Archive pour juin, 2015

Abraham’s Journey

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BATTEZZARE NEL TEVERE, CELEBRARE NELLE CASE (anche Paolo) di Andrea Lonardo

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BATTEZZARE NEL TEVERE, CELEBRARE NELLE CASE (anche Paolo)

di Andrea Lonardo

Il Centro culturale Gli scritti (21/3/2009)

I primi battesimi in Roma debbono essere avvenuti certamente nel Tevere, prima che si giungesse all’edificazione di battisteri stabili, sempre comunque con acqua corrente, nel periodo costantiniano.
Tertulliano, nel De baptismo, a cavallo fra il II ed il III secolo, ne accenna di passaggio, come un dato di fatto ovvio, solo per sottolineare che non bisogna badare alla diversità delle acque, come se ne esistessero di migliori o peggiori, poiché tutte ricevono la stessa forza sacramentale di rendere figli di Dio, per opera dello Spirito di Cristo:
«Non sussiste alcuna differenza fra chi viene lavato in mare o in uno stagno, in un fiume o in una fonte, in un lago o in una vasca, né c’è alcuna differenza fra coloro che Giovanni battezzò nel Giordano e Pietro nel Tevere, a meno che l’eunuco che Filippo battezzò con l’acqua trovata per caso lungo la strada abbia ottenuto in misura maggiore o minore la salvezza!»
Molti dei cristiani che accolsero Paolo a Roma devono aver ricevuto così il battesimo nel fiume a cui Roma deve la sua esistenza. I primi evangelizzatori dell’urbe, dei quali non si è conservato il nome, più volte scesero alle acque del Tevere insieme ai nuovi credenti che domandavano di ricevere il battesimo e più volte risuonò sulle rive del fiume di Roma la triplice domanda sulla fede in Dio Padre e nel Figlio e nello Spirito, forma primitiva del Credo cristiano che si svilupperà poi nel Simbolo degli apostoli e nel Credo niceno-costantinopolitano.
Dalla Lettera ai Romani appare con chiarezza che la composizione della prima comunità cristiana doveva essere mista, comprendendo nel suo seno cristiani che provenivano sia dal giudaismo, sia dal paganesimo.
Dalle attestazioni epigrafiche è ormai noto che la comunità ebraica era divisa in Roma, nel II-III secolo d.C., in sinagoghe ed è presumibile che molti di questi gruppi esistessero già in età neroniana. Se ne conservano, nelle epigrafi funerarie, 11 nomi: la sinagoga detta degli Ebrei (probabilmente la più antica, che doveva essere stata creata forse già al tempo dei Maccabei, nel II secolo a.C.), quella dei Vernaculi, quella detta degli Augustenses (probabilmente voluta dalla benevolenza dell’imperatore Augusto), quella detta degli Agrippini (voluta similmente da Marco Vipsanio Agrippa), quella dei Volumnenses (voluta forse da Volumnio, legato in Siria ed amico di Erode il grande), quella dei Campenses (dal Campo Marzio dove doveva avere il suo punto di riferimento), dei Suburenses (dalla Suburra, subito dietro i Fori imperiali, dove era certamente la sua localizzazione), quella dei Calcarenses (di più difficile localizzazione, forse verso l’antica Porta Collina), quella detta di Elaia (probabilmente a motivo della città greca da cui provenivano i suoi componenti), quella dei Tripolini e quella chiamata in greco tõn Sechenõn (termine di non univoca interpretazione).
Le prime presenze ebraiche in Roma in ordine cronologico debbono essere situate nella zona di Trastevere, il primo quartiere nel quale vennero ad abitare gli ebrei di Roma, giunti al seguito dell’ambasciata dei Maccabei e poi, in gran numero, come schiavi, quando Pompeo conquistò la Giudea nel 63 a.C. La catacomba di Monteverde conserva molte epigrafi ebraiche proprio perché era il luogo di sepoltura dei primi ebrei romani residenti a Trastevere.
