Archive pour juin, 2015

PAOLO VI – FESTIVITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO (1975)

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PAOLO VI

ANGELUS DOMINI

FESTIVITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Domenica, 29 giugno 1975

Eccoci alla festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo; che ci richiamano agli aspetti umani, storici e visibili della Chiesa cattolica e ce ne fanno intuire il mistero, cioè la presenza vivente di Cristo nell’umanità associata come corpo al Capo: «Ecco, disse Gesù, congedandosi dall’a scena visibile di questo mondo, io sono con voi fino alla fine del tempo» (Matth. 28, 20). Dei due Apostoli, uno, dice Prudenzio, un poeta cristiano, della seconda metà del IV secolo, rappresenta più chiaramente la vocazione delle genti, l’universalità cattolica, è S. Paolo; l’altro, il centro, la cattedra, l’unità della Chiesa, è S. Pietro (Cfr. PL 60, 322 ss. ). Intorno a questi due cardini si svolge il movimento storico del cristianesimo, che dagli Apostoli si trasmette con successione fedele di generazione in generazione, diffondendo nell’umanità i tesori della redenzione, la fede, la grazia, la carità, in tensione verso la santità, l’unità finale. Noi, a cui la Provvidenza ha affidato il tremendo e ineffabile ufficio della successione apostolica, organica e centrale, siamo i primi ad ammirare, ad onorare, a servire il disegno divino operante nell’umile nostra persona, e irradiante nel quadro dell’intera umanità.
Pregate per noi, oggi, fratelli tutti e figli carissimi, affinché siamo fedeli (1 Cor. 4, 2) al nostro mandato apostolico, il quale, appunto in omaggio all’intrinseca fedeltà, che esso reclama, vorrebbe essere diffusivo, comunicativo, offerto agli uomini del nostro tempo, ai Giovani specialmente. Al vespro di questa sera noi saremo felici di trasmettere le misteriose e umanissime potestà sacerdotali, qui, su questa Piazza a 359 Diaconi, provenienti da tutti i Continenti, comprese le Isole del Pacifico (uno mancherà, il Diacono Millard Boyer, richiamato in America per la morte dei Genitori e di due Zii, periti nel disastro aviatorio di New York; erano in viaggio per assistere qui all’ordinazione del Diacono stesso: pregate per lui, pregate per questi suoi Defunti; non sarà vana questa tragedia per i fini trascendenti della nostra cerimonia). La virtù apostolica non è spenta; essa vuol dare di sé, nel nome di Pietro e di Paolo, la testimonianza del suo perenne primaverile vigore. Ai Giovani, dicevamo, specialmente; a quelli che vogliono accogliere l’invito di Cristo, per dare alla loro vita il senso ed il valore eroico di giovare alla salvezza del mondo. Che Maria regina degli Apostoli, ci assista.

 

“CHI TROVA UN AMICO, TROVA UN TESORO”…LO DICE LA BIBBIA! – CARD. GIANFRANCO RAVASI

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“CHI TROVA UN AMICO, TROVA UN TESORO”…LO DICE LA BIBBIA!

