Archive pour juin, 2015

DAL DE LAUDIBUS S. PAULI – SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

http://oodegr.co/italiano/tradizione_index/esortazioni/delaudibuscrisost.htm

DAL DE LAUDIBUS S. PAULI

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

Noi potremmo, se solo volessimo, vincere ogni resistenza della natura con la forza della volontà. Non c’è nulla di impossibile per gli uomini in ciò che Cristo ha ordinato; se infatti mettiamo tutto l’impegno di cui siamo capaci, anche Dio ci da insieme molto aiuto, e così diventeremo invincibili contro tutte le avversità. Non è degno di biasimo l’aver paura dei colpi, ma, per la paura di questi, sottostare a qualcosa di indegno del comportamento religioso, in modo che la paura dei colpi mostra colui che rimane invincibile nelle prove, più ammirevole di chi non ne ha paura. In questo modo rifulge maggiormente la volontà, perché aver paura dei colpi è proprio della natura, mentre non sottostare a nulla di sconveniente per paura di essi dipende dalla volontà che corregge la deficienza della natura e vince la sua debolezza. Nemmeno l’afflizione è motivo di accusa, ma, a causa dell’afflizione, dire o fare qualche cosa che non piace a Dio. Se io dicessi che Paolo non era un uomo, giustamente mi addurresti le deficienze della natura, per confutare così il mio discorso; ma se dico e sostengo che era un uomo, in niente superiore a noi riguardo alla natura, mentre divenne migliore riguardo alla volontà, invano, mi presenti queste obiezioni, anzi non invano, ma a favore di Paolo. Infatti in virtù di esse dimostri quanto grande egli fosse, perché pur trovandosi in una natura siffatta, fu più forte di essa. Non solo lo esalti, ma chiudi anche la bocca a quelli che si sono perduti d’animo, non consentendo ad essi di rifugiarsi nella superiorità della sua natura, ma spingendoli invece all’impegno proveniente dalla volontà.
Ma, si potrebbe dire, non ebbe paura qualche volta anche della morte? Anche questo atteggiamento è naturale. Tuttavia egli stesso che temeva la morte diceva a sua volta: In realtà quanti siamo in questa tenda[1], sospiriamo come sotto un peso[2], e di nuovo: Anche noi gemiamo interiormente[3]. Vedi come ha presentato la forza proveniente dalla volontà quale contrappeso della debolezza della natura? Infatti anche molti martiri spesso, nell’essere condotti al supplizio, impallidirono e furono pieni di paura e di angoscia; però proprio per questo sono soprattutto degni di ammirazione, perché, pur avendo timore della morte, non l’hanno fuggita a causa di Gesù. Così anche Paolo, pur temendo la morte, non rifiuta neppure la geenna per amore di Gesù[4], e, pur trepidando al pensiero della propria fine, desidera essere sciolto dal corpo[5]. Non era solo lui a provare ciò, ma anche il capo degli apostoli, pur avendo spesso detto di essere pronto a dare la vita[6], temeva assai la morte. Ascolta che cosa gli dice Cristo parlandogli in merito: Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi[7], fa riferimento alla deficienza della natura, non della volontà.
La natura mostra le sue proprietà anche contro noi, e non è possibile superare tali deficienze, neppure se si vuole e ci si impegna intensamente; pertanto da questo lato non siamo danneggiati, anzi siamo ammirati maggiormente. Che capo d’accusa è infatti aver paura della morte? Quale motivo di elogio non è invece, pur avendo paura della morte, non sottostare ad alcun atteggiamento meschino a causa di questa paura? Non è motivo d’accusa avere una natura con delle deficienze, bensì essere schiavi di queste; sicché chi resiste all’assalto che proviene da essa con il coraggio della volontà, è grande e ammirevole. Così mostra quanto grande sia la forza della volontà e tappa la bocca a quanti dicono: «Perché non siamo divenuti buoni per natura?». Che differenza c’è che questo si verifichi per natura o per volontà? Quanto è migliore questa condizione di quella? Per il fatto di procurare corone e una splendida rinomanza.
Ciò che è proprio della natura non è forse saldo? Ma se vuoi avere una forte volontà, questa condizione è più solida della prima. Non vedi che il corpo dei martiri è trapassato dalla spada e che, se la natura indietreggia davanti al ferro, la volontà non cede ad esso né si lascia sopraffare? Dimmi: non vedi che, nel caso di Abramo, la volontà ebbe il sopravvento sulla natura, quando gli fu ordinato di sacrificare il figlio[8], e la prima si manifestò più potente della seconda? Non vedi che si è verificata la medesima situazione nel caso dei tre giovani[9]? Non ascolti anche il proverbio che afferma che la volontà diventa una seconda natura in forza dell’abitudine? Anzi potrei dire che diventa la prima, come l’ha dimostrato ciò che è stato detto in precedenza. Vedi che è possibile acquistare anche la saldezza della natura, se la volontà è generosa e vigile, e che raccolga maggiori elogi chi sceglie e vuole essere buono più di chi vi è costretto?
Questo è bello soprattutto, come quando dice: Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù[10]. Allora soprattutto lo lodo, vedendolo raggiungere la virtù non senza pena, in modo da non essere motivo di indolenza per quelli che sarebbero venuti dopo, per giustificare la loro mollezza. Quando dice ancora: Sono crocifisso per il mondo[11], incorono la sua volontà. È possibile infatti, è possibile imitare la forza della natura con il rigore della volontà. Se lo proponiamo come l’esempio stesso della virtù, troveremo che si sforzò di portare le buone qualità che aveva in conseguenza della volontà, al livello della saldezza della natura.
Soffriva certamente quando era percosso, ma non disprezzava i patimenti meno delle potenze incorporee che non soffrono, come si può apprendere dalle sue parole che non sembrerebbero far credere che appartenesse alla nostra natura. Quando infatti dice: Il mondo è crocifisso per me e io lo sono per il mondo[12], e ancora: Io vivo, o piuttosto non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me[13], che altro significa se non che ha abbandonato il corpo stesso? Che vuol dire, quando dice: Mi è stata messa una spina nella carne, un messo di satana[14]? Nient’altro se non mostrare che la sofferenza arrivava solo al corpo; non perché non passasse all’interno, ma perché egli la respingeva e l’allontanava per la sovrabbondanza della sua volontà. E che dire, quando fa molte affermazioni più meravigliose di queste, e gioisce di essere frustato e si vanta delle sue catene[15]? Che altro si potrebbe dire se non quanto ho detto, che cioè affermare: Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, nel timore che, dopo aver predicato agli altri, non venga io stesso squalificato[16], indica da un lato la debolezza della natura, ma dall’altro, mediante quanto ho detto, la nobiltà della volontà?
Perciò si trovano entrambi questi aspetti presso di lui, affinché né pensi che per le sue grandi virtù appartenesse ad una natura diversa e non ti scoraggi, né condanni quell’anima santa per le sue debolezze, anzi al contrario, scacciando in conseguenza di ciò lo scoraggiamento, ti volga verso una fiduciosa speranza. Per questo motivo presenta d’altra parte anche la grazia di Dio in termini amplificativi, anzi non in termini amplificativi, ma con saggezza, perché pensi che nulla viene da lui. Afferma però anche il suo impegno, perché, attribuendo tutto a Dio, tu non trascorra la vita nell’inoperosità e nell’incuria. E troverai rigorosamente in lui misura e regola di tutto.