Le iscrizioni rivelano la presenza di un gran numero di liberti che accedevano pian piano alla libertà; non si ha notizia, per il I secolo, di una vita culturale ancora particolarmente attiva nella comunità ebraica romana (l’unica personalità ebraica di rilievo intellettuale nella Roma del I secolo d.C., oltre a quelle neotestamentarie, è la figura di Flavio Giuseppe, che fu ospitato nella residenza di Vespasiano antecedente alla sua salita al seggio imperiale, luogo nel quale lo storico scrisse anche le sue opere, avendo pieno accesso agli archivi dello stato romano).
Gli studi ipotizzano che a Roma vivessero all’epoca circa 15.000 ebrei – un numero simile alla consistenza attuale della comunità ebraica romana – sebbene tale cifra sia ampiamente opinabile, in quanto fondata su deduzioni e non su dati certi.
Quando Paolo venne ad abitare in Roma in attesa del processo, nella forma di una custodia militare, invitò subito i “primi” tra i giudei (At 28,17), le autorità delle diverse sinagoghe, ad incontrarlo. Non è certa la localizzazione di questo evento. La tradizione vuole che Paolo abbia vissuto i “due anni interi” (At 28,30) della sua permanenza in libertà vigilata nell’urbe precisamente nel luogo dove sorge ora la Chiesa di San Paolo alla Regola, vicino Ponte Sisto e via Giulia. La Chiesa è stata restaurata proprio in vista dell’anno paolino e gli scavi sottostanti permettono di toccare con mano il livello dell’insula romana sulla quale fu edificata la chiesa.
Oltre alla basilica di S. Prisca, il terzo luogo romano che rivendica una abitazione paolina è la Chiesa di S. Maria in via Lata (via Lata era l’antico nome dell’attuale via del Corso). La cripta di questa Chiesa permette di venire a contatto con il sottostante livello romano di età neroniana ed invita a venerare i luoghi nei quali, secondo la tradizione, avrebbero dimorato Pietro e Paolo, ma anche gli evangelisti Luca e Giovanni.
Gli Atti e le lettere testimoniano che era proprio nelle case private che avveniva l’incontro delle comunità cristiane e la celebrazione dell’eucarestia. Personalità più abbienti della comunità dovevano possedere delle abitazioni spaziose e mettevano a disposizione i locali più ampi, probabilmente il triclinium, delle loro case per gli incontri.
È certo, dai testi neotestamentari, che le riunioni fin dal I secolo erano già settimanali, scandendo il tempo a partire dal giorno della resurrezione del Signore; esse comprendevano la preghiera, la lettura delle Scritture (cioè dell’Antico Testamento, al quale cominciavano ad aggiungersi gli scritti neotestamentari ancora indipendenti l’uno dall’altro), la predicazione di qualcuno degli apostoli o di personalità legate alla tradizione apostolica ed, infine, la fractio panis.
Lo stesso Paolo è descritto due volte, negli Atti, presiedere la celebrazione dell’eucarestia, una prima volta proprio in una casa privata a Tròade (in At 20,11, dopo il miracolo della resurrezione del giovinetto che era morto cadendo per essersi addormentato a motivo della lunghezza della riunione che si era protratta fino a mezzanotte!) ed una seconda sulla nave che si dirigeva verso Malta, poco prima del naufragio (At 27,35).
Quando Paolo ricorda ai Corinzi l’eucarestia che ha loro trasmesso dopo averla ricevuta a sua volta non ha in mente solo la consegna delle espressioni pronunciate da Gesù nell’ultima cena con il loro significato, ma, ben più significativamente, la tradizione stessa dell’evento liturgico che egli doveva aver presieduto nella comunità di Corinto e che aveva chiesto fosse perpetuato dai corinzi.
Senza poterne così individuare con esattezza i luoghi, la città di Roma, con il suo fiume e con le sue insulae romane sottostanti le successive chiese, ricorda a tutti i molti luoghi nei quali Paolo e le prime comunità cristiane celebravano l’iniziazione cristiana di coloro che «il Signore aggiungeva a coloro che erano salvati» (At 2,48).

