella nostra anima. Il frutto si ritroverà un giorno, più tardi, nella preghiera e, per di più, lo si ritroverà sen­za dubbio anche in un qualsiasi campo dell’intelligenza, forse del tutto estraneo alla matematica. Un giorno, co­lui che ha compiuto senza risultato questo sforzo sarà for­se capace di cogliere più direttamente la bellezza di un verso di Racine, proprio grazie a tale sforzo. Ma che il frutto di simile sforzo si debba ritrovare nella preghiera è cosa certa, su questo punto non v’è dubbio.
Certezze di questo genere sono date dall’esperienza. Ma se non vi si crede prima di averne fatto la prova, se almeno non ci si comporta come se vi si credesse, non si farà mai l’esperienza che dà accesso a simili certezze. C’è in questo una specie di contraddizione. Ciò avviene, a partire da un certo livello, per tutte le conoscenze utili al progresso spirituale: se non vengono adottate come re­gole di condotta prima di averle verificate, se non si rima­ne fedeli ad esse per lungo tempo soltanto per un atto di fede, una fede inizialmente tenebrosa, senza luce, non si trasformeranno mai in certezza. La fede è condizione indispensabile.
Il miglior sostegno della fede è la garanzia che se chiediamo pane al Padre egli non ci darà pietre. Persino al di fuori d’ogni credenza religiosa esplicita, ogni volta che un essere umano compie uno sforzo d’attenzione con il solo desiderio di accrescere la propria attitudine ad af­ferrare la verità, raggiunge lo scopo, anche se il suo sfor­zo non ha prodotto alcun frutto tangibile. Un racconto eschimese spiega così l’origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non poteva trovare cibo, desiderò la lu­ce, e la terra si illuminò». Se c’è un vero desiderio, se l’oggetto del desiderio è veramente la luce, il desiderio del­la luce produce la luce. C’è un vero desiderio quando c’è sforzo d’attenzione. E si desidera veramente la luce quan­do non è presente nessun altro movente. Quand’anche gli sforzi dell’attenzione rimanessero in apparenza sterili per anni, vi sarà un giorno in cui la luce, esattamente propor­zionale a quegli sforzi, inonderà l’anima. Ogni sforzo ag­giunge un poco d’oro a quel tesoro che nulla al mondo può rapire. Gli inutili e penosi sforzi di imparare il lati­no compiuti dal curato d’Ars per lunghi anni, hanno por­tato i loro frutti nel meraviglioso intuito con il quale egli scorgeva l’anima dei penitenti al di là delle loro pa­role e anche del loro silenzio.
Bisogna dunque studiare senza desiderare di otte­nere buoni voti, di passare agli esami, di ottenere alcun risultato scolastico, senza tener conto né dei gusti né del­le attitudini naturali, ma applicandosi con la stessa in­tensità a tutti gli esercizi, considerando che tutti servono a sviluppare l’attenzione, che è l’essenza della preghiera. Nel momento in cui ci si applica a un esercizio, bisogna volerlo compiere correttamente; questa volontà è indispensabile perché vi sia un vero sforzo. Ma al di là di quello scopo immediato, l’intenzione di fondo dev’essere diretta unicamente ad aumentare il potere di attenzione in vista della preghiera. Allo stesso modo, chi scrive disegna la forma delle lettere sulla carta non come fine a se stessa bensì in vista dell’idea che vuole esprimere.
Porre negli studi questa sola intenzione, con esclu­sione di ogni altra, è la prima condizione della loro uti­lità spirituale. La seconda condizione è quella di costrin­gersi rigorosamente a considerare e ad osservare con at­tenzione e a lungo ogni esercizio scolastico non riuscito, in tutta la bruttezza della sua mediocrità, senza cercare scuse, senza trascurare alcun errore e alcuna correzione dell’insegnante, cercando di risalire all’origine di ogni sbaglio. Si è fortemente tentati di fare il contrario, di dare un’oc­chiata di sfuggita all’esercizio corretto, quando è fatto male, e di nasconderlo al più presto. Quasi tutti fanno così. Bisogna respingere questa tentazione. Per inciso dirò anche che nulla è più necessario a una buona riuscita scolastica, poiché, nonostante tutti gli sforzi, non si può progredire molto se ci si rifiuta di prestare attenzione agli errori commessi e alle correzioni degli insegnanti.