[1] Il corpo.
[2] 2 Cor 5, 4.
[3] Rom 8, 23.
[4] Cf Rom 9, 3.
[5] Cf Fil 1, 23.
[6] Cf Mt 26, 35; Mc 14, 31; Lc 22, 33; Gv 13, 37.
[7] Gv 21, 18.
[8] Cf Gen 22, 1ss.
[9] Cf Dan 3, 12ss.
[10] 1 Cor 9, 27.
[11] Gal 6, 14.
[12] Ib.
[13] Gal 2, 20.
[14] 2 Cor 12, 7.
[15] Cf 2 Cor 11, 24-25; Fil 1, 12-14.
[16] 1 Cor 9, 27.

PERCORSI DEL DESIDERIO NELL’ANTICO TESTAMENTO – di Rinaldo Fabris

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=138

PERCORSI DEL DESIDERIO NELL’ANTICO TESTAMENTO

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 13 novembre 1999

Contrariamente a quanto affermato anche da una rilettura di Paolo in termini dualistici, ulteriormente aggravato poi dalla controversia tra cattolici e luterani sulla « concupiscenza », il mondo delle passioni non è connotato nella bibbia in termini negativi, quasi che l’incontro con Dio possa avvenire solo liberandosi dal corpo, dalle emozioni, dalle passioni, dai desideri.
La bibbia ebraica è piena di uomini, e anche di qualche donna, attraversati da desideri. Ezechiele è chiamato da Dio « uomo dei desideri ». Numerosi sono i protagonisti di storie di amore, di gelosie, di lotte e non solo tra uomo e donna (v. Gionata e Davide).
Ma oltre ai due desideri esposti dal precedente relatore (Vigna), quello del mangiare e bere e quello del fare l’amore, non esiste forse un altro potente desiderio, quello del potere, del successo, del difendere e promuovere la propria identità?
E’ questo il primo desiderio che si incontra nella bibbia.
1. il dramma del desiderio nel giardino di Eden
Dio Crea un giardino ideale, un mondo ideale, ricco di acque e di alberi « graditi alla vista e buoni da mangiare », con al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.
All’uomo, presentato come responsabile del giardino che è a sua disposizione, viene posta la clausola di non accedere all’albero della conoscenza del bene e del male come condizione per vivere.
Il desiderio, scatenato dal dialogo col serpente (« sarete come figli di Dio capaci di conoscere il bene e il male »), è il desiderio di infinito, come condizione di successo, di potere. E poiché l’uomo, riuscito ad impossessarsi della conoscenza e del potere, potrebbe accedere alla vita non come dono ma come proprietà e rapina, viene cacciato dal giardino. Le relazioni sono infrante. Eva rivolgerà il proprio desiderio verso Adam che la dominerà.
2. il conflitto del desiderio in Caino
Nella coppia dei fratelli viene rappresentata la diversità (diverso accoglimento del sacrificio da parte di Dio), dalla quale scaturisce il desiderio minaccioso, il conflitto, la violenza. Dio invita Caino a dominare l’istinto, il desiderio del peccato, presentato come bestia minacciosa.
3. la bramosia del popolo nel deserto (Nm 11,4-35)
Il tempo del deserto è il tempo della prova. dove i desideri diventano occasione e motivo di ribellione e di morte. (Paolo farà riferimento a questo episodio in 1Cor 10).
Il popolo, uscito dalla schiavitù d’Egitto e in cammino verso la terra di libertà, stanco della manna e del suo sapore di pasta cotta all’olio, preso dalla bramosia, si lamenta con Mosè, rimpiangendo i gusti piccanti del tempo della schiavitù. Dio promette di dare la carne con tale abbondanza da suscitarne nausea e colpisce il popolo per la sua ingordigia.
Emerge qui il problema dell’ambivalenza del desiderio: è possibile vivere relazioni giuste all’interno della coppia, tra fratelli o tra diversi, controllando il desiderio? Il bisogno di vita, di mangiare, di sicurezza è ambivalente e può portare alla sepoltura piuttosto che verso la terra di libertà.
4. « non desiderare » (Es 20,17; Dt 5,21)