 

LE OPERE DELLA CARNE E I FRUTTI DELLO SPIRITO – (Galati 5, 16.19-25) Gianfranco Ravasi

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LE OPERE DELLA CARNE E I FRUTTI DELLO SPIRITO – (Galati 5, 16.19-25)

Gianfranco Ravasi

(Pontificio Consiglio della Cultura)

Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne… Sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso: chi le compie non erediterà il regno di Dio.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. (Galati 5, 16.19-25)
C’è una particolare legge dello stile orientale, detta dell’“inclusione”: quando si vuole definire il perimetro di un brano, lo si inizia e lo si conclude con la stessa frase. È ciò che accade nel testo paolino che la liturgia della solennità di Pentecoste ci propone, traendolo dalla Lettera ai Galati (5, 16-25), testo che noi abbiamo citato in forma abbreviata. Infatti, il brano si apre con l’appello: «Camminate secondo lo Spirito» e finisce ripetendo: «Camminiamo secondo lo Spirito». Ben sappiamo che il “cammino” è il simbolo della vita.
Ecco, allora, due modelli antitetici di esistenza, quello secondo lo Spirito di Dio e quello che si basa sulla “carne” che nel linguaggio di san Paolo designa il principio del peccato. La “via” luminosa e libera dello Spirito si contrappone al “desiderio” cupo e schiavizzante del vizio e del male. Diamo, allora, uno sguardo a questi due modelli di vita che l’Apostolo concretizza attraverso una duplice lista di vizi e di virtù, sulla scia della tradizione filosofica greca, soprattutto stoica, che aveva già elaborato simili cataloghi etici.
È, però, significativo notare prima la denominazione generale usata da Paolo. I vizi sono definiti «opere della carne», perché nascono dall’azione del peccatore, mentre le virtù sono «frutti dello Spirito», perché sbocciano dall’uomo che ha in sé la grazia efficace dello Spirito di Dio. È per questo che Paolo considererà sempre le opere buone non come un merito da accampare nei confronti di Dio, ma come il frutto che deve necessariamente maturare dalla grazia divina in noi accolta. Per comprendere questa visione basti pensare alla madre che non diventa tale per alcuni atti di affetto che compie nei confronti della sua creatura, ma, proprio perché è madre, non può che donare la sua opera e il suo amore al figlio.
Quindici sono, invece, gli atteggiamenti immorali “carnali”. Essi si raggruppano tra loro. Ecco la trilogia sessuale della fornicazione, dell’impurità e della dissolutezza, a cui seguono due vizi di indole “religiosa”, cioè l’idolatria e la magia, che non escludevano tra l’altro una componente sessuale, dato che comportavano spesso la prostituzione sacra (così accadeva nel culto della dea Afrodite e di Cibele). Ben sette elementi hanno di mira i disordini nelle relazioni interpersonali e sono il segno anche delle tensioni nelle stesse comunità cristiane: inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie. Si conclude col peccato di gola, nei suoi tipici eccessi, cioè nelle ubriachezze e nelle orge, caratteristiche del mondo contemporaneo greco-romano.
Ma, di fronte a questi bassifondi della morale, Paolo apre ai suoi lettori l’orizzonte luminoso dello Spirito che genera nel cuore e nella vita dei fedeli nove virtù, il cui corteo è articolato in forma ternaria. Ecco la prima triade, aperta dall’amore e seguita dalla gioia e dalla pace. Subentrano poi la magnanimità, la benevolenza e la bontà, che ricalcano la precedente trilogia per quanto riguarda il rapporto col prossimo. Infine, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé, che sono virtù di indole personale. È su questa triplice triade che deve modellarsi il nostro “cammino secondo lo Spirito”, ossia la nostra nuova esistenza di redenti da Cristo

St. John the Baptist…

 St. John the Baptist... dans immagini sacre Holy+Family

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Publié dans:immagini sacre |on 23 juin, 2015 |Pas de commentaires »

LA NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

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LA NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

RUBRICA DI TEOLOGIA LITURGICA A CURA DI DON MAURO GAGLIARDI

24 GIUGNO 2009

ROMA, mercoledì, 24 giugno 2009 (ZENIT.org).- Con l’articolo che oggi pubblichiamo, viene sospesa per i mesi di luglio e di agosto la rubrica Spirito della Liturgia. La pausa estiva offrirà un tempo di valutazione sul breve percorso sin qui svolto ad experimentum e di riflessione sull’opportunità di riprenderlo. Ci auguriamo, quindi, che il nostro congedo di oggi sia solo un arrivederci a settembre.