L’AMICIZIA È UN GRADINO DELLA SCALA DELL’AMORE PER DIO

CARD. GIANFRANCO RAVASI 

Una forma essenziale e vitalissima di questo amore che sfida la solitudine e sopravvive alle inclemenze del tempo e della storia è l’amicizia. Ne parleremo fondandoci, naturalmente, sulla concezione biblica dell’amicizia, ma non trascurando di allargare l’orizzonte verso altre visioni spirituali e umane di questa che è insieme una virtù e un dono.
“Di tutti quei beni che la sapienza procura per la felicità il più grande è l’acquisto dell’amicizia”. Questa, che è una delle Sentenze di Epicuro (n. 27), esprime in modo lapidario l’apprezzamento costante che l’amore amicale ha goduto in tutte le culture, al punto da costituire una vera e propria tipologia letteraria, filosofica e psicologica. La Bibbia celebra a più riprese questa relazione “assolutamente indispensabile alla vita, perché senza amici nessuno vorrebbe vivere, pur se ricco di tutti gli altri beni”: il Siracide intesse un vero e proprio elogio dell’amicia (6,5-17; cfr. 37,1-6), elaborando tra l’altro il detto proverbiale secondo il quale “chi trova un amico, trova un tesoro” (6,14).
Emblematica è la figura amicale incarnata da Davide e Gionata. Facile è anche evocare l’amicizia di Cristo nei confronti dei discepoli, chiamati “amici” e non “servi” (Gv 15,14-15). Potremmo allegare altri esempi storici di amicizia, a partire dal legame di Paolo con Timoteo, Tito, Filemone e con i Filippesi, per passare attraverso il rapporto tra san Francesco e santa Chiara, tra san Girolamo e Paola ed Eustochio, tra san Francesco di Sales e santa Giovanna Frémiot de Chantal, e giungere infine al sodalizio tra Hans Urs von Balthasar e Adrienne von Speyr, esempi nei quali è significativa anche la complementarietà dei due sessi.
L’amicizia, però, pur avendo una sua componente sentimentale, va oltre la sessualità e l’eros; supera l’utilitarismo e l’interesse e si insedia nel campo della libera donazione, della comunione e dell’intimità di vita e di esperienza. E’ per questo che Aristotele la collca soprattutto nella sfera personale e nella categoria della virtù. Cicerone nel suo Lelio o dell’amicizia (c. 3) dichiara, anzi, che “è la virtù che produce l’amicizia […]. E’ un’alleanza che offre agli uomini il mezzo migliore e più felice per camminare insieme verso il bene supremo”.
Questa qualità etica dell’amicizia è puntualizzata da Tommaso d’Aquino, che però riconduce il legame amicale a una dimensione più ampia di taglio sociale, confermando la tesi secondo cui l’amicizia “più che una virtù, è una conseguenza della virtù”. Emergono, così, sostanzialmente due volti dell’amicizia. Il primo è quello del dialogo e della comunione interpersonale generato dalla libertà, dalla simpatia anche dallo Spirito d’amore, dalla grazia “caritativa”. C’è, dunque, un aspetto di intimità e di “solitudine” tra i due, messo già in evidenza da Aristotele e da Cicerone e così esplicitato da Plutarco: “L’amicizia si compiace della compagnia, non della folla […]. Se si divide un fiume in diversi canali, il suo corso diventa debole e sfinito. Così è dell’amicizia: s’indebolisce a misura che si divide”. Agostino nelle Confessioni, parlando del legame con un amico carissimo morto, afferma: “Io percepii come l’anima mia è l’anima sua erano un’anima unica in due corpi; perciò avevo in orrore la vita poiché non volevo vivere dimezzato” (4, 6, 2).