Il decalogo, o dieci parole, prima di essere un elenco di divieti o di ordini è una indicazione della via per avere la vita giusta e felice. « Non desiderare » è l’unica indicazione ripetuta due volte. La diversa formulazione dell’ultimo comandamento in Esodo e Deuteronomio darà luogo nella tradizione delle chiese occidentali (a differenza dell’ebraismo e delle chiese orientali) a due distinti comandamenti.
Il desiderio di cui si tratta non è anzitutto un semplice stato d’animo o un sentimento, ma un comportamento che nasce dal desiderio, per cui « non desiderare la casa del tuo prossimo » andrebbe tradotto così: « non intraprendere nulla per entrare in possesso della casa del tuo prossimo ».
Secondo le dieci parole la condizione per vivere in libertà è che nessuno prenda il posto di Dio e che il prossimo, membro dell’alleanza, possa essere al sicuro. Pertanto non bisogna attentare a nulla di quanto è indispensabile per vivere, ai beni e tra questi, al centro, la moglie (visione patriarcale).
Il « non desiderare la moglie » come il « non commettere adulterio » (sesto comandamento) non è un problema di desideri impuri, di brame sessuali da controllare, ma di non attentare alla dignità del prossimo (Paolo in Rom 13 dirà che il « non desiderare » si riassume nell’amare il prossimo).
In questa prospettiva il non desiderare è l’interiorizzazione dei precedenti divieti.
Il fatto che le dieci parole siano quasi tutte introdotte dal non significa che il decalogo presenti una morale negativa e che solo con il cristianesimo si sia passati da una morale negativa ad una positiva, e da una morale esteriore ad una interiore. Il « non » esprime la forma apodittica delle leggi assolute, più estese ed impegnative di quelle positive. Sono principi di vita. L’interiorizzazione si ha già nel Primo Testamento. La fedeltà a Dio come unico si vive nella giusta relazione con il prossimo, interiorizzata con l’indicazione del « non desiderare ».
5. il desiderio nella tradizione sapienziale.
Il tema del « non desiderare » del decalogo è ripreso in Giobbe (31,1-2.7-9). Nel delineare il ritratto dell’osservante Giobbe sottolinea l’importanza del non attentare a ciò che appartiene al tuo prossimo.
Nei Proverbi (6,24-29) si sostiene la necessità di controllare i desideri, di non lasciarsi sedurre dalla straniera-prostituta… l’esito è mortale
Gesù Ben Sirach insegna ai giovani il modo di comportarsi con le donne (Sir 9,1-9) perché la passione non faccia scivolare nella rovina, nella vita non riuscita…
L’appagamento del desiderio è fonte di vita (Proverbi 13,19)
Di fronte alla coscienza del limite radicale, che tutto è senza consistenza, il Qoelet invita a godere con serenità di tutto quanto si dispone. Dio ha destinato l’essere umano a godere delle cose belle e positive della vita, da non predare come possidenti, ma da accogliere come dono.
6. il desiderio di Dio
Nel salmo 63 si parla del desiderio di Dio con il linguaggio metaforico del mangiare, del bere, dell’incontro d’amore. Queste immagini sono trasfigurate dall’esperienza del desiderio di infinito.
L’esperienza di preghiera orienta e vivifica i desideri.

conclusioni
Il desiderio di infinito e il desiderio proibito non sono due poli alternativi.
Il desiderio di infinito è una vocazione, non una maledizione. Ci consente di intravedere un orizzonte più grande nelle piccole realtà che viviamo, quelle del mangiare, del bere, dell’incontro… Il desiderio di infinito si realizza non con la rapina dell’albero della conoscenza, del potere, della libertà (come proprietà da rivendicare), ma nell’accoglierlo come dono.
Il « non desiderare » non è un invito a reprimere o demonizzare i desideri, ma a educarli e orientarli. La realizzazione del desiderio avviene non prendendo il posto di Dio, ma nell’accogliere i doni. Il desiderio che nasce dal bisogno di vivere può finire nella morte se si cede alla tentazione di mettersi al posto di Dio e se si viene meno al giusto rapporto con l’altro, trasformando l’altro in oggetto invece che in soggetto di incontro.

