OMELIA 28 GIUGNO 2015 – « DIO NON HA CREATO LA MORTE E NON GODE PER LA ROVINA DEI VIVENTI »

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28 GIUGNO 2015 | 13A DOMENICA – T. ORDINARIO B | APPUNTI PER LA LECTIO

« DIO NON HA CREATO LA MORTE E NON GODE PER LA ROVINA DEI VIVENTI »

C’è uno stretto rapporto fra la prima lettura (Sap 1,13-15; 2,23-24), che esalta la « vita » come dono permanente fatto da Dio agli uomini, e il brano evangelico (Mc 5,21-43), che ci presenta Gesù come dispensatore di vita e di salvezza, anche fisica (per ben tre volte vi si usa il verbo « salvare »: vv. 23.28.34). Il doppio miracolo della guarigione della emorroissa e della risurrezione della figlia del capo della sinagoga ci fa sentire, per un verso, Gesù totalmente inserito al di dentro dei nostri drammi umani, e, per un altro verso, l’unico risolutore dei nostri problemi, delle nostre sofferenze, delle nostre paure, dei nostri scacchi, l’ultimo dei quali è la morte. In un certo senso si può dire che il brano di Vangelo è una risposta, a distanza, all’interrogativo che si pone l’autore del libro della Sapienza davanti allo « scandalo » della morte: non è essa una « stonatura » nella meravigliosa sinfonia del creato? Non accusa forse Dio di poco amore per gli uomini? C’è una speranza di vincerla, o almeno di allontanarla dal nostro mondo?

« Dio ha creato l’uomo per l’immortalità » Ma vediamo come l’autore del libro della Sapienza dà la sua risposta al riguardo: rifacendosi soprattutto ai primi tre capitoli della Genesi, egli afferma che non è Dio che ha voluto la « morte », ma Satana, che è entrato come elemento di disturbo nell’opera della creazione (Sap 2,24). Per afferrare bene il significato del brano, c’è da notare che l’autore sacro intende qui la « morte » sia in senso fisico che in senso spirituale: il « peccato » è la causa della morte e, per l’uomo peccatore, la morte fisica è anche morte spirituale ed eterna; perciò al v. 15 si dice che « la giustizia è immortale », nel senso che dà l’immortalità a chi la pratica. Ora, immaginando appunto che nel mondo non fosse mai « entrato » il peccato, non ci sarebbe stata neppure la morte: « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza » (1,13-14). Si noti l’insistenza, con cui in tutto il brano si ribadisce il concetto che da Dio viene solo la « vita » la quale, ovviamente, proprio in parallelismo al concetto di « morte », viene intesa sia in senso fisico, sia in senso spirituale: « si vive » nella misura in cui si aderisce a Dio, che è l’eterno Vivente! Questo vale soprattutto per l’uomo, che Dio « ha creato per l’immortalità » ed ha fatto « a immagine della propria natura » (2,23). Dato il contesto, qui l’uomo è detto « immagine » di Dio anche in quanto destinato a « vivere » per sempre: la morte, in ultima analisi, deturpa l’immagine di Dio sul volto dell’uomo! Proprio per questo, Dio non può averla né pensata, né voluta: essa « è entrata nel mondo per invidia del diavolo: e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono » (2,24). Nell’ultimo versetto è importante notare che la morte continua a diffondersi nel mondo, nella misura in cui gli uomini « appartengono » a Satana: cioè anche oggi la morte avviene in noi perché aderiamo a Satana, perché ognuno di noi « ratifica », in un certo senso, la rivolta primordiale dei progenitori. Il che significa, di nuovo, che c’è morte « fisica » perché prima ancora c’è stata la morte « morale » nel nostro spirito che si è lasciato suggestionare da Satana.