Si acquista così soprattutto la virtù dell’umiltà, te­soro infinitamente più prezioso di ogni progresso scolastico. A questo scopo, meditare sulla propria stupidaggine è forse anche più utile che meditare sul peccato. La co­scienza del peccato fa avvertire la propria cattiveria e ta­lora se ne trae quasi un motivo d’orgoglio.
Costringendosi a viva forza ad osservare con gli oc­chi e con lo spirito un esercizio scolastico stupidamente sbagliato, si avverte con lampante evidenza la propria me­diocrità: nessuna conoscenza è più desiderabile. Se si riesce a penetrare con tutta l’anima questa verità, si può dire di essersi sicuramente incamminati sulla giusta strada.
Quando queste due condizioni sono perfettamente soddisfatte, gli studi scolastici diventano senza dubbio una via, valida quanto un’altra, per giungere alla santità.
Per soddisfare alla seconda condizione basta volerlo. Non così per la prima. Per fare veramente attenzione, bisogna sapere come si fa.
Molto spesso si confonde l’attenzione con una specie di sforzo muscolare. Se si dice a degli allievi: «E ora fate attenzione», ecco che aggrottano le sopracciglia, trat­tengono il respiro, contraggono i muscoli. Se dopo due minuti si domanda loro a che cosa stanno facendo atten­zione, non sanno rispondere: non hanno fatto attenzio­ne a nulla, non hanno fatto attenzione; hanno soltanto contratto i muscoli.
Spesso, negli studi, ci si disperde in questo sforzo muscolare. E siccome alla fine ci si sente stanchi, si ha l’impressione di aver lavorato. Ma ci si illude: la stan­chezza non ha nulla a vede con il lavoro. Il lavoro è lo sforzo utile, che sia stancante o no. Nello studio, que­sto sforzo muscolare è del tutto sterile anche se ben intenzionato. Questa buona intenzione è di quelle che lastricano l’inferno. Studi di questo genere possono tal­volta dare buoni risultati dal punto di vista scolastico, cioè dei voti e degli esami, ma ciò avviene nonostante lo sforzo e grazie alle doti naturali; e comunque essi sono sempre inutili.
La volontà, quella che all’occorrenza fa serrare i denti e sopportare la sofferenza fisica, è lo strumento prin­cipale dell’apprendista nel lavoro manuale, ma, contraria­mente all’opinione corrente, non ha quasi alcuna parte nello studio. L’intelligenza può essere guidata soltanto dal desiderio. E perché ci sia desiderio dev’esserci anche pia­cere e gioia. L’intelligenza si accresce e dà frutti solo nella gioia. La gioia di imparare è indispensabile agli studi, quanto lo è la respirazione per i corridori. Là dove man­ca, non vi sono studenti ma povere caricature di appren­disti, che alla fine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere.
Questa funzione del desiderio permette di trasformare lo studio in una preparazione alla vita spirituale, poiché il desiderio orientato verso Dio è la sola forza capace di elevare l’anima. Certo, è soltanto Dio che discende ad afferrare l’anima e ad elevarla, ma soltanto il desiderio costringe Dio a discendere. Egli viene soltanto per quelli che gli chiedono di venire; a quelli che glielo chiedono ardentemente, egli non può rifiutarsi.
L’attenzione è uno sforzo, forse il più grande degli sforzi, ma uno sforzo negativo. Di per sé non comporta fatica. Quando questa si fa sentire, non è più possibile l’attenzione, a meno che uno non sia già molto esercitato; allora è meglio lasciarsi andare, cercare una distensione e ricominciare un po’ più tardi: rilassarsi e riprendersi, come si inspira e si respira.
