Archive pour juin, 2015

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO 2008 – OMELIA BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080628_vespri.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO IN OCCASIONE DELL’APERTURA DELL’ANNO PAOLINO

OMELIE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI  E DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Sabato, 28 giugno 2008

OMELIA DEL SANTO PADRE

Santità e Delegati fraterni, Signori Cardinali, Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Cari fratelli e sorelle,

siamo riuniti presso la tomba di san Paolo, il quale nacque, duemila anni fa, a Tarso di Cilicia, nell’odierna Turchia. Chi era questo Paolo? Nel tempio di Gerusalemme, davanti alla folla agitata che voleva ucciderlo, egli presenta se stesso con queste parole: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città [Gerusalemme], formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio…» (At 22,3). Alla fine del suo cammino dirà di sé: «Sono stato fatto… maestro delle genti nella fede e nella verità» (1Tm 2,7; cfr 2Tm 1,11). Maestro delle genti, apostolo e banditore di Gesù Cristo, così egli caratterizza se stesso in uno sguardo retrospettivo al percorso della sua vita. Ma con ciò lo sguardo non va soltanto verso il passato. «Maestro delle genti» – questa parola si apre al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi. Siamo quindi riuniti non per riflettere su una storia passata, irrevocabilmente superata. Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale « Anno Paolino »: per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, «la fede e la verità», in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo. In questa prospettiva ho voluto accendere, per questo bimillenario della nascita dell’Apostolo, una speciale « Fiamma Paolina », che resterà accesa durante tutto l’anno in uno speciale braciere posto nel quadriportico della Basilica. Per solennizzare questa ricorrenza ho anche inaugurato la cosiddetta « Porta Paolina », attraverso la quale sono entrato nella Basilica accompagnato dal Patriarca di Costantinopoli, dal Cardinale Arciprete e da altre Autorità religiose. È per me motivo di intima gioia che l’apertura dell’ »Anno Paolino » assuma un particolare carattere ecumenico per la presenza di numerosi delegati e rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che accolgo con cuore aperto. Saluto in primo luogo Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I e i membri della Delegazione che lo accompagna, come pure il folto gruppo di laici che da varie parti del mondo sono venuti a Roma per vivere con Lui e con tutti noi questi momenti di preghiera e di riflessione. Saluto i Delegati Fraterni delle Chiese che hanno un vincolo particolare con l’apostolo Paolo – Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia – e che formano l’ambiente geografico della vita dell’Apostolo prima del suo arrivo a Roma. Saluto cordialmente i Fratelli delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente, insieme a tutti voi che avete voluto prendere parte a questo solenne inizio dell’ »Anno » dedicato all’Apostolo delle Genti. Siamo dunque qui raccolti per interrogarci sul grande Apostolo delle genti. Ci chiediamo non soltanto: Chi era Paolo? Ci chiediamo soprattutto: Chi è Paolo? Che cosa dice a me? In questa ora, all’inizio dell’ »Anno Paolino » che stiamo inaugurando, vorrei scegliere dalla ricca testimonianza del Nuovo Testamento tre testi, in cui appare la sua fisionomia interiore, lo specifico del suo carattere. Nella Lettera ai Galati egli ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua vita. «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro. La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore. E così questa stessa fede è amore per Gesù Cristo. Da molti Paolo viene presentato come uomo combattivo che sa maneggiare la spada della parola. Di fatto, sul suo cammino di apostolo non sono mancate le dispute. Non ha cercato un’armonia superficiale. Nella prima delle sue Lettere, quella rivolta ai Tessalonicesi, egli stesso dice: «Abbiamo avuto il coraggio … di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte … Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete» (1Ts 2,2.5). La verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell‘incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro. I concetti fondanti del suo annuncio si comprendono unicamente in base ad esso. Prendiamo soltanto una delle sue parole-chiave: la libertà. L’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto. Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in virtù di Dio, era in grado di amare insieme con Lui. Questo amore è ora la «legge» della sua vita e proprio così è la libertà della sua vita. Egli parla ed agisce mosso dalla responsabilità dell’amore. Libertà e responsabilità sono qui uniti in modo inscindibile. Poiché sta nella responsabilità dell’amore, egli è libero; poiché è uno che ama, egli vive totalmente nella responsabilità di questo amore e non prende la libertà come pretesto per l’arbitrio e l’egoismo. Nello stesso spirito Agostino ha formulato la frase diventata poi famosa: Dilige et quod vis fac (Tract. in 1Jo 7 ,7-8) – ama e fa’ quello che vuoi. Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo, può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io autonomo, ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere. Nella ricerca della fisionomia interiore di san Paolo vorrei, in secondo luogo, ricordare la parola che il Cristo risorto gli rivolse sulla strada verso Damasco. Prima il Signore gli chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Alla domanda: «Chi sei, o Signore?» vien data la risposta: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9,4s). Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. «Tu perseguiti me». Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo. Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti «la sua causa». La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa. In essa non si tratta di una causa. In essa si tratta della persona di Gesù Cristo, che anche da Risorto è rimasto «carne». Egli ha «carne e ossa» (Lc 24, 39), lo afferma in Luca il Risorto davanti ai discepoli che lo avevano considerato un fantasma. Egli ha un corpo. È personalmente presente nella sua Chiesa, «Capo e Corpo» formano un unico soggetto, dirà Agostino. «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?», scrive Paolo ai Corinzi (1Cor 6,15). E aggiunge: come, secondo il Libro della Genesi, l’uomo e la donna diventano una carne sola, così Cristo con i suoi diventa un solo spirito, cioè un unico soggetto nel mondo nuovo della risurrezione (cfr 1Cor 6,16ss). In tutto ciò traspare il mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo Corpo: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 10,16s). Con queste parole si rivolge a noi, in quest’ora, non soltanto Paolo, ma il Signore stesso: Come avete potuto lacerare il mio Corpo? Davanti al volto di Cristo, questa parola diventa al contempo una richiesta urgente: Riportaci insieme da tutte le divisioni. Fa’ che oggi diventi nuovamente realtà: C’è un solo pane, perciò noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Per Paolo la parola sulla Chiesa come Corpo di Cristo non è un qualsiasi paragone. Va ben oltre un paragone. «Perché mi perseguiti?» Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me. Vorrei concludere con una parola tarda di san Paolo, una esortazione a Timoteo dalla prigione, di fronte alla morte. «Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo», dice l’apostolo al suo discepolo (2Tm 1,8). Questa parola, che sta alla fine delle vie percorse dall’apostolo come un testamento, rimanda indietro all’inizio della sua missione. Mentre, dopo il suo incontro con il Risorto, Paolo si trovava cieco nella sua abitazione a Damasco, Anania ricevette l’incarico di andare dal persecutore temuto e di imporgli le mani, perché riavesse la vista. All’obiezione di Anania che questo Saulo era un persecutore pericoloso dei cristiani, viene la risposta: Quest’uomo deve portare il mio nome dinanzi ai popoli e ai re. «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15s). L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione. In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede. Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore. L’Eucaristia – il centro del nostro essere cristiani – si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza dell’amore, che nella Croce ha trovato il suo culmine. Di questo amore che si dona noi viviamo. Esso ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per Lui in questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera. Alla luce di tutte le lettere di san Paolo vediamo come nel suo cammino di maestro delle genti si sia compiuta la profezia fatta ad Anania nell’ora della chiamata: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». La sua sofferenza lo rende credibile come maestro di verità, che non cerca il proprio tornaconto, la propria gloria, l’appagamento personale, ma si impegna per Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per tutti noi. In questa ora ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo. San Paolo, prega per noi! Amen.  

