14 GIUGNO 2015 | 11A DOMENICA – T. O. – « IL REGNO DI DIO È COME UN UOMO…

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14 GIUGNO 2015 | 11A DOMENICA – T. ORDINARIO B | APPUNTI PER LA LECTIO

IL REGNO DI DIO È COME UN UOMO…

che getta il seme nella terra: dorma o vegli, il seme germoglia e cresce »
« Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, / che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso; / faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco » (Ez 17,24).
Queste parole del profeta mi sembra che diano il tono a tutta la Liturgia odierna, che in ogni sua parte esprime l’assoluta « sovranità » di Dio, il quale attua i suoi disegni nella storia in forma totalmente libera, senza lasciarsi condizionare dalle risposte, talvolta molto deludenti, dell’uomo: anzi, capovolgendone più frequentemente i progetti, proprio perché egli riconosca che Dio è « il primo e l’ultimo », cioè l’elemento decisivo del suo vivere e del suo agire.
È quanto risulterà in maniera esplicita dalle due piccole parabole di Marco sulla semina. Ed è quanto risulta anche dalla preghiera iniziale, in cui insieme alla Chiesa confessiamo la nostra impotenza a salvarci senza l’aiuto che viene dall’alto: « O Dio, fortezza di chi spera in te, ascolta benigno le nostre invocazioni; e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto, soccorrici con la tua grazia, perché fedeli ai tuoi comandamenti possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere ».

« Sono io, il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso »
Ma incominciamo dalla prima lettura, che ci propone una incisiva allegoria di Ezechiele a conclusione di una precedente, più diffusa allegoria (quella dell’aquila), in cui il profeta aveva adombrato la vicenda del re Sedecia, che Nabucodonosor, dopo la conquista di Gerusalemme, aveva posto al luogo di Ioiachin, da lui deportato in esilio a Babilonia (597 a.C.).
Se non che, Sedecia non fu fedele al « patto » giurato a Nabucodonosor e, per tentare una rivincita, si alleò segretamente con l’Egitto, che di fatto non gli fornì l’aiuto sufficiente. Per questo Dio lo punirà: « Com’è vero ch’io vivo, il mio giuramento che egli ha disprezzato, la mia alleanza che ha infranto li farò ricadere sopra il suo capo. Stenderò su di lui la mia rete e rimarrà preso nel mio laccio. Lo porterò in Babilonia e là lo giudicherò per l’infedeltà commessa contro di me… » (Ez 17,19-21).
Questa sarà allora la fine del regno di Giuda? E le « promesse » fatte a Davide, di un discendente che si sarebbe « seduto » per sempre sul suo trono, non andavano così dissolte e Dio non si trovava ad essere « infedele » a se stesso?
A queste difficoltà intende rispondere il profeta con l’allegoria propostaci oggi dalla Liturgia. Essa non si riferisce ad alcun personaggio storico concreto, ma delinea genericamente la futura èra messianica, in cui Dio avrà di nuovo l’iniziativa.
« Io prenderò dalla cima del cedro, / dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello / e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio, / lo pianterò sul monte alto d’Israele. / Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. / Sotto di lui gli uccelli dimoreranno, / ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà… » (Ez 17,22-24).
La forza dell’allegoria sta in un doppio elemento: primo, nella sproporzione fra il « ramoscello », che Dio spunta dalla vetta di un « cedro » altissimo e trapianta in terra di Palestina, e la crescita enorme di questo ramoscello, che diventerà a sua volta « cedro magnifico », più grande di tutti gli altri, tanto da diventare luogo di rifugio per tutti i « volatili » del cielo; secondo, nel fatto che il « cedro » non è propriamente un albero palestinese, crescendo esso soprattutto nel Libano. L’allegoria perciò vuol dire l’apertura del regno messianico alle « genti »: le false grandezze dei popoli e degli imperi si piegheranno davanti all’umile « regno » del Messia, che crescerà e si affermerà proprio in forza della sua umiltà: « Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, / che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso » (v. 24).
È Dio che conduce la storia, contrariamente a quanto l’autosufficienza umana ha sempre pensato, ed oggi in modo particolare pensa!