E’ un vincolo che nel fedele si trasforma nella philadelphía, cioè nella fraternità cristiana. Pensiamo al rapporto intenso di sant’Ambrogio con i fratelli carnali Satiro e Marcellina. San Bernardo scrive al riguardo cose molto fini anche dal punto di vista psicologico non solo nei suoi Sermoni sul Cantico, ma anche nel suo epistolario. A Ermengarda, già contessa di Bretagna, confessa: “Il mio cuore è al colmo della gioia quando so che il vostro è in pace; la vostra soddisfazione genera la mia; quando il vostro animo sta bene, il mio si sente pieno di salute […]. Provo sempre gioia maggiore a venire da voi, perché preferisco vedervi anche solo di quando in quando piuttosto che non vedervi del tutto” (Lettera 117). Al contrario, il padre della Chiesa di Cappadocia, san Basilio (IV secolo), nelle sue Costituzioni monastiche sarà severo denunciando il rischio di amicizie particolari e del formarsi di gruppi, capaci di frazionare la vita comunitaria.
E’ necessario, in verità, conservare l’equilibrio tra le due esigenze. E’ legittimo il comporsi di un dialogo personale, di un collegamento più ristretto di ideali e di sintonie, purché non degeneri in esclusivismo e in grettezza e gelosia. Lo scrittore monastico Giovanni Cassiano (IV secolo) nelle sue Conferenze spirituali distingue tra l’agápe, l’amore sempre e a tutti necessario, anima dell’esistenza personale e comunitaria, e la diáthesis, che è l’amicizia (o “carità affettiva”) rivolta a coloro con i quali si ha un legame più diretto. L’elemeno capitale nell’amicizia cristiana è appunto il riconoscimento che è essa è un riflesso dell’amicizia di Dio per ogni sua creatura e del Cristo per i suoi discepoli. E’ per questo che lo scrittore spirituale medievale inglese Aelredo di Rievaulx (1109-1167) nel suo classico scritto L’amicizia spirituale è convinto che nella relazione amicale perfetta “l’uomo mediante l’amico diventa amico dell’Uomo-Dio”.
L’amicizia è un gradino della scala dell’amore per Dio; nel viso dell’amico si riflette il volto di Cristo. E’ ciò che già san Pier Damiani (1007-1072), cardinale e celebrato autore di testi teologici, affermava scrivendo a un amico: “Portando gli occhi sul tuo viso, a te che mi sei caro, io elevo il mio sguardo a colui che io desidero di raggiungere unito a te” (Lettera 2,12). Si configura, così, quell’amicizia spirituale o mistica che di sua natura s’irradia nell’altra dimensione, quella ecclesiale e sociale. Anzi, l’amicizia deve diventare – come spesso si sottolinea nei documenti del Concilio Vaticano II – una modalità di apostolato; l’evangelizzazione dev’essere sostenuta da un simile atteggiamento; la comunità ecclesiale deve più spesso coltivare al suo interno relazioni d’amicizia; il celibato e la verginità del sacerdote e dei consacrati non vengono appannati, ma sostenuti da una corretta amicizia sia con i confratelli e le consorelle sia all’esterno, con il popolo di Dio; i gruppi e i movimenti ecclesiali hanno in questa linea un modo per esprimersi e per operare efficacemente, premurandosi però di evitare esclusivismo e integralismi.