Job, as portrayed by Bonnat

Job, as portrayed by Bonnat dans immagini sacre Bonnat02

https://en.wikipedia.org/wiki/Job_(biblical_figure)

Publié dans:immagini sacre |on 19 juin, 2015 |Pas de commentaires »

2CORINZI 5,17-21 – COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=2%20Corinzi%205,18-21;%206,1-2

2CORINZI 5,17-21 – COMMENTO

Fratelli, 17 se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. 18 Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19 È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
20 Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.

COMMENTO
2 Corinzi 5,18-21; 6,1-2

Il ministero della riconciliazione
All’interno della prima parte della lettera (cc. 1-7), nella quale Paolo ricorda le incomprensioni che avevano offuscato il suo rapporto con la comunità e la riconciliazione avvenuta, si situa una prima sezione apologetica (2Cor 2,14-7,4). In essa si possono distinguere quattro parti: 1) il ministero della nuova alleanza (2,14-4,6); 2) tribolazioni e speranze dell’apostolo (4,7-5,10); 3) l’annunzio della riconciliazione (5,11-6,10); 4) conclusione (6,11-7,4). Nella terza parte di questa sezione Paolo si presenta come apostolo spinto dall’amore di Cristo a compiere la sua opera di evangelizzazione (5,11-17); poi prosegue mettendo in luce la sua opera a favore della riconciliazione (5,18-6,2) e infine descrive il suo comportamento apostolico (6,3-10). Il testo liturgico riporta il brano centrale di questa parte della sezione. In essa Paolo si presenta anzitutto come ministro della riconciliazione offerta da Dio (5,18-20), spiega poi il ruolo di Cristo (5,21) e infine invita i suoi lettori ad accogliere il dono di Dio (6,1-2).

La riconciliazione (5,18-20)
L’amore di Cristo che spinge Paolo nell’opera dell’evangelizzazione (cfr. v. 14) fa parte di un grande processo di riconciliazione: «Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (v. 18). Il soggetto di questa frase è il pronome indefinito «tutto questo» (ta panta tutte le cose). Esso si riferisce al contesto letterario precedente (vv. 14-17), in cui Paolo ha evocato sinteticamente la morte e la risurrezione di Cristo, definendo gli effetti salvifici universali di tale evento in termini di « nuova creazione » (cfr. v. 17). Tutta l’opera salvifica di Dio viene presentata come una riconciliazione, di cui il protagonista non è Paolo, ma Dio stesso. Paolo è solo un intermediario, al quale è stato affidato il «ministero» (diakonia) della riconciliazione, cioè il compito di rendere attuale ed efficace questo dono divino per i suoi ascoltatori.
L’origine divina della riconciliazione viene ribadita nel versetto successivo: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» (v. 19). Normalmente è il colpevole che prende l’iniziativa di riconciliarsi con chi ha offeso; qui invece è l’offeso che fa il primo passo per riconciliare a sé colui che ha sbagliato. Egli lo fa per mezzo di Cristo «non imputando (logizô) agli uomini le loro colpe (paraptômata)» In un altro contesto Paolo parla della tolleranza e pazienza di Dio (Rm 2,4), che si è esercitata precisamente nei confronti dei peccati passati (3,25-26). In altre parole Dio non ha punito le colpe degli uomini perché intendeva perdonarli per mezzo di Cristo. Perciò ha affidato a Paolo la «parola» (logon) della riconciliazione: è con la parola dunque che egli svolge il suo servizio all’opera divina della riconciliazione. Egli riprende questo concetto sottolineando: «Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (v. 20). L’apostolo è un ambasciatore, un porta parola, attraverso il quale è Dio stesso che esorta. Il suo compito consiste esclusivamente nel far sì che i suoi ascoltatori si lascino riconciliare (katallagête, all’aoristo passivo) con Dio: ad essi dunque non spetta prendere l’iniziativa, ma si richiede che accettino il dono di Dio, affinché porti frutto in loro: è questo il ruolo per eccellenza della fede.