* * *
don Mauro Gagliardi

I precedenti articoli pubblicati in questa rubrica hanno illustrato i tre aspetti fondamentali – o poli tematici – degli scritti liturgici di J. Ratzinger, aspetti che sono stati individuati dallo stesso Autore nella prefazione al volume Theologie der Liturgie (Teologia della Liturgia), il primo edito della nuova collana delle sue Gesammelte Schriften (Scritti raccolti). I tre poli tematici sono: il rapporto tra liturgia cristiana e culti delle altre religioni, la relazione tra il culto dell’Antico e del Nuovo Testamento, e il carattere cosmico della liturgia cristiana. Vorrei presentare la solennità odierna, della Natività di san Giovanni Battista, alla luce di questi tre ambiti.
La figura di san Giovanni è davvero sui generis, perché segna il passaggio tra Antico e Nuovo Patto: egli è contemporaneamente l’ultimo profeta e il primo santo. È l’unico cui venga riconosciuto il titolo di Precursore di Cristo; l’unico del quale si celebrino due ricorrenze liturgiche: la Natività ed il Martirio (29 agosto). Sant’Agostino lo ha sottolineato con enfasi: «La Chiesa festeggia la natività di Giovanni, attribuendole un particolare carattere sacro. Di nessun santo, infatti, noi celebriamo solennemente il giorno natalizio; celebriamo invece quello di Giovanni e quello di Cristo» [1]. Cerchiamo ora di capire meglio il motivo di questa speciale devozione che la Chiesa ha sempre nutrito nei confronti del Battista, attraverso i suddetti poli tematici.
1) Il rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Il racconto evangelico della Presentazione al Tempio di Gesù – un atto liturgico dell’antica legge (cf. Levitico 12) – ci introduce nell’illustrazione di questo aspetto. Luca narra l’episodio al cap. 2, vv. 22-40 del suo Vangelo. La tradizione esegetica ha messo in collegamento il testo lucano con l’oracolo di Malachia 3,1: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate, l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate». Il messaggero che prepara la via è certamente il Battista. Appena viene il Precursore, «subito» il Signore entra nel suo tempio. Siccome tra Giovanni e Gesù vi è una differenza di età di appena sei mesi (cf. Luca 1,26), si può ben dire che, subito dopo la nascita del Precursore, il Signore Gesù è entrato nel tempio, come narra Luca nell’episodio della Presentazione. Va infatti ricordato che nel tempio, all’epoca in cui vi viene presentato Gesù Bambino, non c’è più la Presenza divina, mancando l’arca dell’alleanza dal luogo chiamato «Santo dei santi». Così scrive Giuseppe Ricciotti: «Nel Tempio di Salomone [c’]era stata l’Arca dell’Alleanza; ma, distrutta questa, il “santo dei santi” del nuovo Tempio rimase una stanza misteriosamente oscura e vuota. Pompeo Magno, che vi penetrò nel 63 av. Cr., vi trovò nulla intus deum effigie vacuam sedem et inania arcana (Tacito, Historiae, V, 9). Nel “santo dei santi” entrava soltanto il sommo sacerdote un solo giorno all’anno [...]; secondo una tradizione rabbinica (Joma, V, 2) il sommo sacerdote entrato colà, deponeva il turibolo su una pietra alta tre dita che ricordava il posto ove anticamente era stata l’Arca» [2]. Nessuna sorpresa, quindi, che il profeta Malachia, che scrive certamente in un periodo in cui è venuto meno l’entusiasmo per l’edificazione del secondo tempio, auspichi un ritorno del Signore nel tempio. La figura del Precursore anticipa questo ritorno e prepara il passaggio dal culto antico a quello nuovo, nel quale Gesù stesso si definirà come tempio del nuovo culto in Spirito e verità (cf. Giovanni 2,19-21; 4,21-23). Prosper Guéranger ha commentato: «Giovanni sta per nascere e, sebbene sia ancora incapace di parlare, egli deve sciogliere la lingua di suo padre [Zaccaria]. Egli deve porre fine a quella mutezza alla quale l’anziano sacerdote, che è figura della vecchia legge, è stato costretto dall’angelo» [3]. Nella stessa linea interpretativa, il Sacramentario gelasiano presenta la seguente orazione: «O Dio onnipotente ed eterno, che nei giorni del beato Giovanni Battista hai portato a compimento le istituzioni della legge e gli annunci dei santi profeti, fa’, te ne preghiamo, che cessando le figure ed i simboli, ci parli con la sua manifestazione la stessa Verità, Gesù Cristo Nostro Signore».
2) Il rapporto con altre religioni. La figura di san Giovanni è centrale per il cristianesimo, ma è importante anche per altre religioni. «Egli fu, infatti, un predicatore giudeo, contemporaneo di Gesù, ma riconosciuto dai cristiani come precursore del Cristo. In quanto tale, Giovanni divenne un personaggio di primo piano nell’immaginario religioso non solo del cristianesimo, [...] ma anche di quelle altre religioni che, nelle loro fasi costitutive, furono in contatto col cristianesimo» [4]. Nella nostra prospettiva, ciò che ci sembra importante sottolineare è ovviamente il ruolo di Indicatore, svolto da Giovanni in quanto profeta che rimanda a Cristo. Stante l’universale ricerca di verità, l’universale ricerca del vero Dio, nascosta e persino stravolta nei vari culti religiosi dell’umanità, il ruolo del Battista è qui esattamente quello di Indicatore. Cristo è «la luce del mondo» (Giovanni 8,12) e «degli uomini» (Giovanni 1,4); Giovanni Battista è l’uomo «mandato da Dio» (Giovanni 1,6), senza la cui missione la vera Luce sarebbe rimasta sconosciuta (cf. Giovanni 1,8). Von Balthasar