Venti minuti di attenzione intensa e senza fatica valgono infinitamente più di tre ore di applicazione con la fronte aggrondata che fa dire, con il sentimento del dovere compiuto: «Ho lavorato sodo».
Ma, contrariamente a quanto sembra, ciò è anche molto più difficile. C’è nella nostra anima qualcosa che rifugge dalla vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica. Questo qualcosa è molto più vicino al male che non la carne. Ecco perché ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggia­mo una parte di male in noi stessi. Se impegniamo l’at­tenzione con questo scopo, un quarto d’ora di essa vale molte opere buone.
L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pen­siero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’og­getto, nel mantenere in prossimità del proprio pensiero, ma a un livello inferiore e senza contatto con esso, le diverse conoscenze acquisite che si è costretti a utilizzare. Il pensiero, rispetto a tutti i pensieri particolari preesi­stenti, deve essere come un uomo su una montagna, che fissando lontano scorge al tempo stesso sotto di sé, pur senza guardarle, molte foreste e pianure. E soprattutto il pensiero deve essere vuoto, in attesa; non deve cercare nulla ma essere pronto a ricevere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi.
Tutti gli errori nelle versioni, tutte le assurdità nelle soluzioni dei problemi di geometria, tutte le improprietà stilistiche e le incoerenze nel concatenamento delle idee nei compiti di lingua, tutto dipende dal fatto che il pen­siero si è gettato affrettatamente su qualcosa, ed essendosi così impegnato prematuramente, non è più stato disponi­bile per la verità. La causa di ciò sta sempre nell’aver vo­luto cercare; lo si può verificare ogni volta, per ogni errore, se si scende alla radice. Non v’è esercizio migliore di questa verifica, perché è una verità di quelle a cui non si può credere se non dopo averne avuto la riprova cento, mille volte. Avviene così per tutte le verità essenziali.
I beni più preziosi non devono essere cercati ma attesi. L’uomo, infatti, non può trovarli con le sue sole forze, e se si mette a cercarli troverà al loro posto dei falsi beni di cui non saprà neppure riconoscere la falsità.
La soluzione di un problema di geometria non è in se stessa un bene prezioso ma, poiché è l’immagine di un bene prezioso, le si può applicare la medesima legge. Essendo un piccolo frammento di verità particolare, essa è una pura immagine della Verità unica, eterna e vivente, quella Verità che un giorno ha detto con voce umana: «Io sono la Verità».
Concepito così, ogni esercizio scolastico somiglia a un sacramento.
Esiste, per ogni esercizio scolastico, una maniera specifica di aspettare la verità, desiderandola, ma senza permettersi di cercarla. Una maniera di fare attenzione ai dati di un problema di geometria senza cercarne la solu­zione, alle parole di un testo latino o greco senza cercarne il senso, di aspettare, quando si scrive, che la parola giusta venga spontaneamente sotto la penna, scartando soltanto le parole inadeguate.
Il primo dovere verso gli scolari e gli studenti sta nel far loro conoscere questo metodo non soltanto gene­ricamente ma nella forma particolare propria di ogni eser­cizio. È dovere non soltanto dei loro professori ma anche delle loro guide spirituali. Queste devono inoltre mettere in piena luce, in una luce sfolgorante, l’analogia tra l’at­teggiamento dell’intelligenza in ciascuno di questi esercizi e la posizione dell’anima che, con la lampada ben fornita di olio, attende lo Sposo con fiducia e desiderio. Ogni giovane bene animato, mentre fa una versione latina, do­vrebbe augurarsi di avvicinarsi a poco a poco, con que­sto esercizio, all’istante in cui diventerà veramente quello schiavo che, mentre il suo padrone è a una festa, veglia e sta in ascolto accanto alla porta per aprire appena sente bussare. Il padrone allora farà sedere lo schiavo a tavola e lo servirà personalmente.