Il ruolo di Cristo (v. 21)
Nei versetti precedenti Paolo aveva accennato al ruolo di Cristo in quanto primo intermediario della riconciliazione offerta da Dio. Ora spiega come egli ha assolto il suo compito: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (v. 21). La salvezza si è dunque verificata mediante uno scambio. Dio «fece peccato» (hamartian epoiesen) precisamente il Cristo, il quale «non conobbe peccato», cioè non fece mai l’esperienza del male morale. Ma agendo così nei suoi confronti, Dio è intervenuto a favore degli uomini (hyper hêmôn, per noi, a nostro favore), come Paolo spesso ripete nel suo epistolario; è così che gli esseri umani hanno ricevuto in dono la possibilità di diventare giusti davanti a Dio. Certamente Cristo non commise alcun peccato.
Cristo dunque è diventato «peccato» perché, avendo assunto integralmente la condizione umana, ha sperimentato in sé non solo la fragilità, le prove, le tentazioni di ogni uomo, ma anche le conseguenze negative del peccato umano. In Rm 8,3 Paolo preciserà che Dio ha inviato il Figlio non con la «carne di peccato» né con il «peccato» in quanto tale, ma «in somiglianza di carne di peccato» (en homoiômati sarkos hamartias). Di conseguenza la giustizia di Dio passa agli uomini non solo «per mezzo di Cristo» (dia Christou, 5,18b), ma anche «in lui» (en autôi, v. 21c; cfr. v. 19a: en Christôi). È «in» Cristo, diventato solidale con i peccatori, che si attua la salvezza divina, che conseguentemente si estende a tutti coloro che credono in lui. Paolo non intende quindi l’intervento salvifico di Dio mediante Cristo nei termini di una «espiazione vicaria», in forza della quale egli prenderebbe su di sé la pena dovuta ai peccatori, ma come una solidarietà che Dio instaura con Cristo e per mezzo suo estende ai peccatori.

Esortazione (6,1-2)
Dopo aver messo in luce l’opera di Dio in Cristo, di cui egli è l’araldo, Paolo attua il suo compito direttamente con i destinatari della sua lettera: «E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio» (v. 1). Proprio in quanto collaboratore di Dio Paolo esorta i corinzi di far sì che il dono divino non cada su una terra sterile che non produce alcun frutto. Certo l’iniziativa è di Dio, ma la parte dell’uomo è insostituibile: neppure Dio può scavalcare la libertà umana. A sostegno di questo invito l’apostolo fa ricorso alle Scritture: «Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (v. 2). Il testo biblico di cui egli si serve è ricavato dal Deuteroisaia, che in appendice al secondo carme del Servo di JHWH, dice che Dio lo ha ascoltato e lo ha aiutato nel tempo della misericordia e della salvezza, cioè gli ha dato la possibilità di impegnarsi fino in fondo per la liberazione degli esuli che si trovano in Mesopotamia, guidandoli efficacemente sulla via della conversione e del ritorno nella loro terra (Is 49,8). Paolo commenta quindi che il momento favorevole nel quale si attua la salvezza è proprio questo, contrassegnato dalla morte di Cristo per noi.

Linee interpretative
La salvezza è vista da Paolo come una grande opera di riconciliazione che coinvolge tutta l’umanità peccatrice. Il soggetto dei diversi aspetti dell’azione salvifica è Dio Padre (ho Theos), anche se Egli non è sempre il soggetto grammaticale di ogni frase di questa unità letteraria. Infatti nel v. 18a si dice che l’intervento salvifico viene interamente da Dio (ek tou Theou, da Dio). Nel v. 20a il verbo principale presbeuomen («fungiamo da ambasciatori») ha per soggetto gli apostoli, ma il soggetto divino è ripreso nella frase subordinata immediatamente successiva: «Come se Dio esortasse per mezzo di noi » (v. 20b). Infine, nel v. 20bc («(Vi) preghiamo per Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!»), l’imperativo aoristo passivo katallagête indica che i protagonisti della riconciliazione non sono i corinzi (soggetto grammaticale), perché, in realtà, è sempre Dio che interviene attraverso gli apostoli per consentire la riconciliazione degli uomini con sé. Costoro, comunque, non rimangono meramente passivi di fronte all’azione divina, come lascia intendere il carattere esortativo della frase: « Lasciatevi riconciliare con Dio! ».
Dio ha offerto agli uomini la possibilità di riconciliarsi con sé «per mezzo di Cristo» (v. 18b). Più precisamente, la riconciliazione con Dio è avvenuta grazie alla morte di Cristo, menzionata in modo esplicito nei vv. 14-15 ed evocata in maniera implicita nel v. 18b. Cristo è morto solidale con tutti gli uomini e a loro favore (cfr. 2Cor 5,14-15a). Perciò, Cristo ora «vive per (la) potenza» (13,4b) del « Dio che risuscita i morti » (1,9c). È questo il primo passo della riconciliazione, in quanto Gesù ha vissuto fino in fondo il suo dono d’amore al Padre, partecipando pienamente all’esistenza umana, e lottando per la liberazione da tutti i mali che, separando gli uomini tra di loro, li separano anche da Dio. Nell’umanità di Gesù Cristo si è realizzato quindi un processo che dal peccato ha fatto sgorgare la giustizia, e il primo a beneficiarne è stato Gesù stesso. La sua umanità è trasformata in un’umanità gloriosa e spirituale, che, attraverso il suo Spirito, continua ad agire nella storia umana e, in particolare, nella Chiesa. In questo senso, «il Signore è lo Spirito» (3,17a), che dona la vita a tutti i credenti (cfr. 1Cor 15,45), avendoli resi giusti «in» se stesso (2Cor 5,21c). Di conseguenza, ne beneficiano anche gli altri esseri umani che aderiscono a lui nella fede, attuata nel battesimo.
Nulla dunque è più estraneo alla mentalità di Paolo dell’immagine di un Dio arbitrario e ingiusto, che, per salvare dei peccatori, ha sacrificato un giusto, il quale, per di più, è il Figlio suo. Al contrario Dio ha gradito fino in fondo il cammino di solidarietà di Cristo, il giusto per eccellenza, con tutta l’umanità, e gli ha conferito il compito di trasformare in creature nuove tutti coloro che aderiscono a lui. Lui solo è capace, con il suo esempio, di smuovere un’umanità corrotta e divisa. Perciò la riconciliazione con Dio, che Paolo mette qui in primo piano, comporta inevitabilmente anche una riconciliazione tra persone che in Cristo trovano la loro unità. Anzi è proprio questa unità che manifesta la riconciliazione con Dio e ne mostra lr potenzialità nella storia umana.