individuava l’essenza del proprio pensiero teologico facendo riferimento al «dito di Giovanni Battista» (Johannesfinger), raffigurato in un celebre dipinto di M. Grünewald [5]: la teologia di Balthasar voleva cioè essere un rimando incessante all’Agnello di Dio crocifisso per noi. La liturgia non può essere da meno e la solennità odierna lo ricorda: la liturgia cristiana è un potente Indicatore di Cristo ai popoli, come il Battista. Secondo Sacrosanctum concilium 2, la liturgia ha un duplice effetto: da un lato, edifica i credenti nel tempio santo del Signore e conferisce loro la forza necessaria per annunciare Cristo; dall’altro, per coloro che ne sono al di fuori, la liturgia sacra mostra la Chiesa come «signum levatum in nationes», un vessillo innalzato sulle nazioni: espressione che si incontra in Isaia 11,12 e che era stata usata dal concilio Vaticano I per definire l’aspetto visibile e sociale della Chiesa [6]. Il Vaticano II applica qui alla liturgia ciò che il Vaticano I diceva in generale della Chiesa. I fedeli delle altre religioni vengono attratti dal segno-Chiesa e dal segno-liturgia, soprattutto quando l’una e l’altra appaiono in modo tale da facilitare simile attrazione.
3) Il carattere cosmico. La figura di san Giovanni risulta essere ancor più significativa per il carattere cosmico della liturgia cristiana. «Il parallelo con Gesù, con lo sfasamento di sei mesi esatti fondato su Luca 1,26, portò a considerare la festa di san Giovanni un “natale d’estate”, erede di feste solstiziali pagane come il “natale d’inverno”. Fu facile vedere nel corso dell’anno la realizzazione della profezia di Giovanni 3,30 [“Lui deve crescere; io invece diminuire”] giacché dopo il natale di Giovanni [24 giugno] le giornate “diminuiscono”, mentre dopo quello di Gesù [25 dicembre] “crescono”. Le feste dei due concepimenti, anticipate ciascuna di nove mesi rispetto ai rispettivi natali, caddero nei pressi degli equinozi, sacralizzando il calendario astronomico» [7]. Questo intreccio tra una figura della storia salvifica – Giovanni – e i ritmi cosmici (l’una e gli altri guidati dallo stesso Dio) ha trovato nella devozione e nella liturgia della Chiesa un fruttuoso sviluppo. In particolare, si è inserita la presenza del Battista in un momento penitenziale di grande importanza, il Confiteor della Messa. Nella forma oggi detta «straordinaria», ossia la Messa secondo l’usus antiquior, il testo del Confiteor nomina, assieme alla Vergine Maria, san Giovanni Battista, san Michele arcangelo e i santi apostoli Pietro e Paolo. La menzione del Battista in quella preghiera è legata innanzitutto al carattere eminentemente penitenziale del ministero di san Giovanni, quindi principalmente ad una ragione fondata sulla storia salvifica [8]. Ma la compresenza di san Michele arcangelo e dei santi Pietro e Paolo ha fatto supporre anche una motivazione basata sull’astronomia: nel precedente calendario liturgico, infatti, san Michele aveva una sua solennità propria (prima dell’unificazione con gli altri due arcangeli) al 29 settembre, mentre i santi Pietro e Paolo si celebravano, com’è ancora, il 29 giugno. Queste date – come quella del Natale del Signore, che come si è detto va considerato in stretta relazione con la Natività del Battista – cadono in prossimità dei solstizi e degli equinozi, che segnano l’inizio delle stagioni. L’equinozio di primavera cade il 21 marzo e il 25 si celebra la solennità dell’Annunciazione a Maria, ossia dell’Incarnazione del Verbo [9], sebbene sia stato ipotizzato anche un riferimento alla Pasqua. Il solstizio d’estate cade il 21 giugno, molto vicino alla Natività del Battista e non lontano dalla solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo. L’equinozio d’autunno è il 23 settembre, piuttosto prossimo alla solennità di san Michele. Infine, cade il 21 dicembre il solstizio d’inverno, in corrispondenza del Natale del Signore [10]. Tutto ciò può suonare strano all’odierna sensibilità neopositivista, ma non lo era affatto in passato: siccome Cristo è il Sole di giustizia, era ritenuta cosa ovvia che il sole di questo mondo, anche nel suo moto (apparente) attorno alla terra, manifestasse la presenza di Cristo e della sua opera di salvezza. Il riferimento al Battista ed ai cicli cosmici ci rimanda allora ancora a Cristo, come scrive Guéranger: «L’eterna Sapienza decretò che allo stesso modo in cui il sole che sorge è annunciato dalla stella del mattino, e prepara la sua venuta con la temperata brillantezza dell’aurora, così Cristo, che è Luce, doveva essere preceduto quaggiù da una stella, il suo Precursore» [11].
Tutto ciò, oltre a costituire una declinazione dei tre poli tematici segnalati da Ratzinger, spiega la grande devozione della Chiesa nei confronti del Battista. Moltissime chiese nel mondo sono a lui dedicate e, tra queste, spicca ovviamente la cattedrale del Vescovo di Roma, San Giovanni in Laterano, madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe [12]. Il Battista, in quanto battezzatore di Cristo, possiede inoltre il patronato sul sacramento cristiano del battesimo e quindi accompagna la rinascita divina di tutti i nuovi figli della Chiesa. Non a caso, il rito del battesimo prevede l’invocazione del suo nome tra le litanie prescritte, subito dopo quello della Madre di Dio. La Chiesa, si può dire, cresce di numero sotto l’influsso della sua intercessione.

