Archive pour juin, 2015

Saint Paul, Shipwrecked On The Island Of Melita (Malta)

Saint Paul, Shipwrecked On The Island Of Melita (Malta) dans immagini sacre painting1

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Publié dans:immagini sacre |on 15 juin, 2015 |Pas de commentaires »

LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

http://www.collevalenza.it/Riviste/2007/Riv0807/Riv0807_05.htm

LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

« Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione » (2Cor 1,3-4)
(seguito)
3.1.2 – Galati 1,13-17

Il testo fondamentale in cui Paolo descrive l’incontro di Damasco è la lettera ai Galati:
« Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco » (Gal 1,13-17).
L’esperienza della svolta di Damasco è vergata con poche ed incisive pennellate, che ci introducono nella consapevolezza che Paolo ha di questo evento, dopo quasi una ventina di anni dal suo accadere storico.
Paolo non ha pudore di ripresentarsi ai Galati come quel persecutore della Chiesa di Dio, che imperversava fieramente sui cristiani, convinto come era della sua giustizia derivante dall’osservanza della Torah (cfr. Gal 1,13-14).
« Ma »9 Paolo piega le ginocchia del suo cuore, entrando nuovamente in quella «dimensione contemplativa della vita», che gli permette di sentire e gustare la elezione e la scelta divina nella sua esistenza.
Dio ha usato il suo «bâhar» (= scegliere) e Paolo lo riconosce e lo sperimenta fin dai primi momenti della vita biologica, nel seno di sua madre: è stato conquistato da Gesù Cristo, sedotto, ghermito da Gesù Cristo. Si sente ed è, come Geremia10, realmente e, quasi ontologicamente, violentato, appagato e sublimato dall’amore amico e seducente di Gesù: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20).
Paolo non potrebbe essere quello che è , se non fosse oggetto-soggetto di questo reciproco amore « passionale »? non solamente emotivo, e quindi necessariamente fugace e destinato a volatilizzarsi ? ma di un amore, che vuole come coprotagonisti due cuori, due « Io profondo », che trovano nell’essere oblativamente l’uno nell’altro l’unica ragione di vita e di sussistenza.
È la logica dell’Amore, cantato e celebrato dal Cantico dei Cantici, è la logica dell’amore di sempre del Dio fedele, che in tutta la storia della salvezza assume i connotati e la valenza di un amore sponsale11, seducente e tenero, verso ogni uomo, maschio e femmina, chiamato dall’eternità ad essere un unico ed irripetibile partner del Dio Trinità, Amore esuberante e centrifugo, perché centripeto.
La chiamata di Dio è un dono gratuito – Paolo lo sottolinea: «diά th̃V cάritoV» – che lo porta ad essere l’oggetto di una vera e propria rivelazione e di un compiacimento del Padre12. Questa rivelazione permette a Paolo di approfondire e discernere meglio il suo «mistero»: il Figlio del Padre in lui, come una realtà personale in perenne e progressivo stato evolutivo di crescita, che porta l’Apostolo delle genti alla propria pienezza attraverso la capacità di riconoscimento del significato profondo dell’evento di Damasco per la salvezza degli uomini e del mondo (« perché lo annunziassi ai pagani »At 1,17).
Il racconto dell’episodio di Damasco, così come Paolo lo rievoca e lo dona ai Galati, ci fa edotti di come il pellegrinaggio formativo al discernimento delle vie di Dio ha sicuramente avuto un notevole incremento dal profondo sconvolgimento apportato dalla luce di Damasco sulla vita ed i pensieri del «fiero persecutore della Chiesa». Sicuramente in questa pericope di Galati Paolo vuole fare riferimento al momento che ha reso il cittadino di Tarso un’altra persona. Questa rivelazione sperimentata da Paolo vicino Damasco ha fatto di lui un uomo nuovo e differente: egli diviene da un non-credente un credente, diviene, cioè, una persona nuova. La sequela di Paolo fu, in realtà così, una continua e sempre più approfondita comprensione di Cristo, a partire da questo suo originale, immediato e straordinario cambiamento.
3.1.3 – 1° Lettera ai Corinti 9,1-2
Nella prima lettera ai Corinti c’è un brevissimo accenno alla sua vocazione:
« Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? Anche se per altri non sono apostolo, per voi almeno lo sono; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore » (1Cor 9,1-2)