OMELIA (21-06-2015): LA TEMPESTA DELLA VITA, CALMATA DALLA PRESENZA DI CRISTO

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20150621.shtml

OMELIA (21-06-2015)

PADRE ANTONIO RUNGI

LA TEMPESTA DELLA VITA, CALMATA DALLA PRESENZA DI CRISTO

Il vangelo di oggi ci presenta uno dei passi più belli di quanto troviamo scritto sulla vita di Gesù ed uno dei momenti più significativi del gruppo dei discepoli del Signore, che lo seguono per terra e per mare, molte volte in modo incosciente, senza rendersi conto dei rischi della vita. Oggi il brano del vangelo della tempesta sedata da Cristo, ci porta quasi istintivamente a pensare alle varie tempeste di ogni genere della nostra vita che possono essere e sono calmate solo meditante l’intervento di Dio, al quale dobbiamo rivolgerci con la fiducia e la fede necessaria. Senza questa fede che fa i miracoli, tutto quello che chiediamo non giunge a buon esito, ma si ferma lungo le strade delle nostre umane attese e speranze, che non possono avere compimento senza l’intervento dall’alto. Il messaggio è chiaro. Senza Dio non possiamo fare nulla, non possiamo salvarci da nulla e neppure dalla forza della natura. Lo costatiamo ogni volta che nel mondo succedono fatti drammatici, come terremoti, maremoti, tsunami, catastrofi naturali di ogni genere, che seminano distruzione e morte dovunque. L’esperienza degli apostoli fatta con Gesù sulla barca in quella notte tranquilla inizialmente e poi drammatica di lì a poco, ci aiuta a capire come cambiano facilmente gli scenari della nostra vita personale e degli altri e come cambia repentinamente la storia del mondo. Siamo davvero come si dice in gergo comune sotto il cielo e nessuno di noi può effettivamente ritenersi superiore a Dio. Chi pensa di esserlo illude se stesso ed illude chi crede in lui. Solo Dio è la nostra salvezza, come hanno sperimentato gli apostoli in quella notte terribile, vicini allo stesso Gesù che pure stava con loro e meravigliato della loro mancanza di fede e di fiducia il Lui, chiede: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». La mancanza di fede genera nell’uomo la paura di ogni cosa e soprattutto la paura di morire in modo innaturale, in modo violento. Questa paura gli apostoli l’avvertono quella sera davanti alla terribile tempesta d mare: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Ma Gesù, anche in questa circostanza, dimostra la sua bontà e la sua misericordia verso quelle persone impaurite e tremanti per il terrore di fine in fondo al mare. Allora lo svegliarono. Ed Egli si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. E’ quello che succede ogni volta ci affidiamo a Dio: dal dramma nasce la speranza, la gioia e la felicità, dalla morte si passa a vivere, a continuare a vivere, anche se le tempeste ritorneranno e allora si dovranno affrontare con una fede più grande e forte. Credere nella potenza di Dio e del suo Cristo, è il primo passo verso una fede fiducioso e fiduciale, che non ammette tentennamenti, anche davanti alle prove più terribili della vita, che può essere una malattia, una morte improvviso, un crollo economico o altre forme di prove a cui gli uomini di sempre sono soggetti, proprio per la debolezza umana e per la precarietà dell’esistenza terrena.
La consapevolezza che in Cristo, con Cristo e per Cristo le cose cambiano della nostra vita, ci porta a far tesoro di quanto ci scrive l’apostolo Paolo nel brano della sua seconda lettera ai Corinti, che ascoltiamo come secondo brano biblico della domenica. In Cristo siamo creature nuove e non abbiamo paura di nulla. Tutto il passato, anche terribile della nostra ed altrui vita lo poniamo alle spalle e guardiamo avanti nella speranza del il meglio e non il peggio deve venire. Se non altro, se pensiamo seriamente all’eternità, al cielo e al paradiso il meglio davvero deve arrivare ed arriverà se noi valorizziamo il tempo che il Signore ci ha donato in questa vita proprio per costruire la casa futura di tutti, che è il paradiso. La nostra preghiera, oggi e sempre, deve essere questa: « Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano, perché non ci esaltiamo nel successo, non ci abbattiamo nelle tempeste, ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente e ci accompagni nel cammino della storia ».
Non ci abbattiamo mai difronte alle tante delusioni della nostra vita, ma abbiamo fiducia nel Signore, come ci ricorda il libro di Giobbe, esempio di santa rassegnazione e pazienza, nel testo della prima lettura della liturgia della parola di questa XII domenica. Dio è tutto e può far tutto, come di fatto ha realizzato e continua a fare nella storia di questa debole e fragile umanità. Il salmo 106, che oggi leggiamo come salmo responsoriale della messa, ci fa una sintesi di quanto è detto nella parola di Dio di questo giorno santo, dedicato al Signore: « Coloro che scendevano in mare sulle navi e commerciavano sulle grandi acque, videro le opere del Signore e le sue meraviglie nel mare profondo. Egli parlò e scatenò un vento burrascoso, che fece alzare le onde: salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentivano venir meno nel pericolo. Nell’angustia gridarono al Signore, ed egli li fece uscire dalle loro angosce. La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare. Al vedere la bonaccia essi gioirono, ed egli li condusse al porto sospirato. Ringrazino il Signore per il suo amore, per le sue meraviglie a favore degli uomini ».
Gridiamo con sempre maggiore forza al Signore la nostra sincera volontà di accogliere la sua parola e di metterla in pratica, facendola fruttificare per i granai del Regno dei cieli, dove saremo trasferiti per sempre alla fine dei nostri giorni, per vivere per sempre con il Signore, lontani dagli intrighi e le sofferenze del mondo. Il Signore ci conceda, fin d’ora, la gioia di assaporare l’incontro con Lui su questa terra, mediante la devota e sentita partecipazione al banchetto eucaristico, che alimento e sostegno nel cammino della nostra vita, in qualsiasi istante del suo natura, umano, biologico e spirituale sviluppo, che per tutti, ci auguriamo, possa essere di grande gioia e soprattutto di ricchezza spirituale ed interiore.