Soltanto questa attesa e questa attenzione possono spingere il padrone a tale manifestazione di amorevolezza. Quando lo schiavo ritorna sfinito dal lavoro dei campi, il padrone gli dice: «Preparami il pasto e servimi». E lo tratta come un servo inutile che eseguisce soltanto gli or­dini. Certo, nel campo dell’azione bisogna fare tutto ciò che viene comandato, a costo di qualsiasi scorzo, fatica e sofferenza, perché chi disobbedisce non ama. Ma con tutto ciò si è soltanto uno schiavo inutile. È una condi­zione dell’amore, ma non basta. Quel che costringe il pa­drone a farsi schiavo del suo schiavo, ad amarlo, non ha niente a vedere con tutto ciò e tanto meno con una ri­cerca che lo schiavo avesse osato intraprendere di propria iniziativa: ciò che vale è unicamente la veglia, l’attesa, l’attenzione.
Fortunati dunque coloro che dedicano l’adolescenza e la gioventù soltanto a sviluppare questo potere d’atten­zione. Non che essi, ovviamente, siano più vicini al bene dei loro fratelli che lavorano nei campi e nelle officine. Sono vicini in maniera diversa. I contadini e gli operai gustano la vicinanza di Dio in quel modo incomparabile che è proprio dell’estrema povertà, di chi non ha posto nella considerazione sociale, di chi conosce le lunghe, lente sofferenze. Ma se si considera l’essenza delle occupazioni, gli studi sono più vicini a Dio, a causa dell’attenzione che ne costituisce l’anima. Chi trascorre gli anni degli studi senza sviluppare in sé quest’attenzione, ha perso un gran­de tesoro.
Non soltanto l’amore di Dio è sostanzialmente fatto di attenzione: l’amore del prossimo, che sappiamo essere il medesimo amore, è fatto della stessa sostanza. Gli sventurati non hanno bisogno d’altro, a questo mondo, che di uomini capaci di prestar loro attenzione. La capa­cità di prestare attenzione a uno sventurato è cosa raris­sima, difficilissima; è quasi un miracolo, è un miracolo. Quasi tutti coloro che credono di avere questa capacità, non l’hanno. Il calore, lo slancio del sentimento, la pietà non bastano.
Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal, pietra miracolosa che in virtù dell’ostia consacrata sazia ogni fame, apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra, il re quasi completamente paralizzato dalla più do­lorosa ferita: «Qual è il tuo tormento?».
La pienezza dell’amore del prossimo sta semplice­mente nell’essere capace di domandargli: «Qual è il tuo tormento?», nel sapere che lo sventurato esiste, non co­me uno fra i tanti, non come esemplare della categoria sociale ben definita degli «sventurati», ma in quanto uomo, in tutto simile a noi, che un giorno fu colpito e segnato dalla sventura con un marchio inconfondibile. Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper po­sare su lui un certo sguardo.
Uno sguardo anzitutto attento, in cui l’anima si svuo­ta di ogni contenuto proprio per accogliere in sé l’essere che essa vede così com’è nel suo aspetto vero. Soltanto chi è capace di attenzione è capace di questo sguardo.
È quindi vero, sebbene paradossale, che una versio­ne latina, un problema di geometria, anche se sbagliati, purché si sia dedicato ad essi lo sforzo adeguato, possono in un giorno lontano renderci meglio capaci di portare a uno sventurato l’aiuto che può salvarlo nell’istante dell’estremo sconforto.
Per un giovane capace di cogliere questa verità e abbastanza generoso per desiderare questo frutto più di ogni altro, gli studi saranno pienamente efficaci dal punto di vista spirituale, anche al di fuori di ogni credenza re­ligiosa.
Gli studi scolastici sono come il campo che racchiu­de una perla: per averla, vale la pena di vendere tutti i propri beni, nessuno eccettuato, al fine di poter acquistare quel campo.