Raising of Jairus’ Daughter by Ilya Repin, 1871.

Raising of Jairus’ Daughter by Ilya Repin, 1871. dans immagini sacre raising-of-jairus-daughter-ilya-repin-1871

https://tvaraj2inspirations.wordpress.com/2012/07/01/miracle-of-jesus-jairuss-daughter-and-the-woman-with-a-hemorrhage/

Publié dans:immagini sacre |on 26 juin, 2015 |Pas de commentaires »

CRISTO E LE ALTRE RELIGIONI – JUBILEE 2000

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01031997_p-29_it.html

L’ANNO DI GESÙ CRISTO

Commissione Dialogo Interreligioso

CRISTO E LE ALTRE RELIGIONI – JUBILEE 2000

Michael L. Fitzgerald

Nella lettera Apostolica in preparazione al Giubileo dell’Anno 2000 , Papa Giovanni Paolo II ha precisato che «i duemila anni dalla nascita di Cristo… rappresentano un Giubileo straordinariamente grande non soltanto per i cristiani, ma indirettamente per l’intera umanità, dato il ruolo di primo piano che il cristianesimo ha esercitato in questi due millenni»(TMA 15) . Il Santo Padre, nel sottolineare «la dimensione ecumenica ed universale del Sacro Giubileo» (TMA 55), prevede la possibilità di un incontro di tutti i Cristiani, organizzati in uno spirito «di grata apertura a quelle religioni i cui rappresentanti volessero esprimere la loro attenzione alla gioia comune di tutti i discepoli di Cristo» (ibid.). Poiché la celebrazione del Giubileo «avverrà contemporaneamente in Terra Santa, a Roma e nelle Chiese locali del mondo intero» (ibid.), sembrerebbe che quest’ apertura verso coloro che appartengono alle altre religioni dovrebbe essere palese anche a livello locale. Quale reazione potremmo aspettarci dai fedeli di altre religioni? Saranno anch’essi d’accordo a unirsi ai Cristiani in occasione della celebrazione della nascita di Gesù? Cosa essi pensano di Gesù Cristo? Lo scopo di questo breve articolo è quello di capire come i fedeli di alcune tradizioni religiose potrebbero rispondere a queste ultime domande.