Paolo parla di sé, delle sue scelte, della sua esistenza, tutto orientato alla causa del vangelo, come servitore del messaggio cristiano. E questo non per sua iniziativa, ma perché afferrato e sequestrato da una forza irresistibile e travolgente. Paolo è libero da tutto e da tutti, è apostolo a tutti gli effetti13 perché il Signore gli è apparso e perché la stessa comunità di Corinto è frutto della sua predicazione e quindi il Signore stesso, presente nella nascita e crescita della comunità corinzia, è il garante della sua apostolicità14.
3.1.4 – Filippesi 3,3-9
Nella lettera ai Filippesi, Paolo non parla chiaramente dell’evento di Damasco, ma descrive il modo in cui l’ha vissuto interiormente
« Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui:circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.
Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede » (Fil 3,3-9).
Nella prima parte di questa accorata e confidenziale descrizione autobiografica, fondamento strutturante l’esperienza del suo «hic et nunc», Paolo con trasparenza descrive le sue origini 15.
Paolo viene incontrato, ed incontra la luce del Risorto in una situazione personale, intrisa di Tradizione, impegno personale e giustizia, che lo rendono convinto e certo nel discernimento, che viene dall’economia della Legge, di poter interloquire « alla pari », « faccia a faccia », con il suo Dio ma « cade » dalle sue convinzioni e a causa di questo incontro con il Cristo Risorto rifiuta tutti gli antichi privilegi, i titoli tradizionali, stimandoli un inganno, una rovina. Tutto ciò che è apparente guadagno, « fumo e non sostanza », Paolo ha imparato e continua ad imparare che è « perdita ». Si verifica una radicale trasformazione dei valori nella logica del discernere ciò che è buono e portarlo ad un livello migliore. La Luce–Persona della strada di Damasco diviene il Pedagogo per il personale discernimento e la decisione di Paolo « per Cristo ».
Paolo reputa, giudica, considera tutto una perdita di fronte alla sublime conoscenza di Cristo, e queste cose sono, addirittura, ritenute skύbala16 (spazzatura). Tutto è « perdita » e « sterco » di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo. Conoscere Cristo, come siamo da lui conosciuti, per giungere a valutare e discernere le cose del mondo interiore ed esteriore come Gesù.
La fede nel Signore, incontrato sulla via di Damasco, ed il battesimo, come « vera circoncisione di Cristo » (Col 2,11), immersione nel mistero di morte e di risurrezione di Cristo, lo conducono a questa « sovraeminente » conoscenza, che è scienza non solamente razionale e teorica, ma vitale ed esperienziale: è conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, divenendogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti ( cfr. Fil 3,10-11)17.
Conoscere Cristo, sperimentare e penetrare nel mistero della Sua Persona, secondo la propria peculiarità, ancora non basta al cammino contemplativo e formativo di Paolo. C’è ancora un altro elemento di qualità da ottenere. « Essere trovato in Lui ». Un’espressione concisa, breve ma che vuole comunicarci l’essenzialità vitale dello « stare con lui ». È permettere a Dio, in Cristo, di donare al cristiano oltre al processo conoscitivo, intellettivo e volitivo, il tutto di Dio.
Siamo ad un livello che lambisce la realtà mistica. Paolo vuole dire che questo pellegrinaggio formativo per essere nel discernimento di Cristo è rispondere all’Amore di un Amico, che chiama a sé, che svela chi è, che dice il suo nome, che dona il suo cuore, che immola e mette nelle mani dell’uomo il suo essere, la sua vita, che garantisce la sua presenza amica, la sua attenzione di Risorto ed il suo affetto eterno: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (1 Cor 4,16; 11,1).
Paolo si propone come modello da imitare perché ha sperimentato l’Amore Misericordioso di Dio che lo ha tratto dal fango del peccato e della superbia perché possa raggiungere la mèta dimenticando il suo passato. Egli non si sente arrivato, ma è ancora in corsa e invita i suoi a partecipare e a impiegare tutte le proprie energie perché vincitore non è solamente chi arriva per primo, ma chiunque porta a termine la corsa18 (Cfr. Fil 3,13-14).
(segue)

