PAOLO AD ATENE – IL DISCORSO NELL’AREÒPAGO (ATTI, 17, 16:34)

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PAOLO AD ATENE – IL DISCORSO NELL’AREÒPAGO (ATTI, 17, 16:34)

(Chiesa Valdese di Trapani)

Un testo abbastanza famoso, da cui oggi cercheremo di trarre una meditazione utile per noi . Chiariamo subito il significato di due parole, non di uso comune e, perciò, bisognevoli di spiegazione.
L’Areòpago (Άρειος Πάγος « Collina di Ares »), dove è collocato l’episodio, è una delle colline di Atene, situata tra l’agorà e l’acropoli: vi campeggiava sicuramente un tempio dedicato ad Ares, dio della guerra.
Nel periodo monarchico vi si riuniva il collegio delle supreme magistrature dello stato presiedute dal re, ma al tempo di Paolo era ridotto a luogo di incontro, soprattutto con gli stranieri che portavano idee nuove da confrontare con i sapienti locali.
E i sapienti di quel tempo, oltre agli epicurei, erano soprattutto i discepoli di Zenone, fondatore della scuola filosofica detta stoicismo.
Questa scuola sosteneva le virtù dell’autocontrollo e del distacco dalle cose terrene, portate all’estremo nell’ideale dell’atarassia, intesa come assenza di agitazione, con lo scopo di raggiungere l’integrità morale e intellettuale. Nell’ideale stoico è il dominio sulle passioni (detto apatìa) che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza. Riuscire è un compito individuale, e scaturisce dalla capacità del saggio di disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive gli ha inculcato. Lo stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli altri uomini, e l’aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata.
Degli epicurei ci basta ricordare la convinzione che gli dèi esistano, ma non si preoccupino minimamente dell’andamento delle cose terrene, né abbiano la minima intenzione di governare il mondo materiale.
Questa la situazione culturale di Atene, quando vi giunge l’apostolo Paolo.
Il nostro testo sottolinea l’amarezza del suo animo, vedendo la città piena di idoli. Da dove cominciare?
L’ambiente culturale da dove proviene è quello di Israele, dove l’idolatria è stata bandita da tempo e si adora l’unico Dio. Qui le divinità sono molte e ognuno ha il suo tempio e i suoi adoratori.
Paolo non si scoraggia, ha già predicato con successo a Berea e a Tessalonica, dove un gran numero di nobildonne greche e di uomini hanno accettato la fede, ma da dove è stato necessario partire con urgenza, per evitare lo scontro con i fratelli giudei che sobillavano la folla contro di lui.
Ma gli Ateniesi e i residenti stranieri hanno una caratteristica importante: sanno ascoltare, passano il loro tempo dialogando sulle novità.
E il capitolo 17 degli Atti degli Apostoli ci dà ragione del primo incontro tra mondo greco e cristiani:
da una parte ci sono filosofi stoici ed epicurei, i dotti del tempo che, sentendo San Paolo discutere ogni giorno sulla piazza con quelli che incontrava, si chiedono: « Cosa vuoi dire questo σπερματολόγος (ciarlatano)? ». E lo conducono all’Areopago.
Dall’altra parte c’è Paolo che, originario di Tarso, luogo di incontro tra cultura greca e mondo ebraico, doveva ben conoscere il poeta e filosofo stoico Arato, che cita nel rispondere al dotto pubblico ateniese. Di questo poeta, tipico rappresentante della cultura ellenistica, Paolo assume il linguaggio, le categorie, i concetti, ma caricando ogni sua parola di una valenza nuova ed estranea a Stoici ed Epicurei, della novità portata dal fatto di Cristo.
La prima parte del discorso di Paolo prende spunto da una iscrizione al « Dio ignoto » da lui vista nelle vie di Atene, ed è una lettura in chiave giudaico-cristiara dei primi 19 versi (il cosiddetto Inno a Zeus) dei Phaenomena di Arato. E Paolo in effetti deriva da Arato non solo la citazione esplicita (Atti 17,28) del v. 5, ma anche l’immagine del Dìo provvidente che fissa agli uomini i tempi prestabiliti. In Arato – v. 10 sgg. – si tratta degli astri e dei segni nel cielo che distinguono il corso dell’ anno e delle stagioni.
Voglio vedere in Paolo un maestro e cercare di capire assieme a voi il suo metodo di evangelizzazione.
Qualche nostro fratello esagitato avrebbe cominciato il suo discorso inveendo contro la presenza di tanti altari e di tante divinità, ergendosi a paladino della sua verità e irritando subito gli ascoltatori.
Paolo no. Il suo spunto, per interessare gli uditori, lo prende proprio da qualcosa che è loro familiare: un altare dedicato al ‘Dio sconosciuto’ e un loro poeta – Arato – che ha trovato un’ottima relazione con Dio.
Paolo si improvvisa profeta di questo Dio, al cui altare forse nessuno si era ancora fermato: io vi annuncio qualcosa che voi adorate senza conoscere.