LA TRADIZIONE EBRAICA Per quanto riguarda la tradizione ebraica è importante non trascurare l’origine ebraica di Gesù. Ciò non solo in riferimento alla sua nascita, ma anche al suo amore per le Sacre Scritture e alla Sinagoga così come si evince dalle sue predicazioni e dal suo sacerdozio. E’ importante ricordare che i primi cristiani sono stati i Giudeo-Cristiani, anche se molto presto i Gentili entrarono a far parte della Chiesa. Durante i primi due secoli non sembrava esserci una forte opposizione da parte degli Ebrei nei confronti di Gesù come uomo. Dal terzo secolo in poi, non appena la fede dei Cristiani si espresse chiaramente nella divinità di Cristo, e il Giudaismo si allontanò sempre più dal Cristianesimo, gli Ebrei hanno cominciato a ignorare Gesù . Dopo l’anno 1000, quando aumentò la persecuzione degli Ebrei e Gesù fu considerato come la fonte del loro dolore, gli Ebrei adottarono un atteggiamento più critico. Tuttavia alcuni saggi ebrei, in alcuni loro scritti datati intorno al dodicesimo e al quattordicesimo secolo, hanno parlato di Gesù definendolo un « santo », e come colui che  » è servito a preparare il mondo intero alla venerazione di Dio nella comunione dei cuori ». Questo chiarimento ha portato a un cambiamento. Gesù è considerato come una guida etica e religiosa, come un riformatore, come un uomo di fede. Per altri egli è considerato il « Messia », ma naturalmente egli non è per gli Ebrei il Messia atteso da Israele. Il nuovo clima determinato dalla Dichiarazione « Nostra Aetate » del Concilio Vaticano Secondo, ha concesso sia agli Ebrei che ai Cristiani di guardare in modo nuovo a Gesù.

L’Islamismo Il Corano contiene diversi passi su Gesù e Maria. Tra questi la nascita dalla Vergine, la figura di Gesù come profeta, la sua missione per confermare la Torà e la chiamata dei « discepoli » nella sua missione, anche se rinuncia ad alcune delle sue proibizioni. Pertanto esistono alcune similitudini con l’interpretazione cristiana di Gesù, anche se vi sono differenze sostanziali. La divinità di Cristo non è riconosciuta, così come anche la realtà della sua Crocifissione. Alla fine della sua vita viene fatto un attentato a Gesù, ma Egli viene liberato e innalzato al cielo.

Ci sono molti riferimenti a Gesù nell’hadith, chei la Tradizione ha attribuito a Maometto. Ciò dimostra il senso di venerazione nei confronti di Gesù e riconosce la sua importanza, anche se i mussulmani sottolineano che Gesù viene dopo Maometto. I mistici musulmani hanno definito Gesù nei loro scritti come un maestro spirituale, come colui che mette in risalto la paura e l’amore di Dio, la pazienza nei momenti di prova, l’abbandono a Dio, l’ascesi e la povertà, l’umiltà e l’amore. Per Ibn’ Arabi (d.1240) Gesù è « il sigillo della santità ». Si è tentati di cogliere alcune espressioni usate nel Corano e riferite a Gesù ( « Il Verbo », « Lo Spirito che discende da Dio ») e considerarle come elementi sulle quali basare la divinità di Cristo. Ma il contenuto del Corano , con il suo ostinato rifiuto della divinità di Cristo, annulla tale tentativo. Quando si parla di Gesù con i musulmani, sarebbe preferibile iniziare il discorso partendo dal suo messaggio e poi tornare a ritroso parlando della persona e del mistero di Cristo.

L’Induismo Gli Induisti che hanno sentito parlare di Gesù Cristo dai missionari cristiani, hanno reagito in vari modi. Alcuni hanno ammirato Gesù senza lasciarsi coinvolgere da lui. Altri lo hanno conosciuto e amato e si sono raccomandati a lui, pur rimanendo ancorati all’Induismo. Solo alcuni di essi hanno reagito nei confronti di Cristo cercando il battesimo ed entrando a far parte della Chiesa. Mahatma Gandhi è un esempio di induista che ha profondamente ammirato gli insegnamenti di Cristo, ma che, come egli stesso ha detto, non era interessato alla figura storica del Maestro. Gandhi è stato particolarmente colpito dal Discorso della Montagna. Per lui Gesù, attraverso il suo messaggio, è divenuto un simbolo etico. Molti Induisti non hanno difficoltà nell’accettare la divinità di Gesù. Ciò che essi invece comprendono difficilmente, è il mistero cristiano dell’Incarnazione. Gesù, spesso, è visto come l’esempio della piena realizzazione di se stesso, il punto di arrivo dell’Hindu dharma. Egli viene considerato come il simbolo del progresso umano. Per alcuni egli rappresenta più un ideale che una figura storica. Secondo la tradizione Induista, la storia dà spesso una conoscenza imperfetta della realtà. In un tale contesto, identificare il mistero di Gesù Cristo con la storia, significa ridurre Dio all’imperfezione.