9 Incontriamo una congiunzione avversativa di notevole importanza qualitativa, ben oltre il tenore avversativo dell’indole di questa congiunzione.
10 L’affinità semantica e terminologica tra katalambάnein, all’aoristo passivo in Fil 3,12, ed il verbo pâtah di Ger 20, 7a, ci appare almeno verosimile. «Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre…». La vicinanza esperienziale tra Geremia e Paolo è ancora più suggestiva nell’ottica della nostra ricerca. Infatti nel libro di Geremia troviamo 6 volte il verbo bâhan (=esaminare, provare), che è reso nella versione della LXX con il verbo «dokimάzein», che sarà il protagonista, quasi assoluto, del nostro studio circa l’insegnamento al discernimento cristiano in Paolo: Ger 6,27; 9,7; 11,20; 12,3; 17,10; 20,12. (Cf. G. THERRIEN Le discernement dans les écrits pauliniens, Paris 1973, nota 5, p.18 e pp.23-24.
11 Cfr. per esempio, alcune splendide pagine dell’allegoria matrimoniale nel libro del profeta Osea: Os 1-3.
12 Cfr. Il compiacimento del Padre su Gesù durante il Battesimo e la Trasfigurazione: Mt 3, 13-17 e 17,1-9.
13 Paolo e Luca hanno una diversa concezione della figura dell’apostolo e, di conseguenza, una diversa comprensione del suo compito e della sua missione. Mentre Paolo rivendica con forza il titolo di apostolo per la sua persona e la sua missione, Luca vede negli apostoli i garanti della continuità tra il Gesù terreno e il Kurios Risorto. Per Luca, gli apostoli sono i testimoni autorevoli della vita pubblica di Gesù e delle sue apparizioni fino all’Ascensione e, tra loro, non vi è Paolo; per lui, Paolo è il grande missionario dei gentili, scelto da Dio stesso per quest’opera. Nelle sue lettere Paolo ragiona diversamente. Presumibilmente, la scelta di Luca è una reinterpretazione di una tradizione paolina motivata da ragioni teologiche: il diffondersi delle prime eresie spinge a rimarcare l’identità del Risorto con il Gesù storico e Luca vi riconduce la stessa nozione di « apostolo » rendendola sinonimo della categoria evangelica dei « dodici ». A partire da Luca, ma diversamente da Paolo, si parlerà dei dodici apostoli. G. COLZANI, Convertirsi a Dio. Opera della grazia, scelta della persona, sfida per le chiese, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2004, 127.
14 Cfr. G. BARBAGLIO, Le lettere di Paolo, Borla, Roma 1980,I, 400-403.
15 «Circonciso l’ottavo giorno». Così come prescritto da Lev 12,3, portando nella sua carne il riverbero attualizzante della berit donata da Dio ad Abramo.
«Della stirpe di Israele». La qualificazione religiosa con la quale afferma la sua appartenenza al popolo eletto nella radice e nella continuità della lotta di Giacobbe con il suo Dio, che gli aveva appunto cambiato il nome in Israele (cf. Gen 32,23-33).
«Della tribù di Beniamino». Beniamino, il figlio più giovane di Giacobbe e Rachele e fratello di Giuseppe.Paolo sembra dirci che ha la gioiosa consapevolezza di avere e gustare anche una discendenza biologica e genetica con il figlio caro a Giacobbe insieme a Giuseppe.
«Ebreo da Ebrei». A livello culturale, e non solo religioso, figlio di ebrei e non semplicemente un giudeo ellenista.
«Fariseo quanto alla Legge». Appartenente al gruppo più osservante, a livello di rigore morale della Torah. Lo spirito del fariseismo portava i componenti di questa fazione a rappresentare in modo intransigente il baluardo dello jahvismo, non venendo a nessun tipo di compromesso di fronte alle richieste di novità, che derivavano dal confronto con l’ellenismo e la presenza del mondo romano.
«Quanto a zelo persecutore della Chiesa». La logica conseguenza del suo essere, visceralmente, compromesso con la Torah da non poter tollerare il sorgere di una realtà che, solo minimamente, potesse minare la stabilità monolitica della rivelazione e della tradizione jahvista.
«Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge». Paolo si dichiara e si riconosce intriso di questa tensione spirituale, che lo vede coinvolto completamente in quella serie di minuziosi comandamenti, di prescrizioni e di rituali che lo rendono giusto in quanto osservante scrupoloso ed attento.
16 Il sostantivo “skύbalon” è un hapax legomenon paolino. Il suo significato forte ed incisivo sta ad indicare tutto ciò che è il risultato ed il frutto del processo metabolico e fisiologico, ottenuto durante le peristalsi gastriche ed enteriche insieme al processo di assorbimento dei villi intestinali negli esseri viventi. Lo Zerwick lo traduce insieme alla Vulgata con « stercus ». (Analysis Philologica Novi Testamenti Graeci, 4a ed., Romae 1984, 443 : = ZERWICK).
17 Per Paolo non c’è conoscenza di Gesù se non nell’immedesimarsi al suo mistero di croce. Per lui è fondamentale il suo sperimentare anche ‘fisicamente’ la vicinanza di Gesù, sentire nella ‘sua pelle’ e nel profondo del suo intimo la portata amicale del darsi liberamente da parte di Cristo per la sua vita… perché lui possa vivere. Paolo conosce solo « Gesù e questi crocifisso » (1 Cor 2,2), non ha altro vanto (Gal 6,14), altro onore se non quello di completare nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore della sua chiesa (Col 1,24), e di chiedere che nessuno, d’ora in poi, gli provochi fastidi perché porta le stigmate di Gesù nel suo corpo (Gal 6,17 ).
18 Paolo sembra qui incarnare e rispecchiare l’esperienza di Gv 20, 2-9: la corsa del discepolo, amico del Verbo della vita, che vede e crede, e che qualche tempo dopo, potrà, nella sua tradizione, giungere ad esortare a «non prestare fede ad ogni ispirazione, ma a metterle alla prova per saggiare (= «dokimάzein») se veramente vengono da Dio» (1 Gv 4,1). Una corsa discernente, come quella di Ct 3, 1-4, verso il passaggio dell’amato del cuore, sapendolo cogliere risorto ed interpellante nella propria esistenza, e che invita sempre ad andare oltre i propri schemi, oltre le precomprensioni, oltre i piccoli orizzonti di una « tomba vuota », il passato, verso quell’ Infinito, il già e il non ancora, in cui il « si » di ogni persona deve incontrare il suo « si » per essere sempre più originale ed armonica « sinfonia della salvezza ».