Potremmo definire l’amicizia come un carisma personale, dato però – come tutti i carismi – per il bene comune e animato dall’amore. Come si legge nell’Imitazione di Cristo: “Non devi volere che qualcuno sia tutto preso nel suo cuore da te o che il tuo cuore sia tutto preso dall’amore di qualche persona; ma fa’ che, sia in te sia in ogni altra persona giusta, regni Gesù” (2, 8, 3). E’ proprio per questa natura “aperta” che l’amicizia deve avere anche un rilievo sociale e politico. E’ ciò che ha messo in luce in modo provocatorio il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt (1888-1985), attento anche alle questioni teologiche (Teologia politica del 1922 e Teologia politica II del 1970). Nella sua opera Il concetto del politico (1927) Schmitt ha individuato la componente strutturale della politica proprio nella relazione di opposizione “Freund-Feind”, “amico-nemico” (così come il rapporto “buono-cattivo” caratterizza l’etica e il “bello-brutto” l’estetica). La politica è una relazione che si instaura tra gli uomini nel momento in cui scatta la possibilità di un conflitto: il nesso politico originario è fondato sull’associazione e sulla dissociazione che si basano sull’amicizia e sull’inimicizia. Ma Schmitt va oltre e vuole precisare su base evangelica il suo presupposto, rimandando a Mt 5,44: “Amate i vostri nemici”.
Egli, però, fa notare che il testo greco usa il termine echtrós, in latino inimicus, l’avversario personale, e non polémios, cioè hostis, il nemico pubblico. La distinzione, a suo avviso, è rilevante. Il nemico politico (hostis) non è colui per il quale nutriamo odi privati (cioè l’inimicus), bensì colui con il quale combattiamo una guerra. Gesù si limiterebbe, perciò, a invitare all’amore che perdona il nemico personale, l’inimicus, come per certi versi suggerivano i precetti epicurei o aristotelici.
Ben diversa sarebbe la questione riguardante l’hostis, il nemico sociale, nei cui confronti – sempre secondo Schmitt – è legittimo intraprendere l’azione bellica che la politica e il diritto non possono e non devono escludere o giudicare, ma solo regolamentare. E’ su questa dialettica tra amici e nemici che le comunità nazionali regolano all’interno e all’esterno la loro storia politica.
Lasciando tra parentesi la discussione su questa visione, facciamo notare che l’interpretazione del passo evangelico non è fondata né filologicamente né ideologicamente. Da un lato, infatti, il greco biblico (e quello tardo) non conosce la distizione lessicale evocata da Schmitt e sotto il termine echtrós colloca sia l’avversario privato sia il nemico pubblico. D’altro lato, poi, la prospettiva del Discorso della Montagna è di taglio radicale e totale, proponendo un modello che spezza e supera proprio quel realismo politico caro a Schmitt sulla scia di Machiavelli. Nella proposta di Cristo la tensione è verso la pienezza dell’amore che va oltre la giustizia retributiva in ogni ambito, privato e comunitario, e si protende all’infinito amore di Dio, come si ribadisce nel prosieguo della frase sull’amore per i nemici: “affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni e fa piovere sui giusti come sugli empi” (Mt 5,45).
Concludiamo la nostra breve riflessione su questa realtà umana così preziosa (e fragile) con una battuta presente in un saggio sull’amicizia del filosofo americano Ralph Waldo Emerson (1803-1882): “L’unico modo per avere un amico è essere un amico”. Detto in altri termini, la vera amicizia è reciproca, essendo uno dei tanti volti dell’amore. E l’amore esige donazione e non solo possesso, è dono ricevuto ed è impegno verso l’altro. Non per nulla il poeta latino Orazio nelle sue Odi (1, 3, 8) definiva l’amico come animae dimidium meae (“metà dell’anima mia”), definizione di stampo “nuziale” perché amicizia e amore, come si diceva, attingono alla stessa sorgente, pur avendo poi percorsi autonomi.