Note
[1] Agostino di Ippona, Discorso 293, 1: PL 38, 1327.
[2] G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, § 47: qui nell’ediz. Mondadori, Milano 2007, pp. 54-55. In realtà, non si trattava di Pompeo Magno, ma di suo figlio, Gneo Pompeo, che agiva sotto la direzione del padre.
[3] P. Guéranger, L’Année liturgique. Le temps après la pentecôte, H. Oudin, Paris – Poitiers 19039, III, p. 287.
[4] E. Lupieri, «Giovanni Battista», in C. Leonardi – A. Riccardi – G. Zarri (ed.), Il grande libro dei Santi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1998, II, p. 858.
[5] Cf. M. Albus (ed.), «Geist und Feuer. Ein Gespräch mit Hans Urs von Balthasar», Herder Korrespondenz 30 (1976), p. 73. Cf. H.U. von Balthasar, «Il Battista», in «Tu hai parole di vita eterna», Jaca Book, Milano 1992, p. 28.
[6] Concilio Vaticano I, Dei Filius, cap. 3: DS 3014.
[7] E. Lupieri, «Giovanni Battista», cit., p. 860. Così anche Guéranger, cit., p. 302.
[8] «Giovanni non parla mai né di espellere i Romani, né intende mai sovvertire le strutture sociali o allontanare gli Erodiani. Egli è assertore di una sola cosa: il peccato deve essere allontanato»: R. Schneider – C.P. Thiede, «Giovanni Battista», in Nuovo Dizionario Enciclopedico Illustrato della Bibbia, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2005, p. 468.
[9] Bisogna ricordare che per gli antichi la data dell’equinozio di primavera era il giorno VIII dalle calende di aprile, quindi il 25 marzo: cf. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVIII, 246.
[10] Cf. M. Stanzione (ed.), San Michele. L’archistratega di Dio, Segno, Tavagnacco (UD) 2006, pp. 71-76.
[11] P. Guéranger, L’Année liturgique , cit., p. 284.
[12] Com’è noto, la Basilica lateranense è dedicata innanzitutto al Santissimo Salvatore e poi anche ai due san Giovanni: Battista ed Evangelista. Il titolo completo è: Archibasilica Sanctissimi Salvatoris et Sancti Iohannes Baptista et Evangelista in Laterano omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput.