SAN PAOLO MIGRANTE, APOSTOLO DELLE GENTI (cfr. Efesini 2, 19)

https://www.chiesacattolica.it/cci_new_v3/s2magazine/vedidocAreaRiservata.jsp?id_allegato=6704.

MIGRANTES FONDAZIONE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Spunti di riflessione
SAN PAOLO MIGRANTE, APOSTOLO DELLE GENTI

“Non più stranieri né ospiti ma della famiglia di Dio” (cfr. Efesini 2, 19)

Mons. Piergiorgio SAVIOLA
Direttore Generale Migrantes

Anche in occasione dell’Anno Paolino, che sta mettendo in luce la straordinaria ricchezza dell’Apostolo Paolo, potrà sembrare un po’ forzato presentarlo come migrante, quasi identificando questo suo particolare volto con quello dell’ “Apostolo delle Genti” (Rom 11, 13). Eppure non è difficile vedere riflessa proprio nella figura e nell’opera di lui non poche di quelle vicende esterne e soprattutto interiori che molti migranti, diciamo pure la grande maggioranza, vivono e soffrono sulla loro pelle.
È probabile che i migranti stessi non avvertano questa singolare corrispondenza e abbiano bisogno che qualcuno li introduca a scoprirla; ma, una volta scoperta, si farà forte in loro la voglia di scorrere le quattordici lettere di questo avventuriero di Cristo per le tante strade del mondo e quella sua biografica che è il libro degli Atti: proprio da queste fonti può avere conferma fino all’evidenza che lui, il migrante di oggi, può ritenere Paolo di Tarso suo compagno di viaggio. Ecco schematicamente alcuni tratti che fanno dell’Apostolo un migrante e per di più un apostolo dei migranti.
1 – Prima destinazione dei suoi viaggi apostolici, in particolare del primo viaggio, sono gli ebrei; prima tappa nelle tante città che attraversa è la sinagoga per l’incontro con quei figli di Abramo che una secolare diaspora aveva disseminato dalla Giudea e Galilea un po’ ovunque: questi ebrei sono i tipici emigranti di quel tempo e ad essi Paolo porta il primo annuncio del Vangelo. Qui cogliamo Paolo come apostolo per i migranti, e non per libera scelta, ma per un preciso disegno di Dio (cf. At 13, 46), presente anche in questo nuovo esodo, che è la diaspora nel mondo ellenista, non meno che nel primo esodo dall’Egitto o del secondo da Babilonia. Un pensiero molto incoraggiante per i migranti di oggi (poniamo naturalmente in primo piano i cristiani), perché trovano conferma che anche loro, figli della Nuova Alleanza, stanno vivendo una diaspora che rientra certamente nel piano provvidenziale di Dio, il quale non li guida da lontano ma da vicino. Anzi quanti scoprono che il loro migrare può diventare areopago di evangelizzazione, sentono riferito anche a sé il mandato missionario: “Andate in tutto il mondo. Sono con voi tutti i giorni” (Mc 16, 14; Mt 28, 20).
2 – Paolo, apostolo degli ebrei, è conosciuto, e si definisce lui stesso, soprattutto, come “Apostolo delle genti”. Se per raggiungere i suoi connazionali si fa migrante con i migranti, egli continua ad essere migrante anche per raggiungere la gente del posto, i popoli pagani. In tutte le tre fasi del suo programma di evangelizzazione lo si vede sempre in movimento, ha fatto della mobilità la sua regola di vita; solo il carcere gli dà qualche pausa. Qualche studioso ha cercato di fare il calcolo delle migliaia di chilometri che ha dovuto affrontare con i suoi piedi o con quei mezzi di fortuna che oggi ci è perfino difficile immaginare. Tale è la forza seducente della sua parola e del suo esempio che si trascina dietro collaboratori, migranti come lui: alcuni li colloca ad animare le giovani Chiese da lui fondate, altri li porta con sé, altri li manda avanti ad aprire altre strade al primo annuncio del Vangelo.
3 – Non si tratta di semplici spostamenti geografici; non basta cambiare sede o vestito o rapporti sociali per chi, “ebreo figlio di ebrei” (Fil 3, 5) si fa “tutto per tutti, per guadagnare a ogni costo qualcuno” (1 Cor 9, 22) e si sente “in debito verso i greci come verso i barbari… pronto ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete a Roma” (Rom 1, 14-15). È necessario cambiare usi e costumi, adattare modi di approccio e linguaggio, insomma un cambiamento che tocca l’intimo della propria identità etnica e culturale, è un incominciare sempre daccapo. È quello sforzo di inculturazione, che è comune a tutti i migranti: a loro per legittime esigenze di integrazione nella società, a lui per l’imperativo categorico: “Guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1 Cor 9, 16).
4 – E per il Vangelo ha da affrontare una serie interminabile di prove e di sofferenze: “viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericolo di briganti, pericolo dai miei connazionali,… pericoli nelle città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare,… disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete” e la filastrocca continua (2 Cor 11, 26). Chiediamoci quale risonanza possono avere queste parole in emigranti e profughi che fuggono dalla disperazione affrontando anche loro le stesse identiche prove, quei “pericoli nel deserto, pericoli sul mare”, sui quali anche Benedetto XVI ha lanciato un accorato allarme l’ultima domenica di agosto.
5 – Non c’è dunque artificio nel rilevare interessanti analogie tra la figura del grande apostolo e la condizione esistenziale di questi nostri fratelli, specialmente di coloro che soffrono in forma più acuta il dramma dell’esodo forzato. Però se ci fermiamo qui, rimaniamo ai margini del fondamentale messaggio paolino, che può fare particolarmente breccia nel cuore dei migranti, se formulato come segue: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2, 19). Non è questa di Paolo una parola vagamente consolatoria, un invito a pazientare nella sofferenza in attesa di tempi migliori. Questa lapidaria asserzione va oltre la stessa esortazione di Pietro a transitare per questo mondo come “stranieri e pellegrini” (1 Pt 1, 1) alla maniera degli antichi padri che “vivevano da stranieri e pellegrini sulla terra… e aspiravano a una patria migliore” (Eb 11, 13.16). Anche Paolo ricorda che la nostra patria è nei cieli e invita a guardare le cose di lassù non a quelle di questo mondo. Ma egli fa un audace passo avanti e assicura che quei cieli già li tocchiamo con mano: una realtà non del tutto futura e che già la si può pregustare in anticipo, perché non domani ma già oggi siamo concittadini dei santi e della famiglia di Dio.
È un messaggio di speranza per tutti i cristiani, ma chi fa oggi dura esperienza di essere uno straniero guardato con indifferenza e diffidenza, chi si sente tanto pellegrino da vedersi relegato al margine senza diritti di cittadinanza in una cosiddetta “società di accoglienza” (amara ironia!), le parole di Paolo aprono uno sconfinato orizzonte di speranza.
Il diacono Filippo chiese a quel famoso etiope: “Capisci queste cose?”, si sentì rispondere: “E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?” (At 8, 31). Fortunati quei migranti che hanno al fianco il missionario o il diacono pronti ad istruire sulla bella notizia evangelica, ripetuta così bene da S. Paolo; tanto più fortunati se si incontrano e si inseriscono in una comunità cristiana che fa veramente sperimentare che già ora “nella Chiesa nessuno è straniero”, come piaceva ripetere a Giovanni Paolo II. Fortunate anche queste comunità se, aprendo braccia e cuore ai migranti, sanno cogliere l’altro invitante messaggio del grande Pontefice scomparso: “A questo crescente spostamento di gente la Chiesa guarda con simpatia e favore, perché in esso scorge l’immagine di se stessa, popolo peregrinante”.