Publié dans:SIMONE WEIL, STUDI SCOLASTICI |on 4 juin, 2015 |Pas de commentaires »

Jerusalem – Mount Of Olives Gethsemane Prayer Cave

Jerusalem - Mount Of Olives Gethsemane Prayer Cave dans immagini sacre JerusalemMountOfOlivesGethsemanePrayerCave

http://www.greatcommission.com/israel/Israel.html

Publié dans:immagini sacre |on 3 juin, 2015 |Pas de commentaires »

A CAUSA DELLA SPERANZA DI ISRAELE. – (At 28,17-31) (At 18,1-18)

http://www.biblico.it/tesi/mele.html

dissertazioni di dottorato

2010-2011

MELE Salvatore

A CAUSA DELLA SPERANZA DI ISRAELE. – (At 28,17-31) (At 18,1-18)

Il finale del libro degli Atti (At 28,17-31) alla luce della predicazione ad Antiochia di Pisidia (At 13,13-52) e a Corinto (At 18,1-18)

(Mod.: Prof. Johannes BEUTLER, S.J.)

a. Contesto e tema della tesi
L’opera lucana (Lc-At) è lo scritto più universalistico del NT e in pari tempo il più attento alle radici ebraiche del cristianesimo. Il tema centrale di Lc-At non è semplicemente quello di un generico universalismo. Il problema del rapporto chiesa/gentili, per Luca non può essere risolto se si prescinde dall’altro aspetto, il rapporto chiesa/Israele: il rapporto non è bipolare, ma tripolare. Soprattutto oggi si va riscoprendo l’importanza e la centralità di questo aspetto nell’opera lucana, e nell’ambito di questa problematica si è inserita anche la nostra analisi che ha preso le mosse dal finale del libro degli Atti (At 28,17-31) in cui questo rapporto tripolare (chiesa-Israele-gentili) emerge in tutta la sua chiarezza e problematicità (cf At 28,26-27.28). Abbiamo esplicitato questa problematicità in alcune domande (At 28,17-31 segna la fine della missione verso i giudei in generale? Il testo di Isaia sull’indurimento del cuore , vv. 26-27, vuole esprimere una condanna definitiva del popolo ebreo? La salvezza menzionata nel v. 28 è riservata oramai soltanto ai gentili? L’incredulità di Israele ha contribuito allo sviluppo della missione dei gentili? È quest’ultima, anzi, da considerare una conseguenza della prima?) che hanno più concretamente ispirato questo lavoro e la sua articolazione in tre capitoli. Per rispondere a queste domande di fondamentale importanza è stata la contestualizzazione del problema alla luce dello sfondo anticotestamentario, nonché del contesto proprio dell’opera lucana, più precisamente di altri due brani degli Atti in cui troviamo le stesse problematiche e domande del finale del libro: At 13,13-52 (cf 13,46) e At 18,1-18 (cf 18,6).
b. Risultati raggiunti e attualità del tema
Come visto nel primo capitolo dedicato allo studio del finale del libro (At 28,17-31), l’opposizione ebraica è da contestualizzare nell’ambito di una critica religiosa tra correligionari, che nello specifico della hairesis cristiana assume dei toni particolarmente violenti quanto più se ne intuisce la novità, percepita dagli increduli come minaccia. L’incredulità di Israele, viene interpretata col teologumeno dell’accecamento e paradossalmente applicata al “popolo” in tutta la sua totalità (At 28,26-27; cf Is 6,9-10 LXX). In questo modo, sulla linea della tradizione biblica non si rinuncia ad una visione collettiva di Israele e ad un sua possibile illuminazione futura, inclusa nel teologumeno stesso. Infatti, contrapponendo – ancora in maniera paradossale (da una parte tutto Israele, dall’altro tutti i gentili) l’incredulità di Israele all’ascolto dei gentili (vv. 26-27.28), il testo ha la funzione di scuotere in vista di un possibile ravvedimento.
I vv. 26-27.28, inoltre, letti nel contesto del libro degli Atti non stabiliscono un collegamento tra l’incredulità di Israele e la missione ai gentili: come ampiamente visto nel capitolo secondo dedicato al confronto di At 28,17-31 con At 13,13-52 letto nel contesto più ampio di At 1-15, la missione ai gentili si pone in continuità con la missione ai giudei, anzi è grazie all’accoglienza del vangelo da parte degli ebrei che la salvezza raggiunge anche i gentili ed è in realtà l’apertura ai gentili (13,44.49) a provocare – dopo il fattore cristologico che rimane l’elemento principale – il rifiuto di Israele (13,45.50). Certamente l’opposizione ebraica avrà a un certo punto le sue conseguenze sullo sviluppo della missione: abbandono della sinagoga-restringimento della missione ai gentili (13,46), fuga dalla città (13,51); i giudei, però, rimangono all’arrivo in una nuova città i destinatari privilegiati dell’annuncio (14,1).
Ma c’è di più: come visto, infine, nel terzo capitolo dedicato al confronto di At 28,17-31 con At 18,1-18, non solo all’arrivo in una nuova città si comincia se possibile dagli ebrei, ma anche nella stessa città essi rimangono i destinatari dell’annuncio anche dopo la ‘rottura’, naturalmente nella misura e nelle modalità possibili (18,7-8).
Conclude la tesi una serie di riflessioni sul rapporto chiesa-Israele oggi. Di questo complesso e fondamentale tema vengono ripercorse le tappe fondamentali dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate del Concilio Vaticano II ad oggi e si offre a partire dall’opera lucana qualche spunto di attualizzazione utile per l’approfondimento e lo sviluppo dei rapporti tra ebrei e cristiani. Luca, infatti, ha molto da offrire a questa discussione, non solo più in generale invitando il cristiano a liberarsi dai pregiudizi e ad aprirsi al riconoscimento e all’apprezzamento dei valori dell’ebraismo, ma soprattutto invitandolo a considerare lo stesso ebraismo un arricchimento per la stessa fede cristiana, uno stimolo all’approfondimento.