Il Buddismo Da quando Buddha ha deliberatamente evitato di parlare dell’esistenza o della non-esistenza di Dio, è ovvio che i buddisti hanno difficoltà a confrontarsi con la fede Cristiana in Gesù, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo. Tuttavia alcuni buddisti mostrano un grande interesse nei confronti di Gesù Cristo. Uno studioso giapponese contemporaneo, Masao Abe, ha fatto una riflessione sulla figura di Cristo «che si spogliò di se stesso» come si legge nella Lettera di San Paolo ai Filippesi (Filip 2;5-8). Egli paragona questa kenosis con il concetto di sunyata ( il vuoto) del Buddismo. Cristo è un esempio di abnegazione. Pertanto è possibile affermare: «ogni giorno, qui e ora, noi moriamo come persone vecchie e risorgiamo come persone nuove con Cristo» Altri buddisti vedono Gesù come il liberatore, perchè egli insegna la giusta visione della vita e aiuta a uscire dal buio e dall’ignoranza. Gesù non impone la liberazione, ma la offre attraverso la fede in lui. per il Dalai Lama l’aspetto che colpisce di più di Gesù è la sua compassione. Egli vede l’importanza del Vangelo nell’insegnamento dell’amore per il prossimo, nella bontà e nel perdono. I buddisti cercano di interpretare Gesù seguendo la loro filosofia di pensiero. Essi sono attratti dai suoi insegnamenti e dai suoi esempi e vorrebbero riconoscere Gesù come un bodhisatva , cioè colui che rinuncia a se stesso al di là della compassione per gli altri. Tuttavia resta una differenza fondamentale poichè essi accettano Gesù come un Maestro sapiente, ma non come Persona divina.

La Religione Tradizionale Africana Nella Tradizione delle Religioni africane gli Avi hanno sempre rivestito un ruolo importante. Essi avendo terminato la loro vita terrena dopo aver osservato le tradizioni, i costumi sociali e i doveri nei confronti della famiglia, vengono considerati i protettori e gli intermediari tra Dio e gli esseri umani. È dimostrato che da una fonte ha origine la vita. Questa vita si riceve da Dio ed ha il suo fondamento nella Sua potenza. La fede negli Avi può fare da sostegno alla fede in Dio. Il Dio di Gesù Cristo è il Dio della vita. Gesù che appartiene a questa vita in una maniera molto speciale, si presenta come colui che dà la vita e la dona in abbondanza (cf Gv 10,10). Da questo punto di vista Gesù può essere considerato un Avo, anzi l’Avo per eccellenza Un altro tema affrontato dagli Africani, legato sia alla tradizione che ai tempi moderni è quello della malattia e della relativa forma di guarigione. La malattia non è solo fisica , essa riguarda anche le relazioni. Il benessere consiste nel raggiungimento della perfetta armonia nell’ordine naturale sociale e cosmico, sia visibile che invisibile. Quando questa armonia viene disturbata è necessario correre ai rimedi. Gesù è presentato nei Vangeli come colui che guarisce. Egli è allo stesso tempo il liberatore e il guaritore. Attraverso la sua azione curativa Egli mostra di essere in contatto con la sofferenza umana. Infatti Gesù rivela il vero significato della malattia e della sofferenza. Per quanto riguarda la cura Egli richiede un forte impegno. Gesù nel rivolgersi al paralitico ha detto: «Ti ordino: alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua» (Mc 2,11). Questo è un invito a superare l’atteggiamento fatalistico nei confronti della malattia e della sofferenza.

Conclusioni Questo rapido sguardo alle diverse tradizioni religiose ha voluto dimostrare che esistono diversi modi di accostarsi a Gesù. In quanto Cristiani noi crediamo in Gesù come il Figlio di Dio, il Signore e il Salvatore e nel nostro amore per Lui. È questa fede e questo amore che ci permettono di accostarci agli altri. Noi dobbiamo essere consapevoli che, sebbene essi non credano in Cristo e nel nostro impegno nei suoi confronti, possono compiere parte del loro cammino insieme a noi. Questo deve spingerci ad invitarli ad unirsi a noi per celebrare i 2000 anni della nascita di Cristo.

Publié dans:GIUBILEO DEL 2000 - TESTI |on 26 juin, 2015 |Pas de commentaires »

OMELIA 28 GIUGNO 2015 – « DIO NON HA CREATO LA MORTE E NON GODE PER LA ROVINA DEI VIVENTI »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/13-Domenica.B-2015/12-13a-Domenica-B-2015-SC.htm

28 GIUGNO 2015 | 13A DOMENICA – T. ORDINARIO B | APPUNTI PER LA LECTIO

« DIO NON HA CREATO LA MORTE E NON GODE PER LA ROVINA DEI VIVENTI »

C’è uno stretto rapporto fra la prima lettura (Sap 1,13-15; 2,23-24), che esalta la « vita » come dono permanente fatto da Dio agli uomini, e il brano evangelico (Mc 5,21-43), che ci presenta Gesù come dispensatore di vita e di salvezza, anche fisica (per ben tre volte vi si usa il verbo « salvare »: vv. 23.28.34). Il doppio miracolo della guarigione della emorroissa e della risurrezione della figlia del capo della sinagoga ci fa sentire, per un verso, Gesù totalmente inserito al di dentro dei nostri drammi umani, e, per un altro verso, l’unico risolutore dei nostri problemi, delle nostre sofferenze, delle nostre paure, dei nostri scacchi, l’ultimo dei quali è la morte. In un certo senso si può dire che il brano di Vangelo è una risposta, a distanza, all’interrogativo che si pone l’autore del libro della Sapienza davanti allo « scandalo » della morte: non è essa una « stonatura » nella meravigliosa sinfonia del creato? Non accusa forse Dio di poco amore per gli uomini? C’è una speranza di vincerla, o almeno di allontanarla dal nostro mondo?