Pater noster

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Publié dans:immagini sacre |on 18 juin, 2015 |Pas de commentaires »

PAOLO E QUMRAN, DI JEAN DANIÉLOU

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PAOLO E QUMRAN

DI JEAN DANIÉLOU

Testo tratto da J. Daniélou, I manoscritti del Mar Morto e le origini del cristianesimo, trad. it. S. Palamidessi, Roma 1993 (ed. or. Paris 1957), pp. 78-83.

Mentre Stefano veniva lapidato, un giovane ebreo sorvegliava gli abiti dei carnefici. Si chiamava Saul. Non aveva nessuna ragione per essere simpatico a Stefano, perché non solo detestava i cristiani, ma apparteneva ad una setta ebraica diversa da quella di Stefano: era un fariseo. Vi è dunque qualche motivo per trovare in lui un’impronta delle dottrine di Qumran? Se la risposta è affermativa, fu perché egli prese contatto con gli Esseni dopo la sua conversione.
Il suo pensiero presenta dei caratteri che appartengono, senza ombra di dubbio, a quello dei manoscritti di Qumran. E ciò pone subito una questione storica: in quale occasione egli poté familiarizzare con l’essenismo? Sembra senz’altro che questo contatto abbia avuto luogo immediatamente dopo la sua conversione. In effetti, le influenze essene si sentono in tutte le lettere, e sono legate a temi fondamentali. Perciò, alla mente si presenta subito un’ipotesi. Fu a Damasco che Paolo si convertì, e fu là che ricevette la sua prima istruzione. È dunque in quel momento che egli riuscì a porsi in relazione con cristiani provenienti dall’essenismo, convertiti da quei primi missionari che furono gli Ellenisti, nominati dagli Atti degli apostoli. Quindi è verosimile che Paolo sia stato istruito a Damasco da questi Esseni convertiti. Certamente il fondo della fede di Paolo è puramente cristologico: è il Cristo risorto che gli si rivela a Damasco. Ma è incontestabile che questa fede venga da lui presentata sotto una forma che spesso ricorda Qumran.
Ciò appare immediatamente in numerose espressioni. San Paolo, ad esempio, scrive: «Noi portiamo questo tesoro dentro vasi d’argilla» (2Cor 4,7). Parallelamente, leggiamo nelle Hodayoth: «Io ti ringrazio, Signore, di aver fatto meraviglie con la polvere; con un vaso d’argilla, tu hai operato in tutta la tua potenza» (XI, 3). Alle parole di Paolo: «Dio ci ha scelti per aver parte all’eredità dei santi (gli angeli)» (Col 1,12), fa eco invece il Manuale di Disciplina: «Dio ha loro dato un’eredità nella parte dei santi» (DSD, XI, 7).
Certe rassomiglianze vanno ancora più lontano, e vertono sulle dottrine stesse. Noteremo innanzitutto che Paolo associa le nozioni di mistero, di rivelazione e di conoscenza: «È per rivelazione che io ho avuto la conoscenza del mistero che sto per esporvi» (Ef 3,3). Ora, niente è più familiare ai documenti di Qumran che questa concezione. Così, nel Midrash di Habacuc, si parla del Maestro di Giustizia «al quale Dio fece conoscere tutti i misteri delle parole dei profeti suoi servitori» (VII, 4-5); ugualmente nella Regola della Comunità: «I suoi meravigliosi misteri hanno illuminato il mio cuore» (XI, 5); e infine nelle Hodayoth: «Io ti ringrazio, o Signore, perché tu mi hai fatto conoscere i tuoi misteri meravigliosi» (VII, 26).
Si noterà che questa concezione della conoscenza come rivelazione dei segreti divini si ritrova nel giudaismo dell’epoca. Ma a Qumran è sentita in modo particolare, e permette di dimostrare con sicurezza che l’idea paolina di conoscenza è squisitamente giudaica. Del contenuto di questa conoscenza (gnosis), sono da rilevare due tratti.
Il primo è la dottrina della giustificazione. Tutti gli autori – Millar Burrows, Grossouw, Braun, etc. – sono d’accordo nel rilevare una somiglianza su tale punto. Numerosi aspetti sono comuni a Paolo e ai manoscritti di Qumran. Per prima cosa un senso intimo del peccato, molto più accentuato che nell’Antico Testamento: «L’uomo vive nell’iniquità sin dalla sua nascita; la giustizia non gli appartiene» (Hodayoth, IV, 25-27). Questo peccato non è personale, ma “originale”. Solo Dio può giustificare l’uomo: «Nella sua giustizia, egli mi purificherà dall’impurità umana» (Hodayoth, IV, 33). Questa nozione, originale rispetto all’Antico Testamento, non proviene dal fariseismo, che si basa invece sulle opere della Legge: Paolo deve averla tratta dall’ambiente di Qumran.