[Tratto da Gianfranco Ravasi, “Vivere nell'amore. Amatevi gli uni gli altri” (Edizioni San Paolo)]

 

DAVID KNEELING IN PRAYER

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Publié dans:immagini sacre |on 10 juin, 2015 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – CANTICO CFR FIL 2, 6-11 – CRISTO SERVO DI DIO (2005)

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° giugno 2005

CANTICO CFR FIL 2, 6-11 – CRISTO SERVO DI DIO

Primi Vespri della Domenica della 3a Settimana

1. In ogni celebrazione domenicale dei Vespri la liturgia ci ripropone il breve ma denso inno cristologico della Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-11). È l’inno ora risuonato che consideriamo nella sua prima parte (cfr vv. 6-8), ove si delinea la paradossale «spogliazione» del Verbo divino, che depone la sua gloria e assume la condizione umana.
Cristo incarnato e umiliato nella morte più infame, quella della crocifissione, è proposto come un modello vitale per il cristiano. Questi, infatti, – come si afferma nel contesto – deve avere «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (v. 5), sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità.
2. Egli, certo, possiede la natura divina con tutte le sue prerogative. Ma questa realtà trascendente non è interpretata e vissuta all’insegna del potere, della grandezza, del dominio. Cristo non usa il suo essere pari a Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza come strumento di trionfo, segno di distanza, espressione di schiacciante supremazia (cfr v. 6). Anzi, egli «spogliò», svuotò se stesso, immergendosi senza riserve nella misera e debole condizione umana. La «forma» (morphe) divina si nasconde in Cristo sotto la «forma» (morphe) umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dal limite e dalla morte (cfr v. 7).
Non si tratta quindi di un semplice rivestimento, di un’apparenza mutevole, come si riteneva accadesse alle divinità della cultura greco-romana: quella di Cristo è la realtà divina in un’esperienza autenticamente umana. Egli è veramente il «Dio-con-noi», che non si accontenta di guardarci con occhio benigno dal trono della sua gloria, ma si immerge personalmente nella storia umana, divenendo «carne», ossia realtà fragile, condizionata dal tempo e dallo spazio (cfr Gv 1,14).
3. Questa condivisione radicale della condizione umana, escluso il peccato (cfr Eb 4,15), conduce Gesù fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza e caducità, la morte. Questa non è, però, frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: essa nasce dalla scelta di obbedienza al disegno di salvezza del Padre (cfr Fil 2,8).
L’Apostolo aggiunge che la morte a cui Gesù va incontro è quella di croce, ossia la più degradante, volendo così essere veramente fratello di ogni uomo e di ogni donna, costretti a una fine atroce e ignominiosa.
Ma proprio nella sua passione e morte Cristo testimonia la sua adesione libera e cosciente al volere del Padre, come si legge nella Lettera agli Ebrei: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8).
Fermiamoci qui nella nostra riflessione sulla prima parte dell’inno cristologico, concentrato sull’incarnazione e sulla passione redentrice. Avremo occasione in seguito di approfondire l’itinerario successivo, quello pasquale, che conduce dalla croce alla gloria.
4. Concludiamo la nostra riflessione con un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto che fu Vescovo di Ciro, in Siria, nel V secolo: «L’incarnazione del nostro Salvatore rappresenta il più alto compimento della sollecitudine divina per gli uomini. Infatti né il cielo né la terra né il mare né l’aria né il sole né la luna né gli astri né tutto l’universo visibile e invisibile, creato dalla sua sola parola o piuttosto portato alla luce dalla sua parola conformemente alla sua volontà, indicano la sua incommensurabile bontà quanto il fatto che il Figlio unigenito di Dio, colui che sussisteva in natura di Dio (cfr Fil 2,6), riflesso della sua gloria, impronta della sua sostanza (cfr Eb 1,3), che era in principio, era presso Dio ed era Dio, attraverso cui sono state fatte tutte le cose (cfr Gv 1,1-3), dopo aver assunto la natura di servo, apparve in forma di uomo, per la sua figura umana fu considerato come uomo, fu visto sulla terra, con gli uomini ebbe rapporti, si caricò delle nostre infermità e prese su di sé le nostre malattie» (Discorsi sulla provvidenza divina, 10: Collana di testi patristici, LXXV, Roma 1988, pp. 250-251).
Teodoreto di Ciro prosegue la sua riflessione, mettendo in luce proprio lo stretto legame sottolineato dall’inno della Lettera ai Filippesi fra l’incarnazione di Gesù e la redenzione degli uomini. «Il Creatore con saggezza e giustizia lavorò per la nostra salvezza. Poiché egli non ha voluto né servirsi soltanto della sua potenza per elargirci il dono della libertà né armare unicamente la misericordia contro colui che ha assoggettato il genere umano, affinché quegli non accusasse la misericordia d’ingiustizia, bensì ha escogitato una via carica di amore per gli uomini e al contempo adorna di giustizia. Egli infatti, dopo aver unito a sé la natura dell’uomo ormai vinta, la conduce alla lotta e la dispone a riparare alla sconfitta, a sbaragliare colui che un tempo aveva iniquamente riportato la vittoria, a liberarsi dalla tirannide di chi l’aveva crudelmente fatta schiava e a recuperare la primitiva libertà» (ibidem, pp. 251-252).

