PERCORSI DEL DESIDERIO NELL’ANTICO TESTAMENTO – di Rinaldo Fabris

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PERCORSI DEL DESIDERIO NELL’ANTICO TESTAMENTO

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 13 novembre 1999

Contrariamente a quanto affermato anche da una rilettura di Paolo in termini dualistici, ulteriormente aggravato poi dalla controversia tra cattolici e luterani sulla « concupiscenza », il mondo delle passioni non è connotato nella bibbia in termini negativi, quasi che l’incontro con Dio possa avvenire solo liberandosi dal corpo, dalle emozioni, dalle passioni, dai desideri.
La bibbia ebraica è piena di uomini, e anche di qualche donna, attraversati da desideri. Ezechiele è chiamato da Dio « uomo dei desideri ». Numerosi sono i protagonisti di storie di amore, di gelosie, di lotte e non solo tra uomo e donna (v. Gionata e Davide).
Ma oltre ai due desideri esposti dal precedente relatore (Vigna), quello del mangiare e bere e quello del fare l’amore, non esiste forse un altro potente desiderio, quello del potere, del successo, del difendere e promuovere la propria identità?
E’ questo il primo desiderio che si incontra nella bibbia.
1. il dramma del desiderio nel giardino di Eden
Dio Crea un giardino ideale, un mondo ideale, ricco di acque e di alberi « graditi alla vista e buoni da mangiare », con al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.
All’uomo, presentato come responsabile del giardino che è a sua disposizione, viene posta la clausola di non accedere all’albero della conoscenza del bene e del male come condizione per vivere.
Il desiderio, scatenato dal dialogo col serpente (« sarete come figli di Dio capaci di conoscere il bene e il male »), è il desiderio di infinito, come condizione di successo, di potere. E poiché l’uomo, riuscito ad impossessarsi della conoscenza e del potere, potrebbe accedere alla vita non come dono ma come proprietà e rapina, viene cacciato dal giardino. Le relazioni sono infrante. Eva rivolgerà il proprio desiderio verso Adam che la dominerà.
2. il conflitto del desiderio in Caino
Nella coppia dei fratelli viene rappresentata la diversità (diverso accoglimento del sacrificio da parte di Dio), dalla quale scaturisce il desiderio minaccioso, il conflitto, la violenza. Dio invita Caino a dominare l’istinto, il desiderio del peccato, presentato come bestia minacciosa.
3. la bramosia del popolo nel deserto (Nm 11,4-35)
Il tempo del deserto è il tempo della prova. dove i desideri diventano occasione e motivo di ribellione e di morte. (Paolo farà riferimento a questo episodio in 1Cor 10).
Il popolo, uscito dalla schiavitù d’Egitto e in cammino verso la terra di libertà, stanco della manna e del suo sapore di pasta cotta all’olio, preso dalla bramosia, si lamenta con Mosè, rimpiangendo i gusti piccanti del tempo della schiavitù. Dio promette di dare la carne con tale abbondanza da suscitarne nausea e colpisce il popolo per la sua ingordigia.
Emerge qui il problema dell’ambivalenza del desiderio: è possibile vivere relazioni giuste all’interno della coppia, tra fratelli o tra diversi, controllando il desiderio? Il bisogno di vita, di mangiare, di sicurezza è ambivalente e può portare alla sepoltura piuttosto che verso la terra di libertà.
4. « non desiderare » (Es 20,17; Dt 5,21)
Il decalogo, o dieci parole, prima di essere un elenco di divieti o di ordini è una indicazione della via per avere la vita giusta e felice. « Non desiderare » è l’unica indicazione ripetuta due volte. La diversa formulazione dell’ultimo comandamento in Esodo e Deuteronomio darà luogo nella tradizione delle chiese occidentali (a differenza dell’ebraismo e delle chiese orientali) a due distinti comandamenti.
Il desiderio di cui si tratta non è anzitutto un semplice stato d’animo o un sentimento, ma un comportamento che nasce dal desiderio, per cui « non desiderare la casa del tuo prossimo » andrebbe tradotto così: « non intraprendere nulla per entrare in possesso della casa del tuo prossimo ».
Secondo le dieci parole la condizione per vivere in libertà è che nessuno prenda il posto di Dio e che il prossimo, membro dell’alleanza, possa essere al sicuro. Pertanto non bisogna attentare a nulla di quanto è indispensabile per vivere, ai beni e tra questi, al centro, la moglie (visione patriarcale).
Il « non desiderare la moglie » come il « non commettere adulterio » (sesto comandamento) non è un problema di desideri impuri, di brame sessuali da controllare, ma di non attentare alla dignità del prossimo (Paolo in Rom 13 dirà che il « non desiderare » si riassume nell’amare il prossimo).
In questa prospettiva il non desiderare è l’interiorizzazione dei precedenti divieti.
Il fatto che le dieci parole siano quasi tutte introdotte dal non significa che il decalogo presenti una morale negativa e che solo con il cristianesimo si sia passati da una morale negativa ad una positiva, e da una morale esteriore ad una interiore. Il « non » esprime la forma apodittica delle leggi assolute, più estese ed impegnative di quelle positive. Sono principi di vita. L’interiorizzazione si ha già nel Primo Testamento. La fedeltà a Dio come unico si vive nella giusta relazione con il prossimo, interiorizzata con l’indicazione del « non desiderare ».
5. il desiderio nella tradizione sapienziale.
Il tema del « non desiderare » del decalogo è ripreso in Giobbe (31,1-2.7-9). Nel delineare il ritratto dell’osservante Giobbe sottolinea l’importanza del non attentare a ciò che appartiene al tuo prossimo.
Nei Proverbi (6,24-29) si sostiene la necessità di controllare i desideri, di non lasciarsi sedurre dalla straniera-prostituta… l’esito è mortale
Gesù Ben Sirach insegna ai giovani il modo di comportarsi con le donne (Sir 9,1-9) perché la passione non faccia scivolare nella rovina, nella vita non riuscita…
L’appagamento del desiderio è fonte di vita (Proverbi 13,19)
Di fronte alla coscienza del limite radicale, che tutto è senza consistenza, il Qoelet invita a godere con serenità di tutto quanto si dispone. Dio ha destinato l’essere umano a godere delle cose belle e positive della vita, da non predare come possidenti, ma da accogliere come dono.
6. il desiderio di Dio
Nel salmo 63 si parla del desiderio di Dio con il linguaggio metaforico del mangiare, del bere, dell’incontro d’amore. Queste immagini sono trasfigurate dall’esperienza del desiderio di infinito.
L’esperienza di preghiera orienta e vivifica i desideri.

conclusioni
Il desiderio di infinito e il desiderio proibito non sono due poli alternativi.
Il desiderio di infinito è una vocazione, non una maledizione. Ci consente di intravedere un orizzonte più grande nelle piccole realtà che viviamo, quelle del mangiare, del bere, dell’incontro… Il desiderio di infinito si realizza non con la rapina dell’albero della conoscenza, del potere, della libertà (come proprietà da rivendicare), ma nell’accoglierlo come dono.
Il « non desiderare » non è un invito a reprimere o demonizzare i desideri, ma a educarli e orientarli. La realizzazione del desiderio avviene non prendendo il posto di Dio, ma nell’accogliere i doni. Il desiderio che nasce dal bisogno di vivere può finire nella morte se si cede alla tentazione di mettersi al posto di Dio e se si viene meno al giusto rapporto con l’altro, trasformando l’altro in oggetto invece che in soggetto di incontro.

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