LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

http://www.collevalenza.it/Riviste/2007/Riv0807/Riv0807_05.htm

LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

« Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione » (2Cor 1,3-4)
(seguito)
3.1.2 – Galati 1,13-17

Il testo fondamentale in cui Paolo descrive l’incontro di Damasco è la lettera ai Galati:
« Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco » (Gal 1,13-17).
L’esperienza della svolta di Damasco è vergata con poche ed incisive pennellate, che ci introducono nella consapevolezza che Paolo ha di questo evento, dopo quasi una ventina di anni dal suo accadere storico.
Paolo non ha pudore di ripresentarsi ai Galati come quel persecutore della Chiesa di Dio, che imperversava fieramente sui cristiani, convinto come era della sua giustizia derivante dall’osservanza della Torah (cfr. Gal 1,13-14).
« Ma »9 Paolo piega le ginocchia del suo cuore, entrando nuovamente in quella «dimensione contemplativa della vita», che gli permette di sentire e gustare la elezione e la scelta divina nella sua esistenza.
Dio ha usato il suo «bâhar» (= scegliere) e Paolo lo riconosce e lo sperimenta fin dai primi momenti della vita biologica, nel seno di sua madre: è stato conquistato da Gesù Cristo, sedotto, ghermito da Gesù Cristo. Si sente ed è, come Geremia10, realmente e, quasi ontologicamente, violentato, appagato e sublimato dall’amore amico e seducente di Gesù: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20).
Paolo non potrebbe essere quello che è , se non fosse oggetto-soggetto di questo reciproco amore « passionale »? non solamente emotivo, e quindi necessariamente fugace e destinato a volatilizzarsi ? ma di un amore, che vuole come coprotagonisti due cuori, due « Io profondo », che trovano nell’essere oblativamente l’uno nell’altro l’unica ragione di vita e di sussistenza.
È la logica dell’Amore, cantato e celebrato dal Cantico dei Cantici, è la logica dell’amore di sempre del Dio fedele, che in tutta la storia della salvezza assume i connotati e la valenza di un amore sponsale11, seducente e tenero, verso ogni uomo, maschio e femmina, chiamato dall’eternità ad essere un unico ed irripetibile partner del Dio Trinità, Amore esuberante e centrifugo, perché centripeto.
La chiamata di Dio è un dono gratuito – Paolo lo sottolinea: «diά th̃V cάritoV» – che lo porta ad essere l’oggetto di una vera e propria rivelazione e di un compiacimento del Padre12. Questa rivelazione permette a Paolo di approfondire e discernere meglio il suo «mistero»: il Figlio del Padre in lui, come una realtà personale in perenne e progressivo stato evolutivo di crescita, che porta l’Apostolo delle genti alla propria pienezza attraverso la capacità di riconoscimento del significato profondo dell’evento di Damasco per la salvezza degli uomini e del mondo (« perché lo annunziassi ai pagani »At 1,17).
Il racconto dell’episodio di Damasco, così come Paolo lo rievoca e lo dona ai Galati, ci fa edotti di come il pellegrinaggio formativo al discernimento delle vie di Dio ha sicuramente avuto un notevole incremento dal profondo sconvolgimento apportato dalla luce di Damasco sulla vita ed i pensieri del «fiero persecutore della Chiesa». Sicuramente in questa pericope di Galati Paolo vuole fare riferimento al momento che ha reso il cittadino di Tarso un’altra persona. Questa rivelazione sperimentata da Paolo vicino Damasco ha fatto di lui un uomo nuovo e differente: egli diviene da un non-credente un credente, diviene, cioè, una persona nuova. La sequela di Paolo fu, in realtà così, una continua e sempre più approfondita comprensione di Cristo, a partire da questo suo originale, immediato e straordinario cambiamento.
3.1.3 – 1° Lettera ai Corinti 9,1-2
Nella prima lettera ai Corinti c’è un brevissimo accenno alla sua vocazione:
« Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? Anche se per altri non sono apostolo, per voi almeno lo sono; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore » (1Cor 9,1-2)