PAPA FRANCESCO – (ALLORA BISOGNA FARE COME SAN PAOLO…) 15 giugno 2013

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PAPA FRANCESCO – (ALLORA BISOGNA FARE COME SAN PAOLO…)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

La fretta del cristiano

Sabato, 15 giugno 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 137, Dom.16/06/2013)

La vita cristiana deve essere sempre inquieta e mai tranquillizzante e certo non è «una terapia terminale per farci stare in pace fino al cielo». Allora bisogna fare come san Paolo e testimoniare «il messaggio della vera riconciliazione», senza preoccuparsi troppo delle statistiche o di fare proseliti: è «da pazzi ma è bello», perché «è lo scandalo della croce». Il Papa è tornato a parlare di riconciliazione e di ardore apostolico nell’omelia della messa celebrata questa mattina, sabato 15 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Base della riflessione del Pontefice sono state, come di consueto, le letture del giorno, in particolare la seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (5, 14-21), «brano — ha detto — un po’ speciale perché sembra che Paolo parta in quarta. È accelerato, va proprio con una certa velocità. L’amore di Cristo ci possiede, ci spinge, ci preme. È proprio questa la velocità che ha Paolo: quando vede l’amore di Cristo non può rimanere fermo». Così san Paolo è davvero un uomo che ha fretta, con «l’affanno per dirci qualcosa d’importante: parla del sì di Gesù, dell’opera di riconciliazione che ha fatto Gesù e anche dell’opera di riconciliazione» di Cristo e dell’apostolo.
Papa Francesco ha fatto anche notare come nella pagina paolina «per cinque volte si ripeta la parola riconciliazione. Cinque volte: è come un ritornello». Per dire con chiarezza che «Dio ci ha riconciliati con lui in Cristo». San Paolo «parla anche con forza e con tenerezza quando dice: io sono un ambasciatore in nome di Cristo». Poi Paolo, nel proseguire il suo scritto, sembra quasi inginocchiarsi per implorare: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» ed è come se dicesse «abbassate la guardia» per lasciarvi riconciliare con lui.
«La fretta, la premura di Paolo — ha affermato ancora il Pontefice — mi fa pensare a Maria quando, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, parte in fretta per aiutare sua cugina. È la fretta del messaggio cristiano. E qui il messaggio è proprio quello della riconciliazione». Il senso della riconciliazione non sta semplicemente nel mettere insieme parti diverse e lontane tra loro. «La vera riconciliazione è che Dio in Cristo ha preso i nostri peccati e si è fatto peccato per noi. E quando noi andiamo a confessarci, per esempio, non è che diciamo il peccato e Dio ci perdona. Noi troviamo Gesù Cristo e gli diciamo: questo è tuo e io ti faccio peccato un’altra volta. E a lui piace, perché è stata la sua missione: farsi peccato per noi, per liberarci».
È questo «il mistero che faceva andare avanti Paolo con zelo apostolico, perché è una cosa tanto meravigliosa: l’amore di Dio che ha consegnato suo figlio alla morte per me. Quando Paolo si trova davanti a questa verità dice: ma lui mi ha amato, è andato alla morte per me. È questo il mistero della riconciliazione». La vita cristiana — ha spiegato ancora il Pontefice — «cresce su questo pilastro e noi un po’ la svalutiamo» quando la riduciamo al fatto che «il cristiano deve fare questo e poi deve credere in quello». Si tratta invece di arrivare «a questa verità che ci muove, a questo amore che è dentro la vita cristiana: l’amore del Padre che in Cristo riconcilia il mondo. È Dio infatti che riconcilia a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola di riconciliazione. Cristo ci ha riconciliato. E questo è l’atteggiamento del cristiano, questa è la pace del cristiano».
I filosofi «dicono che la pace è una certa tranquillità nell’ordine. Tutto ordinato, tranquillo. Quella non è la pace cristiana. La pace cristiana — ha insistito Papa Francesco — è una pace inquieta, non è una pace tranquilla. È una pace inquieta che va avanti per portare questo messaggio di riconciliazione. La pace cristiana ci spinge ad andare avanti e questo è l’inizio, la radice dello zelo apostolico».
E secondo Papa Francesco «lo zelo apostolico non è andare avanti per fare proseliti e fare statistiche: quest’anno sono cresciuti i cristiani in tal Paese, i movimenti. Le statistiche sono buone, aiutano, ma fare proseliti non è quello che Dio più vuole da noi. Quello che il Signore vuole da noi — ha precisato — è proprio l’annuncio della riconciliazione, che è il nucleo del suo messaggio: Cristo si è fatto peccato per me e i peccati sono là, nel suo corpo, nel suo animo. Questo è da pazzi, ma è bello: è la verità. Questo è lo scandalo della croce».
Il Papa ha concluso la sua omelia chiedendo la grazia che il «Signore ci dia questa premura per annunciare Gesù; ci dia la saggezza cristiana, che nacque proprio dal suo fianco trafitto per amore». E «ci convinca anche che la vita cristiana non è una terapia terminale per stare in pace fino al cielo. La vita cristiana è sulla strada, sulla vita, con questa premura di Paolo. L’amore di Cristo ci possiede, ci spinge, ci preme. Con questa emozione che si sente quando uno vede che Dio ci ama». 

Crucifixion

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Publié dans:immagini sacre |on 9 juin, 2015 |Pas de commentaires »

ELEZIONE E GELOSIA (SAN PAOLO – CRISTIANESIMO ED EBRAISMO)

http://www.nostreradici.it/lu_centrale1.htm

ELEZIONE E GELOSIA (SAN PAOLO – CRISTIANESIMO ED EBRAISMO)