IL VERBO DEL PADRE TUTTO ABBELLISCE, DISPONE E CONTIENE – DI SANT’ATANASIO

http://www.meditazionecristiana.it/meditare-con-i-padri-dela-chiesa/meditare-con-i-padri-della-chiesa

DAL «DISCORSO CONTRO I PAGANI» DI SANT’ATANASIO, VESCOVO

Nn. 40-42; PG 25, 79-83)

IL VERBO DEL PADRE TUTTO ABBELLISCE, DISPONE E CONTIENE

Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nella sua bontà infinita, è di gran lunga superiore a tutte le cose create. Ottimo sovrano qual è , con la sua sapienza e con il suo Verbo, cioè con il Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo, governa, ordina e crea in ogni luogo tutte le cose, secondo che si addice alla sua giustizia. Infatti è giusto che le cose siano fatte così come lo sono, e che si compiano come noi le vediamo compiute. Poiché è lui che ha voluto che tutto accada in questo modo e nessuno può avere un motivo ragionevole per negarlo. Infatti se il movimento delle cose create avvenisse senza ragione e il mondo girasse alla cieca, non si dovrebbe più credere nulla di quanto è stato detto. Ma se il mondo è stato organizzato con sapienza e conoscenza ed è stato riempito di ogni bellezza, allora si deve dire che il creatore e l’artista è il Verbo di Dio.Io penso al Dio vivente e operante, al Verbo del Dio buono, del Dio dell’universo, al Dio che è distinto e differente da tutte le cose create e da tutta la creazione.
E’ lui il solo e proprio Verbo del Padre, lui che ha ordinato l’universo e lo ha illuminato con la sua provvidenza. E’ lui il Verbo buono del Padre buono. E’ lui che ha dato ordine a tutto il creato, conciliando fra loro gli opposti elementi e componendo ogni cosa armonicamente. Egli è l’unico, l’Unigenito, il Dio buono, che procede dal Padre come da fonte di bontà e ordina e contiene l’universo.Dopo aver fatto tutte le cose per mezzo del verbo eterno e aver dato esistenza alla creazione, Dio Padre non lascia andare ciò che ha fatto alla deriva, né lo abbandona a un cieco impulso naturale che lo faccia ricadere nel nulla. Ma, buono com’è, con il suo Verbo, che è anche Dio, guida e sostenta il mondo intero, perché la creazione, illuminata dalla sua guida, dalla sua provvidenza e dal suo ordine, possa persistere nell’essere. Anzi il mondo diviene partecipe del Verbo del Padre, per essere da questi sostenuto e non cessare di esistere. Ciò certamente accadrebbe se non fosse conservato dal Verbo, perché egli è «immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Col 1, 15); poiché per mezzo di lui e in lui hanno consistenza tutte le cose sia quelle visibili che quelle invisibili, poiché egli è il capo della Chiesa, come nelle Sacre Scritture insegnano i ministri della verità (cfr. Col 1, 16-189.L’onnipotente e santissimo Verbo del Padre penetrando tutte le cose, e arrivando ovunque con la sua forza, dà luce ad ogni realtà.

 

Resurrection and Harrowing of Hades with post-Resurrection scenes (18th Century)

 Resurrection and Harrowing of Hades with post-Resurrection scenes (18th Century) dans immagini sacre 18c_postresurrectionscenes

https://iconreader.wordpress.com/2012/04/14/boundless-christ-resurrection-icon-with-extra-scenes/

Publié dans:immagini sacre |on 22 juin, 2015 |Pas de commentaires »
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