Publié dans:Paolo - migrante |on 15 juin, 2015 |Pas de commentaires »

Parable of the mustard seed

Parable of the mustard seed dans immagini sacre Mustard-Seed-Icon

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Publié dans:immagini sacre |on 12 juin, 2015 |Pas de commentaires »

COMMENTO A 2COR 5, 6-10 -

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COMMENTO A 2COR 5, 6-10 – DAL SITO TEMPO DI RIFORMA

Siamo sempre pieni di fiducia

« 6 Siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore 7 (poiché camminiamo per fede e non per visione); 8 ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore. 9 Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. 10 Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male » (2 Corinzi 5:6-10).

La prospettiva cristiana sulla vita e sulla morte influisce sul vostro vivere quotidiano? In che modo? La conoscenza del fatto (rivelato da Dio) che egli possedesse una dimora eterna in Cielo, permetteva all’Apostolo di avere un atteggiamento positivo verso le avversità presenti della vita, sia quelle che riguardavano il logoramento e la morte del suo corpo, che le difficoltà del suo ministero cristiano. Paolo, nonostante tutto, poteva dire: « Siamo sempre pieni di fiducia » (6a, 8a), l’opposto di « non ci scoraggiamo » (4:16). Non solo, quindi, quando le cose gli andavano bene, ma sempre.
La tranquillità e la forza dell’Apostolo sorgono in parte dal sapere che: « mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore » (6b). Alcuni greci di quei tempi traevano coraggio di fronte alla morte in forza della persuasione di possedere un’anima immortale. Altri, privi di speranze, confessavano la loro tristezza per la vanità della vita (1 Tessalonicesi 4:13). Paolo, invece, di fronte alla morte era sereno, anzi, se ne rallegrava, perché la dipartita da questo mondo non significa per lui altro che andare ad « abitare con il Signore » (8b) come chi può finalmente tornarsene a casa con i suoi cari. Questo mondo è, per così dire, per il cristiano, la città dove lavora, la città dove temporaneamente vive e lavora. Lì deve sicuramente impegnarsi, ma non è veramente « casa sua », là dov’è il suo cuore. Dov’è il vostro cuore? Dove si trova meglio « a casa »? In questo mondo, oppure anelate essere con la persona che più amate, cioè Cristo? Ecco perché Gesù stesso dice: « …fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore » (Matteo 6:20-21). Questo mondo è là dove, per così dire, siamo « emigrati ». La nostra « patria », però, è un’altra. Dei martiri della fede, la lettera agli ebrei dice: « Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra. Infatti, chi dice così dimostra di cercare una patria » (Ebrei 11:13-14). Un modo dualistico di pensare, una divisione fra « anima » e « corpo »? No, due « collocazioni » diverse, sia per l’anima che per il corpo, l’anima sì, ma un giorno con un corpo glorificato, come Cristo.
Che significa, però, essere « assenti dal Signore »? Per evitare equivoci Paolo aggiunge: « poiché camminiamo per fede e non per visione » (v. 7). « Camminare » è il percorso della vita cristiana e l’ambito, « il luogo » di questo cammino è la fede. In esso, infatti, ancora non vediamo chiaramente, non abbiamo che le primizie di che cosa ci è stato promesso. Le contraddizioni ed incertezze della vita cristiana non ci dissuadono dal procedere perché guardiamo non tanto al presente, quanto all’obiettivo finale. « …poiché camminiamo per fede e non per visione » (Ebrei 11:1). « Assenti dal Signore » qui è inteso non in termini relazionali, come se non fosse possibile qui la comunione con il Signore, ma spaziali. Oggi è come « uno scambio di lettere d’amore ». Un giorno saremo riuniti a Colui che ci ama e che noi amiamo. La morte fisica ci proietterà direttamente nella dimensione della presenza immediata del Signore, per questo Paolo può dire: « Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno » (Filippesi 1:21).
