2CORINZI 5,17-21 – COMMENTO

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2CORINZI 5,17-21 – COMMENTO

Fratelli, 17 se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. 18 Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19 È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
20 Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.

COMMENTO
2 Corinzi 5,18-21; 6,1-2

Il ministero della riconciliazione
All’interno della prima parte della lettera (cc. 1-7), nella quale Paolo ricorda le incomprensioni che avevano offuscato il suo rapporto con la comunità e la riconciliazione avvenuta, si situa una prima sezione apologetica (2Cor 2,14-7,4). In essa si possono distinguere quattro parti: 1) il ministero della nuova alleanza (2,14-4,6); 2) tribolazioni e speranze dell’apostolo (4,7-5,10); 3) l’annunzio della riconciliazione (5,11-6,10); 4) conclusione (6,11-7,4). Nella terza parte di questa sezione Paolo si presenta come apostolo spinto dall’amore di Cristo a compiere la sua opera di evangelizzazione (5,11-17); poi prosegue mettendo in luce la sua opera a favore della riconciliazione (5,18-6,2) e infine descrive il suo comportamento apostolico (6,3-10). Il testo liturgico riporta il brano centrale di questa parte della sezione. In essa Paolo si presenta anzitutto come ministro della riconciliazione offerta da Dio (5,18-20), spiega poi il ruolo di Cristo (5,21) e infine invita i suoi lettori ad accogliere il dono di Dio (6,1-2).

La riconciliazione (5,18-20)
L’amore di Cristo che spinge Paolo nell’opera dell’evangelizzazione (cfr. v. 14) fa parte di un grande processo di riconciliazione: «Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (v. 18). Il soggetto di questa frase è il pronome indefinito «tutto questo» (ta panta tutte le cose). Esso si riferisce al contesto letterario precedente (vv. 14-17), in cui Paolo ha evocato sinteticamente la morte e la risurrezione di Cristo, definendo gli effetti salvifici universali di tale evento in termini di « nuova creazione » (cfr. v. 17). Tutta l’opera salvifica di Dio viene presentata come una riconciliazione, di cui il protagonista non è Paolo, ma Dio stesso. Paolo è solo un intermediario, al quale è stato affidato il «ministero» (diakonia) della riconciliazione, cioè il compito di rendere attuale ed efficace questo dono divino per i suoi ascoltatori.
L’origine divina della riconciliazione viene ribadita nel versetto successivo: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» (v. 19). Normalmente è il colpevole che prende l’iniziativa di riconciliarsi con chi ha offeso; qui invece è l’offeso che fa il primo passo per riconciliare a sé colui che ha sbagliato. Egli lo fa per mezzo di Cristo «non imputando (logizô) agli uomini le loro colpe (paraptômata)» In un altro contesto Paolo parla della tolleranza e pazienza di Dio (Rm 2,4), che si è esercitata precisamente nei confronti dei peccati passati (3,25-26). In altre parole Dio non ha punito le colpe degli uomini perché intendeva perdonarli per mezzo di Cristo. Perciò ha affidato a Paolo la «parola» (logon) della riconciliazione: è con la parola dunque che egli svolge il suo servizio all’opera divina della riconciliazione. Egli riprende questo concetto sottolineando: «Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (v. 20). L’apostolo è un ambasciatore, un porta parola, attraverso il quale è Dio stesso che esorta. Il suo compito consiste esclusivamente nel far sì che i suoi ascoltatori si lascino riconciliare (katallagête, all’aoristo passivo) con Dio: ad essi dunque non spetta prendere l’iniziativa, ma si richiede che accettino il dono di Dio, affinché porti frutto in loro: è questo il ruolo per eccellenza della fede.

Il ruolo di Cristo (v. 21)
Nei versetti precedenti Paolo aveva accennato al ruolo di Cristo in quanto primo intermediario della riconciliazione offerta da Dio. Ora spiega come egli ha assolto il suo compito: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (v. 21). La salvezza si è dunque verificata mediante uno scambio. Dio «fece peccato» (hamartian epoiesen) precisamente il Cristo, il quale «non conobbe peccato», cioè non fece mai l’esperienza del male morale. Ma agendo così nei suoi confronti, Dio è intervenuto a favore degli uomini (hyper hêmôn, per noi, a nostro favore), come Paolo spesso ripete nel suo epistolario; è così che gli esseri umani hanno ricevuto in dono la possibilità di diventare giusti davanti a Dio. Certamente Cristo non commise alcun peccato.
Cristo dunque è diventato «peccato» perché, avendo assunto integralmente la condizione umana, ha sperimentato in sé non solo la fragilità, le prove, le tentazioni di ogni uomo, ma anche le conseguenze negative del peccato umano. In Rm 8,3 Paolo preciserà che Dio ha inviato il Figlio non con la «carne di peccato» né con il «peccato» in quanto tale, ma «in somiglianza di carne di peccato» (en homoiômati sarkos hamartias). Di conseguenza la giustizia di Dio passa agli uomini non solo «per mezzo di Cristo» (dia Christou, 5,18b), ma anche «in lui» (en autôi, v. 21c; cfr. v. 19a: en Christôi). È «in» Cristo, diventato solidale con i peccatori, che si attua la salvezza divina, che conseguentemente si estende a tutti coloro che credono in lui. Paolo non intende quindi l’intervento salvifico di Dio mediante Cristo nei termini di una «espiazione vicaria», in forza della quale egli prenderebbe su di sé la pena dovuta ai peccatori, ma come una solidarietà che Dio instaura con Cristo e per mezzo suo estende ai peccatori.