Publié dans:TESI DOTTORATO |on 3 juin, 2015 |Pas de commentaires »

CANTO GREGORIANO, COSA PENSA IL NUOVO PAPA > BENEDETTO XVI (2005)

http://old.cantoambrosiano.com/Il%20Papa%20e%20il%20Canto%20Gregoriano.pdf

(ho conservato la grafica del PDF)

CANTO GREGORIANO, COSA PENSA IL NUOVO PAPA > BENEDETTO XVI (2005)

SUL RUOLO DELLA MUSICA SACRA:

« [...] e divenuto sempre piu percepibile il pauroso impoverimento che si > manifesta dove si scaccia la bellezza e ci si assoggetta solo all’utile.

L’esperienza ha mostrato come il ripiegamento sull’unica categoria del > « comprensibile a tutti » non ha reso le liturgie davvero piu comprensibili,
piu aperte, ma solo piu povere. Liturgia  » semplice  » non significa misera
o a buon mercato: c’e la semplicitache viene dal banale e quella che
deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica ». « Anche qui
continua – si e messa da parte la grande musica della Chiesa in nome
della » partecipazione attiva « : ma questa  » partecipazione  » non pu o forse
significare anche il percepire con lo spirito, con i sensi? Non c’e
proprio nulla di  » attivo  » nell’ascoltare, nell’intuire, nel commuoversi?

Non c’e qui un rimpicciolire l’uomo, un ridurlo alla sola espressione
orale, proprio quando sappiamo che cio che vi e in noi di razionalmente
cosciente ed emerge alla superficie e soltanto la punta di un iceberg
rispetto a cio che e la nostra totalita? Chiedersi questo non significa
certo opporsi allo sforzo per far cantare tutto il popolo, opporsi alla « 
musica d’uso « : significa opporsi a un esclusivismo (solo quella musica)
che non e giustificato n´ dal Concilio n´ dalle necessitapastorali ».

Questo discorso sulla musica sacra – intesa anche come simbolo di
presenza della bellezza  » gratuita  » nella Chiesa – sta particolarmente a
cuore a Joseph Ratzinger che vi ha dedicato pagine vibranti: « Una Chiesa
che si riduca solo a fare della musica  » corrente  » cade nell’inetto e
diviene essa stessa inetta.
La Chiesa ha il dovere di essere anche  » citta
della gloria « , luogo dove sono raccolte e portate all’orecchio di Dio le
voci piu profonde dell’umanita. La Chiesa non puo appagarsi del solo
ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando
il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza, rendendolo
bello, abitabile, umano ».

tratto dal cap. IX del volume « Rapporto sulla fede. Vittorio Messori a
olloquio con Joseph Ratzinger », 1985, edizioni San Paolo; testo completo
presso http://utenti.lycos.it/Armeria/Rap_fede_index.htm)

 

Rakovac monastery iconostasis, Fruška Gora, Serbia.

Rakovac monastery iconostasis, Fruška Gora, Serbia. dans immagini sacre Rakovac_monastery_iconostasis

http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Rakovac_monastery_iconostasis.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 2 juin, 2015 |Pas de commentaires »
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