Probabilmente fu l’Assemblea Jamnia che, nell’anno 90, allontanò dalla Sinagoga gli Ebrei che erano diventati discepoli di Cristo. Molto tempo prima, nel 50 o 60 A.D., Paolo di Tarso cercò di suscitare « gelosia » nei suoi fratelli Farisei contro i pagani che invece erano seguaci del Messia. Come egli scrisse ai Romani (11,14) « egli sperava di eccitare quelli della sua razza alla gelosia »
Con i suoi scritti egli ci suggerisce di emulare gli ebrei nella fedeltà alla elezione operata dal Dio vivente. La « gelosia » che Paolo esige non è l’invidia arrogante ed omicida, non si tratta dell’invidia assassina che si impadronì dei figli di Giacobbe nei confronti del loro fratello Giuseppe (Genesi 37), ma la divina gelosia che costituisce l’aspetto ardente della predilezione d’amore. Per l’apostolo Paolo, essa costituisce addirittura la chiave di lettura per la storia, per l’elezione, per il Patto, per la salvezza: « riserbare l’eletto » come « resto » per la « riconciliazione del mondo ». In questo « resto » e nel « mettere da parte » le Scritture, specialmente i Profeti Isaia (11,1; 60,21) e Daniele (11,7) ci rivelano l’azione di Dio del tagliare e prendere un germoglio proveniente dalla santa radice, per riconciliare il mondo e guidarlo dalla morte alla vita (cf. Romani 11,15)
Il duplice significato del termine gelosia nella Bibbia dove si descrive e l’umana presunzione e la premura divina nei confronti dell’uomo, ci induce ad una doppia lettura della Scrittura e ad un doppio comportamento nei confronti della Storia.
Tra gli uomini la gelosia è la parodia dell’amore, che ha lo scopo di legare e, alla fine, allontana. La gelosia di Dio è testimonianza dell’assolutezza nell’amore, di preferenza nella scelta, di intransigenza nella fedeltà, persino qualora si fosse abbandonati. L’umana gelosia vuole distruggere l’oggetto dell’amore; la gelosia di Dio supera la punizione e alla fine ristabilisce la vita eterna.
Quello che accadde tra Ebrei e Cristiani durante i passati 20 secoli è tragedia di umana gelosia che assunse l’aspetto di divina gelosia. Questo fervore geloso, che era troppo umano, assunse diversi aspetti a seconda che le parti in causa fossero Ebrei o Cristiani.
La gelosia Cristiana nei confronti di Israele prese molto rapidamente la forma di una rivendicazione di una eredità: liberandosi semplicemente dell’altro che è così vicino eppure così diverso. La sostituzione di Giacobbe con Esaù – il figlio più giovane con il più vecchio – fu usata come giustificazione. Ma allora cosa dire di Giuseppe, che i suoi fratelli pretendono di assassinare? Essi volevano far sparire il più giovane così da trattenere per sé il privilegio dell’amore del proprio padre. E così chi si identifica in queste figure bibliche?
Parecchie parabole di Gesù trattano dell’eredità e della sua appropriazione. Una di queste storie è particolarmente sinistra. È il caso dell’assassinio del diletto Figlio, il più grande ed unico, giacché il primogenito è per definizione l’unico. Questa parabola (Marco 12, 1-12) si riferisce all’omicidio di questo Figlio ad opera di coloro ai quali era stato chiesto soltanto di prendersi cura della vigna. Il punto è che loro vogliono impadronirsene. A chiunque ascolti questa storia oggi, il suo significato appare sorprendentemente ambivalente, in quanto può essere interpretato come premonitore dell’assassinio di Gesù o di Israele, l’unico Figlio.
I pagani diventati Cristiani ebbero accesso alle Sacre Scritture ed alle celebrazioni ebraiche. Ma l’invidia, atteggiamento troppo umano, li indusse ad escludere ed estromettere gli Ebrei. Nei loro primi tentativi di evangelizzazione, gli apostoli Pietro e Paolo intesero dividere con i pagani la grazia ricevuta dalla gente ebraica. Con la celebrazione dell’adempimento delle promesse del Messia, i primi apostoli generosamente avevano concesso ai pagani di mantenere una diversa condizione (Atti 15, 5-35) insieme con gli Ebrei. Ma il numero e la potenza dei pagani ammessi alla Chiesa del Messia sconvolse l’ordine rovesciato di distribuzione della salvezza. Questo movimento mirava a privare l’esistenza giudaica dei suoi concreti, carnali e storici contenuti, arrivando a considerare la vita della Chiesa fino alla storia più recente, come il compimento ultimo della speranza e della vita ebrea. Così fu sviluppata la teoria della sostituzione.