Esortazione (6,1-2)
Dopo aver messo in luce l’opera di Dio in Cristo, di cui egli è l’araldo, Paolo attua il suo compito direttamente con i destinatari della sua lettera: «E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio» (v. 1). Proprio in quanto collaboratore di Dio Paolo esorta i corinzi di far sì che il dono divino non cada su una terra sterile che non produce alcun frutto. Certo l’iniziativa è di Dio, ma la parte dell’uomo è insostituibile: neppure Dio può scavalcare la libertà umana. A sostegno di questo invito l’apostolo fa ricorso alle Scritture: «Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (v. 2). Il testo biblico di cui egli si serve è ricavato dal Deuteroisaia, che in appendice al secondo carme del Servo di JHWH, dice che Dio lo ha ascoltato e lo ha aiutato nel tempo della misericordia e della salvezza, cioè gli ha dato la possibilità di impegnarsi fino in fondo per la liberazione degli esuli che si trovano in Mesopotamia, guidandoli efficacemente sulla via della conversione e del ritorno nella loro terra (Is 49,8). Paolo commenta quindi che il momento favorevole nel quale si attua la salvezza è proprio questo, contrassegnato dalla morte di Cristo per noi.

Linee interpretative
La salvezza è vista da Paolo come una grande opera di riconciliazione che coinvolge tutta l’umanità peccatrice. Il soggetto dei diversi aspetti dell’azione salvifica è Dio Padre (ho Theos), anche se Egli non è sempre il soggetto grammaticale di ogni frase di questa unità letteraria. Infatti nel v. 18a si dice che l’intervento salvifico viene interamente da Dio (ek tou Theou, da Dio). Nel v. 20a il verbo principale presbeuomen («fungiamo da ambasciatori») ha per soggetto gli apostoli, ma il soggetto divino è ripreso nella frase subordinata immediatamente successiva: «Come se Dio esortasse per mezzo di noi » (v. 20b). Infine, nel v. 20bc («(Vi) preghiamo per Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!»), l’imperativo aoristo passivo katallagête indica che i protagonisti della riconciliazione non sono i corinzi (soggetto grammaticale), perché, in realtà, è sempre Dio che interviene attraverso gli apostoli per consentire la riconciliazione degli uomini con sé. Costoro, comunque, non rimangono meramente passivi di fronte all’azione divina, come lascia intendere il carattere esortativo della frase: « Lasciatevi riconciliare con Dio! ».
Dio ha offerto agli uomini la possibilità di riconciliarsi con sé «per mezzo di Cristo» (v. 18b). Più precisamente, la riconciliazione con Dio è avvenuta grazie alla morte di Cristo, menzionata in modo esplicito nei vv. 14-15 ed evocata in maniera implicita nel v. 18b. Cristo è morto solidale con tutti gli uomini e a loro favore (cfr. 2Cor 5,14-15a). Perciò, Cristo ora «vive per (la) potenza» (13,4b) del « Dio che risuscita i morti » (1,9c). È questo il primo passo della riconciliazione, in quanto Gesù ha vissuto fino in fondo il suo dono d’amore al Padre, partecipando pienamente all’esistenza umana, e lottando per la liberazione da tutti i mali che, separando gli uomini tra di loro, li separano anche da Dio. Nell’umanità di Gesù Cristo si è realizzato quindi un processo che dal peccato ha fatto sgorgare la giustizia, e il primo a beneficiarne è stato Gesù stesso. La sua umanità è trasformata in un’umanità gloriosa e spirituale, che, attraverso il suo Spirito, continua ad agire nella storia umana e, in particolare, nella Chiesa. In questo senso, «il Signore è lo Spirito» (3,17a), che dona la vita a tutti i credenti (cfr. 1Cor 15,45), avendoli resi giusti «in» se stesso (2Cor 5,21c). Di conseguenza, ne beneficiano anche gli altri esseri umani che aderiscono a lui nella fede, attuata nel battesimo.
Nulla dunque è più estraneo alla mentalità di Paolo dell’immagine di un Dio arbitrario e ingiusto, che, per salvare dei peccatori, ha sacrificato un giusto, il quale, per di più, è il Figlio suo. Al contrario Dio ha gradito fino in fondo il cammino di solidarietà di Cristo, il giusto per eccellenza, con tutta l’umanità, e gli ha conferito il compito di trasformare in creature nuove tutti coloro che aderiscono a lui. Lui solo è capace, con il suo esempio, di smuovere un’umanità corrotta e divisa. Perciò la riconciliazione con Dio, che Paolo mette qui in primo piano, comporta inevitabilmente anche una riconciliazione tra persone che in Cristo trovano la loro unità. Anzi è proprio questa unità che manifesta la riconciliazione con Dio e ne mostra lr potenzialità nella storia umana.

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