« Dio ha creato l’uomo per l’immortalità » Ma vediamo come l’autore del libro della Sapienza dà la sua risposta al riguardo: rifacendosi soprattutto ai primi tre capitoli della Genesi, egli afferma che non è Dio che ha voluto la « morte », ma Satana, che è entrato come elemento di disturbo nell’opera della creazione (Sap 2,24). Per afferrare bene il significato del brano, c’è da notare che l’autore sacro intende qui la « morte » sia in senso fisico che in senso spirituale: il « peccato » è la causa della morte e, per l’uomo peccatore, la morte fisica è anche morte spirituale ed eterna; perciò al v. 15 si dice che « la giustizia è immortale », nel senso che dà l’immortalità a chi la pratica. Ora, immaginando appunto che nel mondo non fosse mai « entrato » il peccato, non ci sarebbe stata neppure la morte: « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza » (1,13-14). Si noti l’insistenza, con cui in tutto il brano si ribadisce il concetto che da Dio viene solo la « vita » la quale, ovviamente, proprio in parallelismo al concetto di « morte », viene intesa sia in senso fisico, sia in senso spirituale: « si vive » nella misura in cui si aderisce a Dio, che è l’eterno Vivente! Questo vale soprattutto per l’uomo, che Dio « ha creato per l’immortalità » ed ha fatto « a immagine della propria natura » (2,23). Dato il contesto, qui l’uomo è detto « immagine » di Dio anche in quanto destinato a « vivere » per sempre: la morte, in ultima analisi, deturpa l’immagine di Dio sul volto dell’uomo! Proprio per questo, Dio non può averla né pensata, né voluta: essa « è entrata nel mondo per invidia del diavolo: e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono » (2,24). Nell’ultimo versetto è importante notare che la morte continua a diffondersi nel mondo, nella misura in cui gli uomini « appartengono » a Satana: cioè anche oggi la morte avviene in noi perché aderiamo a Satana, perché ognuno di noi « ratifica », in un certo senso, la rivolta primordiale dei progenitori. Il che significa, di nuovo, che c’è morte « fisica » perché prima ancora c’è stata la morte « morale » nel nostro spirito che si è lasciato suggestionare da Satana.

« La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani » I due miracoli dell’emorroissa e della risurrezione della figlia di Giairo sono stati certamente sentiti dall’evangelista come molto vicini fra di loro quanto al loro significato « teologico »: di qui quel tipico procedimento letterario dell’ »incastro » per cui, iniziato il racconto di un miracolo (vv. 21-24), si inserisce subito il racconto del secondo miracolo (vv. 25-34), per poi completare il primo (vv. 35-43). Oltre che dalla struttura letteraria, la convergenza e l’integrazione dei due miracoli sono messe in evidenza sia dal fatto che essi vengono operati in due donne, di cui una soffre di emorragia da « dodici anni » (5,25) e l’altra è una fanciulla di « dodici anni » (5,42), sia soprattutto perché in ambedue i miracoli abbiamo l’esaltazione della potenza di Gesù sulla morte e sulla malattia, che della prima è l’ordinaria premessa, e l’esaltazione della fede, che è all’origine dei due miracoli qui descritti. Esaminiamo ora molto rapidamente questi due aspetti, a cui abbiamo accennato. Che Marco abbia voluto mettere in evidenza la potenza di Gesù sulla morte è chiaro da tutto il racconto del primo miracolo, in cui la situazione della fanciulla, che Gesù è invitato a guarire con urgenza, precipita alla fine verso il peggio. Ecco, infatti, come si esprime il padre, che era uno dei membri del consiglio della sinagoga, rivolgendosi a Gesù: « La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva » (v. 23). Siamo dunque « agli estremi »: qualsiasi pur piccolo ritardo di Gesù potrebbe essere fatale! In realtà, da parte di Gesù c’è un certo ritardo, dovuto al suo incontro con l’emorroissa, ma anche, in parte, voluto, perché accadesse l’irreparabile. Infatti, mentre Gesù stava ancora parlando con la donna, ecco che dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: « Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro? » (v. 35).