Paolo parla di sé, delle sue scelte, della sua esistenza, tutto orientato alla causa del vangelo, come servitore del messaggio cristiano. E questo non per sua iniziativa, ma perché afferrato e sequestrato da una forza irresistibile e travolgente. Paolo è libero da tutto e da tutti, è apostolo a tutti gli effetti13 perché il Signore gli è apparso e perché la stessa comunità di Corinto è frutto della sua predicazione e quindi il Signore stesso, presente nella nascita e crescita della comunità corinzia, è il garante della sua apostolicità14.
3.1.4 – Filippesi 3,3-9
Nella lettera ai Filippesi, Paolo non parla chiaramente dell’evento di Damasco, ma descrive il modo in cui l’ha vissuto interiormente
« Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui:circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.
Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede » (Fil 3,3-9).
Nella prima parte di questa accorata e confidenziale descrizione autobiografica, fondamento strutturante l’esperienza del suo «hic et nunc», Paolo con trasparenza descrive le sue origini 15.
Paolo viene incontrato, ed incontra la luce del Risorto in una situazione personale, intrisa di Tradizione, impegno personale e giustizia, che lo rendono convinto e certo nel discernimento, che viene dall’economia della Legge, di poter interloquire « alla pari », « faccia a faccia », con il suo Dio ma « cade » dalle sue convinzioni e a causa di questo incontro con il Cristo Risorto rifiuta tutti gli antichi privilegi, i titoli tradizionali, stimandoli un inganno, una rovina. Tutto ciò che è apparente guadagno, « fumo e non sostanza », Paolo ha imparato e continua ad imparare che è « perdita ». Si verifica una radicale trasformazione dei valori nella logica del discernere ciò che è buono e portarlo ad un livello migliore. La Luce–Persona della strada di Damasco diviene il Pedagogo per il personale discernimento e la decisione di Paolo « per Cristo ».
Paolo reputa, giudica, considera tutto una perdita di fronte alla sublime conoscenza di Cristo, e queste cose sono, addirittura, ritenute skύbala16 (spazzatura). Tutto è « perdita » e « sterco » di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo. Conoscere Cristo, come siamo da lui conosciuti, per giungere a valutare e discernere le cose del mondo interiore ed esteriore come Gesù.
La fede nel Signore, incontrato sulla via di Damasco, ed il battesimo, come « vera circoncisione di Cristo » (Col 2,11), immersione nel mistero di morte e di risurrezione di Cristo, lo conducono a questa « sovraeminente » conoscenza, che è scienza non solamente razionale e teorica, ma vitale ed esperienziale: è conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, divenendogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti ( cfr. Fil 3,10-11)17.
Conoscere Cristo, sperimentare e penetrare nel mistero della Sua Persona, secondo la propria peculiarità, ancora non basta al cammino contemplativo e formativo di Paolo. C’è ancora un altro elemento di qualità da ottenere. « Essere trovato in Lui ». Un’espressione concisa, breve ma che vuole comunicarci l’essenzialità vitale dello « stare con lui ». È permettere a Dio, in Cristo, di donare al cristiano oltre al processo conoscitivo, intellettivo e volitivo, il tutto di Dio.
Siamo ad un livello che lambisce la realtà mistica. Paolo vuole dire che questo pellegrinaggio formativo per essere nel discernimento di Cristo è rispondere all’Amore di un Amico, che chiama a sé, che svela chi è, che dice il suo nome, che dona il suo cuore, che immola e mette nelle mani dell’uomo il suo essere, la sua vita, che garantisce la sua presenza amica, la sua attenzione di Risorto ed il suo affetto eterno: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (1 Cor 4,16; 11,1).
Paolo si propone come modello da imitare perché ha sperimentato l’Amore Misericordioso di Dio che lo ha tratto dal fango del peccato e della superbia perché possa raggiungere la mèta dimenticando il suo passato. Egli non si sente arrivato, ma è ancora in corsa e invita i suoi a partecipare e a impiegare tutte le proprie energie perché vincitore non è solamente chi arriva per primo, ma chiunque porta a termine la corsa18 (Cfr. Fil 3,13-14).
(segue)