« La terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga »
La lezione si fa anche più pertinente e concreta nel brano di Vangelo; che rimanda anche letteralmente a Ezechiele quando, nella seconda parabola, parlando del granello di senapa dice che esso diventa arboscello tanto grande « che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra » (Mc 4,32).
Il brano è ripreso dal « discorso delle parabole », riferitoci da Marco (4,1-34), ed è notevolmente più breve rapportato a quello di san Matteo (cap. 13). Infatti contiene solo la parabola del seminatore (4,1-20), seguita da alcune sentenze paraboliche (vv. 21-25), più le due parabolette proposteci dalla Liturgia odierna.
« Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa… » (vv. 26-29).
Siamo davanti ad un piccolo quadro di vita agricola, che serve a chiarire l’atteggiamento spirituale dell’uomo di fronte al « regno », che ha una sua autonoma forza intrinseca. Si deve però cercare di fare equilibrio fra tutti gli elementi che compongono la parabola, per non forzarla a dire qualcosa di inesatto.
È indubbio, infatti, che l’accento è posto sulla vitalità interiore che il seme trova in se stesso e nella terra che l’accoglie per maturare e produrre frutto: che il seminatore « dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa » (v. 27).
Però, non è che il seminatore sia deresponsabilizzato: prima di tutto, egli deve « seminare » il grano e, nei limiti del possibile, dovrà anche stare attento a non sprecarlo gettandolo in « terreno » non adatto, come insegna già la prima parabola (4,1-20); in secondo luogo, dovrà lui stesso curare la « mietitura ». Pur affidando a Dio e alle leggi della natura la crescita misteriosa del seme, l’agricoltore deve fare la sua parte: più che l’inerzia gli si chiede la « speranza », che è sempre attiva e permette all’uomo di recuperarsi costantemente, anche quando il raccolto sembra tardare, o addirittura fallire.
Applicata al « regno di Dio », la parabola vuol sottolineare la maggior fiducia che l’uomo deve dare all’azione di Dio nella propria vita e nella storia, senza per questo venire meno allo sforzo quotidiano di corrispondere alla interiore forza dello Spirito nel nostro cuore.
È in questo modo che si può creare quell’equilibrio interpretativo, di cui sopra parlavamo, che rende alla parabola tutta la sua pregnanza: né un comodo quietismo davanti a Dio, che farebbe tutto; né un presuntuoso e febbricitante attivismo, che farebbe tutto dipendere dai nostri sforzi e dai nostri meriti, quasi che Dio debba ringraziarci perché lo aiutiamo a far bella figura!

« Quando il frutto è pronto, si mette mano alla falce »
L’ultimo versetto della parabola: « Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura » (v. 29), è ripreso da Gioele 4,13, dove però l’immagine esprime un giudizio negativo, di condanna, sui « popoli » che hanno avversato Israele. Più normalmente però, nella tradizione biblica, il simbolo della « mietitura » indica il tempo della gioia, della festa, motivato però sempre dal giudizio di Dio, che è intervento salvifico a favore dei poveri e degli oppressi contro i malvagi.
Qui è in questo secondo senso che l’immagine deve essere intesa: è la gioia dell’agricoltore che si esprime quando egli dà mano alla « falce » per raccogliere il frutto dei suoi sudori, non soltanto, ma anche di tante trepidazioni. È allora che la sua attesa e la sua speranza vengono premiate: è allora che egli si accorge che la sua fiducia in Dio e nelle forze « autogene » del regno non è stata mal riposta.

Il regno di Dio « è come un granellino di senapa »
La seconda parabola, del granello di senapa, contiene in parte lo stesso insegnamento e in parte lo supera. Anche qui assistiamo al fenomeno di una impressionante vitalità del « più piccolo fra tutti i semi », che, una volta affidato alla terra, trova dentro di sé la forza per crescere e dilatarsi. Nello stesso tempo, però, si vuol sottolineare il contrasto fra la piccolezza del seme e la grandezza della pianta, fra gli umili inizi e il termine glorioso, che evidentemente trova la sua spiegazione soltanto nella « potenza » di Dio.
« A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio, o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra » (vv. 30-32).
È evidente, proprio nell’ultimo versetto, lo sforzo di amplificazione dell’immagine: pur dicendo che il granellino di senapa diventa alla fine « più grande di tutti gli ortaggi », più correttamente di Matteo che parla di « vero albero » (13,32), esso « fa rami tanto grandi » da ospitare alla sua ombra « gli uccelli del cielo ». È l’allegoria di Ezechiele che viene ripresa, insieme a un tratto apocalittico di Daniele (4,7-9). Con questo è chiaro che l’evangelista intende sottolineare la sproporzione fra gli inizi e gli sviluppi ulteriori del regno, anche come diffusione geografica, oltre che come dinamismo interiore.

« Gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra »
A che cosa si riferiva Cristo quando raccontava questa parabola? Era la sua stessa esperienza che egli descriveva, quasi un autoritratto della sua persona e della sua azione salvifica: i suoi contemporanei non l’hanno compreso, anzi l’hanno respinto; il suo messaggio non ha avuto ascolto, anzi è sembrato fallire quel lontano venerdì santo quando gli uomini l’hanno crocifisso. Eppure, proprio quel legno arido è diventato il grande « albero », che ha ricoperto la terra per dare refrigerio e speranza agli estenuati dal caldo e dalla fatica!
Oltre alla sua esperienza, Gesù, o almeno l’evangelista, pensava anche a quella dei suoi discepoli e della Chiesa di tutti i tempi, che devono rivivere in se stessi la storia del Maestro: gli inizi saranno sempre umili e modesti, la crescita però sarà assicurata per la potenza di Dio, fino ad arrivare al compimento nella fase ultima.
« La parabola dunque è ancora un invito alla speranza e alla fiducia che si fondano non sui calcoli della probabilità o sulle previsioni della futurologia, ma nella fedeltà e potenza di Dio che si è manifestata nella storia. Nonostante gli umili inizi dell’azione di Dio per rendere manifesta e operante la sua giustizia e il trionfo della libertà nella persona e nell’opera di Gesù, la sua manifestazione finale condurrà tutta la storia umana nella piena giustizia e libertà ».
Non è pertanto un atteggiamento « trionfalistico » che le due parabole di Marco vogliono ingenerare nei credenti, come talvolta è avvenuto per il passato quando si è identificata la Chiesa con il « regno », e perciò si è pensato che la vittoria era già assicurata. È piuttosto un atteggiamento di umiltà e di fiducia nella potenza di Dio, che attuerà di certo il suo progetto di salvezza su di noi e sul mondo, a condizione però che sappiamo almeno deporre il nostro seme sul buon terreno e custodirlo da possibili invasioni di rapaci.

« Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi »
A questo senso di responsabilità personale, pur nell’incontestato primato da dare a Dio nella nostra vita, ci richiama anche il breve tratto di san Paolo, propostoci come seconda lettura. Trattando delle difficoltà che il ministero apostolico gli procura ogni giorno, egli si consola pensando ai beni eterni: « Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria », aveva detto poco prima (2 Cor 4,17).
Qui va addirittura più avanti, desiderando di terminare quanto prima il suo « esilio » terreno, rappresentato dal suo « rimanere » nel corpo, per abitare « presso il Signore »: « Siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore… » (2 Cor 5,6-10).
L’Apostolo, però, sa benissimo di esprimere solo un « desiderio », che solo il Signore può realizzare qualora lo voglia. Perciò ridimensiona il suo stesso « desiderio », affermando che quello che importa è, « sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi » (v. 9).
È all’impegno di ogni giorno che egli rimanda perché si realizzi in noi il « regno di Dio », senza evadere dalla storia. Bisogna solo vivere questa nostra esperienza terrena in modo che il Cristo « giudice » ci dia la giusta « ricompensa » davanti al suo « tribunale » (v. 10).
Sarà quello il tempo della « mietitura », quando il padrone della messe « metterà mano alla falce » e raccoglierà il frutto maturo e abbondante nei suoi granai, come ci ricordava sopra Marco (4,29). È allora che si celebrerà la grande festa della salvezza, nella gioia dell’intramontabile banchetto messianico.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 12 juin, 2015 |Pas de Commentaires »

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