Mentre « camminiamo quaggiù » procedendo nella vita cristiana, i cristiani « si sforzano di essergli graditi » (v. 9), o meglio, aspirano a compiacere il Signore, si studiano di compiacergli in ogni maniera (« ci studiamo » Diodati e ND), sia in vita (attraverso la loro fiduciosa ubbidienza) che in morte (testimoniando fede e dignità). Questo non vuol dire cercare di guadagnarci il Suo favore (e quindi la salvezza) con il nostro comportamento, ma dimostrando con i fatti il nostro amore e la nostra gratitudine verso Colui che ci ha amato fino a dare per la nostra salvezza, la Sua vita per noi. Come? Osservando i Suoi comandamenti! « Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui » (Giovanni 14:21).
La seconda ragione per la quale l’Apostolo si studia di compiacere Cristo è la prospettiva di comparire al giudizio di Dio: « Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo ». Anche in questo caso non si tratta di « salvezza per opere », ma del fatto che l’impegno e la qualità dell’opera del cristiano sarà vagliata dal suo Signore, non perché se fallisce la prova sia respinto e perduto, ma perché il cristiano è chiamato all’eccellenza di quel che fa per la gloria di Dio. « Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, l’opera di ognuno sarà messa in luce … se l’opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco » (1 Corinzi 3:12-15). Il « noi tutti » sono i cristiani, coloro che si studiano di dimostrare la loro riconoscenza verso Dio, e il giudizio non è quello universale, infatti Gesù dice: « In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita » (Giovanni 5:24). Sarà l’incontro con il nostro Signore, « …allora ciascuno avrà la sua lode da Dio » (1 Corinzi 4:5). Ciò che facciamo intanto che siamo qui con il corpo è significativo, di esso siamo responsabili perché il nostro corpo ora è in volonteroso servizio di Dio: « Perché, come un tempo prestaste le vostre membra per essere serve dell’impurità e dell’iniquità per commettere l’iniquità, così ora prestate le vostre membra per essere serve della giustizia, per la santificazione » (Romani 6:19).
Infine, un ultima questione: quando moriremo, vi sarà un periodo temporaneo per noi di esistenza priva del corpo, dato che la nuova creazione sarà ancora da venire? Una sorta di « sonno dell’anima », come qualcuno si esprime? No: al momento della morte usciremo dall’attuale dimensione temporale per entrare nell’eternità di Dio in cui tutto è presente. Per quelli sulla terra il nuovo cielo e la nuova terra è nel loro futuro, ma per chi muore nel Signore, Egli stesso lo accoglie nell’eternità, là dove tutte le promesse di Dio si sono già realizzate. Chi muore in Cristo abita con il Signore, il Signore Gesù lo accoglie. Al ladrone sulla croce che Gesù salva, Egli dice: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca 23:43).

14 GIUGNO 2015 | 11A DOMENICA – T. O. – « IL REGNO DI DIO È COME UN UOMO…

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14 GIUGNO 2015 | 11A DOMENICA – T. ORDINARIO B | APPUNTI PER LA LECTIO

IL REGNO DI DIO È COME UN UOMO…

che getta il seme nella terra: dorma o vegli, il seme germoglia e cresce »
« Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, / che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso; / faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco » (Ez 17,24).
Queste parole del profeta mi sembra che diano il tono a tutta la Liturgia odierna, che in ogni sua parte esprime l’assoluta « sovranità » di Dio, il quale attua i suoi disegni nella storia in forma totalmente libera, senza lasciarsi condizionare dalle risposte, talvolta molto deludenti, dell’uomo: anzi, capovolgendone più frequentemente i progetti, proprio perché egli riconosca che Dio è « il primo e l’ultimo », cioè l’elemento decisivo del suo vivere e del suo agire.
È quanto risulterà in maniera esplicita dalle due piccole parabole di Marco sulla semina. Ed è quanto risulta anche dalla preghiera iniziale, in cui insieme alla Chiesa confessiamo la nostra impotenza a salvarci senza l’aiuto che viene dall’alto: « O Dio, fortezza di chi spera in te, ascolta benigno le nostre invocazioni; e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto, soccorrici con la tua grazia, perché fedeli ai tuoi comandamenti possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere ».