« La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani » I due miracoli dell’emorroissa e della risurrezione della figlia di Giairo sono stati certamente sentiti dall’evangelista come molto vicini fra di loro quanto al loro significato « teologico »: di qui quel tipico procedimento letterario dell’ »incastro » per cui, iniziato il racconto di un miracolo (vv. 21-24), si inserisce subito il racconto del secondo miracolo (vv. 25-34), per poi completare il primo (vv. 35-43). Oltre che dalla struttura letteraria, la convergenza e l’integrazione dei due miracoli sono messe in evidenza sia dal fatto che essi vengono operati in due donne, di cui una soffre di emorragia da « dodici anni » (5,25) e l’altra è una fanciulla di « dodici anni » (5,42), sia soprattutto perché in ambedue i miracoli abbiamo l’esaltazione della potenza di Gesù sulla morte e sulla malattia, che della prima è l’ordinaria premessa, e l’esaltazione della fede, che è all’origine dei due miracoli qui descritti. Esaminiamo ora molto rapidamente questi due aspetti, a cui abbiamo accennato. Che Marco abbia voluto mettere in evidenza la potenza di Gesù sulla morte è chiaro da tutto il racconto del primo miracolo, in cui la situazione della fanciulla, che Gesù è invitato a guarire con urgenza, precipita alla fine verso il peggio. Ecco, infatti, come si esprime il padre, che era uno dei membri del consiglio della sinagoga, rivolgendosi a Gesù: « La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva » (v. 23). Siamo dunque « agli estremi »: qualsiasi pur piccolo ritardo di Gesù potrebbe essere fatale! In realtà, da parte di Gesù c’è un certo ritardo, dovuto al suo incontro con l’emorroissa, ma anche, in parte, voluto, perché accadesse l’irreparabile. Infatti, mentre Gesù stava ancora parlando con la donna, ecco che dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: « Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro? » (v. 35).

« La bambina non è morta, ma dorme » Ciò nonostante, Gesù va fino alla casa di Giairo, dove frattanto si erano radunati amici e parenti per il normale, chiassoso rito delle condoglianze, in uso nella Palestina del tempo; e quasi provocandoli, come seccato, dice loro: « Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme » (v. 39). L’espressione non voleva certo significare che la fanciulla non fosse morta davvero, o fosse morta solo di morte apparente, ma voleva soltanto dire che la morte sarebbe stata vinta come si vince lo stato di sonno dal normale « risveglio » di ogni mattina. D’altra parte, nell’espressione c’è tutta la visione tipica del cristianesimo circa la morte, che viene considerata non come evento ultimo e definitivo, ma come momento di « passaggio » ad un altro modo di vivere, come avviene nel normale avvicendarsi delle fasi del sonno e del risveglio, e soprattutto come è avvenuto per la risurrezione del Signore, a cui, in questo episodio, c’è più di un riferimento. Si noti appunto la reazione dei presenti che, alle parole di Gesù, le quali aprivano uno spiraglio di speranza, incominciano a « deriderlo » (v. 40). Ed è proprio a questo punto che esplode la sua potenza taumaturgica sulla morte: « Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: « Talità kum », che significa: « Fanciulla, io ti dico, àlzati! ». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare » (vv. 40-42). Qui siamo certamente davanti a delle parole autentiche di Gesù, che Marco riferisce nel loro originale suono aramaico: « Talità kum ». Tanto esse dovettero fare impressione, per il risultato ottenuto, che a distanza di decine d’anni si potevano ricordare, anche in ambiente greco, proprio come Gesù le aveva dette, con « potenza » e decisione. Del resto, l’evangelista stesso annota che i parenti « furono presi da grande stupore » (v. 42). Qui viene adoperato lo stesso termine greco (éxstasis), che verrà usato per descrivere lo « stupore » che coglierà le donne davanti al sepolcro di Gesù dopo la risurrezione (16,8). Uno dei tanti elementi che rimanda alla risurrezione del Signore, come abbiamo già accennato, oltre al fatto centrale del ritorno alla vita della fanciulla morta.

« Chi mi ha toccato il mantello? » Sullo sfondo di questo « potere » di Gesù sulla morte, si capisce anche meglio il suo potere sulla malattia, di cui un episodio altrettanto eloquente è la guarigione della donna, che « da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando » (vv. 25-28). Se Marco ci riferisce questi particolari circa i medici (a differenza di Luca 8,43, che era lui stesso medico!), non è per un certo gusto di metterli sotto accusa o di ridicolizzarli, come qualcuno ha pensato; ma piuttosto per sottolineare la gravità della malattia, la quale viene messa anche in maggiore evidenza per il fatto che durava già « da dodici anni ». Veramente con Gesù esplode la potenza della vita, quasi contagiosamente e con una forza tale, che sembra che lui stesso non sappia controllare: « Subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: « Chi mi ha toccato il mantello? »" (v. 30). Con Gesù sono finalmente venuti i tempi « nuovi », in cui la « vita » riprende il potere sulla morte perché, come ci ricordava all’inizio la Sapienza, « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi » (1,13).