Paolo collega alla fede questa dottrina della giustificazione, e sappiamo ch’egli si appoggia a un versetto del profeta Abacuc (2,4): «Che per la Legge nessuno sia giustificato davanti a Dio è manifesto, poiché il giusto vivrà per la fede» (Gal 3,11). Sarebbe interessante scoprire se lo stesso versetto è commentato nel Midrash di Abacuc presente a Qumran: e infatti lo è. Vi leggiamo: «Ma il giusto vivrà per la fede. La spiegazione concerne tutti coloro che praticano la Legge nella Casa di Giuda, che Dio salverà dal giudizio a causa delle loro sofferenze e della loro fede nel Maestro di Giustizia» (VIII, 1-3).
L’accostamento è evidente, ma si percepisce subito una differenza. In un caso la fede è opposta alla Legge, nell’altro è legata alla Legge; la fede nel Cristo, come giustamente afferma Oscar Cullmann, è fede nella sua azione redentrice, che attua ciò che è impossibile alla Legge; la fede nel Maestro di Giustizia è, al contrario, la fede in colui che insegna come attuare la Legge. Sembra quasi che vi sia una polemica di Paolo, qui, contro il Midrash.
Anche un’altra dottrina, la più caratteristica di Qumran, appare in Paolo, con dei dettagli di espressione che non possono lasciare dubbi sulla sua origine: è quella della lotta fra la luce e le tenebre. Leggiamo in Rm 13,12: «Spogliatevi delle opere delle tenebre e rivestite le armi della luce». In 2Cor 4,14, la frase: «Che cos’hanno in comune la luce e le tenebre? Quale accordo vi è tra Cristo e Belial?», fa di Belial il Principe delle tenebre. Questo nome, il quale non si trova che nel Nuovo Testamento, è di uso corrente a Qumran (Documento di Damasco, IV, 13). Un’altra espressione, «l’angelo di Satana», si trova sia in 2Cor 12,7 che nel Documento di Damasco (XVI, 5).
Kuhn ha anche notato che gli elenchi delle opere delle tenebre e delle opere della luce (Ef 4,17; 5,14) richiamano la Regola della Comunità (IV, 3), con delle analogie strabilianti. Questa somiglianza appare pienamente in un passaggio degli Atti degli Apostoli, che Grossouw interpreta come il più decisivo parallelo letterario con la Lotta dei figli delle tenebre e dei figli della luce: si tratta del discorso di Paolo a Cesarea, davanti a un tribunale presieduto dal re Agrippa II e da sua sorella Berenice. Paolo riferisce la visione che ebbe sul cammino di Damasco. Ecco le parole che egli pone sulle labbra di Cristo: «Io ti mando verso i Gentili per aprire loro gli occhi, affinché essi passino dalle tenebre alla luce e dalla potenza di Satana a quella di Dio, in modo che per la fede in me essi ricevano la remissione dei peccati e l’eredità dei santi» (At 26,17-18).
Tutte queste formule hanno il loro equivalente nei manoscritti di Qumran, da «aprire gli occhi» a «l’eredità dei santi». Questo discorso è in relazione con la conversione di san Paolo a Damasco, ed è la spiegazione della sua prima esperienza del cristianesimo. È una specie di sintesi del modo in cui esso gli apparve all’inizio. Se, d’altra parte, noi constatiamo che lo schema di questo discorso è interamente esseno, come non pensare che esso sia un’eco del primo insegnamento che Paolo ricevette a Damasco, e che abbiamo qui una specie di catechismo elementare?
Abbiamo già rilevato altrove che la struttura del primo catechismo cristiano, come possiamo trovarla nella Didachè, era fondata sull’idea delle due vie, quella della luce e quella delle tenebre. Questo sembra confermare la vicinanza tra il cristianesimo che san Paolo incontrò a Damasco e il gruppo degli Esseni convertiti di cui parlano gli Atti, e spiega come la struttura stessa del suo messaggio possa presentare analogie con le dottrine attestate a Qumran.

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