9 Incontriamo una congiunzione avversativa di notevole importanza qualitativa, ben oltre il tenore avversativo dell’indole di questa congiunzione.
10 L’affinità semantica e terminologica tra katalambάnein, all’aoristo passivo in Fil 3,12, ed il verbo pâtah di Ger 20, 7a, ci appare almeno verosimile. «Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre…». La vicinanza esperienziale tra Geremia e Paolo è ancora più suggestiva nell’ottica della nostra ricerca. Infatti nel libro di Geremia troviamo 6 volte il verbo bâhan (=esaminare, provare), che è reso nella versione della LXX con il verbo «dokimάzein», che sarà il protagonista, quasi assoluto, del nostro studio circa l’insegnamento al discernimento cristiano in Paolo: Ger 6,27; 9,7; 11,20; 12,3; 17,10; 20,12. (Cf. G. THERRIEN Le discernement dans les écrits pauliniens, Paris 1973, nota 5, p.18 e pp.23-24.
11 Cfr. per esempio, alcune splendide pagine dell’allegoria matrimoniale nel libro del profeta Osea: Os 1-3.
12 Cfr. Il compiacimento del Padre su Gesù durante il Battesimo e la Trasfigurazione: Mt 3, 13-17 e 17,1-9.
13 Paolo e Luca hanno una diversa concezione della figura dell’apostolo e, di conseguenza, una diversa comprensione del suo compito e della sua missione. Mentre Paolo rivendica con forza il titolo di apostolo per la sua persona e la sua missione, Luca vede negli apostoli i garanti della continuità tra il Gesù terreno e il Kurios Risorto. Per Luca, gli apostoli sono i testimoni autorevoli della vita pubblica di Gesù e delle sue apparizioni fino all’Ascensione e, tra loro, non vi è Paolo; per lui, Paolo è il grande missionario dei gentili, scelto da Dio stesso per quest’opera. Nelle sue lettere Paolo ragiona diversamente. Presumibilmente, la scelta di Luca è una reinterpretazione di una tradizione paolina motivata da ragioni teologiche: il diffondersi delle prime eresie spinge a rimarcare l’identità del Risorto con il Gesù storico e Luca vi riconduce la stessa nozione di « apostolo » rendendola sinonimo della categoria evangelica dei « dodici ». A partire da Luca, ma diversamente da Paolo, si parlerà dei dodici apostoli. G. COLZANI, Convertirsi a Dio. Opera della grazia, scelta della persona, sfida per le chiese, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2004, 127.
14 Cfr. G. BARBAGLIO, Le lettere di Paolo, Borla, Roma 1980,I, 400-403.
15 «Circonciso l’ottavo giorno». Così come prescritto da Lev 12,3, portando nella sua carne il riverbero attualizzante della berit donata da Dio ad Abramo.
«Della stirpe di Israele». La qualificazione religiosa con la quale afferma la sua appartenenza al popolo eletto nella radice e nella continuità della lotta di Giacobbe con il suo Dio, che gli aveva appunto cambiato il nome in Israele (cf. Gen 32,23-33).
«Della tribù di Beniamino». Beniamino, il figlio più giovane di Giacobbe e Rachele e fratello di Giuseppe.Paolo sembra dirci che ha la gioiosa consapevolezza di avere e gustare anche una discendenza biologica e genetica con il figlio caro a Giacobbe insieme a Giuseppe.
«Ebreo da Ebrei». A livello culturale, e non solo religioso, figlio di ebrei e non semplicemente un giudeo ellenista.
«Fariseo quanto alla Legge». Appartenente al gruppo più osservante, a livello di rigore morale della Torah. Lo spirito del fariseismo portava i componenti di questa fazione a rappresentare in modo intransigente il baluardo dello jahvismo, non venendo a nessun tipo di compromesso di fronte alle richieste di novità, che derivavano dal confronto con l’ellenismo e la presenza del mondo romano.
«Quanto a zelo persecutore della Chiesa». La logica conseguenza del suo essere, visceralmente, compromesso con la Torah da non poter tollerare il sorgere di una realtà che, solo minimamente, potesse minare la stabilità monolitica della rivelazione e della tradizione jahvista.
«Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge». Paolo si dichiara e si riconosce intriso di questa tensione spirituale, che lo vede coinvolto completamente in quella serie di minuziosi comandamenti, di prescrizioni e di rituali che lo rendono giusto in quanto osservante scrupoloso ed attento.
16 Il sostantivo “skύbalon” è un hapax legomenon paolino. Il suo significato forte ed incisivo sta ad indicare tutto ciò che è il risultato ed il frutto del processo metabolico e fisiologico, ottenuto durante le peristalsi gastriche ed enteriche insieme al processo di assorbimento dei villi intestinali negli esseri viventi. Lo Zerwick lo traduce insieme alla Vulgata con « stercus ». (Analysis Philologica Novi Testamenti Graeci, 4a ed., Romae 1984, 443 : = ZERWICK).
17 Per Paolo non c’è conoscenza di Gesù se non nell’immedesimarsi al suo mistero di croce. Per lui è fondamentale il suo sperimentare anche ‘fisicamente’ la vicinanza di Gesù, sentire nella ‘sua pelle’ e nel profondo del suo intimo la portata amicale del darsi liberamente da parte di Cristo per la sua vita… perché lui possa vivere. Paolo conosce solo « Gesù e questi crocifisso » (1 Cor 2,2), non ha altro vanto (Gal 6,14), altro onore se non quello di completare nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore della sua chiesa (Col 1,24), e di chiedere che nessuno, d’ora in poi, gli provochi fastidi perché porta le stigmate di Gesù nel suo corpo (Gal 6,17 ).
18 Paolo sembra qui incarnare e rispecchiare l’esperienza di Gv 20, 2-9: la corsa del discepolo, amico del Verbo della vita, che vede e crede, e che qualche tempo dopo, potrà, nella sua tradizione, giungere ad esortare a «non prestare fede ad ogni ispirazione, ma a metterle alla prova per saggiare (= «dokimάzein») se veramente vengono da Dio» (1 Gv 4,1). Una corsa discernente, come quella di Ct 3, 1-4, verso il passaggio dell’amato del cuore, sapendolo cogliere risorto ed interpellante nella propria esistenza, e che invita sempre ad andare oltre i propri schemi, oltre le precomprensioni, oltre i piccoli orizzonti di una « tomba vuota », il passato, verso quell’ Infinito, il già e il non ancora, in cui il « si » di ogni persona deve incontrare il suo « si » per essere sempre più originale ed armonica « sinfonia della salvezza ».

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