La potenza della « fede » L’altro aspetto caratteristico di questi due episodi, come abbiamo sopra ricordato, è l’esaltazione della fede. Ciò è evidente sia nell’atteggiamento di Giairo, sia in quello dell’emorroissa. Il primo, infatti, si gettò ai piedi di Gesù « e lo pregava con insistenza: « La mia figlioletta è agli estremi, vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva »" (v. 23). La seconda, poi, sembra avere anche più fede, perché spera che, anche senza vederla, Gesù possa raccogliere il suo desiderio di guarigione: « Diceva infatti: « Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita »" (vv. 27-28). Questo agire quasi alla chetichella della donna deriva sia dal carattere umiliante della malattia, sia dallo stato d’impurità legale in cui tale malattia la poneva davanti agli altri. Tutte circostanze, che mettono in maggior evidenza la profondità della sua fede. D’altra parte, è evidente in tutti e due questi miracoli un « crescere » sofferto della fede, che circostanze esterne mettono sempre di più alla prova. Per Giairo è un colpo quando vengono a dirgli che è ormai inutile « disturbare » il Maestro perché la sua figlioletta è già « morta » (v. 35), quasi che Gesù potesse solo guarire dei malati e non risuscitare dei morti! Proprio per questo egli lo incoraggia, dicendo: « Non temere, continua solo ad aver fede! » (v. 36). È soprattutto davanti alla provocazione dell’assurdo e dell’umanamente impossibile che la fede prende corpo e si consolida! Lo stesso, sia pure in una forma diversa, avviene per l’emorroissa che, dopo aver ottenuto il miracolo, quasi sentendosi in colpa per quanto era accaduto e per l’interrogativo posto da Gesù: « Chi mi ha toccato il mantello? » (v. 30), « impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità » (v. 33). Gesù però la confortò dicendo: « Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male » (v. 34). Qui, più che un rischio per la fede, come era avvenuto nel caso di Giairo, c’è uno sforzo da parte di Gesù per far approfondire la fede alla donna: quello che è avvenuto in lei non è qualcosa di magico, ma un incontro « personale » con Cristo che conosce tutto. Perciò la donna viene invitata a un incontro « aperto » con il suo Salvatore! E anche questo è molto importante, perché spesso i nostri rapporti con Dio sono solo sulla base delle nostre infelicità, o dei nostri bisogni, o dei nostri desideri: è il caso di Giairo e della donna emorroissa. Perché non cercare invece Dio per se stesso? Perché non cercare Cristo come un amico, la cui amicizia vale più di tutti i beni che possono venirci da lui? È così che lo cercarono Andrea e Giovanni, spinti solo dal desiderio di trovare in lui ciò che potesse dar senso alla loro vita: «  »Rabbi (che significa maestro), dove abiti? ». Disse loro: « Venite e vedrete ». Andarono dunque e videro dove abitava, e quel giorno si fermarono presso di lui » (Gv 1,38-39).

Cristo, « da ricco che era, si è fatto povero per voi » Solo nell’incontro personale e prolungato con Cristo il suo mistero ci si svelerà tutto intero, e scopriremo le infinite dimensioni del suo amore: anche quella che Paolo ci ricorda nella seconda lettura quando, esortando i cristiani di Corinto ed essere generosi nella loro « colletta » verso i poveri di Gerusalemme, porta l’esempio di Gesù Cristo, il quale « da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8,9). È grandioso questo testo di Paolo, perché fa vedere come tutto l’agire del cristiano deve attingere ispirazione dai comportamenti di Cristo. E non soltanto dai singoli comportamenti storici della sua vita, quella nascosta e poi quella pubblica, ma soprattutto da quel gesto ineffabile e sconvolgente che è all’origine della sua stessa esperienza umana, cioè « l’incarnazione », a cui precisamente il nostro testo si riferisce. Qui veramente Cristo si è fatto « povero » di una « povertà », di cui quella della stalla di Betlemme era solo una pallida immagine!

Da CIPRIANI S.,

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 26 juin, 2015 |Pas de Commentaires »

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