« Sono io, il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso »
Ma incominciamo dalla prima lettura, che ci propone una incisiva allegoria di Ezechiele a conclusione di una precedente, più diffusa allegoria (quella dell’aquila), in cui il profeta aveva adombrato la vicenda del re Sedecia, che Nabucodonosor, dopo la conquista di Gerusalemme, aveva posto al luogo di Ioiachin, da lui deportato in esilio a Babilonia (597 a.C.).
Se non che, Sedecia non fu fedele al « patto » giurato a Nabucodonosor e, per tentare una rivincita, si alleò segretamente con l’Egitto, che di fatto non gli fornì l’aiuto sufficiente. Per questo Dio lo punirà: « Com’è vero ch’io vivo, il mio giuramento che egli ha disprezzato, la mia alleanza che ha infranto li farò ricadere sopra il suo capo. Stenderò su di lui la mia rete e rimarrà preso nel mio laccio. Lo porterò in Babilonia e là lo giudicherò per l’infedeltà commessa contro di me… » (Ez 17,19-21).
Questa sarà allora la fine del regno di Giuda? E le « promesse » fatte a Davide, di un discendente che si sarebbe « seduto » per sempre sul suo trono, non andavano così dissolte e Dio non si trovava ad essere « infedele » a se stesso?
A queste difficoltà intende rispondere il profeta con l’allegoria propostaci oggi dalla Liturgia. Essa non si riferisce ad alcun personaggio storico concreto, ma delinea genericamente la futura èra messianica, in cui Dio avrà di nuovo l’iniziativa.
« Io prenderò dalla cima del cedro, / dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello / e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio, / lo pianterò sul monte alto d’Israele. / Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. / Sotto di lui gli uccelli dimoreranno, / ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà… » (Ez 17,22-24).
La forza dell’allegoria sta in un doppio elemento: primo, nella sproporzione fra il « ramoscello », che Dio spunta dalla vetta di un « cedro » altissimo e trapianta in terra di Palestina, e la crescita enorme di questo ramoscello, che diventerà a sua volta « cedro magnifico », più grande di tutti gli altri, tanto da diventare luogo di rifugio per tutti i « volatili » del cielo; secondo, nel fatto che il « cedro » non è propriamente un albero palestinese, crescendo esso soprattutto nel Libano. L’allegoria perciò vuol dire l’apertura del regno messianico alle « genti »: le false grandezze dei popoli e degli imperi si piegheranno davanti all’umile « regno » del Messia, che crescerà e si affermerà proprio in forza della sua umiltà: « Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, / che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso » (v. 24).
È Dio che conduce la storia, contrariamente a quanto l’autosufficienza umana ha sempre pensato, ed oggi in modo particolare pensa!

« La terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga »
La lezione si fa anche più pertinente e concreta nel brano di Vangelo; che rimanda anche letteralmente a Ezechiele quando, nella seconda parabola, parlando del granello di senapa dice che esso diventa arboscello tanto grande « che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra » (Mc 4,32).
Il brano è ripreso dal « discorso delle parabole », riferitoci da Marco (4,1-34), ed è notevolmente più breve rapportato a quello di san Matteo (cap. 13). Infatti contiene solo la parabola del seminatore (4,1-20), seguita da alcune sentenze paraboliche (vv. 21-25), più le due parabolette proposteci dalla Liturgia odierna.
« Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa… » (vv. 26-29).
Siamo davanti ad un piccolo quadro di vita agricola, che serve a chiarire l’atteggiamento spirituale dell’uomo di fronte al « regno », che ha una sua autonoma forza intrinseca. Si deve però cercare di fare equilibrio fra tutti gli elementi che compongono la parabola, per non forzarla a dire qualcosa di inesatto.
È indubbio, infatti, che l’accento è posto sulla vitalità interiore che il seme trova in se stesso e nella terra che l’accoglie per maturare e produrre frutto: che il seminatore « dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa » (v. 27).
Però, non è che il seminatore sia deresponsabilizzato: prima di tutto, egli deve « seminare » il grano e, nei limiti del possibile, dovrà anche stare attento a non sprecarlo gettandolo in « terreno » non adatto, come insegna già la prima parabola (4,1-20); in secondo luogo, dovrà lui stesso curare la « mietitura ». Pur affidando a Dio e alle leggi della natura la crescita misteriosa del seme, l’agricoltore deve fare la sua parte: più che l’inerzia gli si chiede la « speranza », che è sempre attiva e permette all’uomo di recuperarsi costantemente, anche quando il raccolto sembra tardare, o addirittura fallire.
Applicata al « regno di Dio », la parabola vuol sottolineare la maggior fiducia che l’uomo deve dare all’azione di Dio nella propria vita e nella storia, senza per questo venire meno allo sforzo quotidiano di corrispondere alla interiore forza dello Spirito nel nostro cuore.
È in questo modo che si può creare quell’equilibrio interpretativo, di cui sopra parlavamo, che rende alla parabola tutta la sua pregnanza: né un comodo quietismo davanti a Dio, che farebbe tutto; né un presuntuoso e febbricitante attivismo, che farebbe tutto dipendere dai nostri sforzi e dai nostri meriti, quasi che Dio debba ringraziarci perché lo aiutiamo a far bella figura!

« Quando il frutto è pronto, si mette mano alla falce »
L’ultimo versetto della parabola: « Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura » (v. 29), è ripreso da Gioele 4,13, dove però l’immagine esprime un giudizio negativo, di condanna, sui « popoli » che hanno avversato Israele. Più normalmente però, nella tradizione biblica, il simbolo della « mietitura » indica il tempo della gioia, della festa, motivato però sempre dal giudizio di Dio, che è intervento salvifico a favore dei poveri e degli oppressi contro i malvagi.
Qui è in questo secondo senso che l’immagine deve essere intesa: è la gioia dell’agricoltore che si esprime quando egli dà mano alla « falce » per raccogliere il frutto dei suoi sudori, non soltanto, ma anche di tante trepidazioni. È allora che la sua attesa e la sua speranza vengono premiate: è allora che egli si accorge che la sua fiducia in Dio e nelle forze « autogene » del regno non è stata mal riposta.