E’ importante: evangelizzare significa annunciare, portare conoscenza.
E Paolo cosa annuncia?
Dio ha fatto il mondo
Dio è Signore del cielo e della terra
Dio non abita in templi costruiti dall’uomo
Dio dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa
Le nostre mani non hanno nulla da donare a Dio, perché tutto è di Dio
Dio ha derivato tutte le nazioni da un solo uomo
Gli uomini possono cercare Dio, ma è difficile trovarlo, benché sia vicino a ognuno di noi.
In Dio noi viviamo, ci muoviamo e siamo. Siamo sua discendenza. Proprio come diceva Arato.
Dio è spirito, nulla a che fare con oro, argento o pietre scolpite dall’arte.
I tempi dell’ignoranza sono finiti: bisogna ravvedersi. Attraverso un uomo che ha risuscitato dai morti, Dio giudicherà il mondo.

Gli Ateniesi ascoltano senza obiezioni fino al concetto della resurrezione, a loro totalmente estraneo. ‘Ti ascolteremo un’altra volta’, e vanno via.
Comunque la parola annunciata da Paolo fa breccia: alcuni si unirono a lui e cedettero. Il nostro testo ci tiene a farci conoscere anche il nome di una donna: Damaris.
Meditiamo anche noi sul messaggio di Paolo e sul suo modo di evangelizzare.
La scena dell’areopago si ripete spesso anche ai nostri giorni, gli idoli non mancano nella nostra città, gli altari e i templi sono dedicati a tanti santi e madonne: cambia il loro nome ma non la loro funzione.
Solo un esempio. Ares per gli Ateniesi era il dio della guerra, ebbene ora ci pensa santa Barbara, protettrice delle armi. Figuriamoci!
Anche noi possiamo annunciare il vangelo della verità, Dio è fedele alla sua promessa e anche dalle nostre parole può suscitare la fede. Forse manca proprio Paolo….se spesso noi taciamo, ormai abituati a convivere in mezzo a tanta idolatria e ignoranza.
E il guaio è proprio questo: la nostra società ci tiene proprio a dirsi cristiana, anche se poi tanti, incalzati a dovere, stentano a credere in Gesù risorto. Anzi, spesso negano totalmente il potere di Dio sulla morte. E le enormi statue di padre Pio sono gli idoli più recenti che proteggono l’ignoranza del nostro popolo. Ma noi siamo chiamati a evangelizzare, con rispetto, con fede e con molta preghiera in questa città, dove viviamo.
Che il Signore ci invada col suo Spirito, perché possiamo trovare forza e potenza nel parlare di Lui.
Il mondo ha bisogno di veri credenti cristiani, per non perdere il senso della giustizia e della fratellanza fra tutti i popoli.

Franco D’Amico – culto del 20 dic 2009

 

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