« La bambina non è morta, ma dorme » Ciò nonostante, Gesù va fino alla casa di Giairo, dove frattanto si erano radunati amici e parenti per il normale, chiassoso rito delle condoglianze, in uso nella Palestina del tempo; e quasi provocandoli, come seccato, dice loro: « Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme » (v. 39). L’espressione non voleva certo significare che la fanciulla non fosse morta davvero, o fosse morta solo di morte apparente, ma voleva soltanto dire che la morte sarebbe stata vinta come si vince lo stato di sonno dal normale « risveglio » di ogni mattina. D’altra parte, nell’espressione c’è tutta la visione tipica del cristianesimo circa la morte, che viene considerata non come evento ultimo e definitivo, ma come momento di « passaggio » ad un altro modo di vivere, come avviene nel normale avvicendarsi delle fasi del sonno e del risveglio, e soprattutto come è avvenuto per la risurrezione del Signore, a cui, in questo episodio, c’è più di un riferimento. Si noti appunto la reazione dei presenti che, alle parole di Gesù, le quali aprivano uno spiraglio di speranza, incominciano a « deriderlo » (v. 40). Ed è proprio a questo punto che esplode la sua potenza taumaturgica sulla morte: « Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: « Talità kum », che significa: « Fanciulla, io ti dico, àlzati! ». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare » (vv. 40-42). Qui siamo certamente davanti a delle parole autentiche di Gesù, che Marco riferisce nel loro originale suono aramaico: « Talità kum ». Tanto esse dovettero fare impressione, per il risultato ottenuto, che a distanza di decine d’anni si potevano ricordare, anche in ambiente greco, proprio come Gesù le aveva dette, con « potenza » e decisione. Del resto, l’evangelista stesso annota che i parenti « furono presi da grande stupore » (v. 42). Qui viene adoperato lo stesso termine greco (éxstasis), che verrà usato per descrivere lo « stupore » che coglierà le donne davanti al sepolcro di Gesù dopo la risurrezione (16,8). Uno dei tanti elementi che rimanda alla risurrezione del Signore, come abbiamo già accennato, oltre al fatto centrale del ritorno alla vita della fanciulla morta.

« Chi mi ha toccato il mantello? » Sullo sfondo di questo « potere » di Gesù sulla morte, si capisce anche meglio il suo potere sulla malattia, di cui un episodio altrettanto eloquente è la guarigione della donna, che « da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando » (vv. 25-28). Se Marco ci riferisce questi particolari circa i medici (a differenza di Luca 8,43, che era lui stesso medico!), non è per un certo gusto di metterli sotto accusa o di ridicolizzarli, come qualcuno ha pensato; ma piuttosto per sottolineare la gravità della malattia, la quale viene messa anche in maggiore evidenza per il fatto che durava già « da dodici anni ». Veramente con Gesù esplode la potenza della vita, quasi contagiosamente e con una forza tale, che sembra che lui stesso non sappia controllare: « Subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: « Chi mi ha toccato il mantello? »" (v. 30). Con Gesù sono finalmente venuti i tempi « nuovi », in cui la « vita » riprende il potere sulla morte perché, come ci ricordava all’inizio la Sapienza, « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi » (1,13).

La potenza della « fede » L’altro aspetto caratteristico di questi due episodi, come abbiamo sopra ricordato, è l’esaltazione della fede. Ciò è evidente sia nell’atteggiamento di Giairo, sia in quello dell’emorroissa. Il primo, infatti, si gettò ai piedi di Gesù « e lo pregava con insistenza: « La mia figlioletta è agli estremi, vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva »" (v. 23). La seconda, poi, sembra avere anche più fede, perché spera che, anche senza vederla, Gesù possa raccogliere il suo desiderio di guarigione: « Diceva infatti: « Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita »" (vv. 27-28). Questo agire quasi alla chetichella della donna deriva sia dal carattere umiliante della malattia, sia dallo stato d’impurità legale in cui tale malattia la poneva davanti agli altri. Tutte circostanze, che mettono in maggior evidenza la profondità della sua fede. D’altra parte, è evidente in tutti e due questi miracoli un « crescere » sofferto della fede, che circostanze esterne mettono sempre di più alla prova. Per Giairo è un colpo quando vengono a dirgli che è ormai inutile « disturbare » il Maestro perché la sua figlioletta è già « morta » (v. 35), quasi che Gesù potesse solo guarire dei malati e non risuscitare dei morti! Proprio per questo egli lo incoraggia, dicendo: « Non temere, continua solo ad aver fede! » (v. 36). È soprattutto davanti alla provocazione dell’assurdo e dell’umanamente impossibile che la fede prende corpo e si consolida! Lo stesso, sia pure in una forma diversa, avviene per l’emorroissa che, dopo aver ottenuto il miracolo, quasi sentendosi in colpa per quanto era accaduto e per l’interrogativo posto da Gesù: « Chi mi ha toccato il mantello? » (v. 30), « impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità » (v. 33). Gesù però la confortò dicendo: « Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male » (v. 34). Qui, più che un rischio per la fede, come era avvenuto nel caso di Giairo, c’è uno sforzo da parte di Gesù per far approfondire la fede alla donna: quello che è avvenuto in lei non è qualcosa di magico, ma un incontro « personale » con Cristo che conosce tutto. Perciò la donna viene invitata a un incontro « aperto » con il suo Salvatore! E anche questo è molto importante, perché spesso i nostri rapporti con Dio sono solo sulla base delle nostre infelicità, o dei nostri bisogni, o dei nostri desideri: è il caso di Giairo e della donna emorroissa. Perché non cercare invece Dio per se stesso? Perché non cercare Cristo come un amico, la cui amicizia vale più di tutti i beni che possono venirci da lui? È così che lo cercarono Andrea e Giovanni, spinti solo dal desiderio di trovare in lui ciò che potesse dar senso alla loro vita: «  »Rabbi (che significa maestro), dove abiti? ». Disse loro: « Venite e vedrete ». Andarono dunque e videro dove abitava, e quel giorno si fermarono presso di lui » (Gv 1,38-39).