Il regno di Dio « è come un granellino di senapa »
La seconda parabola, del granello di senapa, contiene in parte lo stesso insegnamento e in parte lo supera. Anche qui assistiamo al fenomeno di una impressionante vitalità del « più piccolo fra tutti i semi », che, una volta affidato alla terra, trova dentro di sé la forza per crescere e dilatarsi. Nello stesso tempo, però, si vuol sottolineare il contrasto fra la piccolezza del seme e la grandezza della pianta, fra gli umili inizi e il termine glorioso, che evidentemente trova la sua spiegazione soltanto nella « potenza » di Dio.
« A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio, o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra » (vv. 30-32).
È evidente, proprio nell’ultimo versetto, lo sforzo di amplificazione dell’immagine: pur dicendo che il granellino di senapa diventa alla fine « più grande di tutti gli ortaggi », più correttamente di Matteo che parla di « vero albero » (13,32), esso « fa rami tanto grandi » da ospitare alla sua ombra « gli uccelli del cielo ». È l’allegoria di Ezechiele che viene ripresa, insieme a un tratto apocalittico di Daniele (4,7-9). Con questo è chiaro che l’evangelista intende sottolineare la sproporzione fra gli inizi e gli sviluppi ulteriori del regno, anche come diffusione geografica, oltre che come dinamismo interiore.

« Gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra »
A che cosa si riferiva Cristo quando raccontava questa parabola? Era la sua stessa esperienza che egli descriveva, quasi un autoritratto della sua persona e della sua azione salvifica: i suoi contemporanei non l’hanno compreso, anzi l’hanno respinto; il suo messaggio non ha avuto ascolto, anzi è sembrato fallire quel lontano venerdì santo quando gli uomini l’hanno crocifisso. Eppure, proprio quel legno arido è diventato il grande « albero », che ha ricoperto la terra per dare refrigerio e speranza agli estenuati dal caldo e dalla fatica!
Oltre alla sua esperienza, Gesù, o almeno l’evangelista, pensava anche a quella dei suoi discepoli e della Chiesa di tutti i tempi, che devono rivivere in se stessi la storia del Maestro: gli inizi saranno sempre umili e modesti, la crescita però sarà assicurata per la potenza di Dio, fino ad arrivare al compimento nella fase ultima.
« La parabola dunque è ancora un invito alla speranza e alla fiducia che si fondano non sui calcoli della probabilità o sulle previsioni della futurologia, ma nella fedeltà e potenza di Dio che si è manifestata nella storia. Nonostante gli umili inizi dell’azione di Dio per rendere manifesta e operante la sua giustizia e il trionfo della libertà nella persona e nell’opera di Gesù, la sua manifestazione finale condurrà tutta la storia umana nella piena giustizia e libertà ».
Non è pertanto un atteggiamento « trionfalistico » che le due parabole di Marco vogliono ingenerare nei credenti, come talvolta è avvenuto per il passato quando si è identificata la Chiesa con il « regno », e perciò si è pensato che la vittoria era già assicurata. È piuttosto un atteggiamento di umiltà e di fiducia nella potenza di Dio, che attuerà di certo il suo progetto di salvezza su di noi e sul mondo, a condizione però che sappiamo almeno deporre il nostro seme sul buon terreno e custodirlo da possibili invasioni di rapaci.

« Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi »
A questo senso di responsabilità personale, pur nell’incontestato primato da dare a Dio nella nostra vita, ci richiama anche il breve tratto di san Paolo, propostoci come seconda lettura. Trattando delle difficoltà che il ministero apostolico gli procura ogni giorno, egli si consola pensando ai beni eterni: « Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria », aveva detto poco prima (2 Cor 4,17).
Qui va addirittura più avanti, desiderando di terminare quanto prima il suo « esilio » terreno, rappresentato dal suo « rimanere » nel corpo, per abitare « presso il Signore »: « Siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore… » (2 Cor 5,6-10).
L’Apostolo, però, sa benissimo di esprimere solo un « desiderio », che solo il Signore può realizzare qualora lo voglia. Perciò ridimensiona il suo stesso « desiderio », affermando che quello che importa è, « sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi » (v. 9).
È all’impegno di ogni giorno che egli rimanda perché si realizzi in noi il « regno di Dio », senza evadere dalla storia. Bisogna solo vivere questa nostra esperienza terrena in modo che il Cristo « giudice » ci dia la giusta « ricompensa » davanti al suo « tribunale » (v. 10).
Sarà quello il tempo della « mietitura », quando il padrone della messe « metterà mano alla falce » e raccoglierà il frutto maturo e abbondante nei suoi granai, come ci ricordava sopra Marco (4,29). È allora che si celebrerà la grande festa della salvezza, nella gioia dell’intramontabile banchetto messianico.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

David and Jonathan

David and Jonathan dans immagini sacre david-and-jonathan

http://www.wikiart.org/en/cima-da-conegliano/david-and-jonathan

Publié dans:immagini sacre |on 11 juin, 2015 |Pas de commentaires »
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