Quando si parla di Ebrei e non-Ebrei, Paolo ha affermato: « Non esistono Ebrei e Greci, schiavi e liberi, maschi e femmine » (Lettera ai Galati 3,28 – Cf. anche 1Corinzi 12,13). Egli non ignorava l’oneroso tempo storico e l’attesa. Ma in questa abbagliante prospettiva egli annunciava il compimento del disegno di Dio e l’assunzione di tutti alla gloria della benedizione. « Gli Ebrei » e « le Nazioni » sono categorie bibliche. E allora dove sono i Cristiani? L’antica eloquenza distingueva tra Cristiani Ebrei e Cristiani Gentili. Possiamo reperire tracce di ciò nel vecchio mosaico romano di S. Sabina (422-430 A.D.).
Si possono vedere due figure su entrambi i lati della consacrazione: sono anziane donne velate con in mano un libro e sotto, rispettivamente, questa didascalia: « Ecclesia ex circumcisione – la Chiesa della circoncisione » e « Ecclesia ex gentibus – la Chiesa dei gentili ».
La Chiesa della circoncisione sopravvisse come poté. Ma allorché Costantino garantì ai Cristiani una tolleranza che equivaleva ad un riconoscimento della cristianità nella vita dello stato ed il cristianesimo divenne la religione dell’Impero, gli Ebrei furono brutalmente respinti. Questa era una maniera semplicistica e brutale per negare alla redenzione il tempo e il travaglio del parto che essa richiede, tenendo conto del tempo necessario al suo completamento « un’ora o un giorno nessuno lo sa » (Matteo 24,36). La mitologia della sostituzione del popolo Cristiano al posto del popolo Ebreo favorì una segreta, inestinguibile invidia legittimando la captazione dell’eredità d’Israele, di cui possono essere offerti innumerevoli esempi [4]
Questa rivalità tra fratelli costituì una particolare svolta nei rapporti tra Ebrei e Cristiani durante il Medioevo e persino in tempi moderni [5]. I dotti sapevano che le Sacre Scritture furono ricevute dagli ebrei, ed anche la Rivelazione e, persino in maniera più essenziale, la fonte di salvezza. Nell’antichità parecchi teologi cristiani appresero la lingua ebraica in modo da leggere la Bibbia nella sua lingua originale e raccogliere dai rabbini l’insegnamento delle tradizioni più antiche.
Ma contemporaneamente, l’invidia aggiunse agli scontri con gli Ebrei, che non accettavano Gesù come Messia, ulteriori pregiudizi. Questa invidia indusse molti cristiani a partecipare a polemiche appassionate, che alla fine alimentarono l’anti-semitismo, preparando le sue sanguinarie, tragiche manifestazioni con le infami calunnie di assassini rituali come con parecchie altre orribili menzogne che hanno contraddistinto il nostro secolo, come « il protocollo dei savi di Sion » e la letteratura antisemita
Si può dire che molti Ebrei ricambiarono e risposero con uguale ostilità. [6] Quei Cristiani erano solo gentili! Le loro rivendicazioni senza fondamento! Tutto quello che li riguardava e li sfiorava rientrava nella categoria dell’impurità. Comportamento sensato, a quel tempo e nella situazione di esilio in cui si trovavano, sarebbe stato di ignorarli e di rigettarli nello stesso vuoto spirituale degli altri pagani: perché, pensavano gli Ebrei, la cristianità più di ogni altra religione non-ebrea avrebbe diritto a qualche speciale considerazione?
Tutto ciò che peculiarmente rappresentava la fede cristiana poteva solo essere compreso come foriero di violenza e morte, le cui vittime erano gli Ebrei. I relativi simboli non avrebbero potuto più significare in alcun modo misericordia, perdono o amore. Essi erano soltanto orribili disegni che era meglio non guardare, nemmeno degni di essere pensati o menzionati, in quanto presentimenti di morte e di suprema empietà!
Tuttavia questo parallelismo circa gli atteggiamenti spirituali cristiani ed ebrei non potrebbe essere sviluppato oltre, poiché l’equilibrio politico era vistosamente impari. La reciprocità per ciò che attiene la mancanza di comprensione e disprezzo è eloquente. Ciò che è significativo sono le affinità e le contraddizioni che possono essere scorte nel rapporto sia degli Ebrei che dei Cristiani con la storia universale.

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