Cristo, « da ricco che era, si è fatto povero per voi » Solo nell’incontro personale e prolungato con Cristo il suo mistero ci si svelerà tutto intero, e scopriremo le infinite dimensioni del suo amore: anche quella che Paolo ci ricorda nella seconda lettura quando, esortando i cristiani di Corinto ed essere generosi nella loro « colletta » verso i poveri di Gerusalemme, porta l’esempio di Gesù Cristo, il quale « da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8,9). È grandioso questo testo di Paolo, perché fa vedere come tutto l’agire del cristiano deve attingere ispirazione dai comportamenti di Cristo. E non soltanto dai singoli comportamenti storici della sua vita, quella nascosta e poi quella pubblica, ma soprattutto da quel gesto ineffabile e sconvolgente che è all’origine della sua stessa esperienza umana, cioè « l’incarnazione », a cui precisamente il nostro testo si riferisce. Qui veramente Cristo si è fatto « povero » di una « povertà », di cui quella della stalla di Betlemme era solo una pallida immagine!

Da CIPRIANI S.,

Sermon on the mount

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Publié dans:immagini sacre |on 25 juin, 2015 |Pas de commentaires »

DALLE «OMELIE» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO » PAOLO SOPPORTÒ OGNI COSA PER AMORE DI CRISTO »

http://antoniobortoloso.blogspot.it/2014/01/dalle-omelie-di-san-giovanni.html

DALLE «OMELIE» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO »PAOLO SOPPORTÒ OGNI COSA PER AMORE DI CRISTO »

Che cosa sia l\’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3,13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invitava tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil
2,18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12,10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2,14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l\’altrui freddezza e le ingiurie che l\’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l\’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa.
Godere dell\’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l\’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l\’ultimo di tutti, anzi un condannato però con l\’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro.
Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l\’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
Il godere dell\’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All\’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

PAOLO AD ATENE – IL DISCORSO NELL’AREÒPAGO (ATTI, 17, 16:34)

http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/it/meditazioni-bibliche/399-paolo-ad-atene#

PAOLO AD ATENE – IL DISCORSO NELL’AREÒPAGO (ATTI, 17, 16:34)

(Chiesa Valdese di Trapani)

Un testo abbastanza famoso, da cui oggi cercheremo di trarre una meditazione utile per noi . Chiariamo subito il significato di due parole, non di uso comune e, perciò, bisognevoli di spiegazione.
L’Areòpago (Άρειος Πάγος « Collina di Ares »), dove è collocato l’episodio, è una delle colline di Atene, situata tra l’agorà e l’acropoli: vi campeggiava sicuramente un tempio dedicato ad Ares, dio della guerra.
Nel periodo monarchico vi si riuniva il collegio delle supreme magistrature dello stato presiedute dal re, ma al tempo di Paolo era ridotto a luogo di incontro, soprattutto con gli stranieri che portavano idee nuove da confrontare con i sapienti locali.
E i sapienti di quel tempo, oltre agli epicurei, erano soprattutto i discepoli di Zenone, fondatore della scuola filosofica detta stoicismo.
Questa scuola sosteneva le virtù dell’autocontrollo e del distacco dalle cose terrene, portate all’estremo nell’ideale dell’atarassia, intesa come assenza di agitazione, con lo scopo di raggiungere l’integrità morale e intellettuale. Nell’ideale stoico è il dominio sulle passioni (detto apatìa) che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza. Riuscire è un compito individuale, e scaturisce dalla capacità del saggio di disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive gli ha inculcato. Lo stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli altri uomini, e l’aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata.
Degli epicurei ci basta ricordare la convinzione che gli dèi esistano, ma non si preoccupino minimamente dell’andamento delle cose terrene, né abbiano la minima intenzione di governare il mondo materiale.
Questa la situazione culturale di Atene, quando vi giunge l’apostolo Paolo.
Il nostro testo sottolinea l’amarezza del suo animo, vedendo la città piena di idoli. Da dove cominciare?
L’ambiente culturale da dove proviene è quello di Israele, dove l’idolatria è stata bandita da tempo e si adora l’unico Dio. Qui le divinità sono molte e ognuno ha il suo tempio e i suoi adoratori.
Paolo non si scoraggia, ha già predicato con successo a Berea e a Tessalonica, dove un gran numero di nobildonne greche e di uomini hanno accettato la fede, ma da dove è stato necessario partire con urgenza, per evitare lo scontro con i fratelli giudei che sobillavano la folla contro di lui.
Ma gli Ateniesi e i residenti stranieri hanno una caratteristica importante: sanno ascoltare, passano il loro tempo dialogando sulle novità.
E il capitolo 17 degli Atti degli Apostoli ci dà ragione del primo incontro tra mondo greco e cristiani:
da una parte ci sono filosofi stoici ed epicurei, i dotti del tempo che, sentendo San Paolo discutere ogni giorno sulla piazza con quelli che incontrava, si chiedono: « Cosa vuoi dire questo σπερματολόγος (ciarlatano)? ». E lo conducono all’Areopago.
Dall’altra parte c’è Paolo che, originario di Tarso, luogo di incontro tra cultura greca e mondo ebraico, doveva ben conoscere il poeta e filosofo stoico Arato, che cita nel rispondere al dotto pubblico ateniese. Di questo poeta, tipico rappresentante della cultura ellenistica, Paolo assume il linguaggio, le categorie, i concetti, ma caricando ogni sua parola di una valenza nuova ed estranea a Stoici ed Epicurei, della novità portata dal fatto di Cristo.
La prima parte del discorso di Paolo prende spunto da una iscrizione al « Dio ignoto » da lui vista nelle vie di Atene, ed è una lettura in chiave giudaico-cristiara dei primi 19 versi (il cosiddetto Inno a Zeus) dei Phaenomena di Arato. E Paolo in effetti deriva da Arato non solo la citazione esplicita (Atti 17,28) del v. 5, ma anche l’immagine del Dìo provvidente che fissa agli uomini i tempi prestabiliti. In Arato – v. 10 sgg. – si tratta degli astri e dei segni nel cielo che distinguono il corso dell’ anno e delle stagioni.
Voglio vedere in Paolo un maestro e cercare di capire assieme a voi il suo metodo di evangelizzazione.
Qualche nostro fratello esagitato avrebbe cominciato il suo discorso inveendo contro la presenza di tanti altari e di tante divinità, ergendosi a paladino della sua verità e irritando subito gli ascoltatori.
Paolo no. Il suo spunto, per interessare gli uditori, lo prende proprio da qualcosa che è loro familiare: un altare dedicato al ‘Dio sconosciuto’ e un loro poeta – Arato – che ha trovato un’ottima relazione con Dio.
Paolo si improvvisa profeta di questo Dio, al cui altare forse nessuno si era ancora fermato: io vi annuncio qualcosa che voi adorate senza conoscere.

E’ importante: evangelizzare significa annunciare, portare conoscenza.
E Paolo cosa annuncia?
Dio ha fatto il mondo
Dio è Signore del cielo e della terra
Dio non abita in templi costruiti dall’uomo
Dio dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa
Le nostre mani non hanno nulla da donare a Dio, perché tutto è di Dio
Dio ha derivato tutte le nazioni da un solo uomo
Gli uomini possono cercare Dio, ma è difficile trovarlo, benché sia vicino a ognuno di noi.
In Dio noi viviamo, ci muoviamo e siamo. Siamo sua discendenza. Proprio come diceva Arato.
Dio è spirito, nulla a che fare con oro, argento o pietre scolpite dall’arte.
I tempi dell’ignoranza sono finiti: bisogna ravvedersi. Attraverso un uomo che ha risuscitato dai morti, Dio giudicherà il mondo.

Gli Ateniesi ascoltano senza obiezioni fino al concetto della resurrezione, a loro totalmente estraneo. ‘Ti ascolteremo un’altra volta’, e vanno via.
Comunque la parola annunciata da Paolo fa breccia: alcuni si unirono a lui e cedettero. Il nostro testo ci tiene a farci conoscere anche il nome di una donna: Damaris.
Meditiamo anche noi sul messaggio di Paolo e sul suo modo di evangelizzare.
La scena dell’areopago si ripete spesso anche ai nostri giorni, gli idoli non mancano nella nostra città, gli altari e i templi sono dedicati a tanti santi e madonne: cambia il loro nome ma non la loro funzione.
Solo un esempio. Ares per gli Ateniesi era il dio della guerra, ebbene ora ci pensa santa Barbara, protettrice delle armi. Figuriamoci!
Anche noi possiamo annunciare il vangelo della verità, Dio è fedele alla sua promessa e anche dalle nostre parole può suscitare la fede. Forse manca proprio Paolo….se spesso noi taciamo, ormai abituati a convivere in mezzo a tanta idolatria e ignoranza.
E il guaio è proprio questo: la nostra società ci tiene proprio a dirsi cristiana, anche se poi tanti, incalzati a dovere, stentano a credere in Gesù risorto. Anzi, spesso negano totalmente il potere di Dio sulla morte. E le enormi statue di padre Pio sono gli idoli più recenti che proteggono l’ignoranza del nostro popolo. Ma noi siamo chiamati a evangelizzare, con rispetto, con fede e con molta preghiera in questa città, dove viviamo.
Che il Signore ci invada col suo Spirito, perché possiamo trovare forza e potenza nel parlare di Lui.
Il mondo ha bisogno di veri credenti cristiani, per non perdere il senso della giustizia e della fratellanza fra tutti i popoli.

Franco D’Amico – culto del 